venerdì 5 febbraio 2016

Vasilij Grossman a Stalingrado



Bernardo Valli 
Qui Stalingrado: escono i taccuini dal fronte di Grossman
I diari di Vasilij il più grande reporter di guerra di tutti i tempi
Si offrì volontario subito dopo l’aggressione della Germania e fu scartato: era miope, goffo e impacciato Ma poi si ritrovò in prima linea come cronista

la Repubblica, 5 febbraio 2016

... La battaglia di Stalingrado è la sua esperienza più intensa. E rivelatrice. Egli passa cinque mesi, fino al gennaio ‘43, nella città che si stende sulla riva occidentale del Volga. E il Volga sarà un filo conduttore di Vita e destino, il romanzo cui l’autore non pensa ancora. Una ventina d’anni dopo, da poco ultimato, quando è ancora un manoscritto, sarà subito sequestrato dai censori sovietici. Verrà tuttavia pubblicato lo stesso, postumo, nel 1980 in Occidente, dove erano arrivate clandestinamente una o due copie.
I cultori di Vita e destino, troppo pochi rispetto alla grandezza dell’opera, cercano nei taccuini le tracce del futuro romanzo. Il Volga non è soltanto un filo conduttore di cui si serve il narratore: per lui è soprattutto l’arteria principale della Russia che fa affluire sangue vitale a coloro che si immolano nell’assedio. Lo sottolineano giustamente i curatori della raccolta di scritti sparsi di Grossman. Lui era un idealista ed era convinto che l’eroismo dimostrato dall’Armata rossa, del quale era stato un testimone, non avrebbe condotto unicamente a una vittoria militare decisiva per il conflitto mondiale in corso. Pensava che avrebbe cambiato radicalmente anche la società sovietica. Insieme al nazismo e all’antisemitismo sarebbero stati sconfitti gli organizzatori del Gulag, l’Nkvd, i processi abusivi, persecutori, promossi da Stalin e poi dai successori. La battaglia di Stalingrado, con il sangue versato, avrebbe avuto l’effetto di una catarsi.
Le note dei taccuini prendono forma in Vita e destino. Sentendosi liberi, perché certi di essere condannati a morte, i soldati e gli ufficiali dicono quel che vogliono. Non si curano delle spie e dei commissari politici. Tanto che uno di questi, Krymov, in servizio a Stalingrado, pensa di essere arrivato in un paese, in un reame, senza partito. Lui stesso sente la libertà come nei primi giorni della rivoluzione.
Per Grossman a Stalingrado doveva nascere la democrazia. La delusione lo conduce al dialogo che in Vita e destino mette di fronte l’SS Liss e il vecchio leninista Mostovskoi.
E che è una pagina chiave dell’opera. Il tedesco Liss sostiene che i due sistemi sono due specchi che riflettono immagini identiche. Il nazismo ha fondato il suo totalitarismo sull’idea nazionale, il comunismo sulla nozione di classe. Questa la differenza originaria. Ma poi l’internazionalismo comunista è degenerato in un nazionalismo di Stato che non lo distingue troppo dal suo avversario.
Nel dopoguerra Grossman subisce due affronti che inaspriscono la sua avversione per il regime sovietico e che lo portano a considerarlo nella pratica simile al nazismo. Lo feriscono la campagna antisemita, fra il ‘49 e il ‘53, e la proibizione di raccontare lo sterminio degli ebrei in Russia (di cui è stata vittima sua madre). Benché molti campi nazisti siano stati liberati dall’Armata Rossa, Mosca non vuole che si sottolinei il sacrificio degli ebrei e vuole che tutti i morti siano russi e basta. La partecipazione di cittadini sovietici, di varie nazionalità, al massacro nei territori occupati dai tedeschi, è una realtà che disturba.
I giudizi di Grossman sul regime si appesantiscono senza intaccare il patriottismo che l’aveva animato a Stalingrado. Anche se l’eroismo russo sul Volga è stato tradito.

