lunedì 22 novembre 2021

La montagna Sainte Victoire

La foto non è l'oggetto reale. Diciamo allora che ho visto con i miei occhi la montagne Sainte Victoire. E l'ho subito vista anche con gli occhi di Cézanne. Provo a dire meglio: l'ho vista con occhi segnati dalla rappresentazione pittorica di Cézanne. L'azzurro del cielo che già trascolora sugli spalti rocciosi della montagna. Oppure un cielo ocra celeste chiaro che trova rispondenza nelle tonalità del poderoso massiccio sottostante. Uno spettacolo di imponenza maestosa nella luce. Natura e sentimento della natura fusi in uno stato di contemplazione estatica: la rappresentazione pittorica  passa con grande naturalezza nella percezione immediata della realtà. Per via di Cézanne e dei suoi quadri, la montagna cambia aspetto, è la stessa e non è più la stessa; non si può ammirare la montagne Sainte Victoire senza vederla con altri occhi, più o meno trasfigurata.  Vera, o più vera, è la montagna di Cézanne. L'altra, quella percepita senza particolari interferenze, rischia di essere banale, sciocca. (Giovanni Carpinelli)
 Melania Mazzucco, Scalare con i colori la montagna Sainte-Victoire l'ossessione che sconfisse Cézanne, la Repubblica, 14 aprile 2013 

