domenica 17 marzo 2013

Quel Manzoni che piace al papa

I promessi sposi, cap. XXIII

Nel brano che segue si possono vedere tra l'altro e in particolare gli effetti prodotti dalla manifestazione del carisma.
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Appena introdotto l’innominato, Federigo gli andò incontro, con un volto premuroso e sereno, e con le braccia aperte, come a una persona desiderata, e fece subito cenno al cappellano che uscisse: il quale ubbidì.
I due rimasti stettero alquanto senza parlare, e diversamente sospesi. L’innominato, ch’era stato come portato lì per forza da una smania inesplicabile, piuttosto che condotto da un determinato disegno, ci stava anche come per forza, straziato da due passioni opposte, quel desiderio e quella speranza confusa di trovare un refrigerio al tormento interno, e dall’altra parte una stizza, una vergogna di venir lì come un pentito, come un sottomesso, come un miserabile, a confessarsi in colpa, a implorare un uomo: e non trovava parole, né quasi ne cercava. Però, alzando gli occhi in viso a quell’uomo, si sentiva sempre più penetrare da un sentimento di venerazione imperioso insieme e soave, che, aumentando la fiducia, mitigava il dispetto, e senza prender l’orgoglio di fronte, l’abbatteva, e, dirò così, gl’imponeva silenzio.
La presenza di Federigo era infatti di quelle che annunziano una superiorità, e la fanno amare. Il portamento era naturalmente composto, e quasi involontariamente maestoso, non incurvato né impigrito punto dagli anni; l’occhio grave e vivace, la fronte serena e pensierosa; con la canizie, nel pallore, tra i segni dell’astinenza, della meditazione, della fatica, una specie di floridezza verginale: tutte le forme del volto indicavano che, in altre età, c’era stata quella che più propriamente si chiama bellezza; l’abitudine de’ pensieri solenni e benevoli, la pace interna d’una lunga vita, l’amore degli uomini, la gioia continua d’una speranza ineffabile, vi avevano sostituita una, direi quasi, bellezza senile, che spiccava ancor più in quella magnifica semplicità della porpora.
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Stefania Falasca, Il Manzoni di Bergoglio, Avvenire, 17 marzo 2013



Un pomeriggio di qualche anno fa stavo accompagnando padre Bergoglio alla Casa del clero, in via della Scrofa 70, la residenza da dove è partito la mattina del 12 marzo per recarsi al Conclave e dove ha voluto tornare dopo l’elezione per salutare il personale conosciuto in questi anni.

Stavamo camminando. E conoscendo un po’ la sua sensibilità letteraria gli chiesi quali fossero gli autori italiani che amava di più. Mi rispose subito d’istinto: «Alessandro Manzoni. Le pagine dei Promessi Sposi  le ho lette e rilette tante volte. Soprattutto i capitoli in cui si parla del cardinale Federigo Borromeo, le pagine dove viene descritto l’incontro con l’Innominato... Ricordi?». «Sì», risposi, le ricordo benissimo. «Sono le pagine – riprese – in cui si descrive l’Innominato nel momento immediatamente precedente alla sua conversione, quando, dopo una notte vissuta nel tormento, dalla finestra della sua stanza sente uno scampanare a festa, e di lì a poco, sente un altro scampanio più vicino, poi un altro: 'Che allegria c’è?. Cos’hanno di bello tutti costoro?'. Saltò fuori da quel covile di pruni e, vestitosi, corse ad aprire una finestra e guardò.

Al chiarore che pure andava a poco poco crescendo si distingueva nella strada in fondo alla valle gente che passava, altra che usciva dalle case e s’avviava, tutti dalla stessa parte, e con un’alacrità straordinaria. 'Che diavolo hanno costoro? Che c’è d’allegro in questo maledetto paese? Dove va tutta quella canaglia?'. Erano uomini, donne, fanciulli, a brigate, a coppie, soli; e andavano tutti insieme come amici a un viaggio convenuto. Gli atti indicavano una fretta e una gioia comune. Guardava, guardava e gli cresceva in cuore una più che curiosità di saper cosa mai potesse comunicare un trasporto uguale a tanta gente diversa. 'Cos’ha quest’uomo? E perché deve venire?» si chiedeva l’Innominato.

«E poi – mi diceva padre Bergoglio – c’è l’incontro tra i due. Il cardinale Federigo gli andò incontro, con un volto premuroso e sereno e con le braccia aperte come a persona desiderata; e infine l’Innominato, come vinto da quell’impeto di carità, si abbandona a quell’abbraccio e c’è quel silenzio tra i due... un silenzio più eloquente di mille parole, l’uno di fronte all’altro... il misero e la misericordia». Padre Bergoglio parlava piano, mentre camminavamo nel centro di Roma, la città di cui ora è diventato vescovo. E ripeteva le parole del Manzoni mandate a memoria, con quel suo modo lieve e insieme incisivo di dire.

Proprio questo mi è tornato in mente quando con sorpresa l’ho visto affacciarsi dalla loggia centrale di San Pietro, dopo l’elezione che l’ha fatto diventare Papa Francesco. Una delle immagini che resteranno scritte negli occhi e nel cuore di credenti e non credenti è quella di quest’uomo, successore di Pietro, che affacciandosi dal balcone della basilica vaticana si china verso la folla venuta per vederlo. Si china, chiedendo a ciascuno in silenzio una preghiera, confessando il bisogno dell’amore e della misericordia di Dio al pari degli altri uomini.