martedì 18 novembre 2014

Naphta (Lukács) e l'umanista Settembrini sulla tortura



Thomas Mann
La montagna magica 
1924 
traduzione di Renata Colorni















A questo punto Wehsal portò il discorso sul tema della tortura, il che gli si addiceva particolarmente. L'interrogatorio sotto tortura... che ne pensavano i signori? Quando, in viaggio di affari, gli capitava di trovarsi in città ricche di storia e di tradizioni culturali, a lui, Ferdinand, era sempre piaciuto visitare  quei luoghi appartati dove in passato veniva praticata questa sorta di indagine della coscienza. Conosceva perciò le camere della tortura di Norimberga, di Ratisbona, la aveva visitate con cura per arricchire il proprio patrimonio culturale. Certo è che lì, a vantaggio dell'anima, il corpo era stato bistrattato nelle maniere più diverse e ingegnose. E neanche si levavano delle grida. Ti ficcavano in bocca la famosa pera, che già di per sé non era una leccornia... e poi, in tanto affaccendarsi, regnava il silenzio.
"Porcheria" mormorò Settembrini.
Ferge parlò a favore della pera e del silenzioso affaccendarsi. Ma anche allora nessuno era riuscito a inventarsi nulla di piú infame della palpazione della pleura. 
Ma lo aveva fatto per guarirlo! 
Anche l'anima incallita e la giustizia vilipesa potevano giustificare una passeggera spietatezza. E inoltre la tortura era stata un effetto del progresso razionale.
Naphta non doveva essere del tutto in sé.
Altroché, se lo era. Il signor Settembrini era un'anima bella, e dunque al momento, così pareva, non gli era ben chiara la storia del procedimento giudiziario nel Medioevo. In effetti era stata una storia di progressiva razionalizzazione, tale per cui gradualmente, proprio in base a considerazioni razionali, Dio era stato escluso dall'amministrazione della giustizia. E il giudizio di Dio era decaduto perché si era dovuto constatare che a vincere era sempre il piú forte anche quando aveva torto. Gente come il signor  Settembrini, individui scettici e critici, erano riusciti a ottennere che al posto dell'antico e ingenuo procedimento giudiziario venisse introdotto il processo inquisitorio, il quale anziché continuare ad affidarsi all'intervento divino per stabilire la verità, mirava a far sì che fosse lo stesso imputato a confessare la verità. Senza confessione niente condanna ... bastava sentire ancora oggi quel che dice la gente del popolo: è radicato in profondità l'istinto in base a cui, quale che sia la coerenza della catena probatoria, senza confessione la condanna è considerata illegittima. Come ottenerla, dunque? In che modo scoprire la verità al di là dei puri e semplici indizi, o magari sospetti? Come scrutare dentro il cuore, il cervello di un uomo che questa verità dissimula e rinnega? Se lo spirito era malvagio, allora non restava che rivolgersi al corpo, poiché esso si poteva domare. La tortura come mezzo per ottenere l'indispensabile confessione, era un dettame della ragione. E colui che aveva preteso e introdotto il processo basato sulla confessione era stato il signor Settembrini, il quale dunque aveva anche inventato la tortura.
L'umanista pregò gli altri signori di non prestar fede a quelle parole: erano facezie, facezie diaboliche.
Se le cose si fossero svolte come il signor Naphta aveva spiegato, se veramente la ragione avesse inventato l'orrore, ciò avrebbe provato soltanto quanto essa abbia sempre un tremendo bisogno di puntelli e di lumi e che gli adoratori dell'istinto naturale non hanno certo da temere che in futuro le cose possano procedere sulla Terra in modo troppo ragionevole! Peccato però che il precedente oratore fosse  andato del tutto fuori strada. Quell'obbrobrio giudiziario non poteva essere ricondotto alla ragione già per il fatto che il suo fondamento originario era la credenza nell'inferno. Bastava dare un'occhiata a musei e stanze della tortura: di sicuro tutto quel tormentare, tirare, avvitare e bruciare era scaturito da una fantasia puerilmente obnubilata, dal pio desiderio di imitare ciò che avviene nell'aldilà, nel luogo dell'eterno tormento. In tal modo si pensava addirittura di aiutare il malfattore. Si riteneva infatti che la sua povera anima lottasse per confessarsi e che solo la carne, come principio del male, si opponesse alla sua migliore volontà. Si riteneva perciò di compiere nei suoi confronti nientemeno che un atto caritatevole spezzando la carne con la tortura. Follia, delirio di asceti... 
Ne erano vittime anche i Romani? 
I Romani? "Ma che! 
Anch'essi conoscevano la tortura come strumento inquisitivo.
Logico imbarazzo... Castorp cercò di aiutare a superarlo introducendo d'autorità nel dibattito , come se competesse a lui di orientare quella conversazione, il problema della pena di morte. La tortura era stata abolita, benché la magistratura inquirente avesse ancora i suoi metodi per ammorbidire l'imputato.




