martedì 6 ottobre 2026

Quando eravamo comunisti

 


D’Alema, l’orgoglio, la passione e qualche autocritica nel racconto di quando “eravamo comunisti”

Un abile giocatore di poker o un lungimirante leader politico. Un tessitore di tranelli o un raffinato stratega. Che cosa si nasconda dietro i baffi di Massimo D’Alema è argomento che ha sempre diviso, creando alla fine due opposte idee del personaggio. Il carattere, spigoloso e poco empatico, ha certo contribuito a creare attorno a sé un clima di sospetti. A lui il ritratto negativo ovviamente non piace e ha sempre pensato che fosse ingiusto essere raccontato come l’uomo degli intrighi. Si è sempre considerato un comunista italiano a tutto tondo e se deve proprio scegliere un modello di leader credo che non avrebbe dubbi a indicare Palmiro Togliatti.

Il comunista Massimo D’Alema ora emerge con una forte carica di passione politica, con qualche autocritica e con alcuni accenti sentimentali dal libro “Eravamo comunisti” (Edizioni Feltrinelli) che martedì 6 ottobre arriverà nelle librerie. Niente nostalgia, spiega l’autore in una nota. Niente retorica, aggiunge. Eppure, scorrendo quelle pagine si avverte il peso di una mancanza: non certo di un mondo che non c’è più, ma di un modo di fare politica, di costruire leadership e di cercare idee sul mondo, di sentirsi parte di una comunità di donne e di uomini che coltivavano una speranza, un sogno, un’utopia. Nel deserto di passioni in cui abitiamo, con la politica troppo spesso ridotta a gioco delle parti, lontana dalla vita vera, arida nella sua social-solitudine, quella “mancanza” si sente e produce qualcosa che, nonostante tutto, ha a che fare con la nostalgia. Cioè con quel sentimento che, come ricorda Zygmunt Bauman citando la storica Svetlana Boym, è anche “una storia d’amore con la propria fantasia”. Quindi, con il futuro.

Ho lavorato per un anno con D’Alema nella ricostruzione di questa storia dei comunisti italiani

Ho lavorato per più di un anno insieme a Massimo D’Alema su questo libro. Quando, in un giorno di marzo del 2022, mi chiamò per propormi di dargli una mano, confesso di essere rimasto un po’ sorpreso. Ci conosciamo ormai da quasi quarant’anni, abbiamo lavorato insieme all’Unità quando lui era direttore e io capo del servizio politico, abbiamo fatto qualche intervista per il giornale e qualche altra nelle feste di partito. Tuttavia, non abbiamo mai avuto una consuetudine. “Ci unisce la passione politica – mi ha spiegato in uno dei primi incontri – e per questo ho pensato che potessimo lavorare bene insieme”. Così è stato.

D’altra parte, devo confessare anche che dopo quella telefonata non ho avuto il minimo dubbio sulla risposta che gli avrei dato. Ripercorrere la storia del Pci, il mondo dei comunisti italiani, immergermi in una vicenda che sento ancora come parte importante della mia formazione, era un impegno non facile ma affascinante. Scavare dentro i passaggi più delicati e controversi alla ricerca di un angolo di visuale che illuminasse le scene poteva essere utile a raccontare quella storia con il distacco del tempo.

Per più di un anno ci siamo incontrati una volta a settimana nella sede della Fondazione Italianieuropei e abbiamo viaggiato in quell’universo di passioni brucianti, di impegno totalizzante, di antichi riti e di vetuste rigidità che ha segnato la storia del Pci. Il racconto di D’Alema – che come tutte le testimonianze personali andava preso con cautela nella ricostruzione della storia – è stato sottoposto al vaglio della ricerca. Negli archivi del Pci, consultando i verbali delle riunioni degli organismi dirigenti, in quelli dei giornali a cominciare dall’Unità e da Rinascita, e poi Repubblica, il Corriere, il Manifesto per rileggere gli articoli o le interviste, nei vari libri che sono stati pubblicati sul Pci ma anche sui contesti che hanno caratterizzato l’Italia dalla guerra di liberazione fino alla svolta di Occhetto e su quelli che hanno riportato testimonianze e racconti. In questo lavoro di verifica e di ricerca delle fonti è stato preziosissimo il contributo di Maria Luisa Righi, di Gregorio Sorgonà e della Fondazione Gramsci.