 Un paesaggio, un edificio o un semplice oggetto, attrae irresistibilmente il pittore e lo risucchia in una sorta di vortice. Finisce per concentrarsi su quello, come se in esso fosse racchiuso il segreto della sua opera, o della sua vita. E lo dipinge da diversi punti di vista o dallo stesso, in un solo periodo o a distanza di anni. Creando una serie, come Claude Monet con la cattedrale di Rouen e le ninfee, oppure opere indipendenti, diverse una dall' altra, come Paul Cézanne con la montagna Sainte-Victoire. L' ha dipinta quaranta volte a olio, e altrettante ad acquarello. La ripetizione è caratteristica della sua pittura analitica - tant'è che si concentrò sempre sugli stessi motivi: i bagnanti, le mele, i giocatori di carte, la moglie. Ma se queste opere sconcertanti - ritenute quasi subito la matrice dell'avanguardia del Novecento - mi lasciano ammirata e però impassibile, quelle sulla Sainte-Victoire esercitano su di me la stessa fascinazione ossessiva, quasi ipnotica, che la montagna esercitava su di lui. E quando sono andata in Provenza, mi sono accorta che la montagna non c' era più. Cioè: dopo aver visto una Sainte-Victoire di Cézanne, non si può più vedere la montagna vera, ma solo quella dipinta da lui. Così, per me, fanno le opere d' arte. Non aboliscono la realtà, ma la sostituiscono. Creano un mondo parallelo. La Sainte-Victoire l'aveva sempre avuta sotto gli occhi, poiché era l' attrazione turistica di Aix-en-Provence, la sua città natale: cartolina già usurata dai paesaggisti locali, meta di escursioni e di scavi (vi erano stati rinvenuti fossili e uova di dinosauro). Ma Cézanne dovette consumare quasi tutta la vita per scoprire che quel blocco di calcare, mille metri di altitudine a dominio della piana circostante, non era solo una montagna. All' inizio, era stata lo scenario romantico della sua adolescenza. Nella sottostante valle verde dell' Arc, prendeva il sole e faceva il bagno coi suoi amici del College Bourbon, fra cui l'inseparabile Émile Zola. Non pensava ancora di dipingerla: figlio di un banchiere, era destinato a studiare legge - e comunque sognava solo di andar via dalla provincia. Come fece quando, a 22 anni, raggiunse Parigi per diventare pittore. Lo notarono per il caratteraccio, la barba selvaggia, il linguaggio scurrile, lo stile brutale - insomma per il personaggio del pittore anti-accademico, rifiutato dai Salon. Dagli impressionisti, il cui movimento costeggiò, apprese la lezione decisiva: dipingere all' aperto, nella natura. Però, salvo una volta, la montagna sembrava scomparsa dalla sua memoria e dalla sua pittura. Finché, nel 1886, lasciò Parigi per stabilirsi definitivamente ad Aix. Voltò le spalle alla metropoli, alla speranza di gloria e alle relazioni sociali, e scelse di vivere isolato, dedicandosi solo all' esercizio della pittura, come un artigiano (dissero che vestiva «come un vetraio»).E quasi subito, la Sainte-Victoire diventa il motivo dominante. Prima la dipinge da lontano, dalla casa della sorella; poi dalle cave abbandonate di Bibémus. Infine, dopo il 1902 identifica il punto giusto. Quell' anno, infatti, Cézanne si trasferisce nella casa-atelier che si è fatto costruire a Les Lauves, su una collina sopra Aix. È come una rivelazione. Cézanne esce dalla sua casa atelier con la scatola di colori, risale la collina per un chilometro e sistema il cavalletto in un uliveto. Tutte le ultime Sainte-Victoire (una decina a olio, 17 ad acquerello) sono dipinte da questo stesso punto di vista frontale, con spostamenti a sinistra o a destra che sembrano corrispondere al movimento reale del pittore. Sono quadri molto simili, spesso dello stesso formato: la montagna invade la superficie pittorica. La Sainte-Victoire di Zurigo è una delle ultime. Cézanne la dipinge forse intorno al 1904: è invecchiato precocemente, soffre di diabete, lamenta la crescente miopia. Il quadro sembra dipinto in fretta, con una fitta trama di pennellate verticali, furiose, frante, quasi febbrili. Si ha l' impressione di guardare un' immagine fuori fuoco, un flusso di sensazioni a colori, un quadro astratto, una foresta vibrante, una tappezzeria indecifrabile. La visione è così sintetica che solo aguzzando lo sguardo nella tessitura cromatica si riconoscono le forme e i volumi: la macchia ocra in basso sulla sinistra riassume una casa, i tocchi di verde sono gli olivi della piana, i bianchi della canapa non dipinta i riflessi della luce sui campi. La montagna è una massa blu che si erge a due terzi della tela: la linea parallela all' orizzonte rende l' estensione, la linea perpendicolare la profondità; le nuvole verdi del cielo riflettono gli alberi, perché ciò che vediamo non è l' apparenza del paesaggio colto in un istante, ma la sua essenza unitaria e armoniosa nella persistenza della durata. Forse il quadro fu lasciato incompiuto. O forse Cézanne ritenne che il non-finito fosse il linguaggio più appropriato per restituire la sensazione esatta della sera - quando i contorni fluttuano, la montagna sta per essere inghiottita dall' oscurità, la pesantezza si dissolve e lascia spazio alla malinconia. A un amico, in quei giorni, scrisse di essere vicino alla realizzazione di sé in arte: l' esperienza di una vita intera gli aveva infine permesso di appropriarsi dei mezzi per esprimere l' emozione. Nell'ottobre del 1906, durante una sessione di pittura all'aperto, fu sorpreso da un temporale ed ebbe un malore. Fu ritrovato più tardi, fradicio e intirizzito. Aveva sempre detto di voler morire col pennello in mano e quasi ci riuscì: la polmonite se lo portò via in pochi giorni. Guardando le sue estreme Sainte-Victoire, dipinte da Les Lauves, si comprende che quel monolite roccioso, duro, frustato dal vento, che svetta solitario sulla pianura sottostante, assomigliava a lui - e per questo in esso si era riconosciuto. Cézanne è seduto davanti alla montagna. Elimina dal quadro tutto ciò che disturba: le tracce degli uomini, le strade, il viadotto - perfino le case e gli alberi. Dialoga con lei, da solo a sola: guardandosi come in uno specchio.

