martedì 9 settembre 2014

Alienazione

Bruno Bongiovanni
L'Indice, luglio-agosto 2014

Alienazione, s.f. Deriva dal latino alius, ossia altro. Da alienus, ossia straniero, correlato con il moderno “anti-alienismo”, diffuso come xenofobico sostantivo negli USA del sempre imperfetto m . E infine da alienatio, per un verso cessione di ciò che si possiede e per l’altro demenza-privazione della mente (alienatio mentis). Nel latino medievale viene confermato il significato giuridico relativo alla transizione stipulata di beni.
Un significato religioso compare in inglese ad opera del teologo John Wycliff (1329-1384), dubbioso in merito alla transustanziazione e condannato più volte dalla Chiesa. In italiano si trova in Marsilio Ficino – estraniarsi dell’uomo dai prodotti del corpo – e in Benedetto Varchi – astrazione, estasi, ma anche abbandono, allontanamento morale, disaffezione. Coesistono dunque un significato socio-morale e un significato che, grazie alla connessa possibilità di sgusciare fuori dalla materia, ha a che fare con il misticismo e l’autonomizzarsi dello spirito. Campanella, d’altra parte, pur con la stessa finalità, usa il termine con significato negativo, dal momento che, quando l’uomo si attacca alle cose materiali, smarrisce il suo senso innato e aliena sé stesso. Nel ‘500, e in seguito, il termine si fa strada anche in francese, lingua in cui è spesso adottato a proposito dell’ambito clinico-psichiatrico, dove l’alienazione mentale diviene, come già in latino, l’esplicita perdita della ragione.
Giovanni GiudiciGiovanni GiudiciIl significato politico-sociale è già presente in Rousseau, il quale sostiene che quanti vogliono essere cittadini arrivano al contratto sociale e così alienano i loro diritti naturali-privati in favore dello Stato e della protezione che lo Stato elargisce. È poi la volta, pochi decenni dopo, di Schelling e di Fichte. Ma è soprattutto nella Fenomenologia dello spirito di Hegel (1807) che si trova ciò che ai filosofi è più noto, ossia l’alienazione o estraniazione (Entäusserung o Entfremdung) dello spirito, che è il divenir altro e il sacrificio dello spirito, condannato, per evolvere e procedere dialetticamente (e non c’è altro modo di procedere), ad alienarsi nello spazio (natura) e nel tempo (storia). La sinistra hegeliana è sedotta da questa esposizione. E nel contempo la critica. Feuerbach individua allora nell’alienazione lo spossessamento religioso che rende l’uomo, fino a che non sa intervenire sulla propria esistenza, suddito della divinità. Marx - nettamente anti-hegeliano e non post-hegeliano – entra poi, dalla Judenfrage (1843) al terzo e postumo libro del Capitale (1894), in questo reticolo. Ma non sovente. E quella di Hegel è per lui “oggettivazione”, mentre l’alienazione, quella vera, concerne i rapporti all’interno dei quali a chi lavora è sottratto quel che produce, quel che vale e quel che è. A partire da Essere e tempo di Heidegger (1927) l’alienazione diventa infine un termine dell’esistenzialismo, tanto da essere trasferito dalle classi agli individui e da diventare una presenza costante nella filosofia (Sartre) e persino nel cinema (Antonioni). Nessuno ha però descritto il termine-concetto, con Marx alle spalle e con la condizione umana al fianco, meglio del poeta Giovanni Giudici (1966):
"Mi chiedi che cosa vuol dire
la parola alienazione:
da quando nasci è morire
per vivere in un padrone
che ti vende – è consegnare
ciò che porti – forza, amore,
odio intero – per trovare
sesso, vino, crepacuore.
Vuol dire fuori di te
già essere credi
in te abitare perché
ti scalza il vento a cui cedi.
Puoi resistere, ma un giorno
è un secolo a consumarti:
ciò che dài non fa ritorno
al te stesso da cui parte.
È un’altra vita aspettare
ma un altro tempo non c’è:
il tempo che sei scompare,
ciò che resta non sei te."

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Con maggiore immediatezza Edoardo Sanguineti ha toccato il tema in un rapida sequenza di versi: 

la terra che mi mangia i miei morti,
questa terra che mangia le mie braccia:
sudore e storia se li tiene in corpo,
sotto le rughe di pietra e di polvere:

c’è un uccello che dorme sopra il tetto,
e quello è bianco e leggiero, di piuma:
io tengo un uomo che mi porto addosso,
che la mia schiena mi rompe, e le mani:

fosse mia patria la terra dei padri,
questa terra che è patria al padrone:
una luna sarebbe la mia falce,

e questo sole mi sarebbe un sole
 
[La poesia fu scritta in occasione del IX Congresso della Federbraccianti Cgil (Roma 1973) e nello stesso anno utilizzata dallo storico sindacato dei lavoratori agricoli per la sottoscrizione. Ringrazio Valeria Cappucci, archivista alla FLAI Cgil Nazionale per avermi fornito il testo completo, ripreso da un manifesto sindacale. (Salvatore Lo Leggio)]