domenica 30 novembre 2014

L'estate di Clinton. Il trionfo della vita sull'ipocrisia

L’euforico e generalizzato atteggiamento di condanna che, sul finire degli anni novanta, la società americana riserva allo scandalo Clinton-Lewinsky è il medesimo con cui la comunità di Athena – immaginaria cittadina universitaria del Berkshire, nel New England – censura l’ultima, straordinaria, storia d’amore di Coleman Silk. Non sembra ammissibile che, alla sua età e con la sua ragguardevole cultura, l’ex docente di lettere possa avere una relazione con una donna incolta e tanto più giovane di lui. (Luca Alvino, Minima & Moralia)

 

Philip Roth

La macchia umana 

traduzione di Vincenzo Mantovani

Einaudi, Torino 2005 

 

Capitolo primo

Tutti sanno

 

Fu nell’estate del 1998 che il mio vicino Coleman Silk – che

prima di andare in pensione, due anni addietro, era stato per una

ventina d’anni professore di lettere classiche al vicino Athena

College, dove per altri sedici aveva fatto il preside di facoltà –

mi confidò che all’età di settantun anni aveva una relazione

con una donna delle pulizie trentaquattrenne che lavorava al

college. Due volte la settimana questa donna puliva anche l’ufficio

postale, una piccola baracca rivestita di scandole grigie che

pareva aver protetto una famiglia di braccianti dai venti della

Dust Bowl negli anni trenta e che, piantata solinga e derelitta a

metà strada tra la pompa di benzina e l’emporio, fa sventolare

la bandiera americana all’incrocio delle due strade che

caratterizzano il centro commerciale di questa cittadina di

montagna.

Coleman l’aveva vista per la prima volta mentre lei lavava il

pavimento dell’ufficio postale nel tardo pomeriggio di un giorno

in cui, qualche minuto prima della chiusura, era andato a ritirare

la corrispondenza: una donna esile, alta e angolosa con i

capelli tra il biondo e il grigio raccolti in una coda di cavallo e

quei tratti del viso severamente scolpiti, associati di solito alle

devote e laboriose massaie del New England che hanno dovuto

sopportare gli stenti della vita coloniale, austere donne prigioniere

della moralità dominante e di questa stessa moralità rispettose.

Si chiamava Faunia Farley, e qualunque fosse la sua infelicità,

la teneva nascosta dietro uno di quegli inespressivi volti ossuti

che, senza nulla celare, tradiscono un’immensa solitudine. Faunia

abitava in una stanza di una fattoria del posto dove, per pagare

l’affitto, collaborava alla mungitura. Aveva fatto due anni di

scuole superiori.

L’estate in cui Coleman mi fece le sue confidenze su Faunia

Farley e il loro segreto fu, in modo abbastanza appropriato,

l’estate in cui il segreto di Bill Clinton venne a galla in ogni suo

minimo e mortificante dettaglio: in ogni suo minimo e vivido

dettaglio, là dove la vita, come la mortificazione, stillava

dall’asprezza dei dati specifici. Non avevamo avuto una stagione

come quella da quando qualcuno era incappato nella nuova Miss

America nuda in un vecchio numero di «Penthouse», foto di

lei elegantemente in posa in ginocchio e sdraiata sulla schiena

che costrinsero la ragazza, piena di vergogna, a restituire la

corona per diventare, in un secondo tempo, una celebre pop star.

Quella del novantotto nel New England fu un’estate di sole e

di uno squisito tepore; l’estate – nel baseball – di una mitica

battaglia tra un dio degli home run bianco e un dio degli home

run di pelle scura; e, in America, l’estate di un’orgia colossale di

bacchettoneria, un’orgia di purezza nella quale al terrorismo –

che aveva rimpiazzato il comunismo come minaccia prevalente

alla sicurezza del paese – subentrò, come dire, il pompinismo, e

un maschio e giovanile presidente di mezza età e un’impiegata

ventunenne impulsiva e innamorata, comportandosi nell’Ufficio

Ovale come due adolescenti in un parcheggio, ravvivarono la piú

antica passione collettiva americana, storicamente forse il suo

piacere piú sleale e sovversivo: l’estasi dell’ipocrisia. Nell’aula

del Congresso, sulla stampa e alla televisione, i cialtroni tronfi

e morigerati, smaniosi d’incolpare, deplorare e punire, facevano

i moralisti a piú non posso: tutti in un parossismo calcolato di

quello che Hawthorne (il quale, negli anni tra il 1860 e il 1870,

abitava a non molte miglia dalla porta di casa mia) identificò, nel

paese nascente di tanto tempo fa, come «lo spirito di persecuzione»; tutti ansiosi di celebrare gli astringenti riti purificatori che avrebbero estirpato l’erezione dall’esecutivo, rendendo cosí la situazione abbastanza confortevole e sicura

perché la figlia decenne del senatore Lieberman potesse riprendere a guardare la tivú col suo imbarazzato paparino. No, se non siete vissuti nel 1998 non sapete cos’è l’ipocrisia. Il columnist conservatoreWilliam F. Buckley scrisse nella sua rubrica:

«Quando lo fece Abelardo, fu possibile evitare che si ripetesse», insinuando che il modo migliore di rimediare all’illecito presidenziale – quella che Buckley definiva, altrove, l’«incontinente carnalità di Clinton» – forse non era una cosa incruenta come l’impeachment ma, piuttosto, il castigo che nel dodicesimo secolo venne inflitto al canonico Abelardo dal coltello dei compari del collega ecclesiastico di Abelardo, il canonico Fulberto, per vendicare la seduzione e il matrimonio segreto con la nipote di Fulberto, la vergine Eloisa. Diversamente dalla fatwa di Khomeini che condannava a morte Salman Rushdie, l’intenso desiderio nutrito da Buckley per la pena correttiva della castrazione non comportava incentivi finanziari per il possibile esecutore. Questa era suggerita, tuttavia, da uno spirito non meno severo di quello dell’ayatollah, e in nome di ideali non meno elevati.

Era estate, in America, quando tornò la nausea, quando non

cessarono gli scherzi, quando non cessarono le congetture e le

teorie e le iperboli, quando l’obbligo morale di spiegare ai propri

figli la vita degli adulti fu abrogato per tenere viva in loro ogni

illusione sulla vita degli adulti, quando la meschinità della

gente apparve semplicemente schiacciante, quando una specie

di demone era stato sguinzagliato nel paese e, da ambo le parti,

la gente si chiedeva: «Perché siamo cosí pazzi?», quando uomini

e donne, svegliandosi al mattino, scoprivano che durante la notte,

in un sonno che li aveva trasportati oltre l’invidia o il ribrezzo,

avevano sognato la spudoratezza di Bill Clinton. Sognai io

stesso un gigantesco striscione, dadaisticamente teso come uno

degli involucri di Christo da un capo all’altro della Casa Bianca,

con la scritta qui abita un essere umano. Era l’estate in cui – per

la miliardesima volta – il casino, il pasticcio, il guazzabuglio si

dimostrò piú sottile dell’ideologia di questo e della moralità di

quello. Era l’estate in cui il pene di un presidente invase la mente

di tutti e la vita, in tutta la sua invereconda sconcezza, ancora

una volta disorientò l’America.


 

versione cinematografica  con lo stesso titolo (The Human Stain), regia di Robert Benton, interpreti: Anthony Hopkins, Nicole Kidman, Ed Harris e altri, USA 2003, durata h 1.46