venerdì 26 settembre 2014

Ho lasciato la mamma mia

Venti giorni sull’Ortigara
senza il cambio per dismontà;
ta pum ta pum ta pum
...
Ho lasciato la mamma mia
l'ho lasciata per fare il soldà;
ta pum ta pum ta pum

Dietro al ponte c'è un cimitero
cimitero di noi soldà;
ta pum ta pum ta pum  (1916)


Riccardo Solazzo 

La madre, il figlio e la guerra in tre romanzi:

Ernest Hemingway, Addio alle armi, 1929
Erich Maria Remarque, Niente di nuovo sul fronte occidentale, 1929
Emilio Lussu, Un anno sull'altipiano, 1938

Questi classici della narrativa legata all'esperienza della prima guerra mondiale non li avevo mai letti. Me ne vergogno un po’…  Però sono contento di averlo fatto a poco più di trent’anni; li ho vissuti meglio soprattutto perché, forse, possiedo un po’ più di quella umana esperienza che aiuta a reggere le atrocità, i sentimenti, gli episodi della dinamica più brutale, distruttiva ed allo stesso tempo innovatrice che l’essere umano possa realizzare: la guerra.
Nel centenario dell’inizio della prima guerra mondiale ho sentito la necessità di ascoltare i sentimenti di un uomo in trincea; dunque, non il conflitto fra le nazioni, quello letto nelle monografie di cui ho poco più che un’infarinatura. Quest’estate ho cercato la passione[1] di un uomo in guerra. Un uomo costretto a dichiarare che “questa vita (in trincea, ndr) ci ha ridotto ad animali appena pensanti”. Quest’amara considerazione di Remarque viene arginata dalle espressioni di grande umanità e di necessaria spensieratezza che troviamo nelle intense pagine di questi libri. 
Ma non ho intenzione di soffermarmi su una lettura comparata dei tre testi, del resto non ne sarei capace… L’essere un “giovane” genitore (ho un bimbo di due anni ed una bimba in arrivo) ha portato la mia attenzione sull’inscindibile legame materno. Quanto dev’essere insopportabile mandare un figlio alla guerra? Quanto è struggente il ferito o il moribondo che evoca la mamma?
Seppur riferito ad un altro periodo storico, è “l’urlo nero della madre”[2] che mi ha portato a seguire questa traccia, l’aspetto che più di altri (oltre al cameratismo fraterno[3]; l’attaccamento alla terra dei padri; l’amore per una donna; la visione del nemico come uomo identico a sé) riconduce ad un’umanità perduta.


Si chiederà dove ho trovato questo aspetto in “Addio alle armi”. Anche qui non manca l’evocazione della mamma da parte del ferito[4]; chiaramente questo è, dei tre, il libro che meno descrive la trincea. Affronta prevalentemente il travaglio personale del soldato che, dismessa l’uniforme, riporta al centro l’esigenza di fare una “pace separata” e vivere la propria storia d’amore[5]. Nell’epilogo però la morte e lo strazio della guerra, a cui il protagonista era sfuggito, quasi come una predestinazione alla sofferenza, ritornano con la perdita contemporanea della moglie e del figlio durante il parto.
Sono però Lussu e Remarque che mi hanno maggiormente colpito per ciò che riguarda il rapporto genitore/figlio, in particolare madre/figlio, in tempo di guerra.
 “Trovai il babbo molto invecchiato. Lo avevo sempre creduto un uomo forte. […] Noi eravamo i soli figli e tutti e due in fanteria […] non sperava che noi potessimo rientrare sani e salvi dalla guerra. […] La mamma invece mi parve più coraggiosa. Io le avevo mandato spesso delle lettere […] che le facevano credere che io fossi al sicuro.” L’inquietudine del genitore è evidente: “La mamma era sempre intorno a me […] si comportava con me come se io fossi un bambino”. Finita la licenza, Lussu, deve tornare al fronte: saluta i genitori ma, dopo essersi avviato, ritorna sui suoi passi e rientra in casa e assiste allo strazio impotente della madre. Vorrebbe difenderlo, quasi fosse ancora bambino: “Al centro della sala, accanto alla sedia rovesciata, la mamma era accasciata sul pavimento, in singhiozzi. Io la raccolsi, l’aiutai a sollevarsi […] tentai di dirle parole di conforto, ma si struggeva in lacrime.”
In Niente di nuovo sul fronte occidentale troviamo ancora una madre che conserva l’unico vasetto di marmellata di mirtilli in attesa della licenza del figlio. Ed ecco come in poche parole emergono ansia e frustrazione: “[…] allora ad un tratto la Mamma mi afferra le mani e domanda con voce strozzata «è terribile, vero, laggiù, Paolo?».”
Altre pagine di Remarque sono commoventi per l’affetto ed il legame primordiale del figlio con la madre.
Al rientro dal fronte per una licenza la sola parola “Mamma” fa crollare la corazza che il protagonista ha dovuto indossare per sopportare le atrocità della guerra di trincea: “Lei (sorella del protagonista, ndr) apre una porta e chiama «Mamma, mamma, è Paolo!». Io non posso più fare un passo. Mamma, mamma è Paolo! Mi appoggio alla parete, stringo l’elmo, il fucile: li stringo con tutta la mia forza, ma non posso più fare un passo, la scala mi si confonde alla vista; mi do il calcio del fucile sui piedi e stringo rabbiosamente i denti, ma non posso far nulla dopo quella sola parola che mia sorella ha gridato […] e non voglio, ma grosse lagrime mi corrono e corrono giù dalla faccia”.
Oggi come ieri la comunità umana piange esseri umani morti in guerra: sono tutti figli e fratelli nostri![6]





 [1] “[…] è il mio cuore il paese più straziato”, Ungaretti
             [2] Alle fronde dei salici, Quasimodo
[3] “Fratelli”, Ungaretti
[4] “[…] una gamba era scomparsa e l’altra era trattenuta dai tendini e parte dei calzoni […] Si mordeva il braccio e gemeva «Oh Mamma, mamma mia […]» poi soffocando «Mamma, Mamma mia».” Hemingway.
Nel testo di Remarque un altro passaggio simile: “[…] e col petto e la pancia squarciati, con le gambe e le braccia fracassate non sanno che gemere piano, chiamando la mamma[…]”
[5] “[…] Femmina penso se penso alla Pace […] Femmina penso se penso all’umano", Sanguineti
[6] “[…]io chiedo come può l’uomo uccidere un suo fratello […] Io chiedo quando sarà che l’uomo potrà imparare a vivere senza ammazzare […]” Guccini