Antonio Costabile
Il
funerale nel deserto, metafora di una consultazione elettorale
nell'anno 2026
Dissonanze,
30 settembre 2026
Dire che il dato di affluenza alle urne delle elezioni a Reggio Calabria è preoccupante sarebbe un eufemismo, trattandosi dell'ennesimo segnale di una progressiva disaffezione di chi dovrebbe esprimere le proprie scelte politiche nelle urne, per quanto specifico di un territorio. Con queste percentuali di partecipazione è lo stesso impianto democratico ad essere messo in discussione. E ancora più lo sarà se, grazie a una legge elettorale disgraziata, regalerà la maggioranza a forze politiche votate da un numero sempre inferiore di elettrici ed elettori.
Nel pomeriggio di lunedì scorso e per tutta la giornata successiva, telecamere e mass media hanno dato risalto a un avvenimento davvero singolare, quasi surreale, accaduto in Italia: un funerale nel deserto.
Ancora più curioso è stato osservare il comportamento dei parenti del defunto. Molti dei più stretti erano assenti; quelli presenti, invece, festeggiavano a gran voce, si abbracciavano, inneggiavano alla vittoria, ricevevano messaggi e telefonate da altri parenti più lontani, anch’essi felici e congratulanti. Gli assenti hanno fatto sapere che intendono brindare a loro volta tra qualche mese.
Riepiloghiamo, allora, brevemente i fatti. Il 27 e 28 settembre si è votato nella sola circoscrizione elettorale di Reggio Calabria per eleggere un parlamentare destinato a sostituire quello eletto nelle elezioni politiche del settembre 2022, dimessosi dopo essere diventato sindaco della città calabrese. Alle urne si è recato poco più di un quinto (22%) degli aventi diritto, mentre nel 2022 aveva votato all’incirca la metà (49%). Allora, tuttavia, si trattava di una elezione politica nazionale, non circoscritta a un singolo collegio, e si votava soltanto nella giornata di domenica mentre in questa tornata le urne sono rimaste aperte anche lunedì mattina.
Il parlamentare dimissionario apparteneva a Forza Italia, così come il nuovo eletto, confermando il peso di questo partito in Calabria, dove esprime anche il presidente della Regione. Il centrodestra ha dunque conservato il seggio, con il giubilo della presidente del Consiglio Giorgia Meloni e del vicepresidente Antonio Tajani, segretario di Forza Italia.
Il candidato eletto ha raccolto la metà dei voti espressi. Il centrosinistra è stato nuovamente sconfitto; il candidato di Futuro Nazionale, il nuovo partito del generale Vannacci, ha ottenuto l’11% dei suffragi: un risultato significativo per una formazione alla sua prima prova elettorale, ma inferiore alla soglia in grado di destabilizzare gli equilibri politici nazionali e regionali. Fin qui i fatti.
La partecipazione di una parte larga della popolazione non è un dettaglio statistico, bensì un presupposto essenziale della democrazia stessa
Il defunto si chiama «partecipazione elettorale». I presenti alle esequie – il presidente della Regione, il politico dimissionario e quello appena eletto e i loro sostenitori più fedeli – festeggiavano mentre il malato, agonizzante da tempo, esalava l’ultimo respiro. Ma se davvero si vuole tenere in vita il principio della sovranità popolare, fondamenta di un sistema democratico basato sulla rappresentanza e sulla maggioranza, dovrebbe essere evidente che la partecipazione di una parte larga della popolazione non è un dettaglio statistico, bensì un presupposto essenziale della democrazia stessa.
Da decenni assistiamo a una lenta e ininterrotta emorragia di votanti. A livello nazionale basta guardare alle più recenti consultazioni: alle elezioni del 2022 votò il 64% degli aventi diritto, la percentuale più bassa mai registrata nella storia delle elezioni italiane per il rinnovo del Parlamento; alle elezioni europee del 2024 la partecipazione scese ulteriormente a meno della metà degli elettori (49,7%). Altro che marea nera: la verità – o, almeno, la domanda che queste cifre impongono – è che siamo ormai governati da una ristretta minoranza capace, nel deserto, di prevalere sulla minoranza avversaria.
Ed ecco allora che il deserto assume un nome preciso: «disinteresse collettivo». Un disinteresse che si accompagna al progressivo svuotamento della partecipazione democratica e al crescente discredito delle istituzioni agli occhi di una parte sempre più ampia dei cittadini. La democrazia viene percepita da molti come appannaggio di ristrette cerchie di professionisti della politica, vere e proprie oligarchie capaci di manipolare il consenso per conservare o accrescere il proprio potere privato, a discapito dell’interesse generale.
A questa dinamica si aggiunge il comportamento di quanti accettano di scambiare il proprio suffragio con convenienze personali, familiari, di gruppo o di categoria. Non a caso, soprattutto nelle elezioni locali e in particolare nel Mezzogiorno, si registrano spesso percentuali di votanti superiori a quelle delle elezioni di livello nazionale o sovranazionale. Le prime, infatti, sono più facilmente riconducibili a rapporti personali e a interessi concreti e immediati: il candidato è più vicino all’elettore, lo conosce, può promettere un intervento, una soluzione, un favore. Nelle elezioni di grado superiore, questo rapporto diretto e personalizzato è molto più difficile da costruire.
