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martedì 11 ottobre 2016

La gatta di Maometto




Le autorità di Daesh a Mosul avrebbero emesso una fatwa per impedire l'allevamento dei gatti domestici (notizia riportata dalla Stampa e dal Corriere della Sera).


Annalena Benini, Bufale feline, Il Foglio 11 ottobre 2014

... il mondo si occupa di pubblicare foto di gattini in braccio a terroristi, di titolare sulla dichiarazione di guerra ai gatti dell'Isis, che vieterebbe la loro presenza nelle case di Mosul, con conseguente ordine di sterminio, soffermandosi sullo stupore perché insomma non è possibile, che scandalo. Maometto amava a tal punto i gatti da scegliere di tagliare la propria veste per non svegliare la gatta che ci dormiva sopra, quindi questa legge è davvero incomprensibile. E' una notizia raccolta da un sito iracheno non affidabile, rilanciata dal Daily Mail e ripresa dai siti dei più importanti quotidiani italiani, naturalmente con le foto dei gatti. In modo che si clicchi e ci si chieda: ma andranno di casa in casa a strappare i gatti dalle braccia dei bambini e annegarli? O saranno gli abitanti stessi di Mosul, ligi ala nuova legge islamica, a sgozzare i propri animali domestici? E che punizione è prevista per chi nasconde un gatto in soffitta? Ci si indigna, oppure si fanno battute sugli animalisti, si perde tempo a chiedersi cosa cosa pensava davvero Maometto dei gatti (differenza tra gatti mashi e gatte femmine?) e ci si scorda della realtà, che è così urgente, orribile, raccapricciante. Ci si scorda che a Mosul ci sono bambine per cui la vita è peggio della morte.


giovedì 19 novembre 2015

Le capriole di Silvia Ronchey: il Califfato occidentale

la Quarta crociata
La fiction occidentale del Califfato
La natura dell’antico regime musulmano non ha nulla a che fare con quella del sedicente Stato islamico di oggi
Quella di Parigi è una narrazione orrifica del fondamentalismo che ha poco di orientale. È una proiezione mediatica della nostra idea dell’infedele

Perché l’Is descrive e oggettiva la nostra stessa demonizzazione dell’islam
la Repubblica, 19 novembre 2015