venerdì 19 novembre 2021

L'improbabile elezione di Draghi

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Stefano Feltri, Tra Rai e Quirinale, la stagione eccezionale del governo Draghi è già finita, Domani, 19 novembre 2021 Vari segnali indicano che l’armonia temporanea tra partiti che ha caratterizzato il governo Draghi si sta incrinando. Prima le tensioni intorno alle nomine per i tg della Rai, poi il voto di due emendamenti che passano nonostante il parere contrario del governo. Lo schema Rai applicato al Quirinale indica due scenari possibili: Draghi sostenuto dal centrodestra, con il Pd costretto ad accodarsi e un Movimento Cinque stelle incerto. Scenario alternativo: i leader marginali Renzi e Di Maio costruiscono una candidatura alternativa a quella di Draghi che spacchi la maggioranza attuale attirando il Pd. Il nome giusto sarebbe quello di Paolo Gentiloni. -------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- Commento. 1. Draghi finora sul Quirinale non si è pronunciato. E' probabile che non escluda la possibilità di una sua elezione. Vuole veramente andarci a tutti i costi? Se fosse eletto da una maggioranza di centro-destra, dovrebbe chiamare al governo una personalità gradita a Meloni e Salvini. Due figure di un europeismo non proprio spiccato. Oppure dovrebbe conferire l'incarico di formare il governo a una personalità legata a Forza Italia, sperando nel sostegno del Pd. Sembrano scenari poco plausibili. Ipotesi finora non contemplata dagli analisti: visto lo scenario che si verrebbe a creare nel caso di una elezione su quelle basi, Draghi potrebbe ritirare la sua candidatura. Che cosa avrebbe poi da guadagnare il Pd prestandosi a un gioco simile non si capisce. Più lineare si rivela invece il percorso che potrebbe portare all'elezione di Gentiloni o di una figura analoga. Monica Maggioni al Tg 1 è del resto già il segnale di uno sviluppo successivo che lascia Draghi a palazzo Chigi. 2. Tutto questo presuppone che Draghi faccia scena muta fino all'inizio delle votazioni e che parli solo per reagire a alcune dichiarazioni di voto. A me, tuttavia, sembra più realistico un altro scenario ancora. Draghi potrebbe prendere la parola alla vigilia del voto o anche qualche giorno prima. Non per rinunciare alla candidatura, ma per porre alcune condizioni e assumere degli impegni. Le condizioni potrebbero avere a che fare con le sue convinzioni di natura politica generale, l'europeismo e l'atlantismo per esempio. Gli impegni potrebbero riguardare l'esigenza di evitare a ogni costo le elezioni anticipate. Questo, in definitiva, mi sembra allo stato attuale l'evento più probabile.

