mercoledì 17 settembre 2014

Parlare a vuoto, da Bodei a Ravasi e Severgnini

Alfonso Berardinelli
Che Domenica bestiale
Il massimo stimolo intellettuale dal supplemento culturale del Sole 24 Ore è una tegola in testa di Bodei. Ravasi e due testimoni un po’ così. (E meno male che c’è Tim Parks). Puoi passare alla Lettura, ma c’è Severgnini
Il Foglio, 17 settembre 2014
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La domenica, bagno di cultura! Sfoglio i supplementi-libri del Corriere e del Sole 24 Ore e mi apro al mondo intellettuale. Sulla prima pagina del Sole ho visto annunciato, con una bella foto sorridente, un testo di Remo Bodei, filosofo che ha letto e legge tutto: per esempio (mi disse un suo collega di Pisa) ha letto tutto quello che aveva letto Hegel, la prima cosa da fare per chi voglia (come lui ha fatto) capire Hegel.
Se è il solo testo che viene annunciato in prima pagina per pubblicizzare il supplemento di questa settimana, vorrà dire che Bodei ha da dirci cose importanti. Il titolo promette molto: “Come esorcizzare le nostre incertezze”. In realtà, vedo che si tratta di un taglio basso, una breve anticipazione di uno degli innumerevoli discorsi che in questa stagione di festival vengono pronunciati in Italia. Il brano dovrebbe contenere l’argomentazione centrale offerta dal filosofo per “esorcizzare le nostre incertezze”. Ma non trovo niente del genere. Bodei comincia con un elenco delle ragioni per cui oggi il futuro è più incerto di prima, cose che tutti sappiamo: terrorismo, guerre, clima, crisi economica… Poi sfodera la parabola dell’uomo che decide di andare dal tabaccaio, ma quando esce gli cade una tegola in testa. La vita è pericolosa. Per dire questo basterebbero le poche parole che ho usato. Invece, filosoficamente parlando, il filosofo ne impiega venti o cinquanta volte di più e conclude che il caso della tegola è effettivamente casuale. Noi cerchiamo di prevedere, ma “la nostra vita è inesorabilmente esposta alla fortuna” e c’è poco da esorcizzare.
Se questo è il testo più attraente del supplemento, le previsioni non sono buone. Per riprendermi mi dedico subito alla lettura della rubrica “Filosofia minima” del direttore delle pagine, Armando Massarenti, con cui filosoficamente ho una certa sintonia empirico-analitica. Massarenti parla di Diogene cinico e cita un filosofo, Sloterdijk, che stimo poco perché lodatore di Jacques Derrida, a sua volta poco stimabile perché inesausto parlatore a vuoto. Ma Diogene era tutt’altro, un vero provocatore. Platone dice bene quando lo definisce “un Socrate impazzito”, ma noi, grazie a Erasmo, a Shakespeare e all’antipsichiatria, abbiamo imparato a considerare la pazzia con occhi più interpretativi, fino a vederla (esagerando) non come una sventura individuale, quale è, ma come una forma di saggezza estremistica.
Sloterdijk suggerisce a chi vuole farsi un’idea di Diogene di pensare a “una feccia giovanile svaccata e repellente: hippies, freaks, globetrotters e indiani metropolitani”. Massarenti aggiunge punk, situazionisti e artisti contemporanei, dai dadaisti di primo Novecento fino all’attuale Cattelan (il quale però, credo, non disprezza il denaro come facevano i cinici). L’interessante di Diogene è il suo essere l’opposto dell’attuale filosofo accademico a cui siamo abituati: aveva deciso di vivere di persona e scandalosamente le sue idee e di farlo correndo dei rischi senza prudenza. Recentemente su MicroMega un nostro sindaco-filosofo ha detto che per lui filosofare è “pensare l’impensabile”. Diogene gli avrebbe consigliato di pensare più chiaramente il pensabile, perché poi la cosa pensata doveva viverla ed era meglio stare attenti. Se la filosofia, come dicevano gli antichi, è un modo di vivere, il pensiero deve diventare quello che oggi si chiama stile di vita. Con un avvertimento: non bisogna sforzarsi di mettere in pratica la teoria. Basta capire bene le proprie verità, il resto verrà da sé. Se tarda troppo a venire, vuol dire che come pensatori non siamo gran cosa.
