venerdì 14 novembre 2014

Ermanno Olmi, l'eco lontana della guerra


Osvaldo Cederle
Torneranno i prati: la Prima guerra mondiale secondo Ermanno Olmi
Il Sole 24ore, 7 novembre 2014

Ermanno Olmi scende in trincea: il grande regista bergamasco, classe 1931, ha scelto di raccontare gli orrori della Prima guerra mondiale in «Torneranno i prati», la sua ultima pellicola in uscita giovedì 6 novembre nelle nostre sale.
Il film è dedicato al padre («che quand'ero bambino mi raccontava della guerra dov'era stato soldato») e si basa proprio sui ricordi di quest'ultimo, come dichiarato dallo stesso Olmi.

La vicenda si svolge nell'arco di una sola nottata, sul fronte Nord-Est, dopo gli ultimi sanguinosi scontri del 1917 sugli Altipiani.
I soldati, la cui postazione è sommersa dalla neve, sono spaventati e ormai privi di speranza: il prossimo attimo potrebbe essere il loro mentre i bombardamenti si susseguono senza tregua. Il senso dell'attesa, la paura di quanto potrà accadere da un momento all'altro, rende la pellicola ancor più straziante e drammatica: il nemico non ha volto, ma la minaccia è palpabile e incombente dal primo all'ultimo minuto.
In mezzo a spari, feriti e morti, rimane la bellezza del paesaggio montano circostante, la cui pace si pone in evidente contrasto con la guerra che la sta attraversando.
Girato sull'Altopiano di Asiago, «Torneranno i prati» è un lungometraggio per non dimenticare coloro che sono caduti durante il conflitto: una pellicola in cui il regista mostra la terribile fine di quei soldati di cui si è persa, colpevolmente, memoria.
La fotografia, dalle tonalità seppia, trasmette al meglio la sensazione di un prodotto storicamente credibile, approfondito e curato in ogni dettaglio.
Nel cast, tra tanti volti poco noti, da segnalare la presenza di Claudio Santamaria, per la prima volta diretto dal regista che ha fatto la storia del cinema italiano con film come «Il posto» (1961) e «L'albero degli zoccoli» (1978).



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Qualcuno ha parlato di un film segnato dall'impronta di Buzzati. L'avamposto lontano, sperduto. Perché no, ma nel Deserto dei Tartari non sembra esserci posto per la morte. Una vita passata nell'attesa può anche richiamare l'idea di una esperienza assurda, in fondo alla quale c'è la scomparsa di ognuno nella solitudine. Ecco, sotto questo profilo, l'esperienza della trincea è un'altra cosa, la morte è una eventualità prossima che si può verificare da un momento all'altro, come accade nel film del resto. 
Qualche parola merita il titolo. Torneranno i prati è una splendida immagine. Significa, tra l'altro, che la guerra (e la morte) non avranno l'ultima parola. La natura e la vita dopo le ostilità riprenderanno il loro corso abituale, l'orrore ha un tempo che al soldato può apparire senza fine ma che pure è destinato a esaurirsi. Torneranno i prati è un modo per evocare la pace nel mezzo della guerra. Era questo un atteggiamento che poteva manifestarsi tra i combattenti. Compare nel Fuoco di Barbusse, un romanzo del 1916. Nelle intenzioni dell'autore non è un racconto libero, vuole essere il diario di un plotone [journal d'une escouade], come recita appunto il sottotitolo. Nel capitolo XII, Il portico, a un certo punto il soldato Poterloo, che sta per morire ma non lo sa, pensando al dopo annuncia: "Bisognerà rifar tutto. Ebbene, rifaremo. La casa? Partita. Il giardino? Da nessuna parte. Rifaremo la casa, rifaremo il giardino. Meno ce ne sarà, e più rifaremo. Dopo tutto, è la vita; e siamo fatti per rifare, no? Rifaremo anche anche la vita insieme e la felicità; rifaremo i giorni, rifaremo le notti." 
Al di là della denuncia che stigmatizzava l'inutile strage c'era questo, tra gli uomini schierati al fronte: un desiderio profondo di tornare alla vita quotidiana di sempre, ai suoi piaceri semplici, al calore di una casa accogliente, a un mondo sicuro, al riparo dal pensiero ossessivo della morte.