venerdì 30 ottobre 2026

L'inganno della sicurezza

Il carcere minorile Ferrante Aporti a Torino

Glauco Giostra
Più carcere, meno sicurezza: l'inganno della stretta penale

Avvenire, 29 ottobre 2026

Il recente, ennesimo decreto sicurezza susciterebbe sbadigli per la tediosa ripetitività del fenomeno, se non confermasse una preoccupante degenerazione della politica e non solo. Assistiamo infatti a un esibito trumpismo penale e carcerario, gabellato per tutela della sicurezza sociale. Come quando ai tempi del proibizionismo «si incollava l’etichetta con la scritta “sciroppo” o “gazzosa” sulle bottiglie di whisky» (André Gide), così oggi si applica l’etichetta “sicurezza sociale” su provvedimenti di demagogico e improduttivo autoritarismo carcerocentrico. Rectius , produttivi solo elettoralmente. La ragione di questa alta redditività in termini elettorali di una politica che ostenta il turgido bicipite della repressione penale e il carcere come risolutiva risposta alle condotte antisociali è impeccabilmente descritta nella Medea di Christa Wolf: «Non c’è menzogna troppo grossolana a cui la gente non crede, se essa viene incontro al suo segreto desiderio di crederci».

Cosa significa vivere in carcere, in Italia

Eppure, non solo è evidente che con il susseguirsi dei “provvedimenti sicurezza” cresce l’insicurezza, ma la lenzuolata di nuovi reati e le iperboliche risposte sanzionatorie hanno aumentato, nell’arco di vita di questo governo, di diecimila detenuti la già intollerabile popolazione penitenziaria e di ben il 50% quella dei penitenziari minorili (tanto che il ministro della Giustizia vorrebbe provvisoriamente fronteggiare il prevedibile afflusso di nuovi condannati minorenni riservando loro alcune sezioni negli strabordanti carceri per adulti: imbarazzante). Ma la soluzione c’è, ha assicurato la Presidente del Consiglio qualche tempo fa e Nordio in queste ore: basta costruire nuove carceri. Un’idea in frontale contrasto con le raccomandazioni da tempo formulate dal Consiglio d’Europa: «Aumentare la capacità ricettizia significa aumentare senza vantaggio alcuno la domanda di carcere», mentre bisognerebbe far ricorso alle misure alternative, «mezzi importanti per combattere la criminalità, per ridurre i danni che essa causa» e per evitare «gli effetti negativi della reclusione». Non si può non aggiungere che nell’attuale situazione italiana aspettare la costruzione di nuove carceri significherebbe rassegnarsi per div]ersi anni al numero intollerabilmente alto di suicidi, di atti di autolesionismo, di condanne dello Stato a risarcire detenuti per trattamento inumano e degradante.

Più in generale, poi, questo ennesimo ricorso al decreto- legge si espone a non meno importanti rilievi critici. Quando ci si accinge a regolamentare il più penetrante dei poteri dello Stato nei confronti dell’individuo, il potere penale, le scelte dovrebbero essere frutto di un ampio dibattito parlamentare. Il ricorso al decreto-legge, negli ultimi tempi quasi sempre in assenza del presupposto costituzionalmente imprescindibile della necessità e dell’urgenza, esautora il Parlamento del suo potere primario. Non solo: indulge nel vizio italico che Natalino Irti efficacemente denominava dell’“occasionalismo legislativo”, cioè quella deprecabile tendenza di produrre norme sull’onda emotiva, in genere pessima consigliera perché attenta al sintomo e non alla causa, dell’ultimo fatto di cronaca. Con l’ulteriore, grave danno di disordinare il sistema: «Da certi ritocchi (stile ministeriale), da certi rimaneggiamenti a spizzico, da certe ricatapecchiature ‒ ammoniva il grande Luigi Lucchini [giurista, deputato poi senatore del Regno, 1847-1929] ‒ sarebbe folle ingenuità sperare di cavarne qualche costrutto».