Giro pagina e trovo un articolo di Tim Parks su Joyce in cui parodisticamente viene descritto l’autore dell’“Ulisse” nella vita di tutti i giorni e nel suo modo di comportarsi con amici e conoscenti. Cercava sempre di mettere tutti al proprio servizio, chiedeva a tutti un prestito, favori e lavoretti che gli tornassero utili. In sostanza, non lasciava in pace chiunque incontrasse. Monopolizzava, assillava, invadeva senza scrupoli né remore la vita altrui, dato che era certo di essere un genio. “No, Joyce non mi è antipatico” dice Parks “ma vorrei stabilire un legame tra il tipo di rapporto che si poteva avere con lui e il rapporto che il lettore ha con i suoi scritti. Vorrei proporre una connessione tra il suo stile, i suoi libri, e il suo modo di comportarsi con gli altri”. Mi sembra una bella idea. A me Joyce è antipatico (“Dublinesi” a parte) proprio perché si vede bene sia dall’“Ulisse” che da quel che ho sentito dire della “Veglia di Finnegan”, che apparteneva alla categoria degli scrittori dispotici e vampireschi che vogliono i lettori al loro servizio e fanno il possibile per colonizzarli, metterli a lavorare e magari punirli. Veramente questo si capisce perfino dalla faccia di Joyce, ma non voglio spingermi oltre. Dico soltanto: guardatela bene quella faccia, l’articolo di Parks è corredato da una magnifica foto molto parlante.
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Ma si sa, la letteratura occidentale dell’ultimo secolo, se non è malata, costeggia e corteggia la malattia. Anche il sublime e il mite Proust pretende troppo dal lettore: è uno scrittore che ti dà la vita, ma per avere la tua in cambio. Anche lui in fondo vorrebbe un lettore che non abbia nient’altro da leggere. Certo, qualcosa del genere si nota anche in Dante, Shakespeare, Balzac, Tolstoj. Ma loro aprono le porte al mondo appassionandosi alla sua irriducibile varietà: più che dispotici sono infinitamente accoglienti e ospitali.
E Kafka? E’ vero che non risparmia al lettore nessuno dei suoi incubi. Ma la sua discrezione è pari a quella degli angeli, che ci vivono accanto senza farsi vedere. Kafka ha fatto il massimo: ci ha augurato di fare a meno dei suoi libri, chiedendo all’amico Max Brod di bruciarli. E’ innocente. E’ il contrario di Joyce che aveva in programma di tenere occupati per un secolo e far lavorare per lui i professori di letteratura: cosa che forse meritano.
Vado avanti e trovo un ampio articolo che Gianfranco Ravasi, lettore onnivoro non meno di Bodei, ha dedicato ai libri di alcune eminenti donne, scegliendo qua e là nell’“impressionante numero di libri di e su donne” che ha ricevuto ultimamente. Prima di leggere mi fermo sulle due foto che illustrano l’articolo: Alda Merini e Simone Weil, definite in didascalia “testimoni del tempo”.
Eh sì, proprio così: mi scandalizzo. E’ vero che Ravasi offre al lettore un’utile precisazione dicendo: “Alda Merini, a me legata da un’amicizia intensa e che ho spesso attestato con emozione e commozione”. Questo potrebbe bastare. Gli amici sono gli amici. Ma non posso evitarmi di pensare che uno dei maggiori guai dell’attuale mondo culturale è una grave carenza di senso delle proporzioni e di senso storico. Che la Weil sia una “testimone del nostro tempo” non c’è dubbio: di testimoni come lei ce ne sono solo altri tre o quattro nell’intero secolo scorso. E la Merini? Forse in buona fede, ma scriveva a caso. E’ un mito letterario assurdo a cui hanno dato il loro contributo entusiastico Maria Corti e Giovanni Raboni. Chiedersi perché questi abbagli e queste esibizioni di buon cuore poetico, sarebbe inutile. Sono cinquant’anni che la poesia italiana si è ridotta a una nebulosa incomprensibile, a una soffocante nube tossica formata da particelle tutte diverse eppure uguali e intercambiabili. Dieci o cinque buoni poeti ci sono, come sempre. Ma si fa tutto il possibile perché non si capisca chi sono, perché vengano sommersi dall’alluvione del tutto uguale e dell’uno vale l’altro.
Il mio mattino domenicale sta finendo, è già mezzogiorno. Apro la Lettura, supplemento del Corriere, e chi trovo? Beppe Severgnini, che introduce il numero occupando due pagine con un suo decalogo sulla creatività. Per dargli retta bisognerebbe credere che la creatività ce l’abbia in dote. Ma basta leggere i dieci titoletti e capire quanto semplice e felice (o infelice e complicata) sia la vita di questo ragguardevole testimone dei nostri tempi, il quale, per essere creativi, ci consiglia quanto segue: Non improvvisare, Non escludere, Non illudersi, Non sbracare, Non temere, Non copiare, Non forzare, Non distrarsi, Non isolarsi, Non irrigidirsi.
Bene. E dopo tutto questo il risultato qual è? E’ un articolo di Beppe Severgnini.