Silvia Ronchey
Tutti gli dèi nascosti dietro al dio chiamato Gesù
Riti di Mitra, misteri dionisiaci, saturnali e la “vera” Epifania. Ritorna “Jesus Rex”, il capolavoro di Robert Graves
la Repubblica, 6 gennaio 2015
Nel 1614 Keplero, dopo laboriosi calcoli, dimostrò che nel 7 a.C.,
quando dovette grossomodo avere luogo la nascita di Gesù (che il
calendario etiopico colloca nell’8 a.C. e che comunque non poté
precedere il 5 a.c., anno di morte di Erode), Giove e Saturno ebbero tre
congiunzioni ravvicinate nella costellazione del Pesce, un evento raro
che avviene ogni svariate centinaia di anni e che era stato tuttavia
già, previsto, si dice, dagli astronomi caldei. Una di queste congiunzioni fu nel mese
di dicembre. Non che l’evento in sé spieghi la “stella grandissima”, che
secondo i testi sacri — Matteo 2, 1-12, ma soprattutto gli apocrifi —
sarebbe apparsa in quel tempo e avrebbe segnalato ai Magi la nascita di
“un re per Israele”; o giustifichi un aumento della luminosità tale da
oscurare le altre stelle, come scritto nel Protoevangelo di Giacomo. Né
risulta compatibile con la cronologia della nascita di Gesù la
visibilità della cometa di Halley, il cui passaggio si ascrive al 12
a.C. Ma la relazione tra il formarsi del calendario liturgico
protocristiano e gli eventi astronomici che già sostanziavano i riti
delle più antiche religioni, zoroastriana anzitutto e poi romana, è
indubitabile.
La festività che nel mondo cristiano ortodosso è detta “delle Luci” (
ton Photon) accomuna in un breve giro di calendario il pellegrinaggio
escatologico dell’élite pagana d’oriente e la festa solare chiamata
nell’antica Roma
dies natalis Solis Invicti, e ancora oggi da noi
Natale; a sua volta legata sia ai Saturnali, sia alla festa di Mitra, il
cui culto misterico prettamente maschile, originariamente indopersiano,
romanizzato nella pratica rituale degli eserciti, era in grande
espansione nel periodo in cui nacque la fortunata eresia giudaica che le
scritture canoniche ed extracanoniche associano alla nascita di un
“nuovo re di Israele” proprio in occasione dell’evento che qui
festeggiamo il 6 gennaio e chiamiamo Epifania.
Nome a sua volta desunto dalla terminologia dei misteri greci. È
l’
epiphàneia di un dio, la sua sacra manifestazione, al centro della
leggenda della stella e dei Magi. I tre maghi persiani dal cappello a
cono del mosaico di Sant’Apollinare Nuovo a Ravenna, i Drei Könige sulle
cui magnetiche reliquie si impennò la cattedrale di Colonia,i tre savii
stranieri dai nomi incerti e contorti che seguirono la stella ed ebbero
l’epifania di un fanciullo divino, si prostrarono, scrive Matteo, con
la rituale
proskynesis che si riconosce al capo di un’altra e nuova
religione, recandogli il crisma dei sommi doni sapienziali. «I misteri
religiosi sono in gran parte connessi con le predizioni astronomiche»,
scrive con apparente candore Robert Graves all’inizio della terza e
culminante parte di
Io, Gesù, il capolavoro (ora ripubblicato da
Longanesi, e all’epoca intitolato
Jesus Rex) che settant’anni fa dedicò al formarsi del culto di quelli
che chiama i crestiani — i seguaci del
Chrestòs, in greco “il Buono” —
nell’epoca che va appunto dalla teofania occorsa ai Magi a quello che
definisce «lo scisma dei gentili, capeggiato dal visionario Paolo di
Tarso. Un culto che sancisce — è la grande teoria di Graves, che fa qui
la sua prima comparsa — la vittoria delle religioni dominate da divinità
maschili, di cui JHWH, il dio onnipotente del monoteismo biblico, è
l’esempio massimo, sulla religione femminile originaria, quella della
Grande Dea, cui Graves dedicherà due anni dopo il suo libro più noto,
La
dea bianca. L’eclissi della divinità lunare e l’oblio del suo culto
porteranno a fraintendere l’identità storica di Gesù, che nella
ricostruzione di Graves, fantastorica, deliberatamente fantasmagorica ma
non per questo meno scientificamente probante, riunisce in sé, per
discendenza matrilineare, un’effettiva e clamorosa regalità. La
legittima successione del trono di Davide, ossia dell’antica Israele, e
di Erode, ossia della Giudea romana, gli è assicurata da Maria, vergine
di sangue regale consacrata al Tempio, che ha però segretamente sposato
uno dei figli di Erode, avuto dalla prima moglie, di altrettanto
impeccabile discendenza idumonea. È alla luce dell’effettivo status di
aspirante Rex Iudaeorum che Graves interpreta, nel finale del libro,
l’udienza personale concessa da Pilato a Gesù, il suo straordinario
favore, l’inusuale
titulus, INRI, apposto per suo ordine alla croce;
così come il successivo, irrazionale e imprevedibile svolgersi del
fatti, la catena di fraintendimenti, censure, tendenziosità che
plasmeranno, in un sincretismo assoluto e a tratti costernante, la nuova
religione maschile destinata a pervadere i confini dell’impero romano,
dal medio oriente giudaico all’estremo occidente celtico, di quella
gelosa idea di elezione e linearità, legata a un’inquietante promessa di
“al di là”, che si sostituirà alla preesistente idea femminile di
ciclicità della storia come della natura del cosmo.