Dai palestinesi la salvezza

Marco Travaglio
Toh, gli arabi di Israele

Il Fatto quotidiano, 30 ottobre 2026

Da quando la parola Israele, grazie a Netanyahu e alla sua fairy band, è diventata impronunciabile, è passata l’idea che sia una finta democrazia. Magari: purtroppo è una democrazia vera che, da quando nel 2009 si consegnò alle grinfie di ‘Bibi’, si comporta con i palestinesi occupati di Cisgiordania e rioccupati di Gaza e con i Paesi vicini peggio di un’autocrazia. Ma al suo interno le regole sono rimaste democratiche. E, ogni volta che Netanyahu ha provato a scardinarle, ha trovato Corti e piazze pronte a difenderle. L’ultima è stata alla vigilia delle elezioni, quando la Corte Suprema ha respinto il tentativo di bandire i partiti arabi che rappresentano il 21,1% della popolazione: cioè i 2,1 milioni di palestinesi che dal 1948 vivono in Israele da cittadini accanto agli ebrei e alle minoranze druse e beduine, con pieni diritti e doveri, incluso l’elettorato attivo e passivo, esclusa soltanto la naja. Paradossalmente, lo Stato ebraico fu il primo del Medio Oriente a dare il voto alle donne musulmane, che non potevano avvicinarsi ai seggi neppure per le finte elezioni delle autocrazie arabe. Dopo il 7 ottobre, i palestinesi israeliani hanno subìto varie discriminazioni. Ma l’apartheid che colpisce quelli della Cisgiordania occupata non ha nulla a che vedere col loro status entro i confini d’Israele: voterebbero – altro paradosso – solo se Netanyahu riuscisse ad annetterli per uccidere anche de jure il sogno di due popoli in due Stati.

In queste elezioni la componente palestinese ha partecipato ancor più di quella ebraica, con un 80% di affluenza, raddoppiando i parlamentari da 10 a 19 (alcuni non riconoscono neppure Israele né condannano Hamas). Così, per la prima volta, le due liste arabe sono decisive per formare il nuovo governo ed evitare nuove elezioni. Il blocco centrista del generale Eisenkot (48 seggi) che si oppone alla Banda Bibi (53) aveva escluso intese con loro. Ma ora, per evitare il rischio di nuove elezioni e la jattura di un’alleanza con Netanyahu, potrebbe ripensarci, magari per un appoggio esterno: la Lista araba unita e Ra’am sono disponibili a un governo di svolta che arriverebbe a 67 seggi (sui 120 della Knesset, il Parlamento), in cambio di una radicale inversione di rotta a Gaza, in Cisgiordania e nelle varie guerre. Già nel 2021, per la prima volta nella storia, gli arabi avevano sostenuto un governo israeliano: quello di Bennett e Lapid, che durò solo un anno prima dell’eterno ritorno di Bibi. In fondo ci sono palestinesi nei tribunali israeliani e persino nella Corte Suprema. E lo sono il 50% dei farmacisti, il 20% dei medici e degli infermieri negli ospedali pubblici. In questa storia piena di paradossi, potrebbe persino capitare che a salvare la democrazia d’Israele siano proprio i palestinesi.

giovedì 29 ottobre 2026

Giordano Bruno, una vita

Giorgio Montefoschi
Giordano Bruno, l'irriducibile

Corriere della Sera, 29 ottobre 2026

Consapevole del fatto che «dedicare un piccolo libro a un grande studioso è un azzardo», Giulio Busi, professore alla Freie Universität di Berlino dove dirige l’istituto di Studi Ebraici, autore di libri fondamentali sulla Cabala, su Pico della Mirandola e sulla cultura umanistica fiorentina, sceglie tuttavia di correrlo, il rischio, con la sua nuova opera, Giordano Bruno. Molte stelle non muoiono (Mondadori) dedicata alla vicenda umana e filosofica del frate domenicano di Nola, tanto minuto nel corpo quanto animato da un carattere di ferro, spigoloso, irriducibile di fronte a ogni tipo di censura. Un volume affascinante, costruito sui libri e sulle esigue notizie di una vita avventurosa, con un finale agghiacciante che molti (anche se soltanto quello) conoscono, e lascia comunque senza fiato.

Entrato giovanissimo, appena quattordicenne, nel convento di San Domenico Maggiore a Napoli (dove nel XIII secolo ha vissuto e insegnato Tommaso d’Aquino), Bruno profitta della ricchissima biblioteca conventuale e degli insegnamenti filosofici dei maestri sia aristotelici sia agostiniani, mostrandosi presto eccellente nell’arte mnemotecnica: vale a dire lo studio e la pratica della memoria. La notizia giunge fino a Roma, dove Papa è Pio V, desideroso di conoscere e mettere alla prova lo sconosciuto fraticello nolano. Lui parte e, di fronte allo stupefatto pontefice, recita a memoria — in ebraico e con grande sicurezza — l’intero Salmo 86. Quindi torna a Napoli, dove finisce il noviziato, «raccoglie la dottrina che gli servirà di viatico per la sua futura ascesa» e, come ancora scrive Giulio Busi, «cerca la fede, senza trovarla. Anzi perde anche quel poco che ha».

