giovedì 14 gennaio 2016

Eros sotto la Mole

Alessia Laudati
Eros sotto la Mole
Dal 14 al 17 gennaio il primo festival internazionale dedicato al cinema erotico
La Stampa, 14 gennaio 2015

Il sesso è ovunque; e le sue immagini allusive contaminano la pubblicità, la televisione e in generale il linguaggio visivo. Dell'eros - ovvero quell'insieme di significati sociali, culturali e personali che accendono il desiderio - invece si parla meno. Ed è per questo che a Torino dal 14 al 17 gennaio 2016, la sessualità sarà per la prima volta al centro dell'edizione inaugurale di Fish&Chips Film Festival – Festival Internazionale del Cinema Erotico. Il Cinema Massimo, luogo dove avranno sede proiezioni e incontri dedicati al tema del desiderio, sia esso laico, sperimentale, sfacciato e ironico, vedrà quasi i propri muri arrossire di eccitazione o imbarazzo.
Perché nei giorni del Festival, si parlerà di sessualità in maniera libera e contando su numerosi contributi offerti dall'arte audiovisiva e non solo. Promosso da Altera e realizzato in collaborazione con il Museo Nazionale del Cinema, Fish&Chips vuole raccontare l'eros oltre l'asfissia degli stereotipi. “Siamo immersi in una società sovrastimolata da immagini e messaggi allusivi, ma che non tratta l'argomento nella sua accezione più profonda e intima, rimanendo spesso legata a stereotipi e tabù - dichiara Chiara Pellegrini, direttrice artistica del Festival - vogliamo scoprire insieme al pubblico cosa si produce di nuovo in questo ambito, spesso rilegato negli ambienti underground, e mostrare opere che siano spunto per una sana e critica riflessione sul tema.” Tre i filoni principali del film festival, troviamo uno dedicato a 3 delle figure femminili che hanno rivoluzionato l'immaginario del cinema erotico - Laura Antonelli, Candida Royalle e Erika Lust -  uno dedicato al concorso vero e proprio - 11 lungometraggi internazionali e 30 cortometraggi - e infine un ciclo di incontri dedicato anche al tema dell'assistenza sessuale. L'apertura invece - che avverrà giovedì 14 gennaio - sarà segnata dalla proiezione di Love di Gaspar Noè, film presentato a Cannes che ha al centro la storia di un'ossessione sessuale travolgente.

martedì 12 gennaio 2016

Bertinotti, rosso di sera



Marcello Sorgi
Bertinotti, il sol dell’avvenire dietro le spalle
La Stampa, 12 gennaio 2015

Da quanto tempo non si sentiva più parlare di lotta di classe, movimento operaio, capitalismo, sinistra? Fausto Bertinotti - per dodici anni, dal ’94 al 2006, leader di Rifondazione comunista e per due, dal 2006 al 2008, presidente della Camera - lo fa in un breve e agile pamphlet, scritto sotto forma di intervista con Carlo Formenti, pervaso di amarezza fin dal titolo, Rosso di sera (Edizioni Fuoripista, pp. 108, € 12), anche se si sa che in molti casi un tramonto infuocato fa sperare nel bel tempo.
Per la sinistra, non solo quella radicale, non è affatto un bel momento. Né può essere una consolazione aver assistito alla sconfitta della socialdemocrazia, che a lungo ha cercato di imporre la propria ricetta di governo a quella parte dello schieramento di centrosinistra che invece sosteneva le ragioni del conflitto. La mutazione genetica s’è compiuta, grazie al fallimento dell’ipotesi di «compromesso fra Capitale e lavoro seguito alla Seconda guerra mondiale». Nel panorama politico contemporaneo, non solo nazionale, spiccano un capitalismo sempre più globale e finanziarizzato seguito al crollo del comunismo, il trionfo del liberismo e delle trasformazioni sociali che hanno rotto (per sempre?) l’unità delle classi subalterne. Dalla crisi delle socialdemocrazie «è emerso un inedito animale politico: un partito di centro che pesca voti ovunque e si candida a gestire il nuovo ordine liberista».
È abbastanza facile riconoscere nell’identikit il Partito democratico di Renzi, rispetto al quale tuttavia Bertinotti non ha particolari motivi di polemica, riservati invece alla minoranza post-comunista e più in generale a tutta l’esperienza del Pci. Lo stesso schema si applica a Blair e alla crisi del laburismo inglese (con qualche simpatia per il nuovo leader Corbin) e, con maggior delusione, a Tsipras, dopo l’entusiasmo per la vittoria popolare nel referendum e l’errore delle divisioni che l’hanno seguita. Nel vuoto aperto dalla crisi si sono inseriti i movimenti populisti che prosperano in tutta Europa, e questo non lascia molte speranze per la sinistra. Anche se si sa: in politica, mai dire mai.

