venerdì 16 maggio 2014

L'incipit dell'Eneide

 

 


 


Arma virumque cano, Troiae qui primus ab oris
Italiam fato profugus Laviniaque venit
litora, multum ille et terris iactatus et alto
vi superum, saevae memorem Iunonis ob iram,
multa quoque et bello passus, dum conderet urbem
inferretque deos Latio; genus unde Latinum
Albanique patres atque altae moenia Romae.
Musa, mihi causas memora, quo numine laeso,
quidve dolens, regina deum tot volvere casus
insignem pietate virum, tot adire labores
impulerit. Tantaene animis caelestibus irae?

traduzione di Annibal Caro 

L’armi canto e ’l valor del grand’eroe
Che pria da Troia, per destino, ai liti
D’Italia e di Lavinio errando venne;
E quanto errò, quanto sofferse, in quanti
E di terra e di mar perigli incorse,
Come il traea l’insuperabil forza
Del cielo, e di Giunon l’ira tenace;
E con che dura e sanguinosa guerra
Fondò la sua cittade, e gli suoi Dei
Ripose in Lazio: onde cotanto crebbe
Il nome de’ Latini, il regno d’Alba,
E le mura e l’imperio alto di Roma.
Musa, tu che di ciò sai le cagioni,
Tu le mi detta. Qual dolor, qual’onta
Fece la Dea ch’è pur donna e regina
Degli altri Dei, sì nequitosa ed empia
Contra un sì pio? Qual suo nume l’espose
Per tanti casi a tanti affanni? Ahi! tanto
Possono ancor là su l’ire e gli sdegni?

traduzione di Luca Canali 

Canto le armi e l'uomo che per primo dalle terre di Troia
raggiunse esule l'Italia per volere del fato e le sponde
lavinie, molto per forza di dei travagliato in terra
e in mare, e per la memore ira della crudele Giunone,
 e molto avendo sofferto in guerra, pur di fondare
la città, e introdurre nel Lazio i Penati, di dove la stirpe
latina, e i padri albani e le mura dell'alta Roma.
O Musa, dimmi le cause, per quali offese al suo nume,
di cosa dolendosi, la regina degli dei costrinse un uomo
insigne per pietà a trascorrere tante sventure, ad imbattersi
in tanti travagli? Tali nell'animo dei celesti le ire?

traduzione di Pier Paolo Pasolini

Canto la lotta di un uomo che, profugo da Troia 
la storia spinse per primo alle sponde del Lazio: 
la violenza celeste, e il rancore di una dea nemica, 
lo trascinarono da un mare all’altro, da una terra 
all’altra, di guerra in guerra, prima di fondare la sua città 
e di portare nel Lazio la sua religione: origine 
del popolo latino, e albano, e della suprema Roma. 
Tu, spirito, esponi le intime cause: per quale offesa 
o per quale dolore, la regina degli dèi obligò quell’uomo 
così religioso, a dover affrontare tanti casi, tante 
fatiche: miseria di passioni nei cuori celesti!

Traduzione di Enzio Cetrangolo 

L'uomo guerriero, il profugo io canto che primo
dalle spiagge di Troia giunse fatalmente in Italia
sui lidi di Lavinio; molto e per terre e per mari 
quello fu sbalestrato da Numi celesti a causa dell'ira
lunga di Giunone; e molto in guerra anche sofferse
per fondare la nuova città e condurre i Penati
nel Lazio; da cui la stirpe latina e i padri 
Albani provennero e dell'alta Roma le mura.
Musa, e tu dimmi di questo le cause: per quale
offesa o dolore colei ch'è regina dei Numi
costrinse quell'uomo di fede profonda a passare
per tanti pericoli, a subire tanti travagli.
Un'ira sì grave nei petti celesti permane? 


martedì 13 maggio 2014

Gramsci lettore di Dante


Di sùbito drizzato gridò: "Come?
dicesti "elli ebbe"? non viv’elli ancora?
non fiere li occhi suoi lo dolce lume?". 69

Quando s’accorse d’alcuna dimora
ch’io facëa dinanzi a la risposta,
supin ricadde e più non parve fora. 72