Nella città chiassosa e turbolenta — dove perfino nei conventi le cronache narrano di furti, violenze, soprusi, scandali sessuali, insubordinazioni, omicidi — è arrivato nel 1562; getta la tonaca e parte definitivamente nel 1576, quando di anni ne ha 28. Per dove? Nelle città dove poter stampare liberamente, senza le tenaglie dell’inquisizione, i libri nei quali espone il suo pensiero filosofico (talvolta astruso, altre volte limpidissimo e geniale: è neoplatonico, nel De umbris idearum scrive che gli uomini vivono nell’ombra, possono cogliere soltanto l’ombra delle idee divine, che la luce vince le tenebre e che l’universo è armonico, amoroso, non contempla la figura di un redentore). Quindi, nelle università. Quindi nelle corti rette da principi o re illuminati disposti a concedergli protezione.

Inizia così un lungo viaggio: la Ginevra calvinista; Tolosa; le università tedesche; la Parigi di Enrico III, subito affascinato da questa primordiale ed eterna connessione di ombra e di luce; Londra; la Praga di Rodolfo II, mecenate appassionato di scienze occulte; Venezia, finalmente, che gli sarà fatale. Un itinerario, che Busi segue «pagina per pagina» potremmo dire, irto di difficoltà materiali, contrasti ideologici, sconfessioni alle quali Bruno risponde con la virulenza del carattere e la forza di una mente che non si piega, fino alla pagina finale, dopo sette anni di prigione, in Campo de’ Fiori a Roma.

Il Papa ora è Clemente VIII. Il cardinale gesuita Roberto Bellarmino, uno dei massimi teologi della Controriforma, è il grande Inquisitore. Legge le opere di Bruno e riscontra otto proposizioni eretiche da sottoporre all’imputato perché le abiuri. Gli concedono 40 giorni per decidere. Che poi, una dilazione dopo l’altra, diventano mesi. Finché non arriva, da parte del tribunale ecclesiastico, la proposta della tortura. Clemente VIII si rifiuta. Bruno è comunque senza scampo. Il 21 dicembre 1599 la Commissione entra nella sua cella. Gli chiedono, per l’ultima volta, di abiurare. Lui si rifiuta. Questo è il referto: «Si è visitato fra Giordano, del fu Giovanni Bruno da Nola, sacerdote professo dell’ordine dei Predicatori e dottore in Teologia sacra. Egli ha affermato che non deve e non vuole pentirsi, e che non ha nulla di cui pentirsi, né alcun motivo di pentimento, e non sa per che cosa dovrebbe pentirsi». Il 9 febbraio lo fanno inginocchiare e gli leggono la sentenza di condanna. Unica raccomandazione, che la morte avvenga nel modo più clemente possibile, senza spargimento di sangue: andrà sul rogo. Bruno risponde: «Forse pronunciate la sentenza contro di me con più timore di quanto io la riceva».

Per la conclusione di questa tragedia Giulio Busi sceglie, con felice intuito, uno stile scarno, crudo. Il 17 febbraio, quando è ancora notte — perché l’ambasciatore francese che ha il palazzo lì di fronte si è lamentato per gli spettacoli orrendi delle esecuzioni — i membri dell’arciconfraternita di San Giovanni Decollato avanzano in processione recitando delle litanie. Bruno, il volto coperto, ha la mordacchia: uno strumento che gli blocca la lingua. Arrivati al palco, al centro di Campo de’ Fiori, lo spogliano nudo e lo legano al palo. Prima di accendere il rogo gli mostrano una immagine di Cristo. Lui la respinge con disprezzo. Le fiamme salgono nel buio e il frate di Nola diventa cenere. Commenta Busi: «L’ultima pagina della grande opera di Bruno è scritta. Col fuoco».

Come si muove Talarico


James Talarico

Martino Mazzonis
In Texas tra i latinos pentiti del trumpismo. Qui l'american dream si chiama Talarico

Domani, 29 ottobre 2026


Ai comizi del candidato dem per il Senato ci sono anche i delusi dal presidente, quelli scandalizzati dall’Ice e dai prezzi impazziti. L’ultraconservatore Ken Paxton, spinto da Donald, era stato messo sotto impeachment dal suo stesso partito perché corrotto

Austin – «Abbiamo due bambine piccole, per noi la qualità della scuola pubblica e il rispetto per le donne sono questioni centrali. Il modo in cui l’Assemblea statale del Texas ha legiferato per restringere i diritti delle donne è intollerabile e il nostro governatore ha fatto molto per peggiorare la qualità delle scuole pubbliche. James Talarico è stato insegnante in una zona povera di San Antonio, conosce la situazione». A parlare mentre fa la fila per andare ad ascoltare il comizio del candidato democratico candidato al Senato in Texas, è una giovane donna di origine ispanica di nome Karyme. Suo marito, barba incolta e un grande tatuaggio sul polpaccio, annuisce. In fila sono tanti, riempiranno il cortile dove parlerà il candidato e in molti rimarranno fuori ma resteranno ad ascoltare per poi salutare Talarico che risale sull’autobus nero della sua campagna scandendo il suo nome.