Al bene informato Agabo, alter ego narrante di Graves nell’ipotetico
anno Domini 93 d.C. cui la narrazione è ascritta, il nuovo culto si
presenta dominato da un rito conosciuto col nome di eucarestia e adibito
«a comodo ponte tra il giudaismo e i culti misterici greci e siriani,
in cui il sacro corpo di Tammuz viene mangiato sacramentalmente e
sacramentalmente bevuto il sacro sangue di Dioniso», il dio “Figlio
della Duplice Porta”, nato prima a sua madre Semele e poi al padre Zeus,
cui Gesù somiglia anche nell’avere due date astronomiche di nascita: a
quella del solstizio d’inverno, che coincide con la nascita del sole, si
aggiunge quella estiva cui si riconduce il suo battesimo —
rappresentato con matematica perfezione neoplatonica da Piero della
Francesca — che coincide con la levata eliaca di Sirio, la stella
messianica del versetto di Isaia.
In
Io, Gesù Graves, superbo esperto di mitografia greca ed ebraica,
dipana il sincretismo fin dalla Natività. Se la Vergine Madre dalla
veste azzurra e dalla corona di stelle d’argento è necessaria ipòstasi
di Iside, nella grotta la mangiatoia dov’è adagiato il Bambino ripropone
quella usata allo stesso scopo nei misteri delfici ed elusini e il bue e
l’asino, cui già allude Isaia, simboleggiano i due messia promessi, il
figlio di Giuseppe e il figlio di Davide, che il neonato adorato dai
Magi riunisce. La sua storia ha tratti in comune con quella di Pèrseo,
che il re Acrisio tenta di uccidere in fasce. Nella narrazione di
Graves, ironicamente accademica, irresistibilmente sacrilega,
implacabilmente laica, i Magi non sono nulla di ciò che per due millenni
l’esegesi dei teologi cristiani o degli storici delle religioni o tanto
meno degli esoteristi e teosofi in voga in quegli anni ha abilmente e
spesso fondatamente congetturato, ma solo tre ebrei damasceni della
tribù di Issa- char, che nel palazzo di Erode a Gerico si presentano
come astrologi appartenenti alla nuova setta degli “alleanzisti”: hanno
stipulato una nuova alleanza con Dio attraverso la mediazione di uno
spirito chiamato “Colui che viene” ovvero “la Stella”, che secondo la
loro previsione si incarnerà quanto prima sotto spoglie umane e darà a
Erode gloria eterna. Ma Erode stesso ha basato la sua politica e il suo
regno sulla congiunzione astrale di Giove e Saturno individuata da
Keplero nel 1614. Dal fallimento del piano dinastico di Erode, che in
Graves si snoda in sostanziale aderenza a Matteo, ascende l’astro del
nuovo re che i tre astrologi giudei hanno correttamente individuato e
adorato, ma che non sarà scorto in vera luce dai gentili. I suoi Atti e
detti, originariamente scritti in aramaico, riceveranno, riferisce il
beffardo Agabo, versioni multiple di una traduzione greca «erronea, a
volte goffa e di tanto in tanto fraudolenta », cosicché i fondatori
delle chiese gentili fraintenderanno «così stranamente la sua missione
da fare di lui la figura centrale di un nuovo culto che, se lui oggi
fosse vivo, giudicherebbe solo con avversione e orrore». Lo vedranno
come un giudeo rinnegato che «unendo la propria sorte a quella degli
gnostici greci aspirò a una sorta di divinità apollinea, per di più
fornendo credenziali che devono essere accettate per cieca fede —
suppongo perché nessuna persona ragionevole», aggiunge Agabo, «potrebbe
mai accettarle in alcun altro modo».