Inferno, canto X

Qual è la posizione di Cavalcante, qual è il suo tormento? Cavalcante vede nel passato e vede nell’avvenire, ma non vede nel presente, in una zona determinata del passato e dell’avvenire in cui è compreso il presente. Nel passato Guido è vivo, nell’avvenire Guido è morto, ma nel presente? È morto o vivo? Questo è il tormento di Cavalcante, il suo assillo, il suo unico pensiero dominante. Quando parla, domanda del figlio; quando sente «ebbe», il verbo al passato, egli insiste e tardando la risposta, egli non dubita piú: suo figlio è morto; egli scompare nell’arca infuocata. Come Dante rappresenta questo dramma? Egli lo suggerisce al lettore, non lo rappresenta; egli dà al lettore gli elementi perché il dramma sia ricostruito e questi elementi sono dati dalla struttura. Tuttavia una parte drammatica c’è e precede la didascalia. Tre battute: Cavalcante appare, non dritto e virile come Farinata, ma umile, abbattuto, forse inginocchiato e domanda dubbiosamente del figlio. Dante risponde, indifferente o quasi e adopera il verbo che si riferisce a Guido al passato. Cavalcante coglie subito questo fatto e urla disperatamente. C’è il dubbio in lui, non la certezza; domanda altre spiegazioni con tre domande in cui c’è una gradazione di stati d’animo. «Come dicesti: egli “ebbe”?» – «Non vive egli ancora?» – «Non fiere gli occhi suoi lo dolce lome?» Nella terza domanda c’è tutta la tenerezza paterna di Cavalcante; la generica «vita» umana è vista in una condizione concreta, nel godimento della luce, che i dannati e i morti hanno perduto. Dante indugia a rispondere e allora il dubbio cessa in Cavalcante. Farinata invece non si scuote. Guido è il marito di sua figlia, ma questo sentimento non ha in lui potere in quel momento. Dante sottolinea questa sua forza d’animo. Cavalcante si affloscia ma Farinata non muta aspetto, non muove collo, non piega costa. Cavalcante cade supino, Farinata non ha nessun gesto di abbattimento; Dante analizza negativamente Farinata per suggerire i (tre) movimenti di Cavalcante, lo stravolgimento del sembiante, la testa che ricade, il dorso che si piega. Tuttavia c’è qualcosa di mutato anche in Farinata. La sua ripresa non è più così altera come la prima sua apparizione.

Quaderno 4 (XIII), § 78


 [Una lettera di Umberto Cosmo] Da una lettera del prof. U. Cosmo (dei primi mesi del 1932) riporto alcuni brani sull’argomento di Cavalcante e Farinata: «Mi pare che l’amico nostro abbia colpito giusto, e qualche cosa che s’avvicinava alla sua interpretazione ho sempre insegnato io. Accanto al dramma di Farinata c’è anche il dramma di Cavalcante, e male hanno fatto i critici, e fanno, a lasciarlo nell’ombra. L’amico farebbe dunque opera ottima a lumeggiarlo. Ma per lumeggiarlo bisognerebbe discendere un po’ più nell’anima medioevale. Ognuno dei due, Farinata e Cavalcante, soffre il suo dramma. Ma il proprio dramma non tocca l’altro. Sono legati dalla parentela dei figli, ma sono di parte avversa. Perciò non si incontrano. È la loro forza come dramatis personae, è il loro torto come uomini.

Quaderno 4 (XIII), § 86

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... In questo frangente drammatico, Nino scrive un illuminante commento al X canto dell'Inferno, erroneamente considerato «il canto di Farinata»: egli fa infatti notare come sia quella di Cavalcante Cavalcanti la figura più significativa dell'episodio ambientato nel cerchio eretici, per la sua amorosa preoccupazione per il figlio Guido di cui ignora la sorte, e non Farinata, che resta una figura convenzionale di politico militante, irrigidita da un ideologismo esibito nel suo “comizio” recitato dalla tomba. Franco Lo Piparo, in un capitolo del suo appassionato saggio dedicato al Professor Gramsci e Wittgenstein (Donzelli), fa notare come Nino si sentisse anche lui un eretico relegato in un «cieco carcere».
Armando Massarenti
 Da Gramsci a Wittgenstein (via Sraffa)  
Il Sole 24 ore, 15 giugno 2014

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Non è la grandezza che salva l'uomo nella Commedia. Farinata appare infatti, immerso e come ravvolto in una profonda infelicità. È questo il secondo motivo che accompagna, in minore, la figura del ghibellino, e sul quale si inserirà la seconda storia, quella di Cavalcante.
Farinata si duole, fin dai primi versi, per il rimorso che ancora lo tiene per la strage di Montaperti; più avanti dichiarerà il suo tormento per la sorte dei suoi, esuli per sempre da Firenze. E infine rivelerà con amara tristezza la condizione di oscurità a cui lui e i suoi compagni di pena sono destinati, per la quale possono conoscere solo il futuro, e non il presente, così che all'ultimo giorno ogni luce si spegnerà per loro.
Su questo registro doloroso si svolge, come dicevamo, tutta la vicenda di Cavalcante, introdotta all'interno della prima: egli è tutto e solo dolore: al non vedere il figlio, lo sospetta morto e già chiede di lui piangendo; alle prime parole di Dante, che quella morte gli fanno credere certa, prorompe in un accorato grido, che ancora a distanza di tanti secoli fa fremere il lettore dell'Inferno, e ricade supino nella sua tomba.
L'uno e l'altro appaiono colpiti in ciò in cui hanno riposto la loro speranza, e il senso della loro vita: la passione politica, l'orgoglio di parte, in Farinata, e la passione paterna, l'orgoglio per la grandezza del figlio, in Cavalcante. Il loro orizzonte coincide con la terra, e se quei valori terreni di cui vivono vengono meno, tutto per loro è definitivamente finito. E certo in diverso modo, velatamente, la mestizia di questi versi ravvolge attraverso lo strazio paterno anche l'ombra di Guido, che non è accanto a Dante, che non può, perché non volle, compiere quel viaggio di salvezza. (Anna Maria Chiavacci Leonardi)

 

sabato 10 maggio 2014

Il disincanto democratico

Fabio Gambaro
Democrazia il paradosso dell'antipolitica
la Repubblica, 15 dicembre 2008