Nelle contee del sud dello Stato che non elegge un senatore democratico dal 1988 la comunità ispanica è stragrande maggioranza, a Laredo il 90 per cento, e nel 2024 ha sorpreso analisti e sondaggisti perché per metà ha votato Trump. Non che il presidente repubblicano avesse bisogno dei voti ispanici, ma quel segnale terrorizzò i democratici, che confidavano in un sostegno costante della comunità che cresce più rapidamente in tutti gli Stati Uniti. «Parlavo con mia suocera e molte delle sue amiche credono a queste scemenze sui democratici che vogliono distribuire cure di ormoni nelle scuole per rendere i ragazzi trans e per questo torneranno a votare repubblicano. In tanti però si sono pentiti».

Cambio di umore


Che siano pentiti lo crede anche Orlando, che ha appena comprato un cappellino della campagna del 37enne candidato con la faccia del bravo ragazzo di provincia: «In tanti hanno creduto che sarebbero calati i prezzi. Hanno avuto l’Ice in cambio, tutti da queste parti conoscono qualcuno senza documenti, brava gente che lavora». Il Texas è uno Stato conservatore e religioso e anche una buona parte degli ispanici lo è, ma non in maniera ideologica come quello della destra evangelica.

Talarico è in leggero vantaggio nei sondaggi e gli ispanici sono un bel pezzo di questa sorpresa. Non basterebbero, ma l’impressione è che la sua campagna generi entusiasmo, a differenza di quella del suo avversario.

L’ultraconservatore Ken Paxton, procuratore generale dello stato famoso per essere stato messo sotto impeachment dal suo stesso partito perché corrotto, è un pessimo comiziante. I suoi discorsi sono piuttosto piatti e per entusiasmare il pubblico anziano e bianco serve la musica e i volontari che invitano a cantare e battere le mani. Due giorni fa, Thelma Louise, una influencer Maga afroamericana, è stata accompagnata fuori dal comizio di Paxton perché scambiata per una provocatrice. Segno che nel Partito repubblicano non si aspettano gran sostegno da parte delle minoranze, se c’è un nero è lì per disturbare.

Al comizio di Paxton a Selma, un sobborgo a nord di San Antonio abbiamo visto solo bianchi, una signora ci ha parlato di «quel pazzo pericoloso di Mamdani». Frank, alto, magro, con dei folti baffi bianchi e un cappellino con su scritto “Veteran”, conferma che la sua preoccupazione sono le persone trans nello sport al college e le terapie ormonali. Da diversi anni a questa parte il partito repubblicano del Texas ha fatto di tutto per rappresentare la battaglia politica come una lotta tra il bene e il male. E così si sono fatte leggi sui libri che si possono leggere a scuola, sul concepimento, sull’affissione dei dieci comandamenti nelle aule. L’idea trasmessa, specie all’elettorato rurale del nord dello stato, è che una vittoria democratica significherebbe un passo verso l’inferno.

Tech-influenze


Poi ci sono gli interessi. I repubblicani hanno incentivato l’istruzione privata con dei voucher, Trump è il presidente dei petrolieri e qui si produce il 43 per cento del petrolio nazionale. Nello Stato c’è anche un numero enorme di progetti di data center, la gente non li vuole, ma Elon Musk sì e anche per questo finanzia con decine di milioni la campagna di Paxton.

La novità dei candidati democratici, Talarico e la donna ispanica che sfida il governatore Abbott, Gina Hinojosa, sta nell’astuzia di accompagnare un’agenda relativamente progressista senza toccare nervi scoperti: il petrolio non si tocca. Ma gli interessi sono anche quelli dei costruttori a cui i raid dell’Ice hanno fatto sparire metà della manodopera o degli allevatori che per la stessa ragione hanno protestato per quei raid con una lettera aperta. L’economia vive molto del lavoro degli indocumentados. Il fronte opposto parla di trans, agita lo spauracchio di tasse che aumenteranno e di Talarico il vegetariano – un falso.

Negli ultimi giorni di campagna elettorale Talarico sarà soprattutto al sud, il tentativo è quello di mobilitare il più possibile gli ispanici e delle città: San Antonio, Houston, l’hub tecnologico di Austin.

