mercoledì 10 settembre 2014

8 settembre 1943

Il proclama di Badoglio

Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell'intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza.


Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, Bollati Borighieri, Torino 1994

        
«Chi scrive ricorda di essere stato, in una via di Roma, afferrato per le spalle da
una ragazza in lagrime, che implorava si facesse qualcosa per impedire che un unico
tedesco, agitando il fucile e emettendo grida, tenesse a bada una folla di militari e
civili sbandati. (p. 17) Un testimone parla ancora oggi con commozione di ragazze
emiliane che "aspettavano i soldati, portavano da mangiare e poi dicevano:
"se volete fermarvi qua". Tutti offrivano vestiti borghesi ai militari. La fraternizzazione tra civili e militari, che non era riuscita sotto il segno equivoco di Badoglio, riusciva ora sotto quello della comune disgrazia. Non ci si stringeva intorno all'istituzione regio esercito, ma si veniva in soccorso di italiani piombati nell'estremo pericolo.
I pochi soldati rimasti inquadrati che qualcuno, a Torino, aveva avuto l'idea di mandare a disperdere la folla, furono da questa applauditi e abbracciati; i soldati rinchiusi dai tedeschi in una caserma di Acqui furono liberati a furor di popolo». (p. 19)
         
Natalia Ginzburg, Lessico famigliare, Einaudi, Torino 1963, p. 147
«La guerra, noi pensavamo che avrebbe immediatamente rovesciato e capovolto la vita di tutti. Invece per anni molta gente rimase indisturbata nella sua casa, seguitando a fare quello che aveva fatto sempre. Quando ormai ciascuno pensava che in fondo se l’era cavata con poco e non ci sarebbero stati sconvolgimenti di sorta, né case distrutte, né fughe o persecuzioni, di colpo esplosero bombe e mine dovunque e le case crollarono, e le strade furono piene di rovine, di soldati e di profughi. E non c’era più uno che potesse far finta di niente, chiuder gli occhi e tapparsi le orecchie e cacciare la testa sotto al guanciale, non c’era. In Italia fu così la guerra.»

Luigi Meneghello, I piccoli maestri, 1964

                  

          «Spero anche altri fossero disorientati, in Italia, a questa vigliaccata che faceva il regime di uscire dal ring senza neanche aspettare non dico il primo pugno, ma almeno che qualcuno s’infilasse i guantoni. Certo noi eravamo disorientati: il regime si squagliava come i rifiuti superficiali di un letamaio sotto l’acquazzone, e ciò che contava era la confusione in cui restavamo, la guerra, gli alleati-nemici, i nemici-alleati».
          In mezzo al caos «il popolo italiano difendeva il suo esercito, visto che s’era dimenticato di difendersi da sé: non volevano saperne che glielo portassero via». 

L’ironia dello scrittore mette in risalto il capovolgimento delle parti: l’esercito, invece di fare il suo dovere per difendere il popolo, veniva protetto e nascosto dal popolo, soprattutto dall’elemento femminile, giacché «Le donne pareva che volessero coprirci con le sottane: qualcuna più o meno provò».


Beppe Fenoglio, Il partigiano Johnny, Einaudi, Torino 1968 (incipit)

«Johnny stava osservando la sua città dalla finestra della villetta collinare che la sua famiglia s’era precipitata ad affittargli per imboscarlo dopo il suo imprevisto, insperato rientro dalla lontana, tragica Roma fra le settemplici maglie tedesche. Lo spettacolo dell’8 settembre locale, la resa di una caserma con dentro un intero reggimento davanti a due autoblindo tedesche not entirely manned, la deportazione in Germania in vagoni piombati avevano tutti convinto, familiari ed hangers-on, che Johnny non sarebbe mai tornato; nella più felice delle ipotesi stava viaggiando per la Germania in uno di quei medesimi vagoni piombati, partito da una qualsiasi stazione dell’Italia centrale. Aleggiava da sempre intorno a Johnny una vaga, gratuita, ma pleased and pleasing reputazione d’impraticità, di testa fra le nubi, di letteratura in vita… Johnny invece era irrotto in casa di primissima mattina, passando come una lurida ventata fra lo svenimento di sua madre e la scultorea stupefazione del padre.»