giovedì 18 novembre 2021

L'alba e il tramonto in Virgilio

L'alba Eneide,III,521 Iam rubescebat stellis Aurora fugatis E già rosseggiava l'aurora, fugate le stelle (Luca Canali) E già, fugate le stelle, arrossiva l'Aurora (Vittorio Sermonti) Anticipiamo parte della lettura che Vittorio Sermonti, stasera a Perugia, dedica a Virgilio e all' Eneide «Iamque rubescebat stellis Aurora fugatis...» «E già, fugate le stelle, arrossiva l' Aurora, /quando vediamo lontano oscuri colli e, umile / sull' orizzonte, l' Italia. "Italia!" grida Acate per primo,/ "Italia!" salutano E già, fugate le slle, arrossiva i nostri con urla di giubilo». Che succede? Succede che nel rosso dell' aurora a migranti stipati sul ponte dei loro barconi appare, affiorando appena dalla superficie dell' acqua, la costa del Salento, piatta: infatti, qualcosa come "piatta" varrà qui l' aggettivo humilis apposto a "Italia" ( humilemque videmus Italiam ); anche se il nome ripetuto tre volte in due versi, il batticuore furioso con cui la riconosce gente che non l' ha mai vista prima, sembrano dilatare l' indicazione planimetrica alla sacra umiltà della più terrestre, della più terrosa, della più terra-terra... perché no? della più terra-terra delle terre. Naturalmente - serve dirlo? - i migranti che urlano sono poveracci in fuga dall' antica città di Troia demolita e data alle fiamme dai Greci in capo a dieci anni di assedio: e agli ordini del famoso Enea, dopo uno spossante brancolar per mare alla volta di un approdo oscuramente promesso, hanno appena attraversato il canale di Otranto, facendo vela «di dove la via per l' Italia è un brevissimo tratto di correnti», cioè dalla baia epirota oggi golfo di Valona, Albania (ultima tratta della migrazione... penultima, a dire il vero: l' ultima partirà dalla Tunisia...). E il poeta di cui andiamo parlando è naturalmente il celebre Publio Virgilio Marone; gli esametri letti e tradotti cadono nel III libro della sua celeberrima epopea, chiamata Eneide ... e la traduzione l' ho fatta io, naturalmente. (...) Sui criteri che ho adottato basterà enunciarne uno: ho ridotto al minimo l' uso di tutto quel compìto ed elusivo repertorio verbale che si usa soltanto a scuola nelle versioni dal latino: in poche parole, ho semplicemente usato l' italiano che adopero per pensare, e alle volte anche quello che parlo...
Il tramonto Bucoliche, I, 37-38 et iam summa procul villarum culmine fumant, maioresque cadunt altis de montibus umbrae E già lontano fumano i tetti dei casolari e più lunghe dall'alto dei monti discendono le ombre. (Luca Canali) Ogni commento sciuperebbe la divina poesia di questi versi immortali, che compendiano l'incanto di un tramonto autunnale vissuto nella soave mestizia della campagna, quando, come scrive il Funaioli, sulla tragedia umana, intessuta di lacrime amare, di ricordi, di commozioni, di spasimi, scende come un oblio lene della faticosa vita la sera di un pomeriggio d'autunno, coi suoi casolari fumanti di lontano, colle sue ombre che sempre più grandi cadono dai monti e scolorano le cose e ne velano il pianto. (Carlo Piazzino)

mercoledì 17 novembre 2021

Contro Ricolfi, per il mantenimento della correttezza politica

Luca Sofri, tweet Trent’anni dopo l’inizio delle campagne strumentali di demolizione della correttezza che hanno fatto le fortune delle destre e dei loro giornali, Repubblica offre ai lettori libri contro “gli eccessi del politicamente corretto”. Nel 2026 mi aspetto la lotta contro il buonismo. Il libro ultimo si intitola "Manifesto del libero pensiero". Autori Luca Ricolfi e Paola Mastrocola. https://www.fondazionehume.it/societa/politicamente-corretto-5-mutazioni-pericolose/ Commento Diciamo pure che il politicamente corretto allude senza riprendere vecchie designazioni discriminatorie. Che cosa succede se si adotta come norma il suo contrario, la scorrettezza politica? Si autorizza il ricorso libero alla svalutazione preventiva dell'altro. E' politicamente scorretto considerare le parole "zingaro" e "ladro" come equivalenti. Se io mi sbarazzo degli scrupoli che mi impongono un uso prudente del linguaggio, mi attribuisco il potere di insultare/discriminare/colpire qualsiasi appartenente alla categoria degli zingari. Esiste questo potere? In base a quale legge? Ecco che viene fuori il trucco, l'esercizio della mia libertà si traduce in un danno alla reputazione di molte persone da me giudicate in blocco sulla base di un pregiudizio. Siamo in una sfera molto vicina a quella occupata dall'arroganza dei no vax o dei no green pass più fanatici. Non mi vaccino, divento portatore di un contagio dannoso per gli altri, e però rivendico ugualmente la libertà di movimento, di circolazione, di presenza in luoghi frequentati da persone che potrei danneggiare con la mia sbadataggine. La libertà diventa diritto alla sbadataggine, e tanto peggio per chi si ritrova contagiato. L'esaltazione dell'individuo viene spinta fino alla nocuranza per il destino dell'altro: è questo che vogliamo?