«Se guardi ciò che Maometto ha portato di nuovo, troverai solo cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che predicava». La radice dell’idea tanto distorta quanto ormai vulgata sulla natura intrinsecamente violenta della religione islamica e sulla barbarie della sua tradizione bellica, che trapela dalla pubblicistica specialmente americana, sta forse nelle parole che Benedetto XVI citò nel 2006 a Ratisbona, chiamando tendenziosamente in causa l’imperatore bizantino Manuele II, rappresentante dell’impero che nel medioevo più a lungo e più da vicino aveva conosciuto l’ecumenismo egualitario, ispirato alla predicazione di Maometto e a espliciti brani del Corano, che contraddistingueva il califfato ommayade, abbaside, fatimida, poi il sultanato selgiuchide e osmano. Nel pacifico dialogo con il direttore della madrasa di Ankara, nel 1391, il basileus Manuele affermava che «la conversione mediante violenza è cosa irragionevole e contraria alla natura di Dio», ma si riferiva sottilmente alla Quarta Crociata, che nel 1204 aveva “deviato” su Costantinopoli scagliando sul ricco impero una razzia ben più vandalica e rovinosa di quella portata due secoli e mezzo dopo dalla conquista turca. Un modello di guerra santa cristiana perpetrata da eserciti cristiani che portavano nel nome di Dio devastazioni e massacri di massa.
Non solo la natura dell’antico califfato – cui la propaganda dell’Is oggi rinvia con la stessa tendenziosa attualizzazione ideologica con cui poteva rifarsi Mussolini alla Roma di Augusto – non ha nulla a che fare con quella del sedicente stato islamico di al-Baghdadi. Non solo la sovrastruttura religiosa che invoca non rispecchia quella dell’antico islam a livello scritturale, dottrinale, storico. Ma il comportamento dell’islam nelle sue guerre califfali è il contrario esatto di quello che abbiamo visto, in una sorta di aberrante trailer, nell’atroce regia degli attentati di Parigi. L’immagine del barbaro musulmano che il copione vuole offrirci, coerente con le sanguinarie performance con cui l’Is ha scandito la sua avanzata in oriente, mirante a indurre nell’occidente un delirio collettivo, porta le nostre più profonde paure al parossismo nel momento in cui ci restituisce non tanto un’immagine di sé quanto quella sedimentata dal tempo nel nostro inconscio sociale: un’immagine propagandistica creata nel medioevo, nella sua storiografia confessionale in particolare papista, e ripresa acriticamente a partire dall’11 settembre da una propaganda globale che ha insinuato l’”intrinseca negatività” della religione musulmana. Quella di Parigi è una narrazione orrifica del fondamentalismo che ha poco di fondatamente orientale, ma è essenzialmente costruita con materiali occidentali. È una riverberazione mediatica della nostra idea dell’infedele islamico come barbaro sterminatore storicamente ancora meno legittima di quella del cristiano come crociato specularmente propalata nel 2001 dal fanatico proclama urbi et orbi di Osama Bin Laden, quando, pochi giorni dopo l’11 settembre, lanciò attraverso al-Jazeera il suo storico appello “contro i crociati americani”. Lo spettacolo sacrificale di Parigi è un uso mistificato di una narrazione fittizia dell’islam: della sua fiction, concepita per produrre orrore mettendo in scena un dramma che ha l’insensatezza incalzante dell’horror occidentale, che coinvolge il giovane pubblico dello stadio e del teatro, che avvera nel sangue il suo plot e lo amplifica riecheggiandolo nell’utenza mediatica totale.
Quella di Parigi è un’autentica autodemonizzazione. Più che riuscita, se ha spinto Obama a proclamare che l’Is è il diavolo. Affermazione giusta e perfino salutare se intesa a livello psicologico, perché è appunto questo, il male assoluto, che l’Is vuole rappresentare.
Molto pericolosa e ingiusta se rischia di immedesimare quel diavolo nella religione e nella tradizione che falsamente l’Is sostiene di rappresentare. Nella fantasia di sé come incarnazione dell’islam che con la sua strategia comunicativa vuole diffondere è deviante, accecante, ambiguo, delusivo e già in questo autenticamente diabolico, secondo la tradizionale accezione patristica cristiana del diavolo, in greco diabolos, l’obliquo, il mistificatore, il tentatore che nel deserto usa le nostre stesse visioni e fantasie. Contro l’entificazione del diavolo, la sua identificazione nell’uno o nell’altro ente reale, si sono battuti due millenni di teologia cristiana, da Agostino in poi. Nel discorso più profondo di ogni religione, il demonio, il maligno, è l’ingannatore che agisce in noi. Se l’Is descrive e oggettiva la nostra stessa demonizzazione dell’islam, il fanatismo dell’Is realmente rappresenta il diavolo, ma attraverso lo specchio capovolto della nostra fragilità: la vulnerabilità all’ideologia, la semplificazione della verità storica, la censura, o autocensura, della sua e nostra complessità.

lunedì 23 febbraio 2015

La raffigurazione di Maometto nell'Islam

The name Muhammad in traditional Thuluth calligraphy
by the hand of Hattat Aziz Efendi
Massimo Campanini
La blasfemia non esiste nel Corano
il manifesto 16 gennaio 2015

















