venerdì 30 maggio 2014

Mary Wollstonecraft, la ragione unita al sentimento (1759-1797)

Elena Stancanelli 
La Wollstonecraft, madre della Shelley, fu scrittrice e femminista militante
L’altra Mary e l’enigma Frankenstein

la Repubblica, 30 maggio 2014

  







«Il maschio insegue, la femmina concede» scrive Mary Wollstonecraft nell’introduzione al suo Rivendicazione dei diritti della donna, pubblicato per la prima volta nel 1792. Gli uomini, spiega, sono fisicamente più forti delle donne ma non paghi di questa superiorità tentano di spingerci più in giù, «con l’intento di trasformarci in momentanei oggetti del desiderio». Le donne, intossicate da questa adorazione, puro abbaglio dei sensi, cedono e si beano, anziché capitalizzare e trasformare quel trasporto in un sentimento solido e duraturo.
Antidoto, e unica forma possibile di emancipazione femminile, è l’istruzione.
Mary Wollstonecraft era nata il 27 aprile 1759, lo racconta William Godwin, filosofo illuminista radicale e anarchico, che amò e sposò Mary e ne scrisse la biografia. Non giocò mai con le bambole e crebbe come un maschio in una fattoria nella foresta di Epping, vicino Londra, correndo per i campi dietro ai fratelli. Ma attenzione, scrive Mary: accusare una donna di mascolinità è solo un’altra tattica degli uomini. In questo modo vorrebbero farci tornare a quella debolezza nefasta e artificiale, che produce, nella donne, «una propensione alla tirannia, generando astuzia, rivale naturale della forza, e inducendo a esibire quelle spregevoli arie infantili che ne minano la stima, nonostante al contempo eccitino il desiderio...». Sembra di ascoltare una tirata di Elizabeth Bennet, l’eroina di Jane Austen, o meglio ancora di leggere nella mente di Jane Eyre, l’impavida istitutrice.
Mary, per diventare la donna che voleva essere, studiò sul serio, e più che poteva. Non era facile, non veniva da una famiglia molto istruita. A sedici anni conobbe Fanny Blood, una ragazza colta, capace di cantare suonare disegnare e mantenere tutta la famiglia lavorando. Con Fanny, Mary aprì una scuola a Islington, dove mise a insegnare anche le sue sorelle. Quando Fanny, pochi anni dopo, morì di parto a Lisbona, Mary disperata chiuse la scuola, scrisse un romanzo, si occupò di politica, e infine partì per Parigi, innamorata della rivoluzione. Robespierre la deluse, ma nel frattempo conobbe un uomo, Gilbert Imlay. Un faccendiere americano, forse addirittura una spia, che speculava lavorando per i Giacobini, coltivando ambizioni politiche. Faceva la spola tra Parigi e Londra, fin quando in Francia non tornò più.
Mary partì per cercarlo, dopo averlo atteso a lungo insieme alla piccola Fanny, la loro figlia alla quale aveva dato il nome dell’amica adorata. Ovviamente, lo trovò sistemato con un’altra, «una giovane che lavorava come attrice in una compagnia di girovaghi», scrive Godwin. Pianse, tentò il suo suicidio, ma poi tornò da lui. Difficile capire per quali ragioni si legò a un uomo così, a una passione infelice e pericolosa. «Una delle ultime impressioni che una mente può essere in grado di cogliere è quella relativa al valore della persona per cui prova ammirazione», scrive il saggio Godwin. Imlay la spedì in Svezia a cercare una nave con un carico importante e ricco, sparita chissà come. Da lì scrisse all’amato (Lettere scritte durante un breve soggiorno in Svezia, Norvegia e Danimarca, edizioni Rubettino) d’amore, di politica, di paesaggi.
Una corrispondenza che la figlia Mary doveva aver letto, che dovrà esserle servita di ispirazione. Il suo Frankenstein è infatti un romanzo epistolare, la vicenda che conosciamo è inserita dentro le lettere del capitano Walton a sua sorella Margareth. Capitano di una nave, in viaggio verso il Polo Nord, una notte vede passare una creatura mostruosa che corre sui ghiacci, il giorno successivo un uomo su una slitta. L’uomo, che salirà a bordo e racconterà la sua storia, è il dottor Victor Frankenstein di Ginevra, l’incauto Prometeo.
Ma quando la madre è in Svezia, persa dietro vascelli fantasma, Mary non è ancora nata. Anzi, rischia di non nascere per niente perchè Mary Wollstonecraft, tornata dal suo viaggio, trova di nuovo Imlay con un’altra e si butta nel Tamigi.
Anche questa volta viene salvata, e, esaurito il lutto, si innamora finalmente di una persona perbene, William Godwin. Il 10 settembre 1797 nasce Mary e poche ore dopo la madre muore di setticemia. Lui, Godwin, qualche anno più tardi incontrò un’altra donna, fondò una casa editrice per bambini, scrisse la biografia di Mary, sua moglie, e si occupò di dare un’educazione vera a Mary, sua figlia. Che però a sedici anni si innamorò del poeta Percy Shelley, che ruppe un matrimonio e abbandonò due figli per seguirla. Godwin, pur seguace e teorico dell’amore libero - «non ci sposammo », scrive nella biografia di Mary, «non c’è nulla di più distante dalla spontaneità che far dipendere la grandezza di un sentimento da una cerimonia e lasciare che acquisisca valore solo perché riconosciuto pubblicamente » - non la prese bene. Ma i due fuggirono comunque insieme.
E una notte, per gioco, a Villa Diodati sul lago di Ginevra, Mary inventò e poi scrisse uno dei romanzi più belli della modernità, Frankenstein. Storia di un mostro, nato dalla presunzione di un uomo. Messo al mondo e abbandonato a se stesso, cresciuto senza che nessuno si prendesse cura di lui. Buttato nella vita senza istruzioni, costretto a vagare per la terra cercando, invano, qualcuno che potesse affezionarsi alla sua deformità. Come una figlia, la cui madre sia morta partorendola?
Mary Wollstonecraft è oggi riconosciuta come una delle prime e più importanti teoriche del pensiero femminista. Ma subì una lunga censura, per la sua vita considerata libertina e la sua impudicizia, anche sentimentale, nell’esporla. Fu George Eliot, a metà dell’ottocento, a riscoprirla, e dopo di lei Virginia Woolf che le dedicò uno dei saggi in Four Figures. Proprio quella sua vita libera, le lettere appassionate, unite al suo pensiero razionale, scrive Woolf, fanno di lei una figura speciale, rendono la sua esistenza, e il suo pensiero immortali. Ragione e sentimento, avrebbe infatti riconosciuto il Novecento, è molto più potente di ragione contro sentimento.