Dario Fabbri, Comunque vada, il fallimento della Russia è già evidente, Domani, 15 aprile 2022
L'invasione russa dell’Ucraina si
sta dimostrando un vero disastro. Lontani gli obiettivi militari
iniziali, tuttora da centrare quelli fissati di recente, assai dure le
sanzioni approvate dall’occidente contro Mosca. Ancora più rilevante,
difficilmente la Federazione potrà riprendersi dal danno d’immagine in
cui è incappata.
Vera
tragedia per un impero antico, dunque abituato a vivere anzitutto di
status, del riconoscimento della sua potenza da parte degli altri, del
timore incusso nei suoi interlocutori. Inevitabilmente tale
sconclusionata campagna avrà un effetto molto negativo sulla capacità di
Mosca di imporre la propria visione, di sconsigliare un’eventuale
azione contro di sé. Ormai aggrappata soltanto all’idea di
imprevedibilità che la riguarda, abbastanza per sopravvivere, non per
scongiurare d’essere divorata da una Cina famelica.
| LE FASI DELL’INVASIONE Alla fine di febbraio Mosca ha sognato di prendere velocemente l’intera Ucraina.
Stando agli improvvisati piani iniziali, l’armata russa avrebbe
facilmente raggiunto Kiev, rovesciato il governo Zelensky, sostituito da
un esecutivo filo-putiniano, pronto a modificare la costituzione per
tradurre nero su bianco la neutralità del paese.
Sicché
alcune unità dell’esercito sono state spedite oltre la linea del
nemico, nel tentativo di giungere alla capitale, trovandosi isolate,
mancanti del rifornimento di carburante e alimentare. Per compiere tale
avanzata, la Russia ha invaso il territorio da tre direttrici distinte,
da nord, da sud e da est, sparpagliando sul territorio le proprie forze,
mancando così di un focus sul quale concentrarsi, consegnandosi al
fuoco nemico, agile e addestrato per lo scontro. Naufragata
questa prima fase, Mosca ha provato a cingere d’assedio le principali
città d’Ucraina, nella speranza di fiaccare la resistenza e la
popolazione, per conquistare i centri nevralgici, per tirare verso sé
ampie fette della popolazione.
Prima
di scoprire che, con sommo stupore, pure russofoni gli abitanti non
avevano alcuna intenzione di arrendersi, di fondersi con gli occupanti.
Allora il Cremlino ha compreso di mancare degli effettivi di fanteria
per conquistare una nazione di oltre 40 milioni di abitanti, ampiamente
ostile a ovest del Dnepr. Non
è bastato pescare tra ceceni e turcofoni della Siberia, né tra i
mercenari siriani, per supplire a tale mancanza. Le perdite inflitte da
Kiev, fortemente sostenuta dagli armamenti occidentali, hanno lentamente
convinto Putin che fosse giunto il momento di passare alla terza fase
della guerra, benché annunciata come seconda. Ovvero concentrarsi sulla
presa del Donbass, territorio già quasi totalmente nella disponibilità
di Mosca, improvvisamente assurto a principale trofeo della campagna in
corso. È
qui che la vicenda palesa il fallimento russo. In queste ore la
Federazione sta trasferendo verso le regioni orientali dell’Ucraina
mezzi e uomini presenti nel centro e nel nord, in vista di una battaglia
definita “decisiva”. Tanto che nel frattempo il generale Aleksandr
Dvornikov, già veterano di Siria, è stato designato nuovo comandante
delle forze d’invasione.