IL LIBRO Uno scrittore in guerra di Vasilij Grossman ( Adelphi, traduzione di Valentina Parisi pagg. 471, euro 23)

martedì 2 febbraio 2016

L'ora dei nonni in politica



Anais Ginori
La rivoluzione politica dei Millennials
Ecco il mondo che vuole la generazione cresciuta a cavallo del 2000
Sono giovanissimi ma scommettono sui “nonni” nella vita come alle elezioni, perché incarnano ideali, etica e radicalità In Francia puntano su Juppé, negli Usa spingono Sanders, in Gran Bretagna Corbyn

la Repubblica, 2 febbraio 2016 

PARIGI METTI una sera in discoteca con il nuovo idolo politico dei giovani francesi. L’appuntamento è in un locale di Montmartre, tra ragazzi che bevono birra e scattano selfie. Finalmente arriva il loro candidato, quello che sperano di lanciare fino all’Eliseo nelle presidenziali del 2017. Alain Juppé si toglie subito la giacca, resta in maniche di camicia tra gli applausi. È salito a piedi fino al Sacro Cuore, centoventi scalini, e neppure una goccia di sudore. «Molti lo prendono in giro per la sua età, ma è il più moderno di tutti» esulta Matthieu Ellerbarch, 24 anni, presidente dei comitati giovanili per Juppé alle primarie dei Républicains: oltre duecento gruppi in tutto il paese. L’ex premier ha compiuto 70 anni nell’agosto scorso: se venisse eletto finirebbe il suo mandato a 77 anni. Ma per molti militanti non è un problema. Come non lo è per i ragazzi che sostengono Bernie Sanders, 74 anni, rivale di Hillary Clinton alle primarie americane e che, se vincesse, potrebbe sfiorare gli ottant’anni alla Casa Bianca. «Almeno con Juppé — continua il sostenitore ventenne — sappiamo che ci sarà un solo mandato e si impegnerà davvero nelle riforme senza pensare a come essere rieletto». L’età non ha impedito neppure Jeremy Corbyn, 66 anni, di vincere l’anno scorso la guida del partito laburista, il candidato sovversivo amato dalle nuove generazioni.
Il giovanilismo non fa per i giovani. Anzi, i Millennials, quella generazione nata tra il 1982 e il 2004, sono la categoria sociologica che sembra più vicina, per valori e affinità, ai senior. Non è solo la politica a dirlo. In Francia, libri di autori novantenni come Edgar Morin e Jean d’Ormesson sono amati soprattutto da lettori sotto ai quarant’anni che vengono alle presentazioni a chiedere autografi. E qualche anno fa il manifesto della rivolta giovanile è stato “Indignez-vous!”, Indignatevi, firmato da Stéphane Hessel, classe 1917.
Tutti pazzi per i nonni, visti più dei genitori come punto fermo in un mondo in tempesta, ponte tra vecchio e nuovo secolo. I punti in comune sono tanti. Come la generazione che ha attraversato le guerre, i Millennials sanno che il futuro non è garantito. Devono affrontare crisi sociali ed economiche, la precarietà, il terrorismo, la minaccia del cambiamento climatico. «È una generazione complessa da decifrare perché è cresciuta in un mondo complesso» spiega Alexandra Jubé, responsabile nell’agenzia di tendenze Nelly Rodi. Per i sociologi i Millennials sono ancora un’enigma, spesso in bilico tra gli estremi. Individualisti e tolleranti. Distratti ed esigenti. Lontani dalla politica e impegnati in azioni sociali dal basso. Critici del sistema ma non disposti a fare la rivoluzione. Nel lavoro come nella vita, spesso antepongono il privato al pubblico. Negli Stati Uniti sono già dominanti sul mercato del lavoro: 53,5 milioni, più della generazione X e dei baby boomers. «Cambieranno totalmente i codici di consumo e gli stili di vita» prevede l’analista.
Nella visione politica i Millennials sono in cerca della radicali- tà interpretata meglio dai senior che non da generazioni più vicine, più inclini ai compromessi, cresciute in epoche di benessere e progresso sociale. I nonni sono percepiti come outsider del sistema. I veri “punk”, ribelli e antagonisti, ha scritto qualche giorno fa il Edgar , hanno tante rughe e capelli bianchi. «I Millennials sono favorevoli alla democrazia diretta, rifiutano l’intermediazione racconta Anne Muxel, studiosa del centro di ricerca Cevipof di Sciences Po e autrice di un saggio appena uscito, “Temps et Politique”. Come sul lavoro, in cui i ragazzi non riconoscono più l’autorità assoluta, chiedono un’organizzazione orizzontale e non verticale. Se è vero che molti giovani sono attratti da forze populiste, dal Front National al Movimento 5 Stelle, Muxel osserva una tendenza in aumento per candidati che mettono avanti l’etica, tornando a valori antichi: la tolleranza, l’eguaglianza sociale. La generazione “Me, myself and I”, come cantava Beyoncé, accusata di egoismo, è invece capace di accettare le differenze, senza cedere alla tentazione dell’esclusione. I politologi Vincent Tiberj e Antoine Jardin parlano di una gioventù “pluralista” perché è mobile nelle scelte, ha abbandonato lo scontro ideologico tra destra e sinistra, e non esprime due sentimenti polarizzanti del dibattito: il rigetto dell’immigrazione e la paura dell’Islam. I “pluralisti”, notano gli studiosi, sono maggioranza tra i giovani, oltre il 60%, soprattutto nella fascia più istruita. I Millennials difendono un immaginario politico aperto e cosmopolita simile a quello nonni che hanno saputo accogliere e integrare tante ondate di immigrazione, dal dopoguerra in poi.

