mercoledì 28 maggio 2014

Tolstoj, Platon Karataev

Di Tolstoj, Pierre incarna le idee, le speranze, le delusioni e, infine, anche la calma spirituale, la libertà interiore finalmente raggiunte; da questo punto di vista, i momenti rivelatori di apertura a un diverso e più immediato rapporto con la vita sono due nel romanzo e corrispondono alla lezione offerta da due personaggi che incarnano il rispetto per l'essere (Natascia) e la buona vita (Platon Karataev).  Nel caso della contessa Rostova lo scambio con Pierre accompagna tutta la narrazione. Per l'altro personaggio tutto si risolve in un incontro che dura un mese. Platon Karataev rappresenta la figura dell’uomo semplice, il soldato-contadino legato alla “terra” e a un’idea pura di Dio. Grazie all’amicizia con Karataev, il tormentato Pierre riuscirà a sciogliere il "complicato e terribile nodo della vita" e ad avvicinarsi all’assoluto.

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Guerra e pace
Libro IV, parte prima

capitolo 12

... E Platon cambiò posizione sulla sua paglia.
Dopo esser rimasto per un po’ in silenzio, si alzò di nuovo in piedi. [...] Quand’ebbe così finito [la preghiera], si inchinò fino a terra, poi si alzò, diede un sospiro e si sistemò di nuovo sulla paglia. “Ecco fatto. Come una pietra, Dio, fammi dormire; come un bel pane fresco fammi alzare” disse, e si sdraiò tirandosi addosso il pastrano. [...] Fuori, in lontananza, si udivano pianti e grida e attraverso le fessure della baracca si intravvedevano fiamme; ma all’interno tutto era silenzio e buio. Per un pezzo Pierre non riuscì a prender sonno; sdraiato nel suo angolo, con gli occhi spalancati nel buio, ascoltava il russare ritmico di Platon che giaceva accanto a lui; e gli sembrava che il mondo, che poco prima gli era parso in rovina, risorgesse nel suo animo con nuova bellezza, su nuove, incrollabili fondamenta.

capitolo 13

    Nella baracca dove Pierre era stato portato, e dove avrebbe trascorso quattro settimane, c'erano ventitré soldati, tre ufficiali e due funzionari civili, tutti prigionieri. 
Ciascuno di costoro, in seguito sarebbe riafforato nella memoria di Pierre come attraverso una nebbia: mentre Platon Karataev gli si impresse per sempre nella mente e nell'anima come il ricordo più tenace e più caro, come la personificazione di tutto ciò che c'è di russo, buono e rotondo. Quando all'alba del giorno seguente, Pierre potè vedere il suo vicino, quella prima impressione di qualcosa di rotondo gli si confermò appieno: la figura di Platon, con il suo pastrano francese stretto in vita da una corda, il berretto a visiera e i lapti [le scarpe di scorza d'albero], era interamente rotonda; la sua testa era del tutto rotonda. La schiena, il petto, le spalle, persino le braccia, che teneva sempre in un certo modo come se fosse sul punto di abbracciare qualcuno, erano rotonde, il gradevole sorriso, i grandi, teneri occhi erano bruni e rotondi.
   Platon Karataev doveva avere più di cinquant'anni, almeno stando ai suoi racconti sulle campagne cui aveva partecipato da quando aveva iniziato il servizio militare. Lui stesso non sapeva né avrebbe mai potuto stabilire con precisione quanti anni avesse. Ma i denti forti e bianchi, che gli si scoprivano tutti in due perfetti semicerchi quando rideva (cosa che gli succedeva di frequente), erano belli e sani dal primo all'ultimo; nella sua barba e nei capelli non c'era un solo filo bianco, e tutto il suo corpo dimostrava agilità e, più ancora, resistenza e robustezza.
   Il suo volto, a dispetto delle piccole, rotonde rughe, aveva una espressione di innocenza e di giovinezza; la voce aveva un timbro gradevole, melodioso. Ma quel che distingueva il suo modo di parlare era l'immediatezza e la praticità. Evidentemente, egli non pensava mai a ciò che aveva appena detto o a ciò che stava per dire: da questo derivava la particolare, irresistibile forza di persuasione implicita nella rapidità e sicurezza delle sue intonazioni. 

