mercoledì 3 settembre 2014

Una notte a Leningrado, l'ospite inglese e la poetessa



Anna Achmatova
Dalla raccolta Cinque (1946)

Come sul lembo di una nube/rimembro le tue parole/Ma ti rendevano le mie parole/più luminose dei giorni le notti/Disgiunti, così, dalla terra,/in alto passavamo come stelle./E né disperazione, né vergogna/né adesso, né poi, né allora./Ma vivo e non in sogno/tu senti come ti chiamo.

Sounds die away in the ether,
And darkness overtakes the dusk.
In a world become mute for all time,
There are only two voices: yours and mine.
And to the almost bell-like sound
Of the wind from invisible Lake Ladoga,
That late-night dialogue turned into
The delicate shimmer of interlaced rainbows.



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L'incontro, il terzo tra il trentacinquenne Isaiah Berlin e Anna Achmatova, che non voleva essere chiamata "la poetessa" - preferiva "il poeta" - ebbe luogo il 5 gennaio 1946 nella casa della Fontanka (Fontanny Dom) a Leningrado. Il primo incontro era stato pubblico, si era svolto a Mosca in un edificio assegnato all'ufficio stampa dell'ambasciata britannica. Il secondo era stato molto rapido, risaliva al pomeriggio di quel 5 gennaio:
"Scale buie e sporche condussero Berlin al cospetto di Achmatova, che gli apparve imponente come una regina, la testa nobile, i capelli grigi, uno scialle bianco gettato sulle spalle. Era stata una donna bellissima, anche Amedeo Modigliani l'aveva amata.
I suoi 56 anni non erano riusciti ad aggredirne il fascino conturbante. Lui si inchinò: «Mi sembrò il caso di farlo*». Ma l'esordio fu impacciato e breve, interrotto dopo pochi minuti da qualcuno che in cortile urlava il nome di Isaiah. Era Randolph Churchill, il figlio dello statista britannico, corrispondente per alcuni giornali inglesi e amico di Berlin. Aveva saputo che era in città, lo aveva cercato e ora voleva che tornassero insieme in albergo per acquistare del caviale. Molto imbarazzato, Berlin si scusò con l'Achmatova e le chiese se poteva tornare. «L'aspetto questa sera alle 9», fu la risposta". (Paolo Valentino, CdS, 8 agosto 2013)

L'ospite inglese tornò. "E fu un incontro straordinario, una notte e un giorno destinati a lasciare un segno indelebile sui due protagonisti e, secondo la narrativa della poetessa, sulla storia del mondo. Come ha raccontato con eleganza Gyorgy Dalos in «Innamorarsi a Leningrado», pubblicato qualche anno fa in Italia da Donzelli, dopo quella sera l'Achmatova entrò definitivamente nel mirino di Stalin, censurata, cacciata dall'Unione degli Scrittori, sottoposta a ogni sorta di angherie e privazioni, marchiata dall'ideologo Zdanov come «suora e sgualdrina»." (Ivi) Più prudente Nello Ajello ha sostenuto: "Non è da escludere che quella visita del giovane filosofo influisca sulla persecuzione che le [a AA] comminerà il regime, sfociando, nell' agosto del ' 46, nella storica filippica che le scaglierà contro l' ideologo-capo del Pcus, Andrej Zdanov, e che Stalin adotterà. «Monaca» e «sgualdrina», lei si sentirà definire: sono frammenti di costume di un'era terribile per chi cade in disgrazia, fosse anche una Saffo del nostro tempo. Lui, Berlin, tornato in Gran Bretagna, è troppo esperto per non capire che un prolungamento esplicito della loro relazione sarebbe dannoso, forse fatale, all' amica. Non s'azzarda a scriverle. Una sua visita in Urss, nel '56, si risolve in un «non incontro», con una sola telefonata da un posto pubblico" (Nello Ajello, La notte di Berlin e la Achmatova, la Repubblica, 16 giugno 2007).

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Una allusione a quanto era accaduto si trova in una lettera spedita da Berlin a Frank Roberts il 20 febbraio 1946: "Ho rivisto la poetessa  di Leningrado, che ha finito per scrivere in mio onore un'ardente poesia sulle nostre conversazioni notturne: la cosa più emozionante che mi sia capitata" (Florishing. Letters 1928-1946, Chatto & Windus, London 2004, p. 619).

la rimembranza del 1956

... l'importanza che l'episodio ebbe per entrambi risulta anche dalla lirica che la Achmatova scriverà il 5 gennaio del 1956, nel decennale di quell'incontro: "... Verrà da me nella casa della Fontanka/a bere il vino dell'Anno Nuovo/e farà tardi nella notte piena di nebbia" (H. Hardy, Note, in Isaiah Berlin, A gonfie vele. Lettere 1928-1946, Adelphi,Milano 2008, p. 352).

Basta con questo gelido terrore,
Meglio che di Bach io la Ciaccona invochi,
E dietro a lei un uomo entrerà:
Egli il marito non diverrà a me caro,
Ma ci meriteremo, io e lui,
Che si turbi il Secolo ventesimo.
Per caso l'avevo preso per colui
Ch'è donato dal mistero e cui
E' destino quanto di più amaro s'accompagni.
Verrà da me, al Palazzo delle Fontane,
Troppo tardi nella notte nebbiosa
A bere il vino dell'Anno Nuovo.
E rammenterà una vigilia d'Epifania,
L'acero traverso il vetro, le candele nuziali
E del poema il mortale volo...
Ma non il primo ramoscello di lillà,
Non l'anello, nè le dolci preghiere:
La rovina egli mi porterà.

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(*) «Aveva una testa nobile dai bei tratti, un po' rigidi, con una espressione di infinita tristezza. Mi inchinai. Mi sembrò il caso di farlo, perché aveva l' aspetto di una regina da tragedia» (cit. in Giorgio Montefoschi, Amore e politica. Isaiah Berlin e Anna Achmatova, passione di una notte sotto la scure di Stalin, Corriere della Sera, 1 giugno 2007) .

Si veda inoltre  http://amori-difficili.blogspot.it/2012/07/il-pittore-italiano-e-la-poetessa-russa.html