lunedì 4 aprile 2022
La strategia della punizione distruttiva
martedì 29 marzo 2022
Il fenomeno Ezio Bosso
Fabio Francione, Ezio Bosso e la musica che salva la vita, il manifesto, 16 maggio 2020
Non è stata la malattia neurodegenerativa diagnosticata una decina d’anni fa a portarselo via, ma un cancro con cui conviveva da tempo. Così ad appena 48 anni Ezio Bosso, il pianista, compositore e direttore d’orchestra piemontese, è morto la scorsa notte. «La musica ci cambia la vita e ci salva. La bacchetta mi aiuta a mascherare il dolore e non è una cosa da poco», confessava dopo una diretta tv su Rai 1. Nato a Torino nel 1971, cresciuto musicalmente il decennio successivo, edonistico e lontano dalla città operaia di un tempo, lui peraltro figlio di operaio, sedotto dalle band indie dell’epoca, ma già musicista totale se si intende la sua carriera come svolgimento in divenire di un autentico amore filosofico per la musica. E non solo come bellezza.
IDEE QUESTE che potevano appartenere a un qualsiasi artista. Senonché la malattia è stata uno spartiacque per Bosso, trasformando un bravo esecutore d’estrazione classica, avviato verso una onesta routine con punte d’eccellenza, raggiunte grazie ad interessantissimi incontri come quello con un gigante del contrabbasso come Ludwig Streicher o come il sodalizio, anche amicale, con Mario Brunello o i servigi offerti al cinema di Salvatores, in un fenomeno mediatico. Il salto di notorietà è stata l’apparizione nel 2016 sul palco dell’Ariston nel più nazional popolare dei festival, Sanremo griffato Carlo Conti dove sedusse la platea – e 14 milioni di telespettatori – con una struggente versione di Following a bird. A salire sul palco fu un uomo che gettò all’aria la corazza di musicista e si mostrò «naked», nudo, per quello che era e in tutta la sua fragilità, teso nello sforzo fisico che sottintendeva qualsiasi sua azione, aumentata ogni secondo in più dal ritorno nelle case della sua immagine televisiva. Cosa restava però delle sue composizioni? Quel brano era tratto dal suo primo album solista The 12th Room, musicalmente ibrido – e questa sarà la sua cifra stilistica futura, oscillante agli inizi tra un minimalismo di riporto e tradizione colta – ma orchestrato solo l’anno prima da un’abile azione di marketing che l’aveva distratto dalle riviste specializzate e portato all’attenzione dei media generalisti.
IL PASSAGGIO da un’etichetta indipendente alla Sony fu la logica di un successo crescente, accompagnato talvolta da polemiche e da chi storceva il naso davanti alla sua musica. Basta vedere l’impatto emotivo della sua morte: dodici sue produzioni tra cd e vinili risalite nella top 20 di Amazon, per avere la misura della sua popolarità. Di certo, la mimica, il viso scavato, il ciuffo picassiano, i berretti modaioli – retaggio forse dei trascorsi nelle band indie torinesi degli anni 80 – , il passo sempre più lento e sul punto di cadere e le mani mai dome, le ultime a cedere, precludendogli il piacere di suonare il piano e lasciandogli solo la direzione d’orchestra, erano estremamente iconici e riconoscibilissimi per un pubblico, sempre più frammentato e bisognoso di nuovi miti.
ALIMENTATI peraltro da rituali che gli consentirono di viaggiare in molti contesti, accumulando commissioni, incarichi e premi. Con il cinema aveva anche una certa affinità praticandolo in prima persona attraverso alcuni corti e rapsodiche escursioni nel lungometraggio. Anche se – va detto – una certa bulimia compositiva abbia connotato e saturato questi anni di grande celebrità. La direzione d’orchestra poi gli aveva aperto un mondo nuovo in cui far brillare la musica e legarla ai grandi giganti del passato – mostrando anche intenti divulgativi come nella serata evento Che storia è la musica dove nel giugno 2019 portava la classica al pubblico di prima serata su Rai1. Restando coerentemente legato a quel suo desiderio di far emergere, dopotutto e che forse gli resterà appiccicato post-mortem, un discorso sulla musica come veicolo di novità.
https://pietroacquafredda.blogspot.com/2020/05/la-morte-di-ezio-bosso-dovera-la-musica.html
https://luccamusica.it/lelzeviro-del-maestro-un-coccodrillo-postumo-per-ezio-bosso/
sabato 26 marzo 2022
Liliana Segre per l'Ucraina
Liliana Segre, messaggio al congresso dell'Anpi, 24 marzo 2022
Seguo l’Anpi con la simpatia di sempre, con sentimenti di eterna
riconoscenza verso gli antifascisti e i partigiani che negli anni della
dittatura e della guerra fecero la scelta anche a costo di sacrificare
tutto. Seguo con particolare apprezzamento l’attività volta a
trasmettere ai giovani i valori della Resistenza e a renderli partecipi
della bellezza della nostra Costituzione.