Se a votare è meno della metà degli elettori, l’edificio democratico continua formalmente a funzionare, ma poggia su fondamenta sempre più fragili
I parenti assenti sono, nella nostra metafora, l’opposizione di turno. Lamentano l’astensionismo quando perdono le elezioni – quasi fosse una spiegazione conveniente della sconfitta – ma sembrano dimenticarsene quando le vincono e poi, una volta giunti al governo, raramente fanno della ricostruzione della partecipazione democratica una loro priorità politico-istituzionale.
I parenti presenti sono, invece, i governanti di turno. Non si limitano a festeggiare, come quei popoli primitivi che nelle antiche rappresentazioni rituali sembravano celebrare la morte per allontanare i demoni o ingraziarseli. I governanti sembrano avere un’altra ragione per sorridere davanti alle urne vuote: pochi elettori possono significare, infatti, un consenso più facilmente organizzabile e controllabile.
Se a votare sono in pochi, allora le cosiddette «truppe cammellate» e i sostenitori più fedeli acquistano un peso sproporzionato e un partito può conquistare un seggio con un consenso reale assai inferiore rispetto a quello che il linguaggio politico della «vittoria» lascia intendere. È quanto suggerisce anche il dato di Reggio Calabria: il vincitore dell’ultima consultazione è diventato parlamentare grazie ai voti di una quota estremamente ridotta dell’intero corpo elettorale, ed è stato votato da appena un elettore su dieci. Tuttavia, la festa continua.
Purtroppo, i commentatori locali e nazionali di questo triste spettacolo hanno finito per adeguarsi alla narrazione proposta dai parenti del defunto. In nome della libertà dell’informazione e dell’approfondimento, hanno concentrato l’attenzione sul vincitore e sul perdente della consultazione, relegando l’astensionismo a una sorta di corollario, un dato fastidioso ma secondario, rimuovendo di fatto il vero protagonista della vicenda: il non voto. Un fenomeno che non è soltanto quantitativamente impressionante, ma che pone una questione qualitativa e istituzionale di enorme portata.
Il tabù, in altre parole, è proprio questo: che cosa accade a una democrazia quando una parte crescente dei cittadini smette di partecipare? Il non-voto di massa era qualcosa di inimmaginabile per i padri costituenti, non rientrava, evidentemente, tra le principali preoccupazioni che accompagnarono la nascita della Repubblica e della sua Costituzione.
L’intero impianto del nostro sistema politico-istituzionale presuppone, infatti, che una parte larga dei cittadini partecipi al processo elettorale, scelga i propri rappresentanti, li deleghi a governare, chiedendogli di dar conto del loro operato a fine mandato. Che cosa accade, però, quando questa premessa viene meno?
Se a votare è meno della metà degli elettori, l’edificio democratico continua formalmente a funzionare, ma poggia su fondamenta sempre più fragili. A meno, naturalmente, di non accettare l’idea che il sistema politico possa funzionare secondo una logica diversa da quella che siamo abituati a considerare come fisiologica in una democrazia rappresentativa.
Immaginiamo che cosa potrà accadere con questi livelli di partecipazione se la nuova legge elettorale, con il premio pensato per la coalizione, sarà approvata
La questione diventa ancora più delicata e preoccupante se si considera il dibattito sulla riforma elettorale in corso di approvazione, che prevede un significativo rafforzamento della maggioranza attraverso un premio destinato alla coalizione che supererà il 42% dei consensi espressi. Il punto è aritmeticamente semplice. Se a votare fosse il 60-65% degli aventi diritto e una coalizione ottenesse il 42% dei voti validi, quel 42% corrisponderebbe a circa il 25-27% dell’intero corpo elettorale. In altre parole, una forza politica potrebbe disporre di una larghissima quota di potere istituzionale con il consenso effettivo di un quarto o poco più degli aventi diritto.
È una prospettiva che merita almeno una domanda, prima ancora che una risposta: vogliamo davvero considerare normale che i rappresentanti di un italiano su quattro possano disporre di un potere politico così ampio?
Qualche dotto obietterà: «Che vuoi che sia? È la Calabria, l’ultima della classe». Ma i dotti talvolta sono miopi. Dimenticano che la Calabria non è un mondo a parte, è parte integrante dell’Italia, e che proprio per le sue fragilità – economiche, sociali, istituzionali e amministrative – ha spesso la capacità, dolorosa ma preziosa, di rendere visibili prima che altrove fenomeni destinati successivamente a manifestarsi su scala nazionale.
Proprio per questo, davanti a quel funerale nel deserto, sarebbe il caso di smettere per un momento di festeggiare e guardare invece i numeri e domandarsi chi sia davvero il defunto. Perché se il morto è la partecipazione democratica, il deserto non è soltanto lo scenario della cerimonia. È il luogo nel quale rischiamo di ritrovarci tutti.

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