«La democrazia non è solamente il voto nell'urna. Nella complessità del mondo contemporaneo, la vita democratica si decentra, dando vita a una varietà di azioni e istituzioni al di là del solo suffragio universale». È questa la conclusione cui è giunto Pierre Rosanvallon, lo studioso francese che insegna al Collège de France ed oggi considerato uno dei più influenti intellettuali d' Oltralpe. Lo spiega in un volume appena pubblicato in Francia, La légimité démocratique (Seuil, pagg. 380, 21 euro), che fa seguito a un altro corposo saggio intitolato La politica nell' era della sfiducia, in procinto di essere pubblicato in Italia da Città Aperta, aggiungendosi così ai precedenti Il popolo introvabile (Il Mulino) e Il Politico, storia di un concetto (Rubettino).
«Il disincanto democratico è oggi un'evidenza. I cittadini votano meno che in passato e soprattutto in modo diverso», spiega Rosanvallon, che ha anche creato la République des idées, un importante spazio di riflessione, dotato di un sito web e di una collana di libri. «Oggi il voto non è più un momento d'identificazione con un gruppo sociale, un territorio o un partito politico. Il voto ha cambiato natura. In passato era la manifestazione di un'identità sociale, oggi esprime un'opinione individuale. Questa trasformazione è accompagnata da una crescente disaffezione nei confronti dei partiti politici e dalla crisi dello stato inteso come amministrazione dell' interesse comune».
Il disincanto democratico favorisce il disinteresse per la cosa pubblica?
«Non credo, dato che i cittadini manifestano la loro implicazione nella vita collettiva in altro modo. Tra un'elezione e l'altra, la vitalità democratica prende altre forme, che nel volume La politica nell' era della sfiducia ho designato con il termine "controdemocrazia", un termine forte e volutamente ambiguo».
Di che si tratta?
«La "controdemocrazia" è costituita dall'insieme delle attività che non mirano ad associare il cittadino all' esercizio del potere, ma a organizzare il suo controllo su chi governa. E' impossibile che tutti partecipino direttamente alle decisioni politiche, ma tutti possono esprimere opinioni critiche e partecipare alla vigilanza civica nei confronti del potere. Naturalmente queste attività possono essere molteplici, a cominciare da quelle di sorveglianza, notazione e convalida delle procedure democratiche. Si tratta di modalità più o meno formalmente costituite, i cui attori possono essere le associazioni, la stampa o anche i singoli cittadini su internet».
Lei parla anche di sovranità negativa...
«È quella che i cittadini manifestano rifiutando alcune scelte governative. I primi teorici della democrazia pensavano che la democrazia si fondasse essenzialmente sul consenso silenzioso dei cittadini, oggi invece ci rendiamo conto che nell' attività democratica, accanto al consenso, svolge un ruolo essenziale il dissenso. Già Montesquieu sottolineava la dissimmetria tra facoltà d' impedire e facoltà d'agire, in democrazia. E' infatti molto più facile misurare i risultati ottenuti sul versante del disaccordo che su quello della proposta costruttiva. Se si riesce a bloccare una decisione del potere, i risultati si vedono subito, mentre per promuovere una legge spesso occorrono anni prima di vedere i risultati».
Quali sono le altre forme della controdemocrazia?
«Un'altra componente importante è l'esercizio che mira a mettere sotto accusa il potere. Il modello del processo, fuoriuscendo dall'ambito giudiziario, si è diffuso in tutta la società. L'atteggiamento accusatorio una volta era al centro del ruolo dell' opposizione parlamentare, col tempo però si è disseminato in tutta società, diventando un patrimonio collettivo».
Opponendosi al palazzo, la società civile sceglie a volte forme che alimentano l'antipolitica. Non è un rischio?