Mi piace molto lo slogan “Va’ dove ti porta la Costituzione”. Perché la nostra Carta fondamentale tiene insieme tutti i valori e tutti gli equilibri istituzionali che rendono vitale, progredita e resistente la nostra democrazia: le libertà fondamentali e il dovere della Repubblica di eliminare gli ostacoli che limitano la reale possibilità dei cittadini di goderne, il diritto dei lavoratori a un’esistenza libera e dignitosa e il rifiuto di ogni forma di discriminazione, il ruolo centrale del Parlamento e lo stato di diritto. E naturalmente anche l’impegno costante per la pace.
La guerra assurda e sanguinosa che all’improvviso è tornata a sconvolgere il cuore della nostra Europa provoca in me un orrore che non mi è facile descrivere: quelle bombe sulle case, quelle famiglie in fuga, quei padri che baciano i figli forse per l’ultima volta e tornano indietro per combattere… quanti ricordi di un terribile passato, che non avrei mai immaginato di rivedere così vicino a noi!
Anche rispetto a questa mostruosità della guerra, la nostra Costituzione ci offre una guida sicura, se riusciamo a declinare in chiave universale i suoi precetti. Infatti, l’aggressione immotivata e ingiustificabile contro la sovranità dell’Ucraina rappresenta proprio l’esempio evidente del tipo di guerra che, più di ogni altro, l’articolo 11 della Costituzione ci insegna a “ripudiare”: la guerra come «strumento di offesa alla libertà degli altri popoli».
E la resistenza del popolo invaso rappresenta l’esercizio di quel diritto fondamentale di difendere la propria patria, che l’articolo 52 prescrive addirittura come «sacro dovere».
Dunque, non è concepibile nessuna equidistanza; se vogliamo essere fedeli ai nostri valori, dobbiamo sostenere il popolo ucraino che lotta per non soccombere all’invasione, per non perdere la propria libertà.
Questo sostegno non può e non deve significare inimicizia nei confronti del grande popolo russo, anzi. Anche questo popolo subisce le conseguenze nefaste delle scelte e della condotta disumana dei suoi governanti. Condotta che reca offesa alla memoria dei 20 milioni di caduti dell’Unione Sovietica – dunque russi e ucraini insieme – nella guerra vittoriosa contro il nazifascismo.
Credo che proviamo tutti lo stesso senso di ripugnanza, di angoscia e anche di impotenza di fronte a questa guerra. Possiamo solo unirci nel chiedere un immediato cessate il fuoco, la fine dell’invasione russa, l’invio di rapidi aiuti alla popolazione civile, l’avvio di trattative a oltranza, l’affidamento all’Onu di un ruolo di interposizione, il ristabilimento di una pace autentica basata sulla giustizia e il rispetto dei diritti dei popoli.
Concludendo, mi piace ricordare che nella mia lunga esperienza di testimone della storia ho sempre sentito la vicinanza, anzi un’autentica fratellanza da parte dell’Anpi. Auspico quindi che l’Anpi possa sviluppare sempre di più il ruolo di presidio e di fattore propulsivo della nostra democrazia, testimoniando ora e sempre i valori della Resistenza, della Costituzione e della pace.
venerdì 25 marzo 2022
Tolstoj, Mosca 1812
Lev Nicolaevic Tolstoj, Guerra e pace, 1869
www.writingshome.com
Così com'è difficile spiegare quale motivo e quale scopo abbiano di affrettarsi tanto le formiche di un formicaio devastato, le une allontanandosi dal formicaio e trascinando pagliuzze, uova e cadaveri, le altre facendo ritorno al formicaio; e perché si scontrino, si inseguano, si azzuffino, così è difficile spiegare le cause che indussero i russi, dopo la partenza dei francesi, ad affollarsi in quel luogo che prima era chiamata Mosca. Ma allo
stesso modo che guardando le formiche sparpagliate intorno al formicaio devastato, nonostante la completa distruzione del formicaio, dalla tenacia, dall'energia, dal numero sconfinato d'insetti che brulicano lì intorno, si vede che tutto è distrutto fuorché qualcosa d'indistruttibile, di immateriale che costituisce tutta la forza del formicaio, - anche Mosca nel mese di ottobre, sebbene non ci fossero più né autorità, né chiese, né cose sacre, né ricchezze, né case, era la stessa Mosca del mese di agosto. Tutto era distrutto fuorché qualcosa di immateriale, ma di potente e di indistruttibile.
