giovedì 6 novembre 2014

Machiavelli sulla debolezza di Obama

Il Principe
capitolo VI
De’ Principati nuovi, che con le proprie armi e virtù si acquistano.



E debbesi considerare come non è cosa più difficile a trattare, nè più dubbia a riuscire, nè più pericolosa a maneggiare, che farsi capo ad introdurre nuovi ordini. Perchè l’introduttore ha per nimici tutti coloro che degli ordini vecchi fanno bene; e tepidi difensori tutti quelli che degli ordini nuovi farebbono bene; la qual tepidezza nasce, parte per paura degli avversari, che hanno le leggi in beneficio loro, parte dalla incredulità degli uomini, i quali non credono in verità le cose nuove, se non ne veggono nata esperienza ferma. Donde nasce che qualunque volta quelli che sono nimici, hanno occasione di assaltare, lo fanno parzialmente, e quelli altri difendono tepidamente, in modo che insieme con loro si periclita. È necessario pertanto, volendo discorrere bene questa parte, esaminare se questi innovatori stanno per lor medesimi, o se dipendano da altri; cioè, se per condurre l’opera loro bisogna che preghino, ovvero possono forzare. Nel primo caso capitano sempre male, e non conducono cosa alcuna; ma quando dipendono da loro proprii, e possono forzare, allora è che rade volte periclitano. Di qui nacque che tutti li Profeti armati vinsono, e li disarmati rovinarono; perchè, oltre le cose dette, la natura de’ popoli è varia, ed è facile a persuadere loro una cosa, ma è difficile fermargli in quella persuasione. E però conviene essere ordinato in modo, che, quando non credono più, si possa far lor credere per forza.



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Non c'è pietà per i deboli
Maurizio Molinari

La Stampa, 6 novembre 2014

La sconfitta dei democratici nelle urne di Midterm nasce anche dallo scontento degli americani per le risposte date da Barack Obama alle sfide di Isis e Ebola, preannunciando ora un presidente incalzato dal Congresso repubblicano a compiere scelte più energiche in politica estera.
«È assai raro che temi internazionali influenzino il voto degli americani» osserva Larry Sabato, politologo dell’Università della Virginia, ma se questa volta ciò è avvenuto lo si deve all’insicurezza collettiva dovuta alle minacce del Califfo jihadista e del virus-killer.
Il senatore dell’Arizona John McCain, che perse il duello presidenziale con Obama nel 2008, ha guidato i repubblicani in un’offensiva che ha equiparato le esitazioni militari di Obama contro Isis ai ritardi nella valutazione del pericolo-Ebola, proiettando l’immagine di un presidente incerto nella protezione dei cittadini. Ciò ne ha indebolito la credibilità di «Comandante in capo» facendo dimenticare i risultati positivi da lui ottenuti: dall’eliminazione di Osama Bin Laden all’uso droni per decimare Al Qaeda in Pakistan e Yemen, dai blitz in Somalia alla prevenzione di nuovi attacchi negli Stati Uniti. Ma i successi di Obama sono stati sul terreno della guerra segreta - pianificata da Leon Panetta e John Brennan - mentre le percezione di debolezza nasce dai tentennamenti davanti a minacce palesi come i tagliateste del Califfo. Tanto più che dal Pentagono si sono moltiplicate le rivelazioni sugli errori di Obama: non aver lasciato truppe in Iraq dopo il ritiro, non aver attaccato Assad dopo l’uso dei gas ed essersi opposto alle truppe di terra contro Isis.
Da qui la previsione di una maggioranza repubblicana che tenterà di ottenere una brusca inversione di rotta sulla politica di sicurezza. La prima prova è dietro l’angolo. Entro il 24 novembre devono concludersi i negoziati sul nucleare di Teheran: Obama vuole un’intesa per centrare un obiettivo a lungo perseguito ma i repubblicani ora hanno più forza politica per impedirgli concessioni strategiche come anche per sbarrare la strada a «un’intesa presidenziale» con Hassan Rohani senza la necessità di un voto del Congresso. In maniera analoga i leader repubblicani chiederanno a Obama più aiuti a Kiev per arginare l’aggressività di Mosca e meno pressioni sull’alleato israeliano. Poiché negli ultimi due anni di mandato il Presidente americano ha come obiettivo di lasciare la propria eredità politica alla nazione, Obama può affrontare tali sfide in opposte maniere. Può ascoltare il suggerimento di Henry Kissinger sfruttando le crisi con Isis, Teheran e Mosca per stabilire i «nuovi principi» attorno ai quali spingere la comunità internazionale a uscire dalla stagione del «disordine» oppure può continuare sulla strada intrapresa andando, su Iran o Medio Oriente, a prove di forza nella convinzione di avere la Storia dalla propria parte.
C’è però anche un’altra opzione: sfruttare la maggioranza repubblicana per accelerare il varo degli accordi sul libero commercio nell’Atlantico e Pacifico. Quale che sarà la strada prescelta, le difficoltà per Obama sono in crescita perché nulla è più invitante per gli avversari di un presidente americano indebolito: tutti tenteranno di sfruttare la stagione dell’«Anatra Zoppa» per strappargli quanto più spazio strategico possibile. Moltiplicando il rischio di attriti economici, conflitti militari e scivoloni politici.