venerdì 15 marzo 2013

Perché Grillo ha vinto

Carmine Fotia,
il Manifesto, 14 marzo 2013

«Ho detto a quel signore che il vero nemico del partito è un nemico interno, molto più insidioso di quelli all'esterno...la paura di esistere...Siete degli zombie e non lo sapete...», Giovanni Ernani, protagonista del film di Roberto Andò, "Viva La Libertà".

Tra le tante analisi del voto che ho letto in questi giorni, due mi sembrano le più calzanti. Quella di Ilvo Diamanti su la Repubblica e quella di Luca Condò di Ipsos. La prima indaga sulla composizione sociale del voto e ci dice che il 40% degli operai e il 47% dei giovani hanno votato per Grillo, mentre il Pd è più forte tra gli anziani e tra i dipendenti pubblici; della seconda, in questo momento sottolineo due dati: il 30% circa dei voti a Grillo vengono dalla sinistra radicale e il 32% dall'Idv; un pezzo consistente di voto del Pd l'ha abbandonato per riversarsi sul M5S nell'ultima settimana.
Non dico questo per affermare che il Movimento sia la nuova casa della sinistra, ma che, nella composizione trasversale del suo elettorato vi sono milioni di elettori e elettrici del centrosinistra, sospinti su quei lidi dalla doppia crisi che oggi la investe in pieno: crisi di rappresentanza "di classe" e crisi di visione. Avendo smarrito il suo ancoraggio sociale e ogni idea di mutamento radicale dell'esistente, tutta la sinistra, quella "riformista" e quella "radicale", è stata tout court assimilata al ceto politico, alla casta e appare appesa al nulla. È inutile girarci attorno: il voto al Movimento è stato, a sinistra, un voto contro questa classe dirigente, contro questa forma-partito, contro questo modo di fare politica. Il M5S ha fatto dell'indignazione contro la politica il moltiplicatore della rabbia di classe, della rivolta antifiscale, delle lotte contro la devastazione ambientale. Ha raccolto in sostanza anche una forte critica della democrazia rappresentativa, percepita sempre più come il luogo della casta, dei privilegi, degli imbrogli.
La riposta del M5S (consiglio la lettura del libro di Fo, Casaleggio e Grillo), è a metà tra Toni Negri e Scientology, somma elementi di critica radicale alla democrazia rappresentativa che vanno da Rousseau al '68, con suggestioni apocalittiche. Non è dunque da lì che può venire una risposta. Quindi non ci si può stupire se Grillo rifiuti ogni forma di dialogo con chiunque: se lo facesse non sarebbe più il catalizzatore della protesta. Si illuderebbe però chi immaginasse che l'onda della protesta sia già in fase calante e si mettesse nella comoda posizione di attesa, sperando che, alla fine, le nostre razionali argomentazioni prevarranno.
La domanda da cui la sinistra "radicale" deve ripartire è questa: come mai, né la parte che è andata in solitaria, né quella che si è alleata con il Pd, è riuscita a intercettare la più grande critica di massa dopo il '68 al dominio del turbo capitalismo e allo svuotamento della democrazia rappresentativa?
La sconfitta bruciante di Rivoluzione Civile è tutta qua: se per arginare la gigantesca devastazione sociale in atto occorre rovesciare le politiche di austerità, ma ti presenti come il taxi di vecchi partitini ideologici e d'apparato che vogliono tornare in parlamento, il tuo messaggio è svuotato. Per parafrasare Mc Luhan: il mezzo è il messaggio.
Non abbiamo compreso fino in fondo (in questo senso le critiche venute dal mondo di "Cambiare si può" avrebbero dovuto essere prese in più seria considerazione) che la montante rabbia sociale avrebbe preso di mira l'obiettivo più vicino: una politica sorda, cieca e senza voce, di cui siamo stati considerati parte.
Siamo stati avvertiti non come l'embrione di una nuova risposta, ma come l'estrema propaggine di un mondo antico che sventola le sue gloriose ma logore bandiere in un mondo sconosciuto. In campagna elettorale ho ritrovato la generosità, l'onestà, la lealtà di tantissimi militanti, il cui linguaggio però era mille miglia distante da quello dei milioni di cittadini che magari avevano incontrato nelle lotte. Non basta partecipare ai movimenti se ciò non muta il modo stesso di essere delle forme politiche organizzate.
Ma la questione non riguarda soltanto la sinistra radicale e neppure soltanto la sinistra nel suo insieme. Ciò che rende convulsa e così densa di pericoli, ma anche di opportunità, la crisi italiana è che in essa confluiscono crisi sociale, crisi morale, crisi delle istituzioni. I partiti, tutti i partiti, sono zombie, perché nessuno di essi ha capito che il primo passo per venire incontro alla rabbiosa domanda di cambiamento del paese era azzerare se stessi, i propri gruppi dirigenti, il proprio potere per rilegittimarsi dentro la società. Nel Pd l'aveva capito Renzi, che sembra ancora l'unico dotato di una certa capacità reattiva nel Pd, ma che potrà competere solo se capirà il segnale complessivo del voto e la sua carica di rabbia anche contro le logiche devastanti dell'austerità. La rottamazione deve investire non solo i vecchi dirigenti, ma anche le vecchie idee. Un mutamento radicale della forma partito non può che accompagnarsi a una rimessa in discussione dei paradigmi liberisti che producono diseguaglianze crescenti e a un inveramento della democrazia attraverso nuove forme di partecipazione dei cittadini.
[...] Ripensare la democrazia, nelle sue istituzioni rappresentative, così come nei suoi corpi intermedi, è l'unico modo serio per rispondere allo tsunami. Proposte concrete: abolizione del finanziamento pubblico e ricorso a forme di finanziamento tipo l'otto per mille; attuazione dell'articolo 49 della costituzione sulla democrazia nei partiti; forme di partecipazione democratica (referendum, consultazioni on line, strutturazione della democrazia dal basso a cominciare dai comuni); legge sulla rappresentanza sindacale.
In queste elezioni è stata sconfitta tanto una logica iperminoritaria, quanto una immotivata arroganza maggioritaria. Una decisa inversione di rotta può avvenire solo in un campo largo del cambiamento, che si strutturi in forme democratiche di partecipazione, anche perché la radicalità di cui abbiamo bisogno oggi non è affatto ideologica, dal momento che gli elettori ci hanno dimostrato di essere molto più radicali dei partiti e dei partitini.