Angelo Mastrandrea
La rivoluzione climatica dei giovani green
il manifesto, 1 ottobre 2026
I «ragazzi dell’Antropocene» sono nati tra la fine del XX secolo e i primi anni 2000: sono chiamati così perché sono cresciuti in un’epoca in cui l’attività umana ha modificato profondamente gli equilibri del pianeta. Si trovano a vivere nel pieno della crisi climatica e ambientale, ereditano problemi che non hanno creato e che devono decidere come affrontare. Un documentario parla di loro. Si intitola Children of the Anthropocene ed è stato realizzato dall’artista e regista franco-corsa Anne de Carbuccia.
I PROTAGONISTI SONO ALCUNI ATTIVISTI climatici che appartengono appunto alla generazione dell’Antropocene. Sono le prime persone nella storia dell’umanità cresciute con la consapevolezza che le azioni umane determinano il futuro della Terra. Hanno deciso di agire per il loro futuro e si sono mobilitati contro l’inerzia climatica, nel tentativo di difendere un futuro ancora possibile. La regista vuole mostrare a chi lo vedrà nel 2050 che sono stati loro a salvare il pianeta, o a provare a farlo. La data scelta è simbolica e non è casuale, perché è quella a cui tendono tutti gli obiettivi climatici.
SEGUENDO LE LORO ATTIVITÀ de Carbuccia racconta dieci anni di lotte per il clima in tutto il mondo, mescolando il reportage a un linguaggio narrativo e visivo più vicino all’arte contemporanea. Il racconto è rigoroso, scandito in un ordine rigorosamente cronologico, mentre le immagini e i testi sono più evocativi. Il film racconta come si sono evoluti gli atti di resistenza in dieci anni: dalle proteste di piazza alle cause legali, alle azioni creative. Anno dopo anno, scorrono le immagini delle mobilitazioni climatiche e parlano alcuni protagonisti.
SFILANO I FRIDAYS FOR FUTURE con la loro leader Greta Thunberg (che compare solo in un filmato) e gli attivisti che presentarono un ricorso alla Corte Suprema dei Paesi Bassi: il 20 dicembre 2019 impose al governo olandese di ridurre le emissioni di gas serra del 25 per cento rispetto ai livelli del 1990. Ci sono le Anziane per il clima che hanno denunciato il governo svizzero davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) perché le politiche climatiche mettevano a rischio la loro salute. Hanno ottenuto ragione: il tribunale ha riconosciuto la protezione del clima come un diritto umano.
PROSEGUENDO NEGLI ANNI arrivano poi i blitz di Greenpeace e le azioni di disobbedienza civile di Ultima Generazione in Italia, con i blocchi stradali, i sit-in davanti alle sedi istituzionali e la vernice lanciata contro le opere d’arte. De Corbuccia dedica a queste forme di attivismo radicale un ampio spazio, seguendo anche le assemblee e i training di preparazione alla non violenza, con azioni che ricordano il movimento inglese contro il nucleare degli anni ’80 e ’90 o quelle di una parte del movimento no global ai tempi del G8 di Genova. Con loro emerge un altro aspetto della lotta: quello del conflitto e della repressione, con gli arresti e le denunce di persone spesso molto giovani. Nessuno di loro ha compiuto azioni violente e hanno messo in gioco i loro corpi: si sono denudati davanti al Senato, hanno fatto il bagno nella Fontana di Trevi e hanno bloccato il traffico lungo il Muro Torto facendo indisporre gli automobilisti, ma non hanno mai risposto a nessuna provocazione e non hanno danneggiato nulla.
IL DOCUMENTARIO SI CHIUDE con la battaglia dei giovani di Vanuatu, un arcipelago di isole a nord dell’Australia che rischiano di essere sommerse dall’innalzamento dell’oceano. La regista li segue fino alla Corte internazionale di giustizia a L’Aja: il 23 luglio 2025 il tribunale ha stabilito, con un parere solo consultivo ma molto rilevante sul piano politico, che gli Stati hanno degli obblighi legali internazionali che li costringono a proteggere il clima dalle emissioni che lo alterano.
NEL FRATTEMPO IL CLIMA POLITICO è cambiato in peggio. I negazionisti del cambiamento climatico sono arrivati al potere con Donald Trump e le destre globali, le teorie antiscientifiche vengono presentate come alternative alle verità della scienza ufficiale, le guerre in Iran e in Ucraina hanno rimesso in discussione perfino la chiusura già decisa delle centrali a carbone, le aziende petrolifere fanno più affari di prima e dell’emergenza ambientale si parla molto meno di qualche anno fa. Il documentario accenna a questo cambiamento, lasciandolo sullo sfondo. Sembra sostenere che la battaglia per il clima è ancora in corso perché nel frattempo i giovani, con la loro presa di coscienza e le azioni che continuano a condurre, stanno cambiando il mondo a dispetto della politica che non riesce a rappresentarli e dei media che non li raccontano.
IL FILM È IL QUINTO E ULTIMO EPISODIO di una docu-serie intitolata Choose Earth (le prime quattro puntate sono state presentate l’anno scorso alla Festa del Cinema di Roma e si possono vedere tutte su Amazon Prime Video). È stata pensata per chi vivrà nel 2050, anno chiave per gli impegni sulla riduzione delle emissioni, e vuole mostrare il volto umano della crisi climatica. Racconta le storie di diversi «protettori della Terra» in tutti i continenti: dall’Upper Mustang in Nepal, dove siccità e alluvioni spingono intere comunità ad abbandonare il proprio patrimonio culturale fino alla rete delle foreste in Estonia e Perù, all’inquinamento degli oceani e alla crisi idrica in Siberia causata dal prosciugamento del lago Baikal.
NELL’ULTIMA PUNTATA, che dura un’ora e mezza e si può vedere anche come un film a parte, la regista allarga lo sguardo dai luoghi ai movimenti giovanili globali. Il baricentro della narrazione si sposta dalla natura alle persone, in particolare alle nuove generazioni che non subiscono più passivamente la crisi climatica, ma tentano di piegarla attraverso gli strumenti della protesta, delle cause legali e dell’espressione artistica. In questo modo riescono a incanalare verso soluzioni costruttive la paura del futuro, l’eco-ansia e la rabbia generazionale. Ne viene fuori una sorta di ’68 ecologista, che sta producendo una profonda rivoluzione culturale e sociale in un’intera generazione.
ANNE DE CARBUCCIA AVEVA GIÀ AFFRONTATO temi simili in altri progetti, muovendosi tra fotografia, installazioni e cinema documentario per denunciare la perdita di ecosistemi e culture legate alla crisi climatica. Nel 2016 ha fondato la One Planet One Future Foundation, con l’obiettivo di usare il linguaggio universale dell’arte per richiamare l’attenzione sulle minacce causate dall’uomo al pianeta e ispirare le persone ad agire, individualmente o collettivamente, per costruire quello che definisce un «Antropocene positivo».
LA FONDAZIONE HA DUE SEDI: a New York e a Milano. Affianca da anni al lavoro artistico e cinematografico un progetto educativo gratuito, rivolto a studenti di tutto il mondo che vanno dalla scuola materna all’università: lezioni digitali dedicate ai temi chiave dell’Antropocene – acqua, siccità, rifugiati climatici, conflitti, specie e culture a rischio – ma anche alla costruzione di un futuro diverso.

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