Afferma il Corano che «Voi (si rife­ri­sce agli uomini tutti) avete nel Mes­sag­gero di Dio (cioè Muhammad/Maometto) un esem­pio buono per chiun­que speri in Dio e nell’ultimo giorno e molto men­zioni Iddio» (33,21).
Dun­que, Muham­mad costi­tui­sce il punto di rife­ri­mento per l’azione del cre­dente, a tal punto che la sua imi­ta­zione risulta indi­spen­sa­bile per con­se­guire la sal­vezza eterna.
Il grande teo­logo medie­vale al-Ghazali (m. 1111) diceva che l’imitazione del Pro­feta puri­fica l’esteriorità del cre­dente per ren­derlo ido­neo alla puri­fi­ca­zione inte­riore dell’anima. Così biso­gna fare come il Pro­feta anche nei gesti quo­ti­diani della vita, come lo scen­dere dal letto o il tagliarsi le unghie o il non man­giare cibi che lui non con­su­mava. E non biso­gna sor­ri­dere di ciò, ammo­niva al-Ghazali, per­ché nes­suno può pre­ten­dere di essere puro den­tro se non osserva un com­por­ta­mento este­riore ade­guato. E sic­come Muham­mad è stato l’uomo per­fetto, si capi­sce quanta impor­tanza abbia la sua sunna (ovvero il suo modo di essere e di pen­sare).
La vene­ra­zione per il Pro­feta ha rag­giunto nell’Islam punti estremi. Alcuni mistici lo hanno descritto come il com­passo che equi­li­bra l’ordinamento cosmico. Vi è una tra­di­zione mistico-teologica secondo la quale dalla pre-eternità esi­ste una sostanza muham­ma­dica che costi­tui­sce in certo senso il modello della pro­fe­zia, cui tutti gli altri pro­feti rico­no­sciuti dalla tra­di­zione isla­mica (come Adamo, Noè, Abramo, Mosè, Gesù…) si sono con­for­mati. È impor­tante ricor­dare che que­ste esa­ge­ra­zioni, che arri­vano quasi alla divi­niz­za­zione di Muham­mad, non sono cora­ni­che, ma sono state ela­bo­rate nei secoli dalla pietà musul­mana. Il Corano, da parte sua, dice più volte che Muham­mad è solo un uomo con capa­cità e abi­lità ordi­na­rie (per esem­pio 7, 188 e molti altri luo­ghi ancora), seb­bene abbia avuto il dono straor­di­na­rio di rice­vere in modo diretto la rivelazione.
I musul­mani, sulla base di un oscuro accenno cora­nico (capi­tolo 7, 157–158), cre­dono che Muham­mad fosse anal­fa­beta e ciò per dimo­strare la veri­di­cità della sua mis­sione pro­fe­tica: com’è pos­si­bile, infatti, che un uomo anal­fa­beta abbia potuto rice­vere e reci­tare un Libro così santo e per­fetto come il Corano se non per mira­colo di Dio? La stessa festa del com­pleanno del Pro­feta (maw­lid), oggi molto sen­tita dai musul­mani, fu isti­tuita tardi, su imi­ta­zione del natale cri­stiano, e non esi­steva nei primi tempi dell’Islam.
Quanto detto spiega come mai molti musul­mani si pos­sano sen­tire pro­fon­da­mente feriti e offesi da vignette sati­ri­che che dileg­giano il loro Pro­feta. Da una parte, tengo a pre­ci­sare che a mio avviso il dileg­gio dei per­so­naggi sacri delle altre reli­gioni non rap­pre­senta in alcun modo “libertà di pen­siero”. Dall’altra, un musul­mano non si per­met­te­rebbe mai di dileg­giare Gesù Cri­sto, pro­prio per­ché lo ritiene un gran­dis­simo pro­feta inse­rito nella sto­ria della rive­la­zione. La que­stione è ulte­rior­mente com­pli­cata dal divieto di raf­fi­gu­rare la per­sona di Muham­mad.

È ben noto che l’Islam, come del resto l’Ebraismo, proi­bi­sce di farsi rap­pre­sen­ta­zioni di Dio: dise­gnare Dio come ha fatto Miche­lan­gelo nella Cap­pella Sistina è, per un ebreo o un musul­mano, un’empietà bla­sfema. Nell’Ebraismo si arriva al punto di vie­tare la pro­nun­cia del nome stesso di Dio (il tetra­gramma YHWH) sosti­tuen­dolo con altre espres­sioni lecite.
Per ana­lo­gia, la regola è che nep­pure Muham­mad possa essere raffigurato.