domenica 10 gennaio 2016

Un divertimento, l'eccesso di una notte

 
 
Kamel Daoud 
Il corpo delle donne e il desiderio di libertà di quegli uomini sradicati dalla loro terra
la Repubblica, 10 gennaio 2016 
 
 
... In Occidente il rifugiato o l’immigrato potrà salvare il suo corpo ma non patteggerà altrettanto facilmente con la propria cultura, e di ciò ce ne dimentichiamo con sdegno. La cultura è ciò che gli resta di fronte a sradicamento e traumi provocati in lui dalla nuova terra. In alcuni casi il rapporto con la donna — fondamentale per la modernità dell’Occidente — rimarrà incomprensibile a lungo, e ne negozierà i termini per paura, compromesso o desiderio di conservare la “propria cultura”. Ma tutto ciò può cambiare solo molto lentamente. Le adozioni collettive peccano di ingenuità, limitandosi a risolvere i problemi burocratici e si esplicano attraverso la carità.
Il rifugiato è dunque un “selvaggio”? No. È semplicemente diverso, e munirlo di pezzi di carta e offrirgli un giaciglio collettivo non può bastare a scaricarci la coscienza. Occorre dare asilo al corpo e convincere l’animo a cambiare. L’Altro proviene da quel vasto universo di dolori e atrocità che è la miseria sessuale nel mondo arabo-musulmano. Accoglierlo non basta a guarirlo. Il rapporto con la donna rappresenta il nodo gordiano nel mondo di Allah. La donna è negata, uccisa, velata, rinchiusa o posseduta. È l’incarnazione di un desiderio necessario, e per questo ritenuta colpevole di un crimine orribile: la vita. Una convinzione condivisa, che negli islamisti appare palese. Poiché la donna è donatrice di vita e la vita è una perdita di tempo, la donna è assimilabile alla perdita dell’anima.
Il corpo della donna è il luogo pubblico della cultura: appartiene a tutti, ma non a lei. Qualche anno fa, a proposito dell’immagine della donna nel mondo detto arabo si scrisse: «La donna è la posta in gioco, senza volerlo. Sacralità, senza rispetto della propria persona. Onore per tutti, ad eccezione del proprio. Desiderio di tutti, senza un desiderio proprio. Il suo corpo è il luogo in cui tutti si incontrano, escludendola. Il passaggio alla vita che impedisce a lei stessa di vivere».
È questa libertà che il rifugiato, l’immigrato, desidera ma non accetta. L’Occidente è visto attraverso il corpo della donna: la libertà della donna è vista attraverso la categoria religiosa di ciò che è lecito o della “virtù”.
Il corpo della donna non è visto come luogo stesso di libertà, in Occidente un valore fondamentale, ma di degrado. Per questo lo si vuole ridurre a qualcosa da possedere o a una nefandezza da “velare”. La libertà di cui la donna gode in Occidente non è vista come il motivo della sua supremazia ma come un capriccio del suo culto della libertà. Di fronte ai fatti di Colonia l’Occidente (quello in buona fede) reagisce perché è stata toccata “l’essenza” stessa della sua modernità — laddove l’aggressore non ha visto altro che un divertimento, l’eccesso di una notte di festa e bevute.
Colonia è dunque il luogo dei fantasmi. Quelli elaborati dall’estrema destra che evoca le invasioni barbariche e quelli degli aggressori, che vogliono che il corpo sia nudo perché è “pubblico” e non appartiene a nessuno. Non si è aspettato di sapere chi fossero i responsabili, perché nei giochi di immagini, riflessi e luoghi comuni, tale dato non conta poi molto. E non si vuole ancora capire che dare asilo non significa semplicemente distribuire “carte” ma richiede di accettare un contratto sociale con la modernità.