https://machiave.blogspot.com/2014/05/la-metafora-dellalveare-in-tolstoj.html
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giovedì 24 marzo 2022
L'ombra lunga di Sun Tzu
Marco Costa
IL COSIDDETTO FATTORE X
AIla base delle teorizzazioni di Clausewitz, sostanzialmente,vi è la logica secondo cui un nemico abbattuto non potrà più risorgere per vendicarsi, ma questa logica non tiene conto del fatto che un tale accanimento conduce solitamente ad un’escalation distruttiva anche nei confronti di chi lo persegue. Esaminando a fondo la sua opera, ci si accorge che, in verità, anche in Clausewitz non vengono trascurati gli elementi “morali”, tanto da dedicare alcuni capitoli al talento del capo, alle virtù militari dell’esercito (spirito di corpo, onore, coraggio, abilità, resistenza, entusiasmo) e al sentimento nazionale, ma lo scopo rimane comunque diverso da quello di Sun Tzu e Sun Pin, essendo esclusivamente quello di subordinare le capacità psicologiche alla forza militare. In linea con Sun Tzu e Sun Pin si dimostrò invece Lev Tolstoj, quando sollevò, in Guerra e pace, la questione di quello che lui chiamò “fattore x”. Riportiamo quel brano: «In guerra la forza degli eserciti è data dal prodotto della massa dei soldati moltiplicata per qualcos’altro, uno sconosciuto fattore x. La scienza militare, esaminando nella storia l’immenso numero di casi in cui la massa di un esercito non corrispondeva alla sua forza e in cui piccoli eserciti ne hanno conquistato di grandi, riconosce a mala pena l’esistenza di questo fattore sconosciuto e cerca di individuarlo qualche volta in certe disposizioni geometriche delle truppe, qualche volta nella superiorità delle armi e più spesso nel genio del comandante.
Nessuno di questi fattori tuttavia conduce a risultati che concordano coi fatti storici. Per scoprire questo sconosciuto fattore x uno deve rinunciare alla falsa credenza che esalta l’attività degli eroi nella storia militare; x è lo spirito di corpo, il maggiore o minor desiderio di combattere e di far fronte ai pericoli a vantaggio di tutti i soldati che compongono l’esercito, che è diverso dal porsi la questione se essi stanno combattendo con comandanti geniali o no, con randelli o con un’arma da fuoco che spara trenta volte al minuto». Oggi, il fattore x di Tolstoj è stato scomposto dagli psicologi in tre componenti principali: il morale, la coesione, che può essere sia indotta dall’addestramento, sia autonomamente sviluppata dal militare attraverso le esperienze vissute con i compagni, e lo spirito di corpo. Il lettore si accorgerà come in essi riaffiorino continuamente le idee di Sun Tzu e Sun Pin.
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Il
grande esperto inglese di teoria militare Basil Liddell Hart
(1895-1970) negli anni Sessanta si pronunciò a favore di Sun Zu contro
Clausewittz. Ha scritto John F. Sullivan: Our Western assessment of Sun Tzu’s lucidity and continued relevance was most famously articulated by the British military theorist Sir Basil Liddell Hart. In the foreword to General Samuel B. Griffith’s 1963 translation of The Art of War, Hart drew a sharp distinction between Eastern and Western philosophies of war, noting “the clarity of Sun Tzu’s thought” serves as a counterweight to “the obscurity of Clausewitz’s.” In Hart’s view, The Art of War had “never been surpassed in comprehensiveness and depth of understanding. . . . Sun Tzu has clearer vision, more profound insight, and eternal freshness.” Half a century later General David Petraeus, in the foreword to an updated translation of Sun Tzu’s work, declared it to be “every bit as relevant now as when it was written.”