sabato 30 gennaio 2016

La trattativa


 Salvatore Lupo 

... L'ipotesi è questa, lo so, ma questa ipotesi non sembra dimostrata, e infine non sono io che tiro fuori l'articolo, lo stato di emergenza, nel mio saggio non c’è scritto, non dico questo. Io dico che due ufficiali dei Carabinieri sono andati a trattare con un capomafia che non era latitante e non hanno commesso alcun reato facendo questo. Hanno instaurato una trattativa, come da un secolo e mezzo tutti i poliziotti instaurano trattative con capomafia per averne scambi di favori, informazioni. Questa intanto non è «la» trattativa, è «una» trattativa o forse una quantità di trattative. Nel corso di queste trattative possono essere stati commessi dei reati, se a questo signore o ai suoi amici sono state promesse cose illecite, oppure no. Può darsi che siano state promesse cose lecite o cose che astutamente il poliziotto si riservava di non mantenere, come in genere fanno i poliziotti. Da questo punto di vista, ben lungi dal dire che la trattativa è un crimine o un reato perché nel codice penale non esiste il reato di trattativa, giusto perché il termine è talmente vago che non può essere definito rilevante penalmente, fermo restando che tutti trattano con tutti normalmente e in particolare i poliziotti con i criminali, con i terroristi e con i mafiosi – perché questo è, così funziona – bisogna vedere se in questa trattativa siano state promesse e soprattutto concesse cose illecite. Ragion per cui il tribunale fa benissimo a inquisire queste persone per vedere, fermo restando che hanno già subìto sette processi uscendone sempre assolti, e fare un processo per l'ottava volta per la stessa cosa – mi dovrebbe confermare chi è di cultura giuridica – per me che vedo Law and Order non si dovrebbe poter fare. Che poi questo complotto sia stato guidato da Scalfaro o da Napolitano non risulta, non è vero allo stato attuale delle prove. Lei riteneva questo libro un frontale attacco la procura, per me non è così: io ho solo ragionato sul modo in cui, sul piano della comunicazione pubblica e della ricostruzione della storia italiana, è stata elaborata una serie di documenti, alcuni giudiziari, altri di giornalisti, di uomini politici e degli stessi magistrati che un giorno fanno gli atti penali e il giorno dopo li volgono in libri, che possibilmente sono intitolati Io so, dove si sostiene che uno può dire le cose anche se non ha prove, non c’è bisogno di avere le prove perché so che è vero, credetemi sulla parola. Sono largamente d'accordo con Fiandaca, non necessariamente in tutto, d'altronde le due parti del libro sono ben distinte con il nome, quindi si potrebbe anche giudicare quello che scrive Salvatore Lupo. C’è una produzione di public history, la storia del nostro Paese come viene ricostruita in questi testi, che non ha niente a che vedere con qualsiasi modo plausibile in cui può essere immaginata la storia italiana, perché segue sempre la categoria del complotto, che distingue la ricostruzione penale dalla ricostruzione storica. Mentre infatti la ricostruzione storica tende a mettere in campo milioni di persone, grandi forze impersonali, la logica giudiziaria, dovendo trovare una responsabilità individuale, segue la logica del complotto, laddove i grandi eventi storici difficilmente seguono la logica del complotto. A me sembra che questo sia uno dei casi, poi quando mi dimostreranno, come finora non è avvenuto, perché i processi paralleli si sono conclusi con l'assoluzione, quali reati nell'ambito di queste trattative siano stati commessi, io che rispetto le sentenze dei tribunali e non pretendo di saper giudicare meglio dei giudici ne prenderò atto.