Nello Stato vota in anticipo da qualche giorno e davanti a un seggio di San Antonio parliamo con tre ragazzi. Lui è omosessuale e figlio di immigrati, impaurito dai toni dei repubblicani. Dice che diversi i suoi coetanei andranno a votare non avendolo fatto prima, pur potendo, nel 2024. A oggi ha votato quasi un quarto degli elettori, un milione e mezzo in più delle elezioni di midterm del 2022 e poco meno che nelle presidenziali del 2024. Una vittoria democratica nello Stato sarebbe un terremoto. In passato i sondaggisti hanno sbagliato attribuendo un vantaggio a candidati democratici che poi hanno perso. Il 3 novembre sapremo se i guru dei numeri hanno migliorato il loro metodo di selezione dei campioni o il vantaggio di Talarico è illusorio.

La Palestina alla Knesset

 

Gad Lerner
L'ingombrante Palestina irrompe alla Knesset

il manifesto, 29 ottobre 2026 

Ospite indesiderata, la questione palestinese irrompe nella Knesset con diciannove deputati. Avevano tentato di metterle fuori legge – riammesse in extremis dalla Corte Suprema israeliana – e invece le liste palestinesi risultano le vincitrici indiscusse delle elezioni israeliane, raddoppiando la loro rappresentanza. Commette un grave errore chi la considera inutilizzabile, congelata. E sbaglia anche chi continua a chiamarle «liste arabe».

È una trappola lessicale definire genericamente aravim, arabi, i due milioni di palestinesi cittadini israeliani; perché tali essi si sentono, arabi palestinesi, né più né meno dei loro parenti della Cisgiordania, di Gaza e della diaspora discendenti della Nakba.

Senza conteggiare i 350 mila palestinesi “residenti permanenti” a Gerusalemme dopo l’occupazione del 1967, cui tuttora viene negato il diritto di voto.

La scelta dei palestinesi israeliani di recarsi in massa alle urne, anziché rassegnarsi come in passato all’astensionismo, contiene un messaggio disarmato ma potente ai loro concittadini ebrei: continueremo a esserci, ingombranti, accanto a voi. Non basterà bendarsi gli occhi davanti ai crimini perpetrati nella convinzione che la guerra soltanto garantisca la sopravvivenza, né scaricarci addosso l’odio per i crimini di cui siete stati vittime.

L’inedita, altissima partecipazione al voto dei palestinesi è una conseguenza diretta del clima minaccioso instaurato nei loro confronti dalla destra suprematista al governo che li considera un nemico interno da sorvegliare e discriminare. I loro rappresentanti, dunque, hanno assunto come priorità evitarne la riconferma e per questo si rendono disponibili a un fronte parlamentare alternativo.

La risposta che tocca ora alla disomogenea coalizione dei partiti alternativi a Netanyahu va molto al di là della contingenza. È fatidica, nel senso che traccerà una via di non ritorno. La loro idea di sionismo li vincola nell’esclusivismo ebraico o ammette la possibilità di allearsi con rappresentanti dei palestinesi?

Se Gadi Eisenkot confermasse quanto sostenuto in campagna elettorale – ovvero un no di principio a qualsivoglia collaborazione con le «liste arabe», cioè palestinesi – il mito residuo della democrazia israeliana non ne uscirebbe incolume. Che senso ha riconoscere (a stento, come si è visto) il diritto di voto a una minoranza del 20% della popolazione salvo poi applicare nei confronti dei suoi eletti una discriminazione di natura etnica, non politica? Chi rifiuta l’equiparazione automatica tra sionismo e razzismo (non a caso chi in Israele e negli Stati uniti si adopera per la formazione di un governo di unità nazionale col redivivo Netanyahu, lo chiama «blocco sionista») si troverebbe in forte imbarazzo.

È stato per primo Yair Golan, il leader che ha restituito una presenza dignitosa seppure marginale alla sinistra israeliana nella Knesset, a denunciarlo: attribuire un valore diverso a voti ebraici e voti arabi sarebbe, parole sue, una «distinzione razzista». Dettaglio non irrilevante: i Democratici, con Golan, hanno ottenuto più voti dei partiti di estrema destra di Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich.

La situazione di partenza, per quanto ancora possano registrarsi variazioni minime nell’assegnazione dei seggi, consegna un risultato netto: il blocco interetnico anti-Netanyahu sopravanza di 14 seggi il blocco Netanyahu: 67 a 53. È una falsa impressione che Bibi sia uscito rafforzato dalle elezioni. Rinunciare alla concreta possibilità di relegarlo all’opposizione gli consegnerebbe il via libera per proseguire una guerra feroce che ha per giunta un obiettivo impossibile: cancellare l’identità nazionale palestinese disciogliendola in un indistinto arabo sottomesso.