La solitudine delle donne aggredite



Natalia Aspesi
Tutti i branchi dei maschi
La Repubblica, 10 gennaio 2015











Quella notte le donne venivano aggredite, spogliate, picchiate, derubate. Venivano derise da un muro di maschi stranieri organizzati, e intanto ai maschi poliziotti tutto sembrava un gioco festoso da non interrompere, e i maschi cittadini che presumibilmente accompagnavano le donne o comunque attraversavano la piazza come loro preferivano guardare dall’altra parte, evitando di intervenire a difendere le vittime assalite da maschi migranti e apparentemente non armati, quindi pericolosi ma non troppo.

Quella notte, a Colonia, ma anche altrove, le donne si sono ritrovate completamente sole, tra maschi violenti, maschi indifferenti, maschi spaventati. Di nuovo dentro la loro storia secolare di isolamento, impotenza, sopraffazione, abbandono, pericolo, che ogni tanto sembra finita e invece non lo è mai: probabilmente ancora una volta usate per consentire a un branco di maschi di disprezzarle e rimetterle al loro posto di sottomissione e irrilevanza, e a un altro branco di maschi di ergersi, dopo i fatti e solo a parole, a indispensabili protettori, a eroici paladini della loro libertà, che per secoli hanno ostacolato e ostacolano tuttora; e a un altro branco ancora a servirsene come pedine di una sporca politica.

Ma da quando le donne, e si parla solo di quelle occidentali, e in particolare le italiane, sono libere davvero, non solo per le tante nuove leggi degli ultimi settant’anni? Ci sono frammenti di realtà che rinascono dalla memoria individuale o scopri in un film: e per esempio negli Anni ’50 il ricordo che se il parto metteva a rischio la vita della madre o del bambino, era il marito che doveva scegliere chi poteva vivere, ed era sempre il bambino. Oppure, nel recente grande film tedesco Il labirinto del silenzio, un giornale radio della fine degli Anni ’50 informa che da quel momento le donne, se sposate, potranno lavorare solo col consenso del marito. Piccoli omicidi, minuscoli ostacoli, dentro un mondo di esclusione e impotenza delle donne, di supremazia e potere degli uomini.

Certo le donne fanno i ministri e i capi di Stato, spesso benissimo ma è sempre non sulla loro capacità politica ma sul loro corpo di donna che gli avversari l’attaccano: culona, non la scoperei mai, lesbicaccia, cesso eccetera. Gli attacchi sul web contro i pensieri delle donne, metti povere loro che non gli piaccia Zalone e lo mettano su Facebook: le minacce di morte sono il meno, e i più violenti verbalmente, se le avessero davanti, forse strapperebbero loro gli slip come a Colonia.
Anche le donne occidentali non sono quiete da nessuna parte, in piazza le assaltano gli immigrati ma spesso il branco è del paese, e anche in casa devono stare attente, gli stessi loro uomini che non le avrebbero difese a Colonia possono sempre spaccar loro la testa.

sabato 9 gennaio 2016

Un terrorismo della vita quotidiana

 
Elisabetta Rasy
La sicurezza delle donne, l’altra emergenza
Il Sole 24ore, 9 gennaio 2015 
 