    Nei primi tempi della prigionia, la sua forza fisica e la sua destrezza erano tali da far pensare che neppure sapesse che cosa sono la stanchezza o la malattia. Ogni mattina e ogni sera, diceva la sua preghiera: «Come una pietra, Dio, fammi dormire; come un bel pane fresco fammi alzare»; ogni mattina, alzandosi, scuoteva le spalle sempre allo stesso modo e diceva: «Sdraiandomi ho fatto ciambella, alzandomi mi do una scosserella.» In effetti, gli bastava mettersi giù per addormentarsi come un sasso, e gli bastava scuotersi per mettersi subito, senza un istante d'indugio, a occuparsi di qualcosa, come fanno i bambini che afferrano i giocattoli prima ancora d'alzarsi. Sapeva fare di tutto, non proprio alla perfezione, ma nemmeno male. Cucinava, cuciva, sapeva usare la pialla e la lesina. Era sempre indaffarato, e solo di notte si concedeva un po' di conversazione (cosa che gli piaceva molto) e di canzoni. Non cantava come i cantanti, che sanno di essere ascoltati, ma come gli uccelli. Si vedeva che per lui emettere quei suoni era tanto necessario quanto stiracchiarsi o far quattro passi; erano suoni delicati, sempre teneri e quasi femminei, pieni di malinconia, e il suo volto, in quei momenti, aveva un'espressione molto seria.
   Caduto prigioniero, s'era lasciato crescere la barba, scrollandosi evidentemente di dosso quanto d'estraneo e soldatesco gli si era appiccicato e tornando, istintivamente, al suo modo d'essere di prima, contadino e popolare.
   «Soldato congedato, camicia fuori dei pantaloni,» diceva.
   Del periodo passato sotto le armi, non parlava volentieri, benché non si lamentasse e anzi ricordasse sovente che durante tutto il servizio non era mai stato punito. Quando si metteva a raccontare, quasi sempre raccontava dei suoi vecchi e, naturalmente, dei cari ricordi della sua vita «di cristiano», come diceva, cioè di contadino. I proverbi che costellavano il suo discorso non erano i proverbi, per la maggior parte indecenti e sfrontati, che dicono i soldati, ma quelle sentenze popolari che sembrano così insignificanti prese così, da sole, e che acquistano invece, all'improvviso, un senso di profonda saggezza quando vengono pronunciate a proposito.
   Sovente gli capitava di dire esattamente l'opposto di quanto aveva detto un attimo prima: ma sia l'una che l'altra cosa erano giuste. Gli piaceva parlare e parlava bene, abbellendo il suo parlare di vezzeggiativi e di proverbi che a Pierre sembravano inventati lì per lì; ma il fascino principale dei suoi racconti stava nel fatto che, nel suo modo di esporli, anche gli avvenimenti più semplici, a volte perfino gli stessi a cui Pierre aveva assistito senza farci caso, prendevano un aspetto di solenne bellezza. Gli piaceva ascoltare le favole, sempre le stesse, che un altro soldato raccontava ogni sera. Ma ancora di più gli piaceva ascoltare storie di vita reale. Nell'ascoltarle sorrideva di gioia, suggeriva le parole e faceva domande che tendevano a render più chiara la bellezza di ciò che gli stavano raccontando. Affetti, amicizie, amore nel senso in cui Pierre intendeva queste cose, Karataev non ne provava; ma voleva bene a tutti, e viveva in un rapporto amorevole con tutto ciò che la vita gli faceva incontrare, specialmente con l'uomo, ma non un uomo determinato, bensì tutti gli uomini che gli capitavano davanti agli occhi. Amava il suo cagnolino, amava i compagni, i francesi, amava Pierre, che era il suo vicino; ma Pierre sentiva che Karataev, nonostante tutta l'affettuosa tenerezza che aveva per lui (e con la quale rendeva istintivamente omaggio alla vita spirituale di Pierre), non si sarebbe addolorato nemmeno per un istante se li avessero separati. E Pierre cominciava a provare lo stesso
sentimento nei confronti di Karataev.
   Agli occhi di tutti gli altri prigionieri, Platon Karataev era il più normale dei soldati; lo chiamavano Falchetto o Plato
ša [Platoscia], lo prendevano bonariamente in giro, lo mandavano a fare commissioni. Ma per Pierre egli rimase sempre quel che gli era apparso la prima notte: ineffabile, rotonda, eterna personificazione della semplicità e della verità.
   Platon Karataev non sapeva nulla a memoria, fuorché le sue preghiere. Quando raccontava qualcosa, sembrava che cominciasse a parlare senza sapere come avrebbe finito.
   Le volte che Pierre, colpito dal senso del suo discorso, lo pregava di ripetere ciò che aveva detto, Platon non riusciva a ricordare quel che aveva appena finito di dire, così come non era assolutamente capace di ripetere a Pierre le parole della sua canzone preferita. C'era, in essa, «mia cara piccola betulla», e poi «mi sento languire», ma, così a parole, era impossibile cavarne qualcosa. Non capiva, non poteva nemmeno concepire il significato di parole prese isolatamente dal discorso. In ogni sua parola, così come in ogni sua azione, si esprimeva quell'attività a lui stesso ignota che era la sua esistenza. Ma anche la sua vita, per lui, non aveva senso di per se stessa, isolatamente, ma solo come particella di un tutto di cui egli aveva costantemente coscienza. Le sue parole e le sue azioni fluivano dalla sua persona con la stessa regolarità, necessità e immediatezza con cui un fiore esala il suo profumo. Era impossibile, per lui, capire il valore o il significato di un'azione o di una parola considerate come qualcosa a sé stante.