martedì 16 novembre 2021

Quello che Cacciari non dice

Oreste Pivetta, No vax no green pass, tutto quello che Cacciari non dice, Huffington Post, 16 novembre 2021 Tanto tuonò, ma non piovve. Alla vigilia della quarta ondata, pare esaurirsi il torrentello dei no vax, non pass, no, no, no... L’Italia è diventato il paese dove il “no suona”, perfino contro il fatal vaccino che dovrebbe liberarci o almeno ripararci dal male del secolo nostro, il covid. Il torrentello non rischia di espandersi in fiume, malgrado gli immancabili portatori d’acqua, gente comune infarcita di slogan che si moltiplicano via social, timorosa di invasioni aliene, o membri togati del consorzio degli intellettuali, azzeccagarbugli o dottor sottile, che si esibiscono per lo più dalle tribune televisive, più raramente in punta di penna, capaci dei più ingarbugliati distinguo in nome del diritto. Se si è parlato di intellettuali e pandemia, lo si è dovuto alle esternazioni estive di Giorgio Agamben e di Massimo Cacciari, l’ex sindaco di Venezia naturalmente in prima fila per via della sua inesauribile esposizione televisiva, esternazioni raccolte in una paginetta pubblicata nel sito dell’Istituto italiano per gli studi filosofici e moltiplicate davanti a decine di telecamere. Vi si può leggere che “la discriminazione di una categoria di persone... è di per sé un fatto gravissimo”, che in Unione Sovietica i cittadini per qualsiasi spostamento erano costretti ad esibire alle autorità il “passaporto interno” e che quindi noi “siamo come la Russia”, che ci troviamo in una fase di sperimentazione di massa, che il dibattito scientifico è del tutto aperto, che non è possibile prevedere i danni a lungo periodo del vaccino, che tutti saremmo minacciati da “pratiche discriminatorie”, “quelli abilitati dal green pass più ancora dei non vaccinati... dal momento che tutti i loro movimenti verrebbero controllati e mai si potrebbe venire a sapere come e da chi”. Concludendo: “Il bisogno di discriminare è antico come la società, e certamente era già presente anche nella nostra, ma il renderlo oggi legge è qualcosa che la coscienza democratica non può accettare e contro cui deve subito reagire”. Ovvio: non siamo a Mosca, il dibattito scientifico dovrebbe essere per natura sempre aperto, i danni a lungo termine non li conosciamo neppure per l’aspirina... Singolare che nello scritto (breve) di Cacciari e Agamben non compaiano mai le parole emergenza sanitaria, non si scriva di morte e di morti, non si faccia alcun cenno alla virulenza della malattia prima del vaccino, alle costrizioni cui sono tuttora costretti i vaccinati con tanto di green pass in tasca per colpa di chi ostenta a colpi di tosse e di sternuti la propria ribellione, si ignori, per discutere veramente di discriminazione, la storica, insuperata “discriminazione di classe” (almeno per gli effetti che induce rispetto alla malattia, qualsiasi malattia ovviamente) e non compaiano neppure riferimenti alla Costituzione, all’articolo 32, a concetti come collettività e comunità, come doveri e responsabilità. In forme dotte, sembra di avvertire quella idea, degna della miglior fantascienza, del microchip che ti sparano in vena per controllare ogni tuo movimento. Come se controllati già non lo fossimo tramite i più banali