 
È molto probabile che le donne aggredite a Colonia nella notte di Capodanno facessero parte di quel molto diffuso gruppo di europei che si battono, con militanza vera e propria o nel profondo della propria coscienza, contro l’islamofobia. Donne molte delle quali non accompagnate, sicure di essere libere, magari con altre amiche, di godersi in allegria una serata di festa in mezzo alla gente: donne dunque senza diffidenza, senza pregiudizi. Così come senza pregiudizi, cittadini del mondo e della libertà, erano sicuramente la gran parte dei morti di novembre a Parigi. Ma per aggredire le libere ragazze di Colonia non servivano né kalashnikov né bombe, neppure i coltelli, bastavano le armi tradizionali che nelle società tradizionali gli uomini hanno usato contro le donne: le proprie peggiori pulsioni e il proprio corpo violento. Questi due elementi, la pacifica e ben disposta libertà delle vittime e la mancanza di armi tradizionali (il che vuol dire un terrorismo della vita quotidiana che può essere organizzato solo con un semplice passa-parola) hanno cambiato definitivamente volto, nel 2015, alla questione dell’integrazione, degli immigrati, dei rifugiati e del multiculturalismo.
Da oggi in poi, per forza di cose, ogni ottimismo della volontà in materia non sarà più possibile. Non si può più dire che sono i giovani della banlieue sfavoriti rispetto ai loro coetanei che vanno ai concerti rock o al ristorante. Non si può più parlare, salvo suscitare un imbarazzante ridicolo, di colpe dell’Occidente, di tragici esiti di politiche coloniali e postcoloniali errate, di guerre ingiuste. No. Qui in campo c’erano delle ragazze che non rappresentavano niente se non se stesse, inermi e sorridenti nella notte di festa. E tanto è bastato.
Se nel caso di bande terroristiche armate si discute di guerra asimmetrica, qui non si può che riesumare la vecchia formula dello scontro di civiltà. Purtroppo è così: sappiamo bene che la condizione femminile è uno degli indici in base ai quali si valuta il grado di democrazia e complessivo benessere di una società. Ma la condizione femminile è anche questione di sguardi: se chi guarda una donna non vede che una preda da attaccare – in vari modi, dai più ipocriti come i matrimoni combinati ai più violenti come l’acidificazione o la morte – siamo di fronte a una differenza basilare che nessuna buona volontà può negare.
È ora impossibile ascoltare discorsi di mediazione, quei discorsi degli arabi moderati che con sincerità sostengono che il vero Islam è rispettoso delle donne. Sarebbe come tirare in ballo la morale cristiana ogni volta che da noi c’è uno stupro. Che cosa sostenga sulle donne il vero Islam conta poco se è possibile a un gruppo di uomini persino ubriachi – e dunque non necessariamente coordinati e organizzati – circondare, intimidire e aggredire sessualmente donne che circolano pacificamente per strada. È persino esagerato dire che quelle donne incarnavano un’idea estrema di libertà femminile: erano semplici cittadine in una notte di festa, senza niente di trasgressivo, senza niente di provocatorio.
Questo pone per tutti un problema difficile, ma lo pone soprattutto per tutti coloro che si battono per l’accoglienza e la tolleranza delle altre culture, e si battono giustamente perché la tolleranza e l’accoglienza fanno parte di quella stessa idea occidentale del diritto e della libertà che consente a delle ragazze di andarsene in giro a festeggiare la notte dell’anno. Suonano molto male in questi giorni le chiamate alla xenofobia: non si può difendere la libertà e il diritto alla sicurezza essendo xenofobi o razzisti. È una contraddizione palese e bisogna sottolinearlo con forza.
Ma suonano anche male le parole di chi sostiene che anche nella nostra società la tentazione patriarcale è sempre attiva, che anche qui le donne sono aggredite, stuprate e uccise. È vero, ma qui da decenni su decenni è in corso una battaglia condotta dalle donne stesse in primo luogo e poi dalle istituzioni perché questo non avvenga, e di fatto, per quanto l’onda misogina non sia mai del tutto sconfitta, si tratta sempre dell’eccezione non della regola. Nel caso di Colonia è evidente che per la mentalità degli aggressori attaccare le donne – se non velate, controllate, sottomesse – è la regola, non l’eccezione.
Tutti dicono oggi che bisogna ripensare il wilkommen, la politica dell’accoglienza. È la sfida non dell’anno che nasce ma di tutto il secolo, cominciata l’11 settembre del 2001. Le cose da rifare, quelle da revisionare o da cambiare sono tante e spetta agli organismi competenti – governi sovranazionali nazionali e locali – impegnarsi a fondo, nella convinzione che battersi per l’uguaglianza significa comprendere e affrontare le diversità, anche e in primo luogo tra immigrato e immigrato e tra rifugiato e rifugiato, tenendo ben distinto, come ci ha insegnato il Vangelo, il grano dal loglio. Ma tra le tante emergenze che ci assediano e le tante ipotesi di una nuova possibile accoglienza e integrazione da vagliare, una cosa è certa fin da ora: la sicurezza delle donne è sempre più all’ordine del giorno.