Di questa guerra i palestinesi cittadini d’Israele fino a ieri sono stati comparse di sfondo. Con la loro irruzione nonviolenta sulla scena, ne potrebbero diventare attori protagonisti.

mercoledì 28 ottobre 2026

Il nazionalpopulismo

Domenico Agasso 
Javier Cercas avverte l’Europa: “Il vero rischio è la seduzione nazionalpopulista”
La Stampa, 28 ottobre 2026

L'Europa che brucia tra piazze in fiamme, precarietà e rabbia giovanile non è il presagio di un’apocalisse imminente, ma il sintomo di una pericolosa “depressione democratica”. Da Parigi a Madrid, fino alle città italiane, le tensioni sociali di queste settimane riaccendono l'incubo di una frattura profonda tra cittadinanza e istituzioni. Ne abbiamo parlato con lo scrittore spagnolo Javier Cercas, che smonta la retorica del “futuro rubato ai giovani” per mettere in guardia dal “vero rischio: la seduzione delle ricette nazionalpopuliste”.

Parigi in piazza contro le riforme, scontro sociale a Madrid e Roma. Perché l’Europa sta “bruciando”?

«In Francia e Italia pesa la protesta sull'istruzione e sui tagli alla scuola, mentre in Spagna - e anche in Portogallo - la rabbia si è concentrata sul dramma dell'abitazione e il carovita. Poi contano le differenti culture politiche: in Francia si vive in una rivolta permanente. Come ricordava il filosofo Raymond Aron, i francesi non amano le riforme, amano la rivoluzione. In Spagna è tutto tradizionalmente più misurato. Ma c'è un filo rosso che unisce queste piazze, compresa quella italiana: siamo immersi in una fase di profonda e pericolosa depressione democratica».

In che senso?
«Montaigne diceva che l’uomo è ondulante, ma lo è anche la storia: a periodi di crescita seguono fasi di discesa. Dopo l’ottimismo sfrenato della fine del Novecento e la caduta del Muro di Berlino, quando si teorizzava la "fine della storia" e la democrazia sembrava l'unica opzione sul tavolo, siamo entrati in una parabola discendente. Questa crisi nasce dal trauma economico del 2008, un terremoto paragonabile soltanto a quello del 1929. Allora portò all'ascesa del fascismo e del totalitarismo».

E oggi?
«Non assistiamo al ritorno del fascismo storico, ma all'affermazione del nazionalpopulismo».

Quali sono le insidie?
«Il nazionalpopulismo è più furbo e per questo molto più pericoloso. Il fascismo andava contro la democrazia apertamente: diceva che non funzionava e che bisognava abbatterla. Il nazionalpopulismo non la attacca dall'esterno dicendo di volerla distruggere: la svuota dall'interno attaccandola nel nome della democrazia stessa, come abbiamo visto chiaramente durante l'assalto al Campidoglio a Washington. I populisti dicono di essere gli unici veri rappresentanti del popolo e che le istituzioni sono corrotte, ma ingannano il popolo e vogliono distruggere le istituzioni».

Le piazze sono piene di giovani precari, senza casa e con un’istruzione carente. C'è una rivolta generazionale contro la mancanza di futuro?
«Non credo a questa narrazione. Si ripete ovunque la formula secondo cui avremmo "rubato il futuro ai giovani", ma non risponde alla realtà. I problemi concreti ci sono eccome - la casa e il lavoro sottopagato su tutti - ed è giusto che i giovani si arrabbino perché le nostre democrazie soffrono di una vista cortissima: i politici pensano soltanto alle prossime elezioni anziché programmare interventi a cinque o dieci anni. Ma dire che un tempo c'era un'epoca d'oro e che oggi l’avvenire è solo catastrofe è del tutto falso. E può scoraggiare i ragazzi e le ragazze».

Ci spiega?
«Il discorso catastrofista e nero serve solo ai populisti per offrire soluzioni semplici e perverse a problemi complessi».

Per esempio?
«Dicono che la colpa di tutto è degli immigrati e che basta cacciarli per riavere lavoro, soldi e prosperità. È una perversità morale e una menzogna politica, economica e culturale, ma stiamo permettendo che diventi il centro della politica europea».

I populismi minacciano la tenuta dell'Unione europea?
«Sì. Chi trae vantaggio dal disagio e dalla violenza nelle piazze? Gli estremi. E temo che lo vedremo presto nelle prossime scadenze elettorali cruciali in Europa e negli Stati Uniti. Il nostro grande vantaggio rispetto agli anni Trenta è l'esistenza dell’Ue, che costituisce un pilastro fondamentale di stabilità politica ed economica. Ma i nazionalpopulisti puntano a smantellarla. Se a Parigi vincesse Marine Le Pen o un leader che rifiuta apertamente le regole di Bruxelles, l'intero edificio europeo rischia di crollare».

