martedì 1 luglio 2014

Bardamu scopre la guerra

Louis Ferdinand Céline
Viaggio al termine della notte
traduzione di Ernesto Ferrero

Uno è vergine dell'Orrore come lo è della voluttà.
Come me lo potevo immaginarmelo io 'sto orrore lasciando Place Clichy? Chi avrebbe potuto
prevedere prima d'entrare davvero in guerra, tutto quel che conteneva la sporca anima eroica e
fannullone degli uomini? Adesso, ero preso in questa fuga di massa, verso l'assassinio di gruppo,
verso il fuoco...
Veniva dal profondo ed era arrivato.
Il colonnello era sempre lì che non faceva una piega, lo guardavo ricevere, sulla scarpata, le
letterine del generale che poi strappava a pezzettini, dopo averle lette senza fretta, tra le pallottole.
In nessuna di quelle c'era dunque l'ordine secco di fermare quella vergogna? Dunque non gli
dicevano dall'alto che c'era uno sbaglio? Un errore riprovevole? Un equivoco? Che si erano
sbagliati? Che erano manovre per ridere quelle che avevano voluto fare, non degli assassinii! Ma
no! « Avanti, colonnello, siete sulla buona strada!».
Ecco senza dubbio quel che gli scriveva il generale des Entrayes, della divisione, nostro capo di
tutti, di cui riceveva una busta ogni cinque minuti, attraverso un agente di collegamento, che la
paura rendeva ogni volta un po' più verde e diarroico.
Ne avrei fatto un mio fratello di spavento di quel ragazzo lì! Ma si aveva il tempo di fraternizzare
nemmeno.
Dunque niente errori? Quello spararsi addosso che si faceva, così, senza nemmeno vedersi, non
era proibito! Quello faceva parte delle cose che si possono fare senza meritarsi una bella sgridata.
Era perfino riconosciuto, incoraggiato senza dubbio da gente seria, come le lotterie, i
fidanzamenti, la caccia coi cani!...
Niente da dire.
Di colpo scoprivo la guerra tutta intera.
Ero sverginato.
Bisogna essere all'incirca solo davanti a lei come lo ero io in quel momento per vederla bene la
carogna, di fronte e di profilo.
Avevano appena appiccato la guerra tra noi e quelli di fronte, e adesso quella bruciava! Come la
corrente tra i due carboni, nella lampada ad arco.
E non era vicino a spegnersi il carbone! Ci saremmo passati tutti, il colonnello come gli altri,
anche se sembrava un gran volpone, e la sua carnaccia non avrebbe fatto più arrosto della mia
quando la corrente di fronte gli fosse passata tra le due spalle.
Ci sono un sacco di modi di essere condannato a morte.
Ah! Cosa non avrei dato in quel momento per essere in prigione invece d'esser lì, come un
cretino! Per avere, per esempio, quand'era così facile, con un po' di previdenza, rubato qualcosa,
da qualche parte, quando c'era ancora tempo.
Si pensa a niente! Dalla prigione, ci esci vivo, dalla guerra no.
Tutto il resto, sono parole.
Se solo avessi avuto ancora tempo, ma non ne avevo più! C'era più niente da rubare! Come
sarebbe stato bello in una piccola prigione tranquilla, ecco cosa mi dicevo, dove le palle non
passano! Passano mai! Ne conoscevo una bella pronta, al sole, al caldo! In un sogno, quella di
SaintGermain per l'esattezza, così vicina alla foresta, la conoscevo bene, passavo spesso di là, un
tempo.
Come si cambia! Ero un bambino allora, mi faceva paura la prigione.
E che non conoscevo ancora gli uomini.
Non crederò più a quello che dicono, a quello che pensano.
E degli uomini e di loro soltanto che bisogna aver paura, sempre.
Quanto tempo doveva durare il loro delirio, perché si fermassero stremati, alla fine, 'sti mostri?
Quanto tempo poteva durare un accesso come quello? Mesi? Anni? Quanto? Forse fino alla
morte di tutti quanti, di tutti i matti? Fino all'ultimo? E poiché gli avvenimenti prendevano quel
giro disperato mi decidevo a rischiare il tutto per tutto a tentare l'ultimo passo, il supremo, a
cercare, io, tutto solo, di fermare la guerra! Almeno in quell'angolo dove stavo.
Il colonnello passeggiava a due passi.
Gli avrei parlato.
Mai, lo avevo fatto.
Era il momento di osare.
Là dove noi stavamo non c'era quasi più niente da perdere. « Cosa volete? », mi avrebbe chiesto
lui, immaginavo, sicuramente molto sorpreso dalla mia audace interruzione.
Allora gli avrei spiegato le cose come le vedevo io.
Si sarebbe visto quel che ne pensava lui.
Spiegarsi è tutto, nella vita.
In due si riesce meglio che da soli.
Stavo per fare quel passo decisivo quando, in quello stesso istante, arrivò verso di noi con passo
ginnico, stremato, dinoccolato, un cavaliere a piedi (come allora si diceva), con l'elmo rovesciato
in mano, come Belisario, e poi in più tremante e tutto imbrattato di fango, il viso ancora più
verdastro di quello dell'altro portaordini.
Straparlava e sembrava provare come un male inaudito, quel cavaliere, a uscire da una tomba e
averne una gran nausea.
Dunque non gli piacevano nemmeno a lui le pallottole, al fantasma? Le prevedeva come me? «
