martedì 4 novembre 2014

Mona Ozouf, Danton: un ritratto in chiaroscuro

Mona Ozouf
Danton 
Dizionario critico della Rivoluzione francese, Bompiani, Milano 1988, pp. 216-17




























Danton, come Robespierre e Marat, è una creazione della rivoluzione. Egli sorge dall'immenso avvenimento senza alcun preavviso. Malgrado gli sforzi dei suoi biografi per cercare nella sua giovinezza dei segni premonitori, si fa fatica a scorgere nel giovane Danton dei loro ritratti un personaggio già calamitato verso la futura rivoluzione. Era nato ad Arcis-sur-Aube nel 1759, in un ambiente di piccola borghesia di toga, uscita solo di recente dalla classe contadina. Aveva compiuto studi irregolari presso gli oratoriani, era diventato praticante nell'ufficio di un procuratore a Parigi, poi avvocato. Alla vigilia della rivoluzione è un avvocato modesto, meno miserabile di quanto abbiano detto i suoi avversari (per meglio valorizzare il carattere improvviso e sconveniente della sua fortuna), ma meno florido di quanto affermino i suoi seguaci. Senza dubbio aveva l'Encyclopédie nella sua biblioteca, fra Plutarco e Beccaria, ma tale possesso, allora quasi obbligato, non può far concludere che si nutrisse di Diderot. Nella sua prima causa aveva dovuto difendere un pastore contro un nobile, ma a quale avvocato illuminato non era capitato di trattare, a quei tempi, questo magnifico soggetto? Nulla di tutto ciò basta a spiegare un impegno rivoluzionario.
Madame Roland, che lo odiava, ha visto giusto dicendo che egli "era nato nella sua sezione". Ciò è confermato da una testimonianza di Laveaux, il quale scoprì con stupore, il 23 luglio 1789, il suo collega Danton, fino allora "mite, modesto e silenzioso", in piedi su un tavolo, intento a sobillare i cittadini. Tale è l'ingresso di Danton nella vita pubblica: egli appare sulla scena della rivoluzione come agitatore di piazza. Ed è sempre come agitatore che compie il suo apprendistato rivoluzionario a capo dei cordiglieri, il distretto del suo quartiere. Questo distretto d'avanguardia si batte, per tutto il 1790, contro il "dispotismo municipale" e contro Bailly, l'uomo della Pallacorda. Una guerriglia incessante, che procurerà a Danton, eletto e rieletto presidente del distretto, un mandato d'arresto, e che gli permetterà di mettere a punto un talento oratorio il cui effetto, come ebbe a scrivere Thibaudeau, era prodigioso. Al tempo stesso aumenta la sua reputazione di tribuno di quartiere, di Mirabeau da strada.
Infatti Danton, come Mirabeau, è un "tipo", un personaggio profondamente teatrale. Per le sue proporzioni: "Atlante", "Ercole", "Ciclope", i contemporanei non hanno saputo come rendere le "forme atletiche" di cui, un po' fanfarone, egli diceva di esser stato provvisto dalla natura. Per l'unione di tratti contraddittori: un viso “ripugnante e atroce” con un'aria di grande giovialità”, massacratore senza ferocia, gaudente senza avidità, terrorista senza principi, parvenu senza avarizia, pigro frenetico, tenero colosso, Danton ha avuto sempre la capacità dì ispirare il ritratto antitetico. Infine, per le crisi drammatiche della rivoluzione, da cui non può separarsi; perché, a questa "natura", la rivoluzione darà qualcosa di più di un impiego: un'identità.
Come Robespierre, infatti, Danton ha ricevuto in sorte il potere di incarnare la rivoluzione. Intorno alla sua persona si è formata ben presto una leggenda, si è scatenata una polemica ideologica e politica, si è riunita una schiera di dantonisti militanti, impegnati nell'immensa revisione del processo fatto a Danton da Saint-Just e Robespierre.

Un processo in cui era stata emessa una sentenza, ma non pronunciata un’arringa di difesa: tanto che l'arringa postuma creata per Danton dai suoi seguaci è, inscindibilmente, una requisitoria contro coloro che avevano macchinato la sua rovina, e diventa un giudizio comparato di Robespierre e di Danton. Il parallelo fra i due uomini, topos della storiografia rivoluzionaria, è stato tracciato cento volte. Si è contrapposto Robespierre a Danton come la virtù al vizio, l'incorruttibilità alla venalità, la laboriosità all'indolenza, la fede al cinismo: è la versione dei robespierristi o, come dice Michelet, dei "cattolico-robespierristi", felici "di 'settembrizzare' la memoria degli increduli". Ma si possono anche contrapporre i due uomini come il malaticcio al vigoroso, il sospettoso al generoso, il femminile al maschile — o meglio al maschio — l'astratto al concreto, lo scritto all'orale, il sistema morto alla viva improvvisazione: ed eccoci, questa volta, in pieno dantonismo.