Vittorio SereniL’anno quarantatre (1963), in Gli immediati dintorni (primi e secondi), Milano, il Saggiatore, 1983, pp. 82-84 (ora in Idem, Milano, il Saggiatore, 2013, pp. 80-81).

«Sono caduto prigioniero in Sicilia, a Pececo (Trapani), ad opera di un reparto aviotrasportato dell’esercito americano. Erano le ore 13,30 circa del 24 luglio 1943, la vigilia del crollo del regime. Da due anni o quasi il mio reparto cercava di raggiungere l’Africa del Nord senza riuscirvi. Fummo ad Atene quattro mesi per questo, al tempo dell’Asse fermo a El Alamein e quasi in vista di Alessandria. Quella del luglio ‘43 fu la volta buona, da prigionieri. Sbarcammo a Biserta il giorno di Ferragosto, tra lo schermo e peggio dei francesi là stanziati, gollisti o meno: dei colonial-fascisti di laggiù, diremmo oggi (ma vale anche per allora). Meno male per noi, nemmeno nel ‘43 gli americani li avevano in simpatia.
Non c’è bisogno di arrivare all’8 settembre ‘43 per scoprire che uno dei sentimenti diffusi tra noi, ufficiali dell’esercito italiano, era una specie di senso di colpa verso l’alleato dal quale stavamo staccandoci. Saltavano i fascetti dai baveri degli ufficiali della Milizia caduti prigionieri con noi e venivano sostituiti con le stellette dell’esercito, mentre gli ufficiali superiori in servizio permanente effettivo, cui gli americani avevano lasciato una larva d’autorità in quanto responsabili ai loro occhi della moltitudine di sbandati che eravamo, si affannavano a scovare nel campo gli antibadogliani, i fascisti insomma, secondo loro. Sicché il meccanismo semplicistico, l’unico disponibile del resto, della fedeltà al re che vuol dire fedeltà alla patria garantita dall’onore militare il quale fa sì che le guerre continuino, fece presto a dividere il campo in due parti: quelli che non discutevano il 25 luglio e quelli che lo discutevano ma già sottovoce.
In nome di che cosa, questi ultimi? Diciamolo chiaro: in nome dell’onore militare, della parola data e di altri impegni e giuramenti di fedeltà. Certo, ci sarà stato anche chi taceva su tutto e vedeva pur qualcosa al di là di certe fasulle alternative di incompatibilità tra parola data da una parte e fedeltà al monarca dall’altra (vespai in cui a cacciarsi l’onore militare!), ma non ne fanno cenno le cronache di quel formicolante campo di prigionia: che era per l’esattezza il 127 di Chazny, Algeria, non molto lontano da Sidi-Bel-Abbès, località cara alla Legione Straniera. (Chazny, Chazny bijou de l’Algérie – eau courante – tous les conforts – visitez-la). Completava il quadro un ragguardevole numero di gente catturata in panni borghesi e in panni borghesi giunta sin lì: siciliani o residenti in Sicilia che dal reparto in sfacelo se l’erano squagliata a casa ma poi avevano dovuto presentarsi alle truppe occupanti; e un ragguardevole nucleo di combattenti d’Africa che ancora non erano stati spediti nei campi d’oltre Oceano. Bisognerebbe dire qualcosa dell’aria astratta, alquanto stralunata di questi ultimi, per i quali guerra doveva essere diventata niente più che un fatto agonistico e personale tra loro e gli inglesi, mesi e anni avanti e indietro per il deserto; e qualcosa del dileggio e delle baruffe cui dava luogo la presenza di quegli altri in abito civile.
Al grido di “fuori i borghesi!” s’incrociava nel campo quello di “fatelo federale!”, di recentissimo conio – e certo quasi incomprensibile alla gioventù di adesso.»