http://documenti.camera.it/leg17/resoconti/commissioni/stenografici/html/24/audiz2/audizione/2015/12/01/indice_stenografico.0124.html

venerdì 29 gennaio 2016

Tina Modotti in un affresco di Diego Rivera

Julio Antonio Mella, Tina Modotti, and […] Vittorio Vidali (in a black beret, just visible behind Modotti’s head) // [wikipedia: The love triangle of Mella, Vidale [Vidali] and Modotti is immortalized in Diego Rivera’s mural “In the Arsenal.”. The extreme right [as you face it] of the mural shows […] Tina Modotti holding a belt of ammunition. Vidale’s face, partly hidden, stares suspiciously from under a black hat, as he peers over her shoulder, while Modotti gazes lovingly at Julio Antonio Mella […] Given the closeness of Diego Rivera to the people involved some consider this fresco painting to be evidence of Vidale’s and Rivera’s involvement in Mella’s assassination and this work of art is believed by many to relate to Rivera’s expulsion from the Mexican Communist Party.]
Al centro del quadro si riconosce Frida Kahlo. David Alfaro Siqueiros è l'ultimo a sinistra di chi guarda. All'angolo opposto sulla destra troviamo Tina Modotti, e Julio Antonio Mella con Vittorio Vidali seminascosto dietro di lei.

Diego Rivera, La distribuzione delle armi, 1928. / Fresco
Court of Labor, Ministry of Education, Mexico City.

giovedì 28 gennaio 2016

Camilleri su Gramsci e Pirandello




Brano estratto dalla Lectio Magistralis tenuta da Andrea Camilleri in occasione del conferimento della Laurea Honoris Causa in Filologia Moderna, Chieti, 12 novembre 2007
 