venerdì 8 gennaio 2016

Colonia, i fatti e la loro risonanza





Violenze Colonia, lascia il capo della polizia. "Anche 18 rifugiati tra gli oltre 30 identificati"
Accusati di lesioni personali e furto. Merkel valuta stretta su espulsioni: "Verità o danno a maggioranza". Casi anche in Svezia. Il premier slovacco, Robert Fico, chiede convocazione di summit Ue straordinario per discutere l'ondata di violenze a sfondo sessuale
La Repubblica di oggi

COLONIA - A una settimana dalle violenze contro centinaia di donne a Colonia durante la notte di Capodanno il capo della polizia tedesca, Wolfgang Anders, ha lasciato il suo posto, più precisamente è stato sospeso dal servizio, nonostante avesse ripetetuto di non sentirsi in alcun modo responsabile. Il tentativo della polizia tedesca di minimizzare l'ondata di molestie e violenze a Colonia, evento replicato anche ad Amburgo e Stoccarda, da parte di uomini di aspetto "arabo e nordafricano" è fallito.

Le forze dell'ordine hanno fermato oggi 32 sospetti. Tra questi 18 sono richiedenti asilo, un elemento destinato a mettere in difficoltà la cancelliera Angela Merkel e la sua politica delle porte aperte ai profughi. Il portavoce del ministero dell'Interno tedesco, Tobias Plate, ha spiegato che la maggior parte dei 32 atti criminali documentati dalla polizia federale nella notte riguarda il furto e lesioni personali. Tre riguardavano aggressioni sessuali.

La cancelliera ritiene importante "che la piena verità sia messa sul tavolo" senza "sconti ed edulcorazioni". Diversamente si avrebbe un "danno" allo stato di diritto e alla grande maggioranza dei profughi che non ha alcuna colpa e cerca protezione. Merkel insomma non arretra dalla sua posizione 'negazionista' iniziale: "Prima di tutto questo non è (un problema) legato ai profughi ma un caso di criminalità", ha dichiarato il suo portavoce George Streiter aggiungendo allo stesso tempo che "è importante che tutta la verità esca fuori e che nulla venga taciuto e che non si passi sotto silenzio nulla". Per la cancelliera non bisogna automaticamente sospettare di tutti i migranti, malgrado le vittime abbiano denunciato molestie da uomini di aspetto "arabo o nordafricano".

Le ripercussioni. Il premier slovacco, Robert Fico, ha chiesto la convocazione di summit Ue straordinario per discutere dell'ondata di violenze a sfondo sessuale: "Sarà necessario convocare un summit straordinario. Dobbiamo modificare il calendario approvato recentemente poiché non possiamo aspettare fino all'autunno, dati gli eventi", ha affermato il premier, parlando con la stampa. Ieri Fico aveva annunciato che, in seguito ai fatti di Colonia, il governo slovacco non vuole più accogliere profughi musulmani. Reagiscono anche i partiti di estrema destra in tutta Europa. In una lettera aperta al premier olandese Mark Rutte il leader del partito xenofobo Pvv Geert Wilders commenta l'ondata di molestie parlando di "terrorismo e jihad sessuale", ed invita a "chiudere subito i confini" del Paese e ad iniziare "a de-islamizzare l'Olanda". Wilders ricorda che da anni le "violenze sessuali di non-Occidentali" sono una piaga in Svezia e Norvegia e afferma: "questo sta venendo verso di noi ora".