Il libro che D’Alema consegna ai lettori ha fin nel titolo una rivendicazione direi orgogliosa dell’essere stati comunisti. Sì, eravamo comunisti e non siamo pentiti, sembra dire quel titolo su una copertina che unisce il disastro di una bufera di vento che manda all’aria tutto e lo sguardo di una donna che sa di futuro. Quindi, eravamo comunisti e lo eravamo a modo nostro, lontano dagli schematismi sovietici, e abbiamo cercato di difendere fin quando è stato possibile questa diversità che ha fatto del Pci un unicum nel panorama dei partiti comunisti del mondo.

Il percorso politico e umano di D’Alema è tutto dentro la storia del comunismo. Comincia dalla famiglia, con un padre partigiano amico di Giorgio Amendola, i nonni materni comunisti, uno zio segretario dei giovani comunisti di Roma, un altro zio deportato in un campo di concentramento: è l’ambiente in cui cresce quel “bambino con il fazzoletto rosso” che nel 1960, appena undicenne, porta il saluto dei Pionieri all’IX congresso del Pci all’Eur sotto gli sguardi incuriositi di Palmiro Togliatti (“ma è un bambino o un nano?” sembra abbia chiesto il segretario del Pci) e dell’inviato del Pcus Michail Suslov.

D’Alema alla tribuna del XX congresso della Fgci nel 1975 (foto dal sito della Fondazione Gramsci)

Il bambino ribelle e gli anni difficili alla guida della Fgci

Quel bambino un po’ ribelle che forza una porta per occupare una sala e farne la sede dell’Associazione dei Pionieri attraversa tutta la storia del Pci: respira l’aria di rivolta del luglio ’60 a Genova e si iscrive alla Fgci negli anni del liceo, partecipa in prima fila alle battaglie pisane quando arriva, insieme con Fabio Mussi, alla Normale dove domina la figura di Adriano Sofri, si immerge nel Sessantotto tra gli scontri di piazza e un assalto (“fu un grave errore”, ammette) alla Bussola di Viareggio, prende le botte dai poliziotti (e una volta anche da Giorgio Pietrostefani) partecipa ai cortei a Praga contro l’invasione dei carri sovietici, prova simpatia per l’eresia del gruppo del “Manifesto”. Fino a quando smette di essere casinista e comincia il corsus di funzionario di partito e poi si troverà, da segretario della Fgci voluto da Enrico Berlinguer, a gestire, con spirito considerato troppo aperturista, la dura contestazione del ’77 – per questo sarà punito e spedito in Puglia – e la drammatica fase successiva alla strage di via Fani e al delitto di Aldo Moro che cambieranno il corso della storia italiana.

Quello pugliese sarà un esilio sopportato a fatica ma anche ricco di nuovi stimoli. Ma poi ci sarà il ritorno a Roma dopo la morte di Berlinguer (“mi fermai sul ciglio della strada e mi misi a piangere”, racconta). E qui c’è una rivelazione: D’Alema ammette di aver pensato che potesse diventare egli stesso il segretario del Pci. Sembra far capire che Berlinguer, che lo aveva voluto con sé a Mosca ai funerali di Andropov e che aveva mostrato in diverse occasioni un particolare interesse per quel giovane cresciuto a pane e politica, volesse puntare su di lui, volesse fare un salto generazionale. Ma dopo la scomparsa del leader comunista quel percorso sembrava sbarrato: senza Berlinguer come garante fare un salto così coraggioso sarebbe stato impensabile. E infatti si scelse Alessandro Natta. Poi, saranno gli anni degli “intrighi” di cui viene accusato: di aver fatto fuori Natta mentre era stato colpito da un ictus per favorire Occhetto e infine di aver fatto fuori lo stesso Occhetto (per poi però difenderlo, rifiutando le lusinghe del vecchio gruppo dirigente) al primo congresso del Pds a Rimini.