«Effettivamente è un rischio oggi assai diffuso. Le attività che chiamo controdemocratiche hanno sempre un carattere ambiguo. Se da un lato, infatti, queste possono essere utili a rafforzare la democrazia, stimolandola positivamente; dall' altro, possono anche indebolirla, alimentando l' antipolitica. La controdemocrazia positiva sottomette il potere a prove che lo costringano a realizzare meglio la sua missione al servizio della società. La vigilanza e la critica creano infatti vincoli virtuosi. La controdemocrazia negativa invece scava un solco sempre più profondo tra il potere e la società, allargando la distanza tra i cittadini e i politici. Il paradosso dell' antipolitica è che rende il potere sempre più distante e quindi intoccabile. La sua critica radicale non produce un'appropriazione sociale, ma una situazione in cui i cittadini sono sempre più espropriati dei procedimenti democratici. Nasce da qui quel populismo "dal basso", le cui forme sono diverse dal populismo tradizionale del XIX secolo».
Questa ambivalenza della controdemocrazia è una novità dei nostri giorni?
«No, la sua ambiguità era già evidente durante la rivoluzione francese. A quei tempi, il grande teorico della sorveglianza del potere è Condorcet, per il quale chi governa deve essere giudicato di continuo. Per lui, non esiste un potere buono in sé solo perché è stato eletto democraticamente. La democrazia esiste solo nell' interazione continua tra le istituzioni che governano e le procedure che ne regolano e ne controllano le attività. Accanto a Condorcet, però, agisce Marat, l' amico del popolo, il quale denigra di continuo la politica, trasformando coloro che governano in un' incarnazione del male da cui la società non potrà mai aspettarsi nulla di buono».
In Italia, il populismo tradizionale e quello nato dalla controdemocrazia sembrano oggi coesistere... «Quando queste due forme di populismo si sovrappongono, si rischia d' innescare un pericoloso meccanismo di disgregazione del tessuto democratico. La democrazia dovrebbe essere un movimento di appropriazione sociale delle decisioni collettive, il populismo però espropria sempre il popolo di tali decisioni. Spesso chi critica i partiti ritiene che la società civile possa essere autosufficiente, ma è un' illusione pensare che la democrazia possa ridursi alla sola società civile. La democrazia è sempre un faccia a faccia tra governo e società, tra decisioni e consenso».
Nel suo nuovo libro, La légitimité démocratique, lei sostiene che il suffragio universale non basta più a legittimare la democrazia. Quali sono le altre forme di legittimazione democratica?
«In passato - in un contesto sociale, economico e ideologico più stabile - era più facile immaginare la continuità tra il voto e le politiche che avrebbero fatto seguito. Oggi le elezioni sono diventate un semplice processo di nomina che anticipa sempre meno le scelte a venire. Una volta si votava per un progetto, oggi per un uomo. Di conseguenza, il suffragio universale procura una legittimità solo strumentale, che è certo molto importante - perché alla fine la verità aritmetica è quella che decide - ma non più autosufficiente. E' una legittimità che deve quindi continuamente essere messa alla prova e trovare l' appoggio di altre forme di legittimità».
In che modo?
«Un processo di legittimazione del potere è quello prodotto dall' imparzialità garantita dalle autorità indipendenti che vigilano per evitare che alcuni si approprino delle istituzioni in maniera partigiana. C' è poi la legittimazione derivata dalle corti costituzionali che garantiscono l' uguaglianza dei diritti e proteggono la democrazia dal capriccio dell' istante. Infine, c' è una forma di legittimazione che nasce dalla vicinanza di chi governa ai cittadini, i quali chiedono al governo di rispettare la società e di ascoltarne le sofferenze. Se in passato le democrazie hanno posto l' accento soprattutto sulle istituzioni, oggi si torna a valorizzare i comportamenti. Abbiamo bisogno di una democrazia dei comportamenti. E questo è un segno della trasformazione e dell' allargamento della concezione della democrazia».
Le diverse figure e istituzioni della realtà democratica sono date una volta per sempre? «No, la democrazia non è mai data una volta per sempre. Essa deve essere di continuo sottoposta a un processo di appropriazione, grazie alle attività della società civile, alle istituzioni e all' interazione permanente tra potere e società. Bisogna appropriarsi di continuo della democrazia. Tocqueville pensava che la democrazia semplificasse sempre di più la vita politica, in realtà avviene il contrario. Lo sviluppo della democrazia rende la vita politica sempre più complessa. Ma questa è la condizione per impedire che un qualche interesse particolare la confischi a suo vantaggio».