Molti cittadini percepiscono Bruxelles come un burocrate distante. Come si supera questa diffidenza?
«Dicendo la verità. Politica e media raccontano la favola dei "burocrati di Bruxelles", ma la verità è che burocrati sono dappertutto - Madrid, Roma, Parigi - e che circa l'80% delle decisioni che condizionano la nostra vita quotidiana passano da Bruxelles, e a governare lì ci siamo noi con i nostri voti e i nostri rappresentanti. L'Europa unita è l'unica utopia ragionevole che abbiamo saputo inventare. Per secoli lo sport nazionale europeo non è stato il calcio, è stata la guerra: ci siamo massacrati a vicenda in modo sistematico. L'Unione ha garantito decenni di pace e prosperità che non hanno eguali nella storia».

I singoli Paesi europei possono farcela ad affrontare le sfide globali?
«Da sole, l'Italia, la Spagna o la Francia non contano nulla nello scacchiere globale; uniti siamo una potenza enorme. Il mio sogno è un'Europa federale, capace di conciliare l'unità politica con la diversità linguistica, culturale e identitaria. Il federalismo è un sistema multilivello che parte dal comune e arriva a Bruxelles: la capitale europea non è un'astrazione aliena, è la nostra casa comune e l'unità dell'Europa è la nostra unica possibilità di sopravvivere nel mondo di oggi di fronte a giganteschi blocchi come Stati Uniti o Cina».

Nei momenti di forte tensione si riaffaccia la nostalgia del salvatore della patria: come va affrontata?
«È la tentazione della scorciatoia di fronte alla complessità del mondo, ed è esattamente il punto in cui il nazionalpopulismo mostra la sua matrice più autoritaria. È la promessa illusoria che un leader carismatico possa risolvere ogni male con un gesto d'imperio. La risposta della democrazia dev'essere chiara e netta: non abbiamo alcun bisogno di un uomo forte al potere, abbiamo un disperato bisogno di idee forti».

Qual è oggi il compito della cultura e della parola pubblica?
«Smontare la retorica del catastrofismo e battersi senza tregua contro la demagogia. Quando si vedono ragazzi italiani e spagnoli incontrarsi negli scambi Erasmus e capirsi subito perché condividono la stessa matrice latina e culturale, si capisce che l'Europa non è un artificio burocratico ma un'identità viva. Dobbiamo spiegare che la democrazia non va difesa perché è perfetta, ma perché è l'unico sistema che può garantire libertà, diritti e prosperità. Va custodito ogni giorno».

La solitudine di Yair Golan

Davide Lerner
Israele, la solitudine di Yair Golan: "Farò molti sacrifici per la pace"

Domani, 22 ottobre 2026

Il leader della sinistra è l’unico ad aprire a un accordo con i partiti arabi per fermare il premier Netanyahu. Ferocemente critico per le azioni del governo a Gaza, per sé punta al ministero che ora è di Ben Gvir

Domenica, il primo giorno della settimana lavorativa israeliana, a meno di dieci giorni dalle elezioni del 27 ottobre, il sessantaquattrenne politico di sinistra Yair Golan ha iniziato la sua giornata recandosi in visita in un ospedale.

Il venerdì precedente la fotoreporter sessantacinquenne Heidi Levine, un’americana del Washington Post, era stata violentemente pestata dai coloni israeliani mentre seguiva la raccolta delle olive in Cisgiordania, rimediando due costole rotte, quattro vertebre fratturate e un dito contuso. Dopo la visita, Golan ha detto: «Questo terrorismo ebraico mette in pericolo tutti noi». È stato l’unico capo partito a visitare la giornalista. Su X l’ufficio del primo ministro ha scritto: «La dinamica dei fatti rimane poco chiara. Accuse gravi richiedono prove solide».

Il clima della campagna rimane teso e avvelenato. Giovedì il quotidiano online Ynet ha riportato indiscrezioni secondo cui, durante un colloquio a Gaza con Ramiz Alakbarov, il coordinatore umanitario dell’Onu, Hamas avrebbe minacciato Israele di un nuovo attacco «simile al 7 ottobre».

«Fare come Rabin»


Golan è il leader di “Democratici”, il partito della sinistra israeliana nato dalla fusione delle vecchie sigle HaAvoda e Meretz. L’abbiamo incontrato durante una manifestazione a Tel Aviv. Alla domanda «Sei tu il nuovo Rabin?», mi ha risposto: «Io non sono Rabin, ma farò quello che ha fatto Rabin». Faceva riferimento al primo ministro israeliano che più di tutti si è avvicinato a siglare una pace con i palestinesi con gli accordi di Oslo degli anni Novanta. Golan, infatti, è l’unico leader politico di spicco fra quelli che corrono alle elezioni del prossimo 27 ottobre a sposare un approccio al conflitto sostanzialmente in linea con le posizioni europee. Abbiamo chiesto a Golan che tipo di sacrifici politici sarebbe disposto a fare per la pace con i palestinesi. Lui ha risposto: «Molti».