aggeggi elettronici: basta un cellulare perché il mondo intero, volendo, possa sapere dove trascorri la giornata, che cosa ti piace leggere, che tipo di pentole preferisci usare per cucinare. Il nome di Cacciari (ben più di quello del pur notevolissimo studioso Agamben) basta e avanza perché qualsiasi polemica a mezzo stampa o a mezzo tv deflagri. Nel caso in questione era stato come accendere un cerino in un bidone di benzina. Giornali e tv a caccia di filosofi o di intellettuali in genere, quelli che si accodano, quelli che ribattono. Paolo Flores d’Arcais elencava altre “pratiche” discriminatorie: l’obbligo della patente di guida per guidare, la necessità di un porto d’armi per girare con la colt, il divieto di fumo che escluderebbe i fumatori dai cinema, dai mezzi pubblici e persino dai ristoranti, eccetera eccetera. Il professor Barbero emergeva dalle sue ricerche storiche proponendo al vasto pubblico i suoi dubbi sulla liceità del passaporto verde. Per fortuna, con il tramontare del sole estivo, di fronte al rinnovato spauracchio del covid e alla inevitabile constatazione che solo il vaccino può risparmiare a tutti maggiori sofferenze, il silenzio è calato. Sembra, che al rinnovarsi del pericolo, una convinzione rassegnata pervada una parte dei no vax, per quanto resista una schiera di fondamentalisti del “tanto si vaccinano gli altri” e del “non ci dicono la verità, è tutto un inganno per assoggettarci al potere” (come se Amazon o qualche cosa d’altro di simile ne avessero bisogno per costringerci ad acquistare la loro merce). Ma un quesito si ripropone, un quesito non originale, che si tramanda di generazione in generazione, che banalmente si potrebbe ricondurre alla domanda: che fanno questi intellettuali? Propaganda alle loro tesi precostituite, ai loro pregiudizi; educazione alla ricerca di argomenti certi, all’analisi, alla critica, alla lettura degli eventi, alla conoscenza della nostra società, dei diritti e dei doveri che la contraddistinguono; riflessione sul concetto di libertà (come scriveva Fortini: la mia libertà comincia dove comincia la tua); discussione del rapporto con la scienza (gli intellettuali del momento, intellettuali “tecnici”, si chiamano epidemiologi, biologi, virologi)? Infine, esercizio di verifica del principio di responsabilità: dove conduce il mio raffinato pensiero, quali conseguenze produrrà in un momento di grande difficoltà per il mondo intero? A dirla brutalmente, nell’era della comunicazione attraverso i media (sia la televisione, siano i cosiddetti social) sembra che un bisogno più degli altri accenda gli animi e gli intelletti: la certificazione della propria esistenza, non proprio l’idea di una “funzione sociale”. Il sistema se ne può compiacere, ma a lungo andare la credibilità viene meno. Il “fare” dell’intellettuale si traduce nell’ “apparire”, secondo le regole imposte da un “mezzo dominante”. Ma a questo punto, a che serve l’intellettuale? A intrattenere, a consolare, a compiacere, a suscitare clamore (ad uso dei suddetti media), a illustrare una dottrina, indifferenti alle conseguenze? Quasi dimenticando, per onor di filosofia, che cosa sia stato e sia il covid, quanto abbia colpito la nostra vita, anche quella spirituale, che immaginiamo più vicina alla sensibilità dei filosofi.