Luciano Canfora
Così il «padre dell'Occidente» apparve sulla montagna sacra
La polemica sul Vate tra Naphta e Settembrini è l'architrave della disputa tra liberalismo e rivoluzione
Corriere della Sera, 16 ottobre 2011

... La polemica Naphta-Settembrini è l'architrave ideologico, che mette a contrasto liberalismo e rivoluzione. Non a caso il personaggio Naphta scaturisce dalla diretta conoscenza che Mann fece di György Lukács a Vienna nel 1922. Lo scontro tra i due su Virgilio è forse il cuore di quella battaglia sfociata di lì a non molto in un vero e proprio duello. Naphta, che riconosce e ammira la grandezza di Dante, trova che l'adesione profonda di Dante alla figura di Virgilio non sarebbe dovuta che ad una «pregiudiziale benevolenza nei confronti della sua epoca». Dante, secondo Naphta, ha attribuito indebito rilievo «a quel mediocre versificatore», «laureato di corte e leccapiedi della stirpe Giulia, letterato metropolitano, retore pomposo senza una scintilla di creatività», per nulla poeta, «bensì un francese con parrucca a boccoli dell'epoca augustea» (cito dalla traduzione, ormai insostituibile, di Renata Colorni). Donde tanta acrimonia, e perché per il rivoluzionario-gesuita Naphta Virgilio è un così aborrito bersaglio? Naphta si richiama esplicitamente ai «maestri della giovane chiesa» (cristiana), i quali «non si erano stancati di mettere in guardia dalle menzogne dei poeti e dei filosofi dell' antichità e in particolare dallo sporcarsi le mani con il fiorito eloquio di Virgilio»: un insegnamento che torna attuale, secondo Naphta, «oggi che un'epoca scende nella tomba e una nuova alba proletaria va spuntando». In sostanza, Naphta si fa assertore di un ritorno alla rivoluzione culturale cristiana volta alla distruzione dei classici, a fare table rase come rozzamente si diceva nel 1968. Se dietro Naphta c'è Lukács, il Lukács iperbolscevico dei primi anni Venti, allora questa equiparazione tra rivoluzione culturale cristiana e alba proletaria ben si comprende giacché l'accostamento tra l' antica rivoluzione cristiana e la moderna rivoluzione proletaria era già stato un topos della riflessione per esempio di Engels, ma anche di Kautzky e, decenni dopo, di Deutscher. Il bivio dinanzi al quale il pensiero cristiano si era trovato dopo la generazione dei «maestri della giovane chiesa», era stato tra la tabula rasa e il recupero quanto possibile ampio della cultura passata, nel nome di una asserita, non sempre ben argomentabile, continuità. E Virgilio era, poté efficacemente essere, l'architrave, l'asse portante di tale continuità. Un ruolo che trova il suo culmine nella scelta dantesca di farne la guida nel viaggio ultraterreno descritto nelle prime due cantiche della Commedia.