Golan e il suo partito “Democratici” sono tutto ciò che resta della sinistra israeliana, un campo politico che negli ultimi 30 anni – dall’omicidio di Rabin per mano di un estremista israeliano, per l’appunto – si è progressivamente assottigliato. Fino, quasi, a scomparire.

A raccontare questo personaggio è anche il fatto che è uno che si ferma a parlare con chi lo interpella, senza preavviso. Uno dei capi della sua campagna elettorale racconta che questa naturalezza potrebbe rivelarsi il suo tallone di Achille politico. «Il problema di Yair è che dice sempre quello che pensa», ha confidato, allargando le braccia: «Ogni giorno in politica, per lui, è come se fosse il primo».

In mente aveva un’uscita pubblica in particolare, risalente allo scorso anno. Golan era ospite di un programma radiofonico quando si è lanciato in un duro attacco contro le azioni israeliane a Gaza: uno Stato sano di mente, ha detto, «non uccide neonati come passatempo».

Le sue parole provocarono un’indignazione generalizzata, anche presso parte dell’elettorato di sinistra. Secondo la fonte della sua campagna, quelle quattro parole gli sono costati almeno quattro seggi in parlamento. Uno per ogni parola. Un prezzo politico significativo se si considera che, secondo le proiezioni, il suo partito può ambire a circa 10 deputati. Un duro colpo alle speranze di diventare terzo partito.

In Israele c’è un sistema proporzionale puro senza premi di maggioranza: i partiti più grandi hanno sempre bisogno di creare ampie alleanze con i più piccoli per andare al governo. Oggi sia il blocco governativo che quello dell’opposizione avrebbero poco più di una cinquantina di seggi su 120. Avrebbero cioè bisogno dei partiti arabi, che valgono una quindicina di seggi, per arrivare ad un minimo di 61 deputati, cioè a una maggioranza.

Storicamente, però, e a maggior ragione dopo il 7 ottobre, i partiti arabi vengono quasi sempre ostracizzati, cioè non vengono considerati per le alleanze. Fra tutti i partiti di opposizione, quello di Golan è l’unico ad essersi dichiarato disponibile a rompere questo tabù dopo le elezioni. Golan non ha nemmeno fatto mistero dei propri obiettivi politici: ha detto di volere per sé il ministero della sicurezza nazionale, quello attualmente nelle mani del famigerato estremista Itamar Ben Gvir. E quello dell’istruzione per la sua vice, la promettente Naama Lazimi.

L’intervista radiofonica dello scorso anno non era la prima volta che un’uscita di Golan provocava un turbinio di polemiche. Un noto precedente risale a quando era vicecapo dell’esercito, dieci anni fa. In occasione della Giornata della Memoria della Shoah, disse di scorgere in Israele alcuni segnali preoccupanti che gli ricordavano i processi sociali sviluppatisi in Europa, e in particolare in Germania, alla vigilia e durante l'ascesa del nazismo. Il discorso di Golan è passato alla storia come il discorso di “taalihim”, cioè dei processi. Senza quel famoso discorso, che provocò l’indignazione di Netanyahu, avrebbe potuto ambire al vertice assoluto delle forze armate.

Tre anni fa


Quel 7 ottobre Golan si precipitò subito verso sud e riuscì ad estrarre vive sei persone dal massacro della festa Nova, al confine con Gaza, dove furono uccisi in poche ore quasi 400 israeliani. Più tardi avrebbe raccontato di aver provato rabbia sia verso Hamas sia verso il governo, che aveva contribuito a provocare quella tragedia.

La moglie di Netanyahu, Sara, in un’intervista all’emittente di propaganda Canale 14, ha accusato Golan di essere stato a conoscenza dei piani di Hamas in anticipo, cosa che gli permise di arrivare in modo così solerte al confine. È una versione della diffusa teoria cospirazionista del “tradimento dall’interno”, con cui Netanyahu cerca di spogliarsi di ogni responsabilità per i fallimenti del 7 ottobre.

Alla vigilia del voto circa la metà degli elettori di destra pensa che elementi delle forze armate abbiano facilitato l’offensiva palestinese per provare a destituire Netanyahu. Un ennesimo complotto contro l’amato leader. L’indomani de 7 ottobre non è stata la prima volta che gli israeliani hanno celebrato Golan come eroe sul campo di battaglia. Sul corpo porta ancora le cicatrici delle pallottole di Hezbollah, rimediate quando nel 1997 rimase ferito nel sud del Libano. Tutto questo gli fornisce una maggiore autorevolezza mentre cerca di riproporre agli israeliani uno slogan che fu di Rabin: l’unica vera sicurezza viene dalla pace.