domenica 14 novembre 2021

Wilbur Smith, il richiamo di mondi lontani

Antonio Carioti, Corriere della Sera Wilbur Smith, uno degli autori più prolifici e famosi al mondo, è morto a 88 anni nella sua casa di Cape Town, in Sudafrica. Ha scritto 49 romanzi e venduto oltre 140 milioni di copie. Il primo libro è del 1964, l’ultimo solo poche settimane fa. Sembrava nato apposta per narrare l’avventura, con un talento naturale impressionante. Lo scrittore Wilbur Smith, scomparso ieri all’improvviso all’età di 88 anni, aveva una sorta di tocco magico nel catturare l’affetto dei lettori, in particolare di quelli italiani, che lo seguivano con convinta e durevole assiduità. Si calcola che nel mondo i suoi oltre quaranta romanzi avessero venduto qualcosa come 123 milioni di copie, dei quali circa 24 soltanto nel nostro Paese. Produrre bestseller era il suo mestiere, sin dall’esordio nel 1964 con Il destino del leone (Longanesi, 1981; HarperCollins Italia, 2020). Il segreto di Smith? Una miscela d’ingredienti ben calibrati. Vicende appassionanti e drammatiche, personalità spiccate, sentimenti intensi, ambientazioni esotiche, a partire dall’Africa australe, dove l’autore era nato, per arrivare all’Egitto antico dei faraoni. La sua prosa afferrava il lettore e lo trascinava quasi di forza in un mondo pieno di suggestioni emozionanti, dal quale era impossibile staccarsi e che invogliava a conoscere altri passaggi delle sue lunghe saghe narrative in diverse tappe. Erano mirabolanti itinerari nel mondo della fantasia, ai quali il pubblico si affezionava facilmente. Aveva costituito anche una fondazione, intitolata a sé stesso e alla quarta moglie Niso, per promuovere la narrativa d’avventura con annesso un premio letterario. Smith sosteneva di essere stato accompagnato nella vita da una «fortuna sfacciata», ma aveva conosciuto anche momenti difficili prima di affermarsi come romanziere di successo negli anni Sessanta. Era nato il 9 gennaio 1933 a Broken Hill, oggi Kawbe, in quella che allora era la Rhodesia del Nord, protettorato britannico, e in seguito è diventata lo Stato indipendente dello Zambia. A diciotto mesi era stato colpito dalla malaria cerebrale, ma l’aveva superata felicemente. Gli piaceva ripetere che però era rimasto «un po’ matto» e questo lo aveva aiutato nella carriera di romanziere. Il padre di Smith, tipico colonizzatore dell’epoca vittoriana, era un uomo severo, pronto a infliggere punizioni corporali al figlio per le sue marachelle. Allevava bestiame nella sua tenuta di 12 mila ettari, dove il piccolo Wilbur, che adorava il papà come un semidio, aveva trascorso anni di giochi nella boscaglia e piccole battute di caccia con la fionda insieme ai figli dei dipendenti neri dell’azienda. A otto anni aveva ricevuto in dono il primo fucile e aveva presto imparato a sparare con grande precisione. Dalla madre Elfreda Lawrence aveva invece mutuato l’amore intenso per la narrativa di ogni genere. «Ogni sera — ricordava — mi leggeva storie della buonanotte». Smith aveva preso dimestichezza con i libri per ragazzi, poi con autori come Henry Rider Haggard, John Steinbeck, Rudyard Kipling. Era nata in lui l’aspirazione a scrivere, magari nella veste di giornalista, alimentata più tardi negli anni al collegio Cordwalles, in Sudafrica, grazie al sostegno di un insegnante d’inglese che gli si era molto affezionato. Il padre di Smith riteneva però che ci si dovesse guadagnare la vita in ben altro modo e il giovane Wilbur, dopo la laurea in Scienze commerciali alla Rhodes University, aveva intrapreso il mestiere di contabile per il fisco britannico. Poi si era sposato, ma il suo primo matrimonio, da cui erano nati due figli, era rapidamente naufragato, lasciandolo in difficoltà economiche. Non aveva però abbandonato il sogno di diventare un narratore e aveva pubblicato i primi racconti, con un soddisfacente riscontro. Invece il romanzo The Gods First Made Mad («Gli dei prima ti fanno impazzire») era stato rifiutato da parecchi editori e non è mai uscito. Lo stesso Smith, rievocando quel suo maldestro tentativo, ne parlava in tono fortemente autocritico, ammettendo di aver commesso «tutti i grossi errori nei quali un giovane scrittore può incappare». Tutt’altra musica per Il destino del