Cos'è? » lo fermò secco il colonnello, brutale, infastidito, gettando su quello spettro una specie di
sguardo d'acciaio.
Vederlo così l'ignobile cavaliere in una tenuta tanto poco regolamentare, e tutto disfatto
dall'emozione, questo lo crucciava parecchio il nostro colonnello.
Gli piaceva proprio per niente la paura.
Era evidente.
E poi quell'elmo in mano soprattutto, come una bombetta, finiva per essere del tutto fuori posto
nel nostro reggimento d'attacco, un reggimento che si lanciava nella guerra.
Aveva l'aria di salutarsela lui, 'sto cavaliere a piedi, la guerra. arrivando.
Sotto quello sguardo di riprovazione, il messaggero vacillante si rimise sull'attenti, i mignoli sulla
cucitura dei pantaloni, come si fa in quei casi.
Oscillava anche, irrigidito, sull'argine, il sudore che gli colava lungo la giugulare, e le mascelle
tremavano così forte che mandava dei gridolini abortiti, come un cagnetto che sogna.
Non si poteva capire se voleva parlarci o se piangeva.
I nostri tedeschi accovacciati in fondo alla strada avevano giusto cambiato strumento.
E con la mitragliatrice che adesso continuavano le loro scemenze; ne scrocchiavano come dei
grossi pacchetti di zolfanelli e tutt'intorno a noi arrivavano a volo degli sciami di palle rabbiose,
tignose come vespe.
L'uomo riuscì comunque a cavarsi di bocca qualcosa d'articolato.
«Il maresciallo d'alloggio Barousse è stato ucciso, colonnello», disse lui tutt'a un tratto.
- E allora? - E stato ucciso mentre andava a cercare il furgone del pane sulla strada delle étrapes,
colonnello! - E allora? - E stato dilaniato da una granata! - E allora, dio boia! - Ecco lì!
Colonnello...
- E tutto? - Sì, è tutto, colonnello.
- E il pane? - domandò il colonnello.
Quello fu la fine del dialogo perché mi ricordo bene che ha avuto il tempo di dire proprio: «E il
pane?».
E basta.
Dopo, nient'altro che fuoco e poi rumore insieme.
Ma proprio uno di quei rumori che uno non crederebbe mai possano esistere.
Ci ha riempito a tal punto gli occhi, le orecchie, il naso, la bocca, all'improvviso, il rumore, che
ho creduto proprio che era finita, che ero diventato fuoco e rumore io stesso.
E invece no, il fuoco se n'è andato, il rumore mi è rimasto a lungo in testa, e poi le braccia e le
gambe che tremavano come se qualcuno ti scuotesse da dietro.
Avevano l'aria di lasciarmi, e poi a ogni modo sono restati i miei arti.
Nel fumo che pungeva gli occhi ancora per un bel po', l'odore acuto della polvere e dello zolfo ci
restava come per uccidere le cimici e le pulci della terra intera.
Immediatamente dopo, ho pensato al maresciallo d'alloggio Barousse che era andato in pezzi
come l'altro ci aveva raccontato.
Era una buona notizia.
Tanto meglio! ti ho pensato subito io: «Una grandissima carogna di meno al reggimento!».
Aveva voluto spedirmi al consiglio di disciplina per una scatola di conserva. «A ciascuno la sua
guerra», mi son detto io.
Da quel lato lì, bisogna convenirne, aveva l'aria di servire a qualcosa la guerra! Ne conoscevo
proprio ancora tre o quattro al reggimento, dannati fetenti che li avrei proprio volentieri aiutati a
trovare una granata come Barousse.
Quanto al colonnello, a lui, non gli volevo del male.
Anche lui però era morto.
Non lo vidi più, di colpo.
E che era stato dislocato sulla scarpata, allungato sul fianco dall'esplosione e proiettato fin nelle
braccia del cavaliere a piedi, il messaggero, finito anche lui.
Si abbracciavano tutti e due per il momento e per sempre, ma il cavaliere non aveva più la testa.
Nient'altro che un'apertura sopra il collo, con del sangue dentro che borbottava con dei gluglù
come la marmellata nella pentola.
Il colonnello aveva il ventre aperto, faceva una brutta smorfia.
Aveva dovuto fargli male quel colpo lì il momento che era arrivato.
Tanto peggio per lui! Se fosse partito con le prime palle, quello non gli sarebbe capitato.
Tutta quella carne sanguinava insieme moltissimo.
Dei colpi di granata scoppiavano ancora a destra e a sinistra della scena.
Ho lasciato quei posti senza insistere, tutto felice di avere un così bel pretesto per svignarmela.
Canticchiavo perfino un briciolino, barcollando, come quando si è finita una buona seduta di
canottaggio e si hanno le gambe un po' strane. «Una sola granata! Se ne sistemano in fretta di
cose con una sola granata», mi dicevo io. «Ah! di' un po'! che mi ripetevo tutto il tempo.
Ah! di' un po'...» Non c'era più nessuno in fondo alla strada.
I tedeschi se n'erano andati.
Però avevo imparato in fretta la mossa di non camminare d'ora in poi se non dietro il riparo degli
alberi.
Avevo fretta di arrivare al campo per sapere se c'erano degli altri del reggimento che erano stati
uccisi in ricognizione.
Ci devono anche essere dei bei trucchi, mi dicevo ancora, per farsi prendere prigioniero!...

http://rivistatradurre.it/2011/05/confesso-ho-tradotto-celine-e-lo-rifarei/