Aldilà
della propaganda, scopo della campagna è acquisire l’intero territorio
degli oblast’ di Lugansk e Donetsk, estraneo alle sedicenti repubbliche
indipendenti, comprendente anche la città di Mariupol, porto dal valore
strategico presente sulla costa del mare d’Azov. Forse
quanto necessario per offrire una cantata vittoria all’opinione
pubblica russa. Ma l’eventuale bottino di guerra pare troppo striminzito
per sopravvivere a un vaglio non di parte. Dopo aver provocato migliaia
di morti tra la popolazione civile, un imprecisato numero di caduti tra
i propri soldati (forse 15mila?), compresi sette generali, dopo aver
utilizzato un quantitativo ingente di munizioni, Mosca si trova a
battersi per un brandello di terra che era già largamente dalla sua. Non
esattamente un trionfo. Non solo perché si tratta di una manovra
tuttora da realizzare, da portare a compimento – Mariupol è annunciata
come prossima alla caduta da molte settimane. Trattasi
di un’eventuale conquista, poche decine di chilometri tra
Lugansk-Donetsk e l’ex linea delle ostilità, che era possibile
perseguire attraverso le milizie autoctone, senza scatenare una guerra
di grande portata. Quasi il Cremlino avesse smarrito la capacità di
incidere sugli eventi in forma surrettizia, attitudine che era stata
finora il suo marchio di fabbrica, preferibile per il risparmio di vite
umane, nonché di costi economici e finanziari. |
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IL FALLIMENTO Anziché
carpire la popolazione locale offrendo un migliore stato sociale oppure
semplicemente avvicinarla attraverso la comune radice culturale, l’Orso
ha voluto prenderla con la forza, provocando l’inevitabile crisi di
rigetto di chi, pure legato alla medesima madre slava, rinnega ogni
aderenza alla potenza che ne distrugge l’abitazione e ne stermina la
famiglia.
Per
cui Mosca potrebbe presto dotarsi, a un costo esorbitante, di un
ulteriore cuscinetto, posto immediatamente al di là della frontiera. Con
conseguenze drammatiche sulla propria tenuta. Dopo aver istigato la
reazione commerciale e militare dell’occidente guidato dagli americani,
ora si trova nelle grinfie della Cina, pronta a spolpare il finto
alleato slavo. Perché nei prossimi anni Pechino aumenterà certamente
l’acquisto di idrocarburi siberiani e grano russo, ma a un prezzo
inferiore rispetto a quello fin qui pagato dagli europei, forte di una
capacità di ricatto nettamente maggiore alla nostra.
È
questa la principale sconfitta per il Cremlino. Ogni impero vive
anzitutto di credibilità, della propria immagine riconosciuta, specie la
Russia da molti decenni mancante dei mezzi per sostenere le velleitarie
ambizioni di potenza. Negli ultimi anni era riuscita a raccontarsi come
un soggetto eccezionalmente efficace e minaccioso, a fronte di un
relativo dispendio di energie, attraverso campagne discretamente
semplici come quelle condotte in Siria o in Libia. Le disastrose
operazioni attuate in Ucraina squarciano inevitabilmente tale
propaganda, la rendono non più percorribile.
Dopo
i fatti di queste settimane, impossibile ritenere l’Orso un soggetto
all’altezza di Cina e Stati Uniti – se non per dolo, per magnificare un
nemico utile a gonfiare i bilanci della difesa. Più concretamente, Putin
sa che nel prossimo futuro la paura esercitata sugli altri di cui vive
la sua nazione andrà inevitabilmente scadendo, sommersa dalle immagini
di mezzi antiquati impantanati nel fango ucraino, dalle scene di soldati
russi spaesati, tipiche di una media potenza militare, non certo di un
egemone indiscusso.
Danno
ingente, da cui sarà complesso riprendersi nell’immediato,
fallimento innegabile della guerra. Poco cambierà pure se Mosca
imponesse la neutralità a Kiev – giacché questa si tradurrà
comunque in una non dichiarata appartenenza al fronte occidentale. Né
se le impedisse di aderire alla Nato – nessun membro dell’Allenza
atlantica ha mai concretamente sognato di accogliere il paese di
Zelensky. Né se l’armata si prendesse l’intero Donbass, regione
da tempo controllata da remoto, come dimostrato nel 2018 dal blocco
imposto alle navi ucraine nel mare d’Azov.
Niente potrà mascherare le
nefaste sofferenze provocate dalla disinvoltura del Cremlino,
tanto ingenti da
trasformare la Russia in un socio di minoranzadell’impero cinese.
Destino
umiliante per chi tempo fa rifiutò di assumere il medesimo ruolo nello schema
americano.