leone, un successo immediato che nel 1964 aveva proiettato l’autore verso la notorietà, consentendogli di diventare un romanziere a tempo pieno, anche se nel Sudafrica bigotto di allora il romanzo era stato vietato. Le vicende drammatiche e strazianti dei fratelli Sean e Garrick Courtney, ambientate nel Natal ottocentesco, avevano affascinato una vasta platea di lettori e dato il via a una saga destinata a durare — coinvolgendo antenati e discendenti dei protagonisti — e a suddividersi in tre cicli che coprono un arco di tempo dal XVII secolo (Uccelli da preda, Longanesi, 1997) ai nostri giorni (Tempesta, HarperCollins Italia, 2021). Ai Courtney si sarebbero poi aggiunti, a cominciare dal romanzo Quando vola il falco (Longanesi, 1986), i Ballantyne: un’altra stirpe di avventurieri immersa nello scenario di un’Africa selvaggia e contesa lungo un periodo di circa un secolo. E infine le due famiglie si sarebbero incontrate in una ulteriore trascinante saga cominciata con Il trionfo del sole (Longanesi, 2006). Nel frattempo l’infaticabile Smith aveva prodotto dagli anni Novanta in poi la serie dei suoi romanzi egizi, che si dipanano nell’antica terra delle piramidi: un ciclo di alcuni libri nel quale spicca la figura dell’eunuco Taita, scriba, mago e generale. Altro personaggio al centro di una saga concepita da Smith è Hector Cross, ex ufficiale dei corpi speciali britannici, che ai giorni nostri diventa titolare di un’agenzia di sicurezza e affronta nemici spietati con la determinazione e la prestanza atletica di uno 007 aggiornato. La vita privata di Smith aveva attraversato diverse fasi. Dopo un secondo matrimonio andato a monte, aveva sposato nel 1971 Danielle Thomas, morta nel 1999 per un tumore al cervello, e quindi nel 2000 erano giunte le quarte nozze con la giovane tagika Mokhiniso Rakhimova, detta Niso. Aveva avuto dai primi due matrimoni una figlia e due figli, con cui i rapporti non erano stati facili. Ben saldo, come si è detto, era il legame di Smith con l’Italia, dove viaggiava spesso e le sue opere andavano a ruba. Con sincera gratitudine mista forse a un pizzico di adulazione, usava lodare l’eredità culturale dell’antica Roma e anche la missione civilizzatrice svolta dalle legioni nelle isole britanniche. Ma il suo primo amore restava ovviamente l’Africa. Grande ammiratore del presidente sudafricano Nelson Mandela, che definiva «eroe globale», auspicava che il continente riuscisse a difendere meglio il suo patrimonio naturale e a utilizzare in modo equo le tante risorse disponibili. Innamorato perdutamente del suo lavoro, Smith sosteneva di avere un gran numero di libri in testa «che chiedono a gran voce di essere scritti». In età avanzata continuava a lavorare con immutato entusiasmo, avvalendosi dell’assistenza di coautori ai quali riconosceva il loro ruolo: Giles Christian, Tom Harper, David Churchill, Tom Cain, Mark Chadbourn e altri. Con Chris Wakling aveva inaugurato una serie di libri per ragazzi. Nel 2018 aveva pubblicato il libro di ricordi Leopard Rock, soffermandosi in particolare sulle vicende più curiose e rocambolesche del periodo in cui trovava eccitante il pericolo. Ma la vocazione più imperiosa di Smith era sempre stata mettersi alla scrivania davanti a fogli da riempire. Sentirsi «creatore di mondi» lo rendeva felice.

giovedì 11 novembre 2021

Françoise Hardy, una canzone in forma di scioglilingua

Sous aucun prétexte Je ne veux Avoir de réflexes Malheureux Il faut que tu m'expliques Un peu mieux Comment te dire adieu Mon cœur de silex Vite prend feu Ton cœur de pyrex Résiste au feu Je suis bien perplexe Je ne veux Me résoudre aux adieux Je sais bien qu'un ex-amour n'a pas de chance, ou si peu Mais pour moi un explication vaudrait mieux Sous aucun prétexte Je ne veux Devant toi surexposer mes yeux Derrière un kleenex Je saurais mieux Comment te dire adieu Comment te dire adieu Tu es mis à l'index, nos nuits blanches, nos matins gris-bleu Mais pour moi une explication vaudrait mieux Sous aucun prétexte Je ne veux Devant toi surexposer mes yeux Derrière un kleenex Je saurais mieux Comment te dire adieu Comment te dire adieu Comment te dire adieu Source : Musixmatch Paroliers : Jack Gold / Arnold Goland https://www.youtube.com/watch?v=mwhX5V1Gn6w