...dalla rimeditazione su Pirandello che Gramsci fa negli anni del carcere, comprese in un capitolo a parte del volume che venne intitolato “Letteratura e vita nazionale”, emerge tra le tante almeno una straordinaria e illuminante indicazione propriamente registica, propriamente da interpretazione registico-attoriale, puntualmente disattesa dai registi negli anni successivi. Si trova nel sottocapitolo intitolato L’”ideologia” pirandelliana e direttamente discende dalle considerazioni fatte anni prima nella recensione di Liolà. Gramsci a un certo momento si domanda se i punti di vista esposti da alcuni personaggi di Pirandello, quelli considerati più filosofici, più capziosi, siano d’origine libresca e colta oppure rappresentino un qualcosa di presente nella vita stessa, nella cultura del tempo, anche in quella popolare di grado infimo. E si risponde facendo una comparazione tra i drammi in dialetto, popolari, e quelli in lingua che rappresentano un milieu borghese di tipo nazionale. “Ora pare -scrive- che, nel teatro dialettale, il pirandellismo sia giustificato da modi di pensare “storicamente” popolari e popolareschi, dialettali; che non si tratti cioè di “intellettuali” travestiti da popolani, di popolani che pensano da intellettuali, ma di reali, storicamente, regionalmente popolani siciliani, che pensano e operano così, proprio perché sono popolani e siciliani. Se questo si dimostrasse, tutto il castello del pirandellismo, cioè dell’intellettualismo astratto del teatro pirandelliano crollerebbe.
La stessa considerazione andrebbe fatta, suggerisce più o meno direttamente Gramsci, anche per le commedie borghesi, ed è chiaro qui il riferimento alla messinscena de A Birritta cu i ciancianeddi, “dove” -come scrive il recensore- “continua la rappresentazione esemplificata delle contraddizioni tra l’essere e il voler essere, tra l’apparenza e la realtà, tra l’immagine e il vero”, ebbene, malgrado tutto questo bric a brac di apparente cerebralismo, la recitazione di Angelo Musco faceva sì che “la vita fosse solo nell’interprete, che riesce a superare il tedio delle lunghe parlate”. Torno a ripetere: una precisa indicazione per registi e attori su come interpretare scenicamente Pirandello, come dirlo, come proporlo con estrema semplicità e naturalezza.
A chiarimento del popolano naturaliter pirandelliano, ripropongo una sorta di testimonianza già da me raccontata nel libro “Il Gioco della mosca”. Peppi Nicotra, scaricatore del porto del mio paese, si sposò con una giovanissima e bella ragazza, Giovanna. Una settimana dopo il matrimonio, Peppi venne arrestato perché aveva ucciso un uomo nel corso di una lite d’osteria. Fu condannato a dieci anni di carcere. Giovanna abitava in una casetta, nella periferia del paese, che Peppi aveva fabbricata con le sue mani e che aveva una finestra allato alla porta d’ingresso. Passato un anno, Giovanna cominciò a ricevere le visite notturne di diversi uomini. E di questa condotta della moglie Peppi venne informato in carcere. Scontata la pena e rimesso in libertà, tutti si aspettavano che avrebbe vendicato l’offesa uccidendo, se non gli amanti che in verità erano un po’ troppi, almeno la moglie. Invece Peppi andò a vivere in casa di sua madre come se niente fosse successo. Poco dopo si sparse la voce che aveva ripreso a frequentare, nottetempo, Giovanna, trattandola però non da moglie, ma come tutti gli altri, da compagna occasionale. E decadde dalla considerazione di tutti. Senonchè un giorno uno dei più autorevoli cittadini, anche lui frequentatore di Giovanna, volle avere da Peppi una spiegazione del suo comportamento. E quello tranquillamente rispose:
“Io a Giovanna non me la potei godere come moglie, poco tempo passò tra il matrimonio e il carcere. Quando uscii, mi tornò desiderio di lei. E una notte l’andai a trovare. Tutto qua. Però io entro dalla finestra”.
“E che vuol dire?”
“Dalla porta entrano i mariti, o no?”
“Certo. Da dove dovrebbero entrare?”
“E io invece ogni volta entro dalla finestra, come un amante. Voi che entrate dalla porta per andarla a trovare, siete i mariti, io sono l’amante.
Sono io che vi faccio cornuti a tutti”.
Venne riabilitato. Inutile dire che Peppi del suo compaesano Luigi Pirandello mai aveva inteso parlare.
http://www.vigata.org/laurea/lectio_ch.shtml

mercoledì 27 gennaio 2016

Una memoria scontata per un dolore senza tempo



Claudio Vercelli
Un dispositivo di totem e tabù
il manifesto, 27 gennaio 2016

È come se una sorta di consenso di massima, veicolato attraverso una rigida procedura istituzionale, quella che aveva portato una quindicina d’anni fa all’istituzione del Giorno della Memoria con un’apposita legge, si fosse progressivamente indebolito, fino a ripiegare su se stesso. Ad alcuni, allora, poteva sembrare il punto d’arrivo di un lungo percorso di sensibilizzazione storica e civile; oggi a non pochi pare che ci si trovi dinanzi ad una cristallizzazione.
Le iniziative in corso d’opera sono e rimangono molte, soprattutto sul piano didattico, ma la stanchezza e, a tratti, i timori non solo di un approccio retorico bensì anche potenzialmente demotivante, comunque in sé confuso e ambiguo, sono non meno diffusi. In alcuni casi sopravanza un malcelato fastidio, spesso motivato dal fatto che ricordare un genocidio, secondo certuni, potrebbe servire a relativizzarne altri. C’è quindi chi ne denuncia l’inflazione, ossia la sua saturazione discorsiva che, ancora lievitando, pare slegare sempre di più i contenuti delle comunicazioni pubbliche rispetto alle originarie intenzioni. Dalla sensibilizzazione e dalla condivisione si passerebbe quindi all’ossessione. Non un diritto alla comprensione ma un dovere basato su una sorta di colpa quasi metafisica, creando un totem e un tabù contro i quali, prima o poi, qualcuno potrebbe scagliarsi, in un atto falsamente liberatorio.