venerdì 9 maggio 2014

Papa Francesco, la misura piena della novità

Gian Enrico Rusconi
Papa Francesco, la solitudine del rivoluzionario
Bergoglio e i cambiamenti nella Chiesa, bestseller al Salone. Ma un libro di Marco Politi: quale sarà l’approdo?

La Stampa, 8 maggio 2014

Si sente una nuova sottile amarezza nelle espressioni pubbliche di papa Francesco alla fine del suo «primo anno di grazia». I temi della «tenerezza» e della «misericordia» lasciano il posto all’accorata denuncia della ricerca della vanità, del potere, del denaro. Particolarmente dure ed esplicite sono le critiche agli uomini di Chiesa che non sono all’altezza della loro missione.
Nell’enfasi pubblica che accoglie sistematicamente ogni parola o raccomandazione del Pontefice, si percepisce la delusione che alle parole non seguono gli attesi pronti mutamenti concreti nella realtà ecclesiale e sociale. Bergoglio è troppo intelligente per non capire che la continua evocazione della sua «rivoluzione» a fronte dell’immobilismo della comunità ecclesiale e civile, cui è rivolta, rischia di logorarsi come mero annuncio mediatico.
«Si sentono applausi scroscianti da tutte le parti e al contempo si avverte una grande inerzia nelle strutture ecclesiastiche», scrive Marco Politi nel suo libro Francesco tra i lupi. Il segreto di una rivoluzione (Laterza, 2014), uno studio che è tra i più informati e attenti al fenomeno Bergoglio.
L’interesse del lavoro sta anche nel modo in cui è costruita la narrazione e la documentazione. Testimonia – forse senza volerlo – l’evoluzione di giudizio degli osservatori simpatetici verso il Papa. Si trovano davanti ad una personalità che si rivela assai più complessa e difficile da capire, dotata di qualità e limiti che contrastano sia le entusiastiche valutazioni iniziali che le irritate stroncature.
Del libro di Politi vorrei qui mettere in evidenza soltanto alcuni passaggi, che portano a quesiti cruciali aperti. Dopo una acuta analisi del predecessore Ratzinger e della dinamica interna del Conclave («Il colpo di stato di Benedetto XVI», «I segreti del conclave anti-italiano») sorge il dubbio se tutti i cardinali elettori conoscessero davvero il nuovo eletto Bergoglio. A questo proposito sono preziose le pagine del libro dedicate alla sua biografia, le vicende pregresse di Superiore generale dei gesuiti, il difficilissimo periodo della dittatura argentina e l’esperienza di arcivescovo di Buenos Aires. Viene fuori una personalità di pastore tutt’altro che politicamente disarmato, ma abile nel muoversi in una società complessa, civile e clericale. «A Buenos Aires negli ambienti cattolici e no, il giudizio sulle qualità di Bergoglio come dirigente è unanime. E’ un uomo di comando, dicono». Ma non meno straordinaria è l’autocritica che Bergoglio fa retrospettivamente proprio su questo punto, ripromettendosi di avere un atteggiamento di paziente attenzione verso tutti.
Il Papa che viene dalla «fine del mondo» non è uno sprovveduto né per esperienza, né per cultura, né per dottrina. Ma probabilmente ha sottovalutato la resistenza ( dei suoi stessi grandi elettori) a innovare davvero gli atteggiamenti pastorali, riaprendo anche implicitamente una riflessione dottrinale. Ma su questo punto sembra solo. Non a caso gli si rimprovera una certa leggerezza dottrinale nella controversa problematica della «pastorale della famiglia». Su questo si arriverà presto ad un confrontoscontro sulla questione (apparentemente marginale) dell’eucarestia per i credenti divorziati e risposati.
Credo che Papa Bergoglio sia consapevole che la posta in gioco non sia soltanto pastorale ma dottrinale . Ma è un modo concreto di affrontare il tema del «peccato» , che è stato toccato soltanto genericamente in uno dei dialoghi «laici» dell’inizio del suo pontificato che tanto hanno contribuito a creare la sua immagine pubblica. Non è stata semplicemente la sua personalità umana ma i suoi strappi verbali e una implicita ermeneutica dottrinale innovativa a sdrammatizzare il contrasto tra credente e non credente, spiazzando anche molti laici nostrani. «Al Papa argentino è del tutto estranea l’idea che l’essere atei provochi sofferenza e porti alla decadenza dell’umano» – ricorda Politi. Ma mi chiedo quali conseguenze pratiche avrà questo atteggiamento sul contenzioso sempre aperto nel nostro paese sui diritti civili e personali che sinora ha dovuto fare i conti con la barriera dei «valori non negoziabili»?
Il giudizio di Politi sembra sospeso come su altre questioni. Parlando del «programma della rivoluzione» lo sintetizza così: riformare la Curia rendendola più snella ed efficiente, fare pulizia nella banca vaticana e promuovere la collegialità, instaurando consultazioni frequenti tra il Pontefice, il collegio cardinalizio (istituito, con esplicito compito di sostegno al Pontefice) e le conferenze episcopali. Notoriamente sono iniziative di cui si parla in continuazione e di cui si vedono soltanto i primi passi. Ma il bilancio del primo anno di pontificato vede crescere le difficoltà. «Benchè abbia un programma, Francesco in realtà ignora l’approdo a cui perverrà», scrive Politi.
In realtà la carta vincente non sarà la persona del Papa, per quanto straordinaria essa sia, ma l’attivazione di una effettiva collegialità dei vescovi. Ma è una prospettiva che al momento è remota.

mercoledì 7 maggio 2014

Camilleri, Ara vos prec





Da lu pozzo cchiù profunno della mimoria gli tornarono a menti 'na poco di parole: forse gli erano assummate in testa pirchì era arrivato in cima ai graduna e gli era venuto da pensari che ora era al som de l'escalina.
Proprio accussì, al som de l'escalina. Ma che parlata era? Sicuramenti era cosa che aviva liggiuta tantu tempu prima, ma non arricurdava indovi.
Gli venne macari di dire: "Ara vos prec", ma non ne capì la significanza.
E non capì manco la significanza delle altre parole che gli vennero appresso: "sovenha vos a temps de ma dolor".
E allura arrisolvette di non dirle, queste parole. Se d'una cosa ti sei persa la significanza, che la dici a fare?

Il re di Girgenti, Sellerio 2001, p. 442

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il contesto
Lorenzo Mondo, La Stampa, 9 novembre 2001