I 32 sospetti sono stati interrogati. Nove sono algerini, 8 marocchini, 4 siriani, 5 iraniani, un iracheno, più un serbo, un cittadino americano e tre tedeschi che si sono uniti al branco. Sono sospettati per lo più di furti e lesioni corporali. Finora nessuno dei 18 profughi identificati è collegato a casi di molestie sessuali. Ci sono anche tre denunce per delitti sessuali rispetto alle quali non vi sono per ora dei sospettati, dice il ministero dell'Interno. La polizia ha fatto sapere di aver arrestato e poi rilasciato un ragazzino di 16 anni e un ventitreenne di origine nordafricana. Secondo la Bild, diversi stranieri sono stati fermati ieri sera dalla polizia locale.

I cellulari sequestrati. Secondo quanto riportato dal Koelner Stadt Anzeiger, gli inquirenti avevano sequestrato alcuni cellulari con le immagini delle aggressioni a donne e un foglietto di appunti con frasi in arabo e tedesco con espliciti riferimenti sessuali. La Bild on line ha pubblicato un biglietto giallo con appunti presi a mano. Tra le frasi segnate, "voglio scopare", "ti voglio baciare", "sto scherzando con lei", "io la uccido". Nella sola notte di Capodanno la polizia ha ricevuto 170 denunce, 120 di natura sessuale.
...
I media tedeschi. Intanto i media tedeschi continuano a tenere alta l'attenzione attorno ai gravi episodi della notte di Capodanno e anche sulla confusione e sulle contraddizioni delle affermazioni della polizia: "Siamo stati ingannati?", si chiede la Bild, che riporta la dichiarazione del capo della polizia di colonia del 5 gennaio: "Non abbiamo informazioni sui responsabili" e la mette a confronto con il rapporto della polizia del 2 gennaio che parla di 71 schedature, 11 fermi, 4 arresti.

Rabbia sui social arabi. La rabbia nei confronti degli aggressori di Colonia corre in queste ore su Twitter dove, secondo la Bbc, gli hashtag in lingua araba di #Germania e #Colonia sono stati utilizzati già 17.000 e 2.500 volte. Le molestie sessuali della notte di San Silvestro "provocheranno una vergogna di proporzioni storiche" in tutti gli arabi che vivono in Germania, twitta @Osama_Saber. Israa Ragab, un egiziano che vive in Germania, confessa su Facebook "di non essersi mai sentito più rispettato che qui e ora, ogni volta che sento alla televisione che i responsabili potrebbero essere nordafricani o arabi mi vergogno e sono disgustato". Netta la condanna degli aggressori da parte di @LLLLoL00 che sul suo account Twitter scrive: "Ogni volta che cerchiamo di migliorare l'immagine degli arabi, un branco di stronzi distrugge tutto!". Ma sui social media c'è anche chi esprime il timore che questi episodi di violenza possano portare, come di fatto sta già avvenendo, a una stretta sulle politiche nei confronti dei migranti, non solo in Germania. "L'Europa si pentirà di accogliere persone che sono vittima di repressione politica e religiosa?", twitta‏@Farcry99. E per qualcuno adesso "la Germania potrebbe cominciare a chiudere le porte ai rifugiati".

https://palomarblog.wordpress.com/2016/01/07/capodanno-a-colonia/
https://palomarblog.wordpress.com/2016/01/08/il-nome-e-la-cosa-una-riflessione/
 

mercoledì 6 gennaio 2016

La formazione della mitologia cristiana



Silvia Ronchey 
Tutti gli dèi nascosti dietro al dio chiamato Gesù
Riti di Mitra, misteri dionisiaci, saturnali e la “vera” Epifania. Ritorna “Jesus Rex”, il capolavoro di Robert Graves