https://press.armywarcollege.edu/cgi/viewcontent.cgi?article=2864&context=parameters
Stefano Malatesta, I maestri della guerra, la Repubblica, 29 giugno 2007
Per capire l' importanza di Liddell Hart e il suo particolare ed eccentrico modo di porre le cose, si potrebbe semplicemente far riferimento ad un titolo di un suo libro che piacque molto al Duce - era inevitabile - e ad una sua massima. Il titolo dice così: Più grande di Napoleone: Scipione l' Africano, che sembra uno scherzo goliardico a cura del Minculpop. E invece è un testo molto paradossale, che riesce se non a dimostrare , ad avanzare brillantemente l' ipotesi che Alessandro il Grande e Scipione l' Africano siano stati gli anticipatori della tecnica di battere il nemico psicologicamente, prima che in battaglia. E la massima spiega che "Lo scopo di una nazione in guerra è quella di annullare la volontà del nemico a resistere, al più basso costo possibile di vite umane". Messa a confronto con la celebre "La guerra è la diplomazia che continua con altri mezzi", una frase che sotto il falso manto di una dura, inevitabile realtà è servita a nascondere le più vili infamie, ci si può rendere conto quanto grande sia stato il salto concettuale per passare dalla vittoria a tutti i costi al primo, allarmato rifiuto di raggiungerla pagandola con un numero mai sufficientemente basso di vite umane. Liddell Hart era stato un ammiratore di Carl von Clausewitz, il più influente e seguito tra i teorici della guerra dell' Ottocento, Per quasi cento anni la prosa chiara e consequenziale di questo attento osservatore delle battaglie napoleoniche, era stata letta e interpretata da centinaia di alti ufficiali di tutti gli stati maggiori d' Europa, con la certezza di assorbire verità immortali. Lo scopo della battaglia non era quello di fare delle evoluzioni sul terreno, ma di vincere. Lo scontro era sempre uno scontro di volontà e vinceva chi non mollava mai o mollava più tardi del suo rivale. Le guerre napoleoniche non erano "totali" nei loro metodi, anche se cercavano di essere le più dure possibili, erano "totali" nei loro fini, che era la distruzione del nemico, in modo che non ci fosse più nessuna possibilità di preoccuparsi di lui. Era stata una beffa che nell' ultima battaglia combattuta dall' imperatore, la massima si è rivolta contro lui, quando Grouchy aveva battuto, ma non annientato Blucher e questi aveva fatto in tempo a ritornare indietro e a prendere Napoleone alle spalle, mentre mandava inutilmente la guardia all' assalto delle postazioni inglesi. La guerra tra eserciti massa, con i caduti che si erano moltiplicati per venti o per quaranta, e la scoperta di armi così letali come la mitragliatrici avevano cambiato completamente lo scenario, ma all' inizio pochi se ne erano resi conto. Come la maggioranza dei suoi coetanei, Liddell Hart aveva fatto la guerra in trincea, partecipando alla famosa battaglia della Somme, anche se solo nell' ultima e tragica parte. Nel luglio del 1916, sollecitati dagli alleati francesi, stanchi di lanciare un attacco dopo l' altro, sempre da soli, contro le postazioni dei tedeschi, centoventimila ragazzi inglesi, alle sette del mattino erano saltati fuori dalle trincee dirigendosi verso il nemico guidati dagli ufficiali con il revolver in pugno. Nella settimana precedente gli inglesi avevano effettuato il più grande bombardamento delle linee nemiche mai organizzato nella storia e Haig, durante una rapida ispezione, aveva preannunciato che si sarebbe trattato di una passeggiata tra le rovine. Ma i tedeschi non erano stati disintegrati, si erano semplicemente immersi dentro la terra fino ad una profondità di quaranta metri, portandosi dietro le loro mitragliatrici, che fecero risalire in superficie tre minuti dopo l' attacco. Alla fine della giornata gli inglesi contarono sessantamila tra morti, feriti e dispersi, la più grande strage mai subita dal tempo della grande peste nera. Dopo la guerra furono in molti a discutere se sarebbe stato possibile evitare la prossima annunciata ecatombe . Liddell Hart era uno in qualche modo simile a Picasso, non cercava, trovava. E' stato lui, più di ogni altro, a cambiare il concetto stesso di vittoria che fin ad allora era stato sinonimo di annientamento. Con la sua prosa brillante e piena di paradossi dimostrò che la disintegrazione morale del nemico si poteva ottenere con metodi non cruenti, sperimentando vari livelli di intimidazione, collegati anche a scontri armati, che tuttavia erano diventati uno dei modi, non l' unico, in cui si risolveva la guerra.