ANDREA Camilleri racconta in una nota come venne a conoscenza di Zosimo, un contadino che nel 1718 capeggiò ad Agrigento una rivolta contro nobili e borghesi, ottenendo dai suoi un effimero titolo di re. Erano poche pagine, poche righe di storici locali che lasciavano nel vago la vicenda, incompiuta la figura del personaggio. Sicché fu indotto a scriverne di suo una biografia, «tutta inventata», a costruire il romanzo intitolato appunto Il re di Girgenti. Biografia è definizione approssimativa, come lo sarebbe quella di romanzo storico. La storia, si sa, ha avuto cultori appassionati tra gli scrittori siciliani (da De Roberto a Pirandello, da Lampedusa a Sciascia, Bufalino e Consolo) come se fossero costretti a misurarsi con una ferita non rimarginata, con un groviglio inestricato. L´inventore del commissario Montalbano per la prima volta ci si prova anche lui, costeggia e tenta quel territorio che sembra tuttavia troppo limitato per la sua esuberanza espressiva: per un romanzo che - tra memoria di genti e paesi, risentimenti civili e allettamenti fantastici, echi letterari e scavi linguistici - vuole essere un libro «totale». L´attenta ricostruzione ambientale, l´aderenza a una realtà terragna e plebea che inclina al grottesco, hanno bisogno di alimentarsi con altri succhi, che derivano dalla cantata popolare, dal poema eroicomico, dalla favola (come lasciano intendere certi incipit: «La matina istissa di quanno capitò quello che capitò», «Si cunta e si boncunta...»). Il re di Girgenti è un romanzo che procede dilatandosi, con digressioni e invenzioni di sempre nuove storie e personaggi. Come appare dal lungo antefatto, peraltro molto divertente, dove si raccontano i casi di Giosuè, che anticipa, con tratti più elementari, appena scortecciati, il figlio Zosimo. Entra in scena mentre strappa alla morte suo malgrado (la prima idea era quella di depredarlo) un nobile precipitato in un burrone. Salvo poi a dargli manforte quando si impicca per debiti di gioco. Cominciano di qui le disavventure di Giosuè, che ne uscirà con l´aiuto dei compaesani e con la sua furbizia bertoldesca (gli capiterà fra l´altro di ingravidare una principessa, a richiesta del marito, afflitto da «impotentia generandi»). E´ secondato dalla sua donna, Filònia, sulla quale si appuntano le brame di un campiere. Ma se ne sbrigherà concedendogli soltanto di annusare l´afrore delle sue parti nascoste. Intorno, è un brulicare di «giornatanti», bravi, capitani di giustizia, preti: fra i quali si distingue frate Huhù, asceta e negromante, amico dei contadini, che rotea la croce come una Durlindana e manifesta una chiara vocazione all´auto da fé. E´ un mondo che si confronta a ogni passo (tra sottomissione e rivolta) con l´alterigia e la prepotenza dei «grandi», che sono tra l´altro i detentori di una sia pure artefatta, strumentale cultura. Recitano «O animale grazioso e benigno», «Sembrano stocchi d´erbaspada», mentre la principessa in foia declama a suo vantaggio (con una implicita parodia) le espressioni d´amore del Cantico spirituale di San Juan de la Cruz. La prospettiva cambia con la nascita meravigliosa di Zosimo. Simile a Gargantua, appena uscito dal grembo materno ride a gola piena; a tre mesi sputa il latte e mangia sarde salate; a sette mesi si mette a parlare come un grande e, ancora ragazzo, legge i libri che gli fornisce frate Huhù, vincendo le diffidenze della madre: «I libra so´ cosa dannata, portano guerra, morti e malannata». Più avanti compirà veri e propri prodigi (la lotta con il terremoto) che, insieme alla precoce saggezza, lo designeranno capo della sua gente. Zosimo si esercita come uomo di consiglio nel tempo della siccità (che comporta un assalto sanguinoso ai viveri ammassati dal vescovo) e della peste. Ma crede di trovare la sua grande occasione quando il potere dei baroni sembra compromesso dallo scontro fra i savoiardi di Vittorio Amedeo (diventato re di Sicilia in base al trattato di Utrecht) e gli spagnoli. Con il suo esercito di villani occupa Agrigento, taglieggia nobili e borghesi pur frenando la furia omicida dei rivoltosi, incide sul tronco di un sorbo le leggi del suo buon governo, che si ispira a un moderato egualitarismo. Non si illude sulla durata del suo esperimento, ma è convinto che valga la pena «regalare un sogno» ai seguaci. Il tradimento e la caduta dell´improvvisato regno lo conducono ai gradoni del patibolo. Mentre giunge «al som de l´escalina», gli vien da dire come trasognato: «Ara vos prec» (ora vi prego) ripetendo le parole che Arnaut Daniel rivolge a Dante nel Purgatorio. E infilando il collo nel cappio si aggrappa al filo di un aquilone, quello dei giochi infantili, che lo solleva sopra la piazza ammutolita, sulla forca, sul suo stesso corpo penzolante. La storia di Zosimo, così toccante nei suoi momenti estremi, si conclude con una apoteosi, con un sogno a occhi aperti che Camilleri ha voluto concedersi. E´ anche, in tutto il romanzo, una apoteosi del dialetto siciliano, al quale siamo assuefatti del resto dai suoi libri precedenti. Non so quanto sia normativizzato e semplificato. Certo non comporta grandi difficoltà di lettura, le parole più ostiche si indovinano a senso e talvolta Camilleri provvede, senza parere, a darcene l´equivalente italiano. Parlano in dialetto i villani e il narratore in terza persona che, anche da questo lato, solidarizza con loro. Mentre i «vilains», che sarebbero le persone di riguardo, parlano in lingua italiana, magari contaminata con il castigliano, come conviene a questa storia ambientata in una Sicilia baronale, inquisitoriale e spagnolesca. E´ una scommessa, quella del dialetto, che Camilleri ripropone imperterrito e che, nel Re di Girgenti, riesce a una straordinaria densità e felicità espressiva.

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i versi di Dante (Purgatorio XXVI, 139-148)

El cominciò liberamente a dire:
“Tan m'abellis vostre cortes deman,
qu’ieu no me puesc ni voill a vos cobrire.
Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan;
consiros vei la passada folor,
e vei jausen lo joi qu'esper, denan.
Ara vos prec, per aquella valor
que vos guida al som de l'escalina,
sovenha vos a temps de ma dolor!”.
Poi s'ascose nel foco che li affina.