Nascita di Maometto

Que­sto non vuol dire che nell’Islam non ci sia stata una tra­di­zione ico­nica che ha voluto rap­pre­sen­tare il Pro­feta. Ma carat­te­ri­sti­ca­mente si tratta di una tra­di­zione tarda e non araba (ose­rei dire non semi­tica, tenendo conto che arabi ed ebrei sono entrambi semiti).
Sono stati, infatti, prima i per­siani e poi i tur­chi ad ammet­tere, soprat­tutto nelle loro minia­ture, la pos­si­bi­lità di raf­fi­gu­rare il corpo di Muham­mad. Solo il corpo, però, non la testa, il volto, che viene sosti­tuito da una fiamma. Oggidì, in alcuni paesi musul­mani come l’Iran, cir­co­lano «imma­gi­nette» che ripro­du­cono un pre­sunto, bel­lis­simo, volto di un Muham­mad gio­vane e sor­ri­dente. Natu­ral­mente, nes­suna raf­fi­gu­ra­zione del genere è ammessa in moschea, le cui pareti pos­sono ospi­tare solo i gra­femi arti­stici della cal­li­gra­fia araba, e que­sto, ovvia­mente, non solo per gli arabi, ma anche per i per­siani e i tur­chi.
Que­sta è anche la ragione per cui la cine­ma­to­gra­fia musul­mana, pur assai pro­li­fica, dall’Egitto all’Iran, non abbia mai girato un film sul Pro­feta, lad­dove mol­tis­sime pel­li­cole sono state girate in Occi­dente con Gesù, rego­lar­mente mostrato, come pro­ta­go­ni­sta. Un’unica volta un regi­sta siriano ha osato rac­con­tare al cinema la vita di Muham­mad (il film si inti­tola Il mes­sag­gio), ma, a parte il fatto che la pel­li­cola sostan­zial­mente non ha cir­co­lato nei paesi musul­mani ed è stata vista da pochis­sime per­sone per una sorta di natu­rale ritro­sia, il regi­sta ha dovuto esco­gi­tare truc­chi diversi per non mostrare in alcun modo la per­sona del Profeta.