Omissioni ad arte

C’è invece chi più puntualmente invita a riflettere sul concreto rischio del travisamento, attraverso il combinato disposto tra banalizzazione (tutto è Auschwitz), sacralizzazione (Auschwitz è tutto) e negazione (Auschwitz è niente). Tre possibili esiti inscritti dentro un campo ai cui estremi si pongono un tempo senza storia (quello del dolore perenne, non risarcibile, schiacciato quindi su un presente eterno) e della commemorazione intesa come rituale autosufficiente, basato sulla ripetizione degli stessi cliché.
Così facendo, l’impressione che se ne ricava è quella non tanto di una consapevolezza in divenire bensì di una sottile strategia di omissione, dove il ritornare a ciò che è stato potrebbe servire per evitare di affrontare quello che sta avvenendo. Non di meno, ed è altra questione tanto imperativa quanto non elaborabile con i tradizionali strumenti della mediazione culturale, la pervasività mediatica del tema, e la sua fortuna nell’immaginario collettivo europeo e americano, hanno decretato che, a fianco della ricerca storica e della riflessione storiografica, si accompagnassero, per poi spesso sostituirsi all’una e all’altra, fenomeni di uso spettacolare e drammatizzante.
Lo stesso può dirsi del determinarsi di un universo di significati del tutto decontestualizzati. Sussiste infatti un vero e proprio circuito di raffigurazioni che sembra oramai alimentarsi a prescindere dai fatti storici, assumendo una sorta di esistenza sua propria, all’interno dei prodotti di una subcultura pop che mischia deliberatamente le cose, deformandone i significati e facendo volutamente a meno di codici di comprensione che non siano quelli dettati da interessi di circostanza.
In campo politico, ad esempio, le cose paiono spesso funzionare così. Si ha allora a che fare con la presenza di un paradigma globalizzante, una sorta di «cosmopolitan memory», dove l’intreccio, spesso caotico, tra istanze affettive, morali e civili rischia non solo di non rendere conto dei trascorsi ma di affaticare ancora di più la comprensione e la condivisione della nostra contemporaneità. Se ci poniamo in tale ottica, il fuoco della riflessione, quindi, non è più una peculiare vicenda storica bensì l’attuale uso pubblico del suo ricordo.
Le molteplici ricadute di quella memoria nel corso del tempo sono state differenziate, semmai stratificandosi in un complesso di parole, idee, immagini ma anche suggestioni che sempre più spesso si sono incontrate, per poi avvilupparsi, con il nodo dell’identità individuale e collettiva nell’età corrente. Non quindi di quanti vissero concretamente tempi così tragici, sopravvivendo ad essi silenziosamente, bensì di coloro che oggi ne rielaborano i significati, conferendo a se stessi una ragione d’essere civile e politica soprattutto in rapporto alla rilevanza che attribuiscono a quel passato. Il quale sembra inglobare e metabolizzare tanti altri passati. In realtà, come bene sanno gli studiosi, ci troviamo dinanzi al prodotto di una stagione culturale che prende le sue mosse con la fine degli anni Settanta, quando la testimonianza diretta di chi aveva vissuto quelle vicende iniziò ad assumere uno statuto e una rilevanza che precedentemente non gli erano state accordate.