 “Tanto mi piace la vostra cortese domanda/ che io non posso né voglio a voi celarmi./ Io sono Arnaldo, che piango e vado cantando;/ afflitto vedo la passata follia,/ e lieto vedo, davanti (a me) la gioia che spero./ Ora vi prego, in nome di quel valore che vi guida alla sommità della scala,/ al tempo opportuno vi sovvenga del mio dolore”

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In homage to these lines which Dante gave to Daniel, the European edition of T.S. Eliot's second volume of poetry was titled Ara Vos Prec. In addition, Eliot's poem The Waste Land opens and closes with references to Dante and Daniel. The Waste Land is dedicated to Pound as "il miglior fabbro" which is what Dante had called Daniel. The poem also contains a reference to Canto XXVI in its line "Poi s'ascose nel foco che gli affina" ("Then hid him in the fire that purifies them") which appears in Eliot's closing section of The Waste Land as it does to end Dante's canto. (Wikipedia)

lunedì 5 maggio 2014

Il cielo stellato e la coscienza

Se


Immanuel Kant 

Critica della ragion pratica, A 287-290 [1788]

Due cose riempiono l'animo con sempre nuovo e crescente stupore e venerazione, quanto più spesso e accuratamente la riflessione se ne occupa: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me. Entrambe le cose non posso cercarle e supporle come fossero nascoste nell'oscurità o nel trascendente, al di fuori del mio orizzonte; io le vedo davanti a me e le collego immediatamente con la coscienza della mia esistenza. La prima comincia dal luogo che io occupo nel mondo sensibile esterno, ed estende la connessione in cui mi trovo nell'infinitamente grande, con mondi sopra mondi e sistemi di sistemi, e inoltre nei tempi illimitati del loro movimento periodico, nel loro inizio e nella loro continuità. La seconda comincia dalla mia invisibile identità, la personalità, e mi pone in un mondo che possiede vera infinità, ma di cui si può accorgere solo l'intelletto, e con il quale (ma grazie ad esso anche con tutti quei mondi visibili) io non mi riconosco, come là, in una connessione puramente accidentale, ma in una necessaria e universale. Il primo sguardo di una innumerabile quantità di mondi per così dire annienta la mia importanza, che è quella di una creatura animale, che dovrà restituire ai pianeti la materia da cui è sorta, dopo essere stata dotata per breve tempo (non si sa come) di forza vitale. Il secondo al contrario innalza infinitamente il mio valore, che è quello di una intelligenza, grazie alla mia personalità, nella quale la legge morale mi rivela una vita indipendente dall'animalità e anche dall'intero mondo sensibile, perlomeno quanto può essere dedotto dalla destinazione finale della mia esistenza attraverso questa legge, che non è limitata alla condizioni e ai confini di questa vita, ma si estende all'infinito. Però, stupore e rispetto possono sì spingere alla ricerca, ma non sostituirne la mancanza.

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Zwei Dinge erfüllen das Gemüt mit immer neuer und zunehmenden Bewunderung und Ehrfurcht, je öfter und anhaltender sich das Nachdenken damit beschäftigt: Der bestirnte Himmel über mir, und das moralische Gesetz in mir. Beide darf ich nicht als in Dunkelheiten verhüllt, oder im Überschwenglichen, außer meinem Gesichtskreise, suchen und bloß vermuten; ich sehe sie vor mir und verknüpfe sie unmittelbar mit dem Bewußtsein meiner Existenz. Das erste fängt von dem Platze an, den ich in der äußern Sinnenwelt einnehme, und erweitert die Verknüpfung, darin ich stehe, ins unabsehlich-Große mit Welten über Welten und Systemen von Systemen, überdem noch in grenzenlose Zeiten ihrer periodischen Bewegung, deren Anfang und Fortdauer. Das zweite fängt von meinem unsichtbaren Selbst, meiner Persönlichkeit, an, und stellt mich in einer Welt dar, die wahre Unendlichkeit hat, aber nur dem Verstande spürbar ist, und mit welcher (dadurch aber auch zugleich mit allen jenen sichtbaren Welten) ich mich nicht, wie dort, in bloß zufälliger, sondern allgemeiner und notwendiger Verknüpfung erkenne. Der erstere Anblick einer zahllosen Weltenmenge vernichtet gleichsam meine Wichtigkeit, als eines tierischen Geschöpfs, das die Materie, daraus es ward, dem Planeten (einem bloßen Punkt im Weltall) wieder zurückgeben muß, nachdem es eine kurze Zeit (man weiß nicht wie) mit Lebenskraft versehen gewesen. Der zweite erhebt dagegen meinen Wert, als einer Intelligenz, unendlich, durch meine Persönlichkeit, in welcher das moralische Gesetz mir ein von der Tierheit und selbst von der ganzen Sinnenwelt unabhängiges Leben offenbart, wenigstens so viel sich aus der zweckmäßigen Bestimmung meines Daseins durch dieses Gesetz, welche nicht auf Bedingungen und Grenzen dieses Lebens eingeschränkt ist, sondern ins Unendliche geht, abnehmen läßt. Allein, Bewunderung und Achtung können zwar zur Nachforschung reizen, aber den Mangel derselben nicht ersetzen.

domenica 4 maggio 2014

Il consenso al fascismo: una questione posta male

Emilio Gentile
a proposito di Christopher Duggan, Il popolo del Duce. Storia emotiva dell'Italia fascista, Laterza, Roma-Bari, pagg. 550, € 24,00