Sun Tzu (544 a.C. – 496 a.C.) è stato un generale e filosofo cinese, vissuto probabilmente fra il VI e il V secolo a.C. A lui si attribuisce uno dei più importanti trattati di strategia militare di tutti i tempi, L'arte della guerra.
martedì 22 marzo 2022
Il dibattito slegato dalla competenza
Nathalie Tocci, I media, la guerra e la democrazia, La Stampa, 21 marzo 2022
Parto con una premessa: nonostante da anni
partecipi spesso a dibattiti sui media internazionali, è la prima volta
che vengo invitata a talk show italiani. Il nostro è un Paese che ha
poco interesse per la politica internazionale. È così nell'opinione
pubblica, nei partiti e nelle istituzioni, e poco è pure lo spazio che
viene dedicato tradizionalmente a questi temi sui media nazionali.
Quante volte mi è capitato di spiegare a fatica il mio lavoro ad amici e
conoscenti, quante volte mi sono disperata venendo definita una esperta
di "geopolitica". Il disinteresse italiano per la politica
internazionale è, purtroppo, una costante della nostra storia. A
risvegliarci è stata l'invasione russa dell'Ucraina, con le sue
conseguenze umanitarie, economiche ed energetiche che toccano corde
profonde, per non parlare del terrore diffuso di una terza guerra
mondiale.
Arrivo al punto: è con
enorme tristezza, sconcerto e preoccupazione che osservo il livello del
dibattito pubblico italiano su un tema così esistenziale come il ritorno
della guerra sul continente europeo. Il confronto è senz'altro vivo.
Giornali, telegiornali e talk show si interrogano quotidianamente sulla
guerra, ospitando opinioni divergenti. Ed è giusto, anzi sacrosanto, che
in una liberal-democrazia il dibattito sia vivo e si dia spazio a idee
diverse. La realtà non è mai monolitica, è sempre un mosaico composto da
mille pezzi variegati. Così come è fondamentale che ogni cittadino
abbia e possa esprimere liberamente la propria opinione su qualunque
tema. La libertà di espressione è il cuore della democrazia: un diritto
che noi siamo fortunati di avere, che gli ucraini oggi difendono con il
sangue, e che i russi – al pari di altri popoli governati da sistemi
autoritari – non hanno. Rivendico con orgoglio il diritto di esprimermi
liberamente su qualunque tema, dai vaccini alla filosofia, fino alla
fisica quantistica. E ringrazio quando i media nazionali mi aiutano a
formare o cambiare idea su questi temi, ospitando esperti che
argomentano le proprie posizioni sulla base di studi e esperienze che io
non ho, proprio perché non sono virologa, filosofa o fisica.
Il
dibattito pubblico in Italia, perlomeno su questa guerra atroce, non
sembra tuttavia essere basato su questa logica. Tiene certamente alto il
nome della diversità di opinione, ma non di una diversità che emana da
competenze diverse tutte attinenti al tema in discussione. Ciò che posso
dire io come esperta di politica europea e internazionale è
necessariamente diverso da ciò che dice un sindaco in Ucraina, un
accademico a Mosca, un ministro degli Esteri europeo, un generale
statunitense o un funzionario a Bruxelles esperto di sanzioni o di
energia. Queste opinioni diverse emanano da competenze diverse ma tutte
rilevanti per capire il complesso mosaico che è la guerra in Ucraina.
Nei
media italiani – soprattutto televisivi –, l'impressione è che non si
cerchino competenze diverse per aiutare i cittadini-spettatori a
comporre il proprio mosaico di conoscenza, ma opinioni divergenti e
basta. A prescindere dalle (in)competenze dalle quali emanano. Perché se
è vero che per comprendere la guerra in Ucraina servono esperti d'area
(Russia e Europa orientale) e di relazioni internazionali, così come di
difesa, energia e economia – che trattano queste materie lavorando nelle
istituzioni, nell'accademia, nei media, nella società civile e nel
settore privato –, è altrettanto vero che ci sono competenze che sono
poco attinenti alla questione. In che modo le valutazioni di un teorico
della fisica, di un filologo o di un sociologo del terrorismo aiutano a
formare una posizione informata sulla guerra in Ucraina? Sono opinioni
che vengono ospitate per volontà di assicurare una completezza
dell'informazione o perché funzionali agli ascolti e alla
spettacolarizzazione?
Questa è una
guerra combattuta tanto nelle città devastate di Mariupol e Kharkiv
quanto nello spazio mediatico dell'informazione e della disinformazione.