Ancor di più, si com­prende per­ché la sen­si­bi­lità musul­mana riguardo alle vignette sati­ri­che sia stata pro­vo­cata. L’irrisione del Pro­feta è una bla­sfe­mia che offende san­gui­no­sa­mente la coscienza del cre­dente. Ciò, è ovvio, non giu­sti­fica né il ter­ro­ri­smo né l’omicidio, ma può costi­tuire un motivo di pro­fonda rab­bia per un estre­mi­sta, già con­vinto, a ragione o a torto, che l’Occidente lo colo­nizzi e lo sfrutti. Peral­tro, è dif­fi­cile tro­vare giu­sti­fi­ca­zione per la puni­zione della bla­sfe­mia nei testi sacri. Innan­zi­tutto, biso­gna ricor­dare che la bestem­mia è ine­si­stente nell’Islam; è un non-problema. Nes­suno, nem­meno un ateo con­vinto, si per­met­te­rebbe di bestem­miare il nome di Dio o di Muhammad.
La pro­nun­cia con­ti­nua, rit­mata, del nome di Dio (Allah) è, anzi, un mezzo assai pra­ti­cato per entrare in comu­ni­ca­zione spi­ri­tuale con Lui. Si spiega così per­ché il Corano (almeno per quanto io lo cono­sco – ma il Corano è un oceano senza limiti, come dice al-Ghazali) non si occupa nep­pure di denun­ciare e san­zio­nare la bla­sfe­mia. Piut­to­sto, il Corano si occupa più di una volta di denun­ciare l’apostasia, l’abbandono della reli­gione. Ma anche in que­sto caso, non pre­vede alcuna puni­zione «fisica».
Sarà Dio nell’aldilà, al momento del giu­di­zio, a san­zio­nare l’apostata con la puni­zione che vorrà. Alcuni dot­tori con­ser­va­tori, già nel Medioevo, hanno invece deciso che l’apostasia sia pas­si­bile di pena di morte: ma appunto, non vi è alcuna base cora­nica per giu­sti­fi­care una simile pre­scri­zione. E lo stesso vale per la blasfemia.
L’estremista che pre­ten­de­rebbe di punire con la morte l’autore bla­sfemo di una vignetta sati­rica non tro­ve­rebbe con­forto dot­tri­nale nel Corano.
Que­sta è anche la ragione per cui la cine­ma­to­gra­fia musul­mana, pur assai pro­li­fica, dall’Egitto all’Iran, non abbia mai girato un film sul Pro­feta, lad­dove mol­tis­sime pel­li­cole sono state girate in Occi­dente con Gesù, rego­lar­mente mostrato, come pro­ta­go­ni­sta. Un’unica volta un regi­sta siriano ha osato rac­con­tare al cinema la vita di Muham­mad (il film si inti­tola Il mes­sag­gio), ma, a parte il fatto che la pel­li­cola sostan­zial­mente non ha cir­co­lato nei paesi musul­mani ed è stata vista da pochis­sime per­sone per una sorta di natu­rale ritro­sia, il regi­sta ha dovuto esco­gi­tare truc­chi diversi per non mostrare in alcun modo la per­sona del Profeta.
Ancor di più, si com­prende per­ché la sen­si­bi­lità musul­mana riguardo alle vignette sati­ri­che sia stata pro­vo­cata. L’irrisione del Pro­feta è una bla­sfe­mia che offende san­gui­no­sa­mente la coscienza del cre­dente. Ciò, è ovvio, non giu­sti­fica né il ter­ro­ri­smo né l’omicidio, ma può costi­tuire un motivo di pro­fonda rab­bia per un estre­mi­sta, già con­vinto, a ragione o a torto, che l’Occidente lo colo­nizzi e lo sfrutti. Peral­tro, è dif­fi­cile tro­vare giu­sti­fi­ca­zione per la puni­zione della bla­sfe­mia nei testi sacri. Innan­zi­tutto, biso­gna ricor­dare che la bestem­mia è ine­si­stente nell’Islam; è un non-problema. Nes­suno, nem­meno un ateo con­vinto, si per­met­te­rebbe di bestem­miare il nome di Dio o di Muhammad.
La pro­nun­cia con­ti­nua, rit­mata, del nome di Dio (Allah) è, anzi, un mezzo assai pra­ti­cato per entrare in comu­ni­ca­zione spi­ri­tuale con Lui. Si spiega così per­ché il Corano (almeno per quanto io lo cono­sco – ma il Corano è un oceano senza limiti, come dice al-Ghazali) non si occupa nep­pure di denun­ciare e san­zio­nare la bla­sfe­mia. Piut­to­sto, il Corano si occupa più di una volta di denun­ciare l’apostasia, l’abbandono della reli­gione. Ma anche in que­sto caso, non pre­vede alcuna puni­zione «fisica».
Sarà Dio nell’aldilà, al momento del giu­di­zio, a san­zio­nare l’apostata con la puni­zione che vorrà. Alcuni dot­tori con­ser­va­tori, già nel Medioevo, hanno invece deciso che l’apostasia sia pas­si­bile di pena di morte: ma appunto, non vi è alcuna base cora­nica per giu­sti­fi­care una simile pre­scri­zione. E lo stesso vale per la blasfemia.
L’estremista che pre­ten­de­rebbe di punire con la morte l’autore bla­sfemo di una vignetta sati­rica non tro­ve­rebbe con­forto dot­tri­nale nel Corano.