L'arringa postuma

Non ci sarebbe stata alcuna Rivoluzione. Senza di me. Non ci sarebbe la Repubblica. Senza di me.
No, non mi trascinerete verso la morte, io sono vivo.
Per sempre!
Il mondo ci osserverà e si chiederà che genere di uomini noi fossimo.
Non lasciamo dire che non eravamo migliori di quelli che abbiamo cacciato.
Siamo tutti condannati a morire.
Conosco questa Corte, sono stato io a crearla e di questo chiedo perdono a Dio e agli uomini.
In origine doveva essere non il flagello dell'umanità, ma un bastione, un'ultima istanza contro lo scatenamento dei furori della brutalità e della paura.
Invece è diventato l'assassinio delle coscienze.
E quelli che ci giudicheranno più tardi, vedo che io, Danton, non volevo questo.
Se parlo oggi è per difendere ciò che abbiamo realizzato, è per tutto ciò a cui siamo arrivati, non per salvare la mia vita.
Abbiamo rotto la tirannia dei privilegi, abbiamo ucciso il verme nel frutto, abolendo quei poteri ai quali nessun uomo poteva aver diritto.
Abbiamo posto fine al monopolio della nascita e della fortuna, e questo in tutte le grandi cariche dello Stato: nelle nostre chiese, nelle nostre forze armate, questo vasto complesso di arterie e vene che sostiene questo magnifico corpo della Francia.
Abbiamo dichiarato che l'uomo più umile in questo paese è ora alla pari con il più grande.
E questa libertà conquistata per noi stessi, l'abbiamo offerta agli schiavi, e affidiamo al mondo la missione di costruire il futuro sulla speranza che abbiamo promosso.
Questo è più di una vittoria in battaglia, più di spade e armi da fuoco e di tutti gli squadroni di cavalleria d'Europa, e l'ispirazione, questo animo per tutti gli uomini, ovunque, in ogni luogo, questo appetito, questa sete, nessuno sarà mai in grado di soffocare.
Le nostre vite non sono state vissute invano.



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Il n'y aurait pas eu de Révolution. Sans moi.
Il n'y aurait pas eu de République. Sans moi.
Non, vous ne me traînerez pas vers la mort, je suis vivant !
A jamais !
Le monde nous regardera et se demandera quel genre d'hommes nous étions.
Ne laissons pas dire que nous n'étions pas meilleurs que ceux que nous avons chassés.
Nous sommes tous condamnés à mourir.
Je connais cette Cour, c'est moi qui l'ai créée, et j'en demande pardon à Dieu et aux hommes.
A l'origine, elle devait être, non pas le fléau de l'humanité, mais un rempart, une dernière instance contre le déchaînement des fureurs de la brutalité et de la peur.
Au lieu de cela, c'est devenu l'assassinat des consciences.
Et ceux qui plus tard nous jugeront, verront bien que moi, Danton, je n'ai pas voulu cela.
Si je parle aujourd'hui, c'est pour défendre ce que nous avons réalisé, c'est pour tout ce que nous avons atteint, et non pour sauver ma vie.
Nous avons brisé la tyrannie des privilèges, nous avons tué le ver dans le fruit, en abolissant ces pouvoirs auxquels n'avait droit aucun homme.
Nous avons mis fin au monopole de la naissance et de la fortune, et cela dans tous ces grands offices de l'État : dans nos églises, dans nos armées, dans ce vaste complexe d'artères et de veines qui fait vivre ce corps magnifique de la France.
Nous avons déclaré que l'homme le plus humble de ce pays est désormais l'égal des plus grands.
Et cette liberté acquise pour nous-mêmes, nous l'avons offerte aux esclaves, et nous confions au monde la mission de bâtir l'avenir sur l'espoir que nous avons fait naître.
Ceci, c'est plus qu'une victoire dans une bataille, plus que les épées et les canons et tous les escadrons de cavalerie de l'Europe, et cette inspiration, ce souffle pour tous les hommes, partout, en tout lieu, cet appétit, cette soif, jamais on ne pourra l'étouffer.
Nos vies n'auront pas été vécues en vain.
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