Una tragedia fondativa

Esiste peraltro un sistema di binari a doppio scorrimento, con un tracciato per più aspetti parallelo, che mette in relazione la crisi del «paradigma antifascista» con l’emergere della centralità della Shoah. Mentre le fortune del primo si fanno decrescenti, non rendendo più conto del suo valore di elemento primario nella coesione sociale e politica, la seconda ne ricava per più aspetti un ruolo di supplenza, finendo con il divenire parte imprescindibile del bagaglio della cittadinanza democratica. Alla rilevanza dei vincitori, coloro che avevano annientato il nazismo e i fascismi, ricostruendo l’Europa e dando forma ad una nuova società pluralista, si sostituisce infatti quella delle vittime.
La Shoah, per alcuni aspetti, si emancipa dal suo stesso essere una tragedia ebraica (intrecciata con le politiche oppressive e persecutorie di altri gruppi bersaglio, praticate sistematicamente dal regime hitleriano e dai fascismi europei) per essere rivestita di una valenza assoluta, quella di elemento fondativo del modo in cui costituiamo e condividiamo uno sguardo morale sul mondo. Quanto meno nel campo occidentale poiché ben diverse sono le sensibilità in altri contesti. Non si tratta di un transito di poco conto poiché si accorda alle trasformazioni che attraversano l’ambito culturale e politico dei nostri paesi, laddove al declino dell’azione collettiva sembra sostituirsi una sorta di memoria proiettiva, fondata sull’identificazione sentimentale con i «vinti dalla storia». Un fatto, quest’ultimo, che conferisce all’inazione e all’impotenza un significato simbolico molto pronunciato. L’arco di tempo strategico è, d’altro canto, quello in cui viene deperendo il modello riformista di stampo socialdemocratico, praticato nell’Europa atlantica, come anche la residua speranza di una trasformazione radicale affidata ai processi di rivoluzionamento delle società.

Latitanza della politica

Il dispositivo della legge istitutiva del Giorno della Memoria recepisce e registra a distanza di tempo, per più aspetti del tutto inconsapevolmente, il formarsi e poi il diffondersi di questo fenomeno di scambio. Il rischio reale è che la memoria esemplare e paradigmatica di cui si fa carico sancisca definitivamente l’improduttività di quella letterale, basata non solo sul riscontro oggettivo dei fatti ma anche sulla capacità di coglierne la reale dimensione all’interno di una dinamica che sappia comparare, senza parificarle, le tragedie del passato per intervenire sugli orientamenti del presente. Alle spalle di tutto ciò c’è senz’altro anche l’ombra velenosa del conflitto israelo-palestinese. Ancora di più vale, tuttavia, quella rincorsa alla quale da molto tempo stiamo assistendo un po’ ovunque per assumere la veste di vittime per eccellenza, a suggello di un’identità collettiva che surroga, in tale modo, l’assenza della politica come azione per la trasformazione.
La vittima, infatti, non chiede diritti, domandando semmai risarcimenti. Il paradosso è che una memoria di tale genere, tanto più se istituzionalizzata, non solo rischi di trasformarsi in una retorica pubblica incapace di andare oltre la sua stessa autocelebrazione ma, in una eterogenesi dei fini, incentivi quei processi di disinvestimento dalla partecipazione alla sfera pubblica che, invece, vorrebbe contribuire ad arrestare.

http://www.ricerchedistoriapolitica.it/tra-passato-e-presente/la-giornata-della-memoria-e-ormai-storia/

lunedì 25 gennaio 2016

Quale islam?





Marco Rizzi
Il saggio di Massimo Campanini
Dieci, cento, mille islam
Vademecum per non smarrirsi

 Corriere della Sera, 25 gennaio 2016
 
Gli attentati a Parigi di novembre e il dibattito che ne è seguito, registrato anche sul «Corriere», hanno messo in luce il deficit di conoscenza dell’islam che in Italia si riscontra nell’opinione pubblica. Ne consegue un atteggiamento che va dalla paura irriflessa a un malinteso senso di comprensione, secondo cui nulla avrebbe a che fare il «vero» islam con il terrorismo. In realtà, occorre anzitutto prendere coscienza dell’estrema differenziazione che percorre l’islam al suo interno, anche quello più caratterizzato in senso politico. Essa va ben oltre la sola contrapposizione tra sciiti e sunniti su cui le sanguinose cronache dal Medio Oriente hanno puntato i riflettori. Pure all’interno delle sue grandi famiglie, l’islam si presenta sfaccettato e legato a interpretazioni anche molto differenti del testo sacro. Offre una prima mappa per orientarsi nell’universo dell’islam politico l’agile volumetto di Massimo Campanini Quale islam? Jihadismo, radicalismo, riformismo (La Scuola, pagine 128, e 9,50), che ne percorre la fenomenologia religiosa in termini sia storici, sia culturali e sociologici. Da quest’ultimo punto di vista, vengono esaminati alcuni fattori di trasformazione significativi, tra cui l’emergere di una questione femminile e l’impatto dei fenomeni migratori sulla stessa identità islamica. Particolarmente utile risulta il glossario conclusivo.