Nel mezzo c’è la parentesi dell’Unità. Due anni a vedersela con i giornalisti che non ha mai particolarmente amato, a sopportare le loro fissazioni e i loro “si dice” che gonfiavano gli articoli di retroscena, a fare i conti con un gruppo dirigente del giornale forte e strutturato. È direttore nel periodo più complicato: la svolta di Occhetto di cui non sapeva nulla, i due congressi con tutte le tensioni che si scaricano sul giornale, con una redazione che si divide e D’Alema che quasi tutti i giorni “presidia” il servizio politico sfidando Federico Geremicca ai primi videogiochi istallati sul computer.

“Eravamo comunisti” è, insomma, una autobiografia in piena regola che al racconto politico alterna anche momenti più intimi: gli amori giovanili, un matrimonio imposto dal partito, la morte della compagna Giusi Del Mugnaio (“ricordo il senso di vuoto, l’angosciosa disperazione”, scrive), il rapporto con Linda Giuva (“si era fatta carico del mio smarrimento con dolcezza a premura”, ricorda), la nascita dei figli. Sono pagine che mostrano un D’Alema inedito, meno ruvido e quasi addolcito dai sentimenti, più propenso a lasciarsi coinvolgere.

D’Alema durante un forum all’Unità

 

Gli appuntamenti mancati e gli errori della generazione che fece la “svolta”

Il libro alla fine ci restituisce la foto di gruppo di una generazione che si sentiva, scrive D’Alema, parte di un “movimento che, sia pure tra sconfitte e contraddizioni, era destinato – così pensavamo – a cambiare il mondo”. Purtroppo, quella generazione il mondo non è riuscito a cambiarlo. Ma non è riuscita nemmeno a tenere insieme la comunità di donne e di uomini che era stata l’ossatura del Pci e il suo investimento per il futuro. Ed è questo forse il maggiore errore compiuto da quelli che, come D’Alema, hanno traghettato il partito dal porto in cui era verso un approdo troppo incerto, in alcuni momenti confuso nella nebbia.

La svolta della Bolognina fu compiuta, ritengo ancora oggi, in un modo per certi versi eclettico, senza solidi ancoraggi ideologici e culturali e con un eccessivo spirito demolitorio nei confronti del passato comunista. D’Alema allora condivideva alcune di queste critiche, tuttavia, spiega nel libro, decise di sostenere quel cambiamento perché era convinto che da quella storia comunque bisognasse uscire e se non lo avessimo fatto il grande patrimonio di quel partito sarebbe andato disperso. Nel libro riconosce i limiti di quella operazione politica, rivendica il ruolo di “frenatore” di cui fu accusato e sostiene che lo fece per “difendere quella comunità di donne e di uomini uniti da valori e speranze comuni”. Anzi, compie anche un’autocritica sostenendo che sbagliò a non difendere quella posizione con più determinazione.

Sono convinto che gran parte dei problemi che vive la sinistra oggi nascano da quel passaggio, dall’ansia di governo che espresse e dalla voglia di normalità che lo accompagnò. Quindi, riconoscere i limiti di quella operazione è, da parte di D’Alema, un gesto importante. Tuttavia, non si può non ricordare che gli anni seguenti a quella svolta segnarono un’involuzione politico-culturale prima del Pds e poi dei Ds che non riuscirono a “dare forza a un punto di vista critico del capitalismo” che, secondo D’Alema, è il compito di una forza di sinistra. La deriva liberista di quei partiti, gli innamoramenti per la terza via di Blair o per la via liberal di Clinton, hanno visto D’Alema tra i protagonisti principali. È su questo punto che bisognerebbe ragionare per capire perché, negli anni Novanta, è avvenuta la sbandata che ha portato la sinistra fuori strada per lungo tempo. Ma questo libro si chiude con la fine del Pci. Forse ne servirebbe un altro.

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