Se fosse stato pubblicato negli anni Settanta un libro sulla «storia emotiva dell'Italia fascista» sarebbe stato certamente attaccato dalla storiografia antifascista militante come uno dei peggiori prodotti del revisionismo della cosiddetta "scuola defeliciana", cioè la scuola allevata da Renzo De Felice, accusato di proporre una «storiografia anti-antifascista» , il cui subdolo scopo era riabilitare il fascismo, sostenendo che il regime ebbe un consenso popolare. Infatti, questa è la tesi sostenuta nel suo libro, pubblicato due anni fa in Inghilterra, dallo storico inglese Christopher Duggan, già autore di una notevole biografia di Francesco Crispi. Duggan stesso ricorda che negli anni Settanta, in Italia, qualunque cosa «fosse suscettibile di suggerire che il fascismo aveva goduto un sostegno genuino era inaccettabile», e cita lo scalpore allora suscitato da De Felice per aver affermato che nel 1936 esisteva un consenso generale al regime, anche se la sua asserzione, precisa Duggan, era basata «non tanto su un'analisi di ciò che gli italiani comuni pensavano, quanto sull'assenza di qualunque visibile o esplicita opposizione».
Quasi quaranta anni dopo, lo storico inglese sembra esser venuto in soccorso dello storico italiano, confermando l'esistenza di un «consenso generale al regime», attraverso la storia dei sentimenti degli «italiani comuni» verso il duce e il regime, basata su alcune decine di diari di gente comune, conservati nell'Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano, su alcune lettere inviate dal duce dalla gente comune, oltre che su diari e memorie edite di fascisti e antifascisti. Sulla base di questa documentazione, in verità non molto ampia, Duggan si è convinto che il fascismo godette di un largo consenso alimentato principalmente dal mito del duce. A tale consenso emotivo, Duggan attribuisce addirittura «una dimensione religiosa», suscitata da riti e dai miti del regime, che secondo lo storico inglese non può essere ignorata se si vuol comprendere «il modo in cui la gente comune si rapportava al regime». Pur evitando con accurata cautela di avvalersi del concetto di «religione politica», Duggan ne utilizza la funzione interpretativa, fino ad affermare che insistendo sulla «superiorità morale e politica della fede e dell'obbedienza sulla razionalità e sullo spirito critico, il regime fu in grado di mobilitare il consenso di vastissimi settori della popolazione italiana fino allora rimasti estranei alla vita pubblica».
Nel complesso, con la sua «storia intima» dell'Italia mussoliniana, lo storico inglese non aggiunge nulla di nuovo a quanto è già stato ampiamente esplorato dalla storiografia sul fascismo negli ultimi decenni per quanto riguarda l'atteggiamento dell'opinione pubblica verso il regime, il ruolo del "culto del littorio" e del mito del duce nella politica di massa del partito fascista, gli ondeggiamenti dei sentimenti collettivi nei confronti della condotta del regime in politica interna e in politica estera.
Del resto, il ricorso ai diari della gente comune, con la pretesa di ricostruire una verità storica «dal basso» ritenuta più genuina di una verità storica ricostruita «dall'alto», si presta a sostanziali obiezioni, che investono l'intera questione del consenso in un regime totalitario. Basti considerare che quando il fascismo giunse al potere, gli italiani erano 38 milioni nel 1922, aumentati a 45 milioni nel 1942, e di questi, uomini e donne, oltre 23 milioni erano iscritti al partito fascista e alle organizzazioni da esso dipendenti. Quale valore rappresentativo per una «storia intima» di quaranta milioni di italiani possono avere una settantina di diari e una trentina di lettere di gente comune, quanti sono i documenti citati nel libro di Duggan? La stessa considerazione varrebbe per una «storia intima» che giungesse a dimostrare, con documentazione analoga, l'esistenza di un largo dissenso emotivo della gente comune nel regime fascista.
L'impossibilità di sondare i sentimenti intimi di milioni di italiani, uomini, donne, bambini, giovani, vecchi, qualunque sia la fonte utilizzata, è un ostacolo insormontabile per qualsiasi storico che voglia trattare il problema del consenso nel regime fascista o in qualsiasi altro regime totalitario. Qualunque fosse l'atteggiamento dei capi dei regimi totalitari rispetto al consenso della popolazione su cui dominano, è un fatto storico indubitabile che nessuno di loro ha mai fondato il suo potere sul consenso della gente comune, comunque motivato, sollecitato, fabbricato e organizzato, ma solo e sempre sul monopolio politico del partito unico, sulla forza armata, sulla prevenzione ed espressione poliziesca, e sulla irreggimentazione della popolazione, fossero o no consenzienti.
Dopo quaranta anni di polemiche, e dopo la lettura del libro di Duggan, appare confermata la perplessità da noi espressa fin dagli anni Ottanta sulla questione del consenso, che consideravamo allora, e consideriamo tuttora come Francesco De Sanctis considerava la questione di Machiavelli «una questione posta male».

Il Duce, che emozione!
Lo storico inglese Christopher Duggan documenta il consenso tributato al dittatore e al regime da parte degli italiani attraverso l'esame dei diari della gente comune

Il Sole 24 ore, 4 maggio 2014