È una guerra fatta di sangue e di narrazione, che va ben oltre i
confini dell'Ucraina e riguarda l'esistenza della democrazia, incluso
nel nostro Paese.
Non è un caso che
la Russia da anni investa nella disinformazione, e che questa abbia
fatto breccia in Italia. Sul terreno di un disinteresse tradizionale per
tutto ciò che avviene o proviene al di là dei nostri confini è stato
più semplice lavorare. La disinformazione fa perno e si insidia dove c'è
poca conoscenza, competenza e informazione, dilaga laddove è più facile
distorcere e manipolare.
Il
paradosso è quando nel nome della libertà di opinione, e quindi della
democrazia, si dà spazio alla opinione slegata dalla competenza, aprendo
– consciamente o inconsciamente – alla disinformazionee alla propaganda. E infiliggendo un colpo mortale alla democrazia stessa.
domenica 20 marzo 2022
Vaghe stelle dell'Orsa
L'aggettivo vaghe in apertura esprime un'idea di bellezza e di splendore lontano. Lontano e indefettibile tanto quanto è precaria la nostra vita sulla terra. E subito le stelle diventano oggetti propri di un paesaggio interiore, passato e presente. La poesia si fa terrestre, umana. Traccia di una vita che fu e che torna nel pensiero: un'altra vita, quella del poeta fanciullo. Sono cadute le illusioni ma l'incanto si rinnova, acquistando una ricchezza che si sgrana nel respiro largo del verso scolpito parola dopo parola.
Giacomo Leopardi
Le ricordanze (Canti, XXII, 26 agosto - 12 settembre 1829)
Vaghe stelle dell'Orsa, io non credea
Tornare ancor per uso a contemplarvi
Sul paterno giardino scintillanti,
E ragionar con voi dalle finestre
Di questo albergo ove abitai fanciullo,
E delle gioie mie vidi la fine.
Quante immagini un tempo, e quante fole
Creommi nel pensier l'aspetto vostro
E delle luci a voi compagne! allora
Che, tacito, seduto in verde zolla,
Delle sere io solea passar gran parte
Mirando il cielo, ed ascoltando il canto
Della rana rimota alla campagna!
E la lucciola errava appo le siepi
E in su l'aiuole, susurrando al vento
I viali odorati, ed i cipressi
Là nella selva; e sotto al patrio tetto
Sonavan voci alterne, e le tranquille
Opre de' servi. E che pensieri immensi,
Che dolci sogni mi spirò la vista
Di quel lontano mar, quei monti azzurri,
Che di qua scopro, e che varcare un giorno
Io mi pensava, arcani mondi, arcana
Felicità fingendo al viver mio!
Ignaro del mio fato, e quante volte
Questa mia vita dolorosa e nuda
Volentier con la morte avrei cangiato.
Zibaldone
Uno de’ maggiori frutti che io mi propongo e spero da’ miei versi, è che essi riscaldino la mia vecchiezza col calore della mia gioventú; è di assaporarli in quella età, e provar qualche reliquia de’ miei sentimenti passati, messa quivi entro, per conservarla e darle durata, quasi in deposito; è di commuover me stesso in rileggerli, come spesso mi accade, e meglio che in leggere poesie d’altri: oltre la rimembranza, il riflettere sopra quello ch’io fui, e paragonarmi meco medesimo; e in fine il piacere che si prova in gustare e apprezzare i propri lavori, e contemplare da se compiacendosene, le bellezze e i pregi di un figliuolo proprio, non con altra soddisfazione, che di aver fatta una cosa bella al mondo; sia essa o non sia conosciuta per tale da altrui (Pisa, 15 febbraio, ultimo venerdí di Carnevale. 1828).
All’uomo sensibile e immaginoso, che viva, come io sono vissuto gran tempo, sentendo di continuo ed immaginando, il mondo e gli oggetti sono in certo modo doppi. Egli vedrà cogli occhi una torre, una campagna; udrà cogli orecchi un suono d’una campana; e nel tempo stesso coll’immaginazione vedrà un’altra torre, un’altra campagna, udrà un altro suono. In questo secondo genere di obbietti sta tutto il bello e il piacevole delle cose. Trista quella vita (ed è pur tale la vita comunemente) che non vede, non ode, non sente se non che oggetti semplici, quelli soli di cui gli occhi, gli orecchi e gli altri sentimenti ricevono la sensazione (Recanati, 30 novembre 1828, 1a Domenica dell’Avvento).