la Repubblica, 6 gennaio 2015








Nel 1614 Keplero, dopo laboriosi calcoli, dimostrò che nel 7 a.C., quando dovette grossomodo avere luogo la nascita di Gesù (che il calendario etiopico colloca nell’8 a.C. e che comunque non poté precedere il 5 a.c., anno di morte di Erode), Giove e Saturno ebbero tre congiunzioni ravvicinate nella costellazione del Pesce, un evento raro che avviene ogni svariate centinaia di anni e che era stato tuttavia già, previsto, si dice, dagli astronomi caldei. Una di queste congiunzioni fu nel mese di dicembre. Non che l’evento in sé spieghi la “stella grandissima”, che secondo i testi sacri — Matteo 2, 1-12, ma soprattutto gli apocrifi — sarebbe apparsa in quel tempo e avrebbe segnalato ai Magi la nascita di “un re per Israele”; o giustifichi un aumento della luminosità tale da oscurare le altre stelle, come scritto nel Protoevangelo di Giacomo. Né risulta compatibile con la cronologia della nascita di Gesù la visibilità della cometa di Halley, il cui passaggio si ascrive al 12 a.C. Ma la relazione tra il formarsi del calendario liturgico protocristiano e gli eventi astronomici che già sostanziavano i riti delle più antiche religioni, zoroastriana anzitutto e poi romana, è indubitabile.
La festività che nel mondo cristiano ortodosso è detta “delle Luci” (ton Photon) accomuna in un breve giro di calendario il pellegrinaggio escatologico dell’élite pagana d’oriente e la festa solare chiamata nell’antica Roma dies natalis Solis Invicti, e ancora oggi da noi Natale; a sua volta legata sia ai Saturnali, sia alla festa di Mitra, il cui culto misterico prettamente maschile, originariamente indopersiano, romanizzato nella pratica rituale degli eserciti, era in grande espansione nel periodo in cui nacque la fortunata eresia giudaica che le scritture canoniche ed extracanoniche associano alla nascita di un “nuovo re di Israele” proprio in occasione dell’evento che qui festeggiamo il 6 gennaio e chiamiamo Epifania.
Nome a sua volta desunto dalla terminologia dei misteri greci. È l’epiphàneia di un dio, la sua sacra manifestazione, al centro della leggenda della stella e dei Magi. I tre maghi persiani dal cappello a cono del mosaico di Sant’Apollinare Nuovo a Ravenna, i Drei Könige sulle cui magnetiche reliquie si impennò la cattedrale di Colonia,i tre savii stranieri dai nomi incerti e contorti che seguirono la stella ed ebbero l’epifania di un fanciullo divino, si prostrarono, scrive Matteo, con la rituale proskynesis che si riconosce al capo di un’altra e nuova religione, recandogli il crisma dei sommi doni sapienziali. «I misteri religiosi sono in gran parte connessi con le predizioni astronomiche», scrive con apparente candore Robert Graves all’inizio della terza e culminante parte di Io, Gesù, il capolavoro (ora ripubblicato da Longanesi, e all’epoca intitolato Jesus Rex) che settant’anni fa dedicò al formarsi del culto di quelli che chiama i crestiani — i seguaci del Chrestòs, in greco “il Buono” — nell’epoca che va appunto dalla teofania occorsa ai Magi a quello che definisce «lo scisma dei gentili, capeggiato dal visionario Paolo di Tarso. Un culto che sancisce — è la grande teoria di Graves, che fa qui la sua prima comparsa — la vittoria delle religioni dominate da divinità maschili, di cui JHWH, il dio onnipotente del monoteismo biblico, è l’esempio massimo, sulla religione femminile originaria, quella della Grande Dea, cui Graves dedicherà due anni dopo il suo libro più noto, La dea bianca. L’eclissi della divinità lunare e l’oblio del suo culto porteranno a fraintendere l’identità storica di Gesù, che nella ricostruzione di Graves, fantastorica, deliberatamente fantasmagorica ma non per questo meno scientificamente probante, riunisce in sé, per discendenza matrilineare, un’effettiva e clamorosa regalità. La legittima successione del trono di Davide, ossia dell’antica Israele, e di Erode, ossia della Giudea romana, gli è assicurata da Maria, vergine di sangue regale consacrata al Tempio, che ha però segretamente sposato uno dei figli di Erode, avuto dalla prima moglie, di altrettanto impeccabile discendenza idumonea. È alla luce dell’effettivo status di aspirante Rex Iudaeorum che Graves interpreta, nel finale del libro, l’udienza personale concessa da Pilato a Gesù, il suo straordinario favore, l’inusuale titulus, INRI, apposto per suo ordine alla croce; così come il successivo, irrazionale e imprevedibile svolgersi del fatti, la catena di fraintendimenti, censure, tendenziosità che plasmeranno, in un sincretismo assoluto e a tratti costernante, la nuova religione maschile destinata a pervadere i confini dell’impero romano, dal medio oriente giudaico all’estremo occidente celtico, di quella gelosa idea di elezione e linearità, legata a un’inquietante promessa di “al di là”, che si sostituirà alla preesistente idea femminile di ciclicità della storia come della natura del cosmo.
Al bene informato Agabo, alter ego narrante di Graves nell’ipotetico anno Domini 93 d.C. cui la narrazione è ascritta, il nuovo culto si presenta dominato da un rito conosciuto col nome di eucarestia e adibito «a comodo ponte tra il giudaismo e i culti misterici greci e siriani, in cui il sacro corpo di Tammuz viene mangiato sacramentalmente e sacramentalmente bevuto il sacro sangue di Dioniso», il dio “Figlio della Duplice Porta”, nato prima a sua madre Semele e poi al padre Zeus, cui Gesù somiglia anche nell’avere due date astronomiche di nascita: a quella del solstizio d’inverno, che coincide con la nascita del sole, si aggiunge quella estiva cui si riconduce il suo battesimo — rappresentato con matematica perfezione neoplatonica da Piero della Francesca — che coincide con la levata eliaca di Sirio, la stella messianica del versetto di Isaia.
In Io, Gesù Graves, superbo esperto di mitografia greca ed ebraica, dipana il sincretismo fin dalla Natività. Se la Vergine Madre dalla veste azzurra e dalla corona di stelle d’argento è necessaria ipòstasi di Iside, nella grotta la mangiatoia dov’è adagiato il Bambino ripropone quella usata allo stesso scopo nei misteri delfici ed elusini e il bue e l’asino, cui già allude Isaia, simboleggiano i due messia promessi, il figlio di Giuseppe e il figlio di Davide, che il neonato adorato dai Magi riunisce. La sua storia ha tratti in comune con quella di Pèrseo, che il re Acrisio tenta di uccidere in fasce. Nella narrazione di Graves, ironicamente accademica, irresistibilmente sacrilega, implacabilmente laica, i Magi non sono nulla di ciò che per due millenni l’esegesi dei teologi cristiani o degli storici delle religioni o tanto meno degli esoteristi e teosofi in voga in quegli anni ha abilmente e spesso fondatamente congetturato, ma solo tre ebrei damasceni della tribù di Issa- char, che nel palazzo di Erode a Gerico si presentano come astrologi appartenenti alla nuova setta degli “alleanzisti”: hanno stipulato una nuova alleanza con Dio attraverso la mediazione di uno spirito chiamato “Colui che viene” ovvero “la Stella”, che secondo la loro previsione si incarnerà quanto prima sotto spoglie umane e darà a Erode gloria eterna. Ma Erode stesso ha basato la sua politica e il suo regno sulla congiunzione astrale di Giove e Saturno individuata da Keplero nel 1614. Dal fallimento del piano dinastico di Erode, che in Graves si snoda in sostanziale aderenza a Matteo, ascende l’astro del nuovo re che i tre astrologi giudei hanno correttamente individuato e adorato, ma che non sarà scorto in vera luce dai gentili. I suoi Atti e detti, originariamente scritti in aramaico, riceveranno, riferisce il beffardo Agabo, versioni multiple di una traduzione greca «erronea, a volte goffa e di tanto in tanto fraudolenta », cosicché i fondatori delle chiese gentili fraintenderanno «così stranamente la sua missione da fare di lui la figura centrale di un nuovo culto che, se lui oggi fosse vivo, giudicherebbe solo con avversione e orrore». Lo vedranno come un giudeo rinnegato che «unendo la propria sorte a quella degli gnostici greci aspirò a una sorta di divinità apollinea, per di più fornendo credenziali che devono essere accettate per cieca fede — suppongo perché nessuna persona ragionevole», aggiunge Agabo, «potrebbe mai accettarle in alcun altro modo».