domenica 6 marzo 2022

La promessa che non fu mai scritta

La chiesa cattolica ucraina di Santa Sofia a Roma

 Oggi il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha partecipato alla messa nella basilica di Santa Sofia a Boccea, chiesa ucraina cattolica a Roma 

Enrico Franceschini, Colloqui Nato-Russia, il nodo dell'allargamento a Est: davvero l'Alleanza tradì le promesse a Mosca?, la Repubblica, 12 gennaio 2022

LONDRA – C’è una domanda di fondo dietro l’opposizione russa all’ulteriore allargamento della Nato verso Est, questione centrale dei negoziati di questa settimana tra l’Alleanza Atlantica e Mosca: è vero che l’Occidente, in cambio dell’accordo sovietico alla riunificazione della Germania, promise all’Urss di non espandersi in Europa orientale?

Vladimir Putin ne è sicuro e perciò accusa gli Stati Uniti di avere “tradito” gli impegni, posizione in cui è sulla stessa linea dei suoi predecessori Boris Eltsin e Mikhail Gorbaciov.

Il libro "Nemmeno un pollice"

Not one inch (Nemmeno un pollice), nuovo libro della pluripremiata storica americana Mary Elise Sarotte, riesamina l’argomento giungendo a una conclusione contradditoria: dal punto di vista tecnico la promessa non ci fu, ma dal punto di vista psicologico è comprensibile che i russi pensino di averla ricevuta.

In sostanza, l’Occidente assicurò più volte Mosca che la Nato non si sarebbe allargata nei Paesi dell’ex-sfera di influenza sovietica, ma lo fece soltanto verbalmente, mai per iscritto.

Le promesse verbali a Gorbaciov

Il primo a garantirlo fu il segretario di Stato americano James Baker, il 9 febbraio 1990, in un colloquio con Gorbaciov: se l’Urss avesse accettato la riunificazione tedesca, la Nato non avrebbe inglobato il territorio della Germania orientale e gli altri ex “Paesi satelliti” di Mosca, diventati democratici dopo il crollo del muro del Berlino.

Il giorno seguente Helmut Kohl, cancelliere della Germania Ovest, confermò al capo del Cremlino che la Nato non avrebbe stazionato le sue truppe sul territorio della Germania Est, un impegno ripetuto in un discorso dal segretario generale dell’Alleanza Atlantica Manfred Worner. Nelle sue memorie, Gorbaciov afferma che tali rassicurazioni furono la chiave per l’assenso sovietico alla riunificazione delle due Germanie.

Tuttavia il Trattato sulla riunificazione, firmato da Urss e Occidente nel settembre 1990, non conteneva neanche una riga al riguardo, osservando soltanto che la presenza di truppe Nato nell’ex-territorio della Germania orientale era “a discrezione” del governo tedesco.

Bush padre, presidente degli Stati Uniti in quel cruciale momento, riteneva che il capo della sua diplomazia Baker fosse “andato troppo in là” con la sua promessa a Gorbaciov.

Benché in seguito l’impegno a non espandere la Nato in Europa orientale sia stato ripetuto, per esempio nel marzo 1991 dal premier britannico John Mayor in una conversazione con Dmitrij Jazov, ministro della Difesa sovietico (uno degli autori del golpe contro Gorbaciov cinque mesi più tardi), quelle erano solo parole.

Le proteste di Eltsin dopo il crollo dell'Urss

Crollata l’Urss nel dicembre 1991, la Russia presieduta da Boris Eltsin protesta con Bill Clinton per i piani di allargamento della Nato a Est: eppure nel 1993 proprio Eltsin riconosce al presidente polacco Lech Walesa il diritto del suo Paese di entrare nella Nato.

Sulla reazione dell’Urss e poi della Russia sua erede pesavano il caos e la spaventosa crisi economica che accompagnarono la fine del comunismo. Opporsi all’espansione della Nato, ammesso che Mosca ne fosse in grado, avrebbe significato rischiare di perdere gli aiuti offerti dall’Occidente.

A ciò si aggiunge l’ingenuità di Gorbaciov, convinto che in Germania Est e negli ex-Paesi satelliti la gente avrebbe continuato a votare comunista anche in un sistema democratico; e che in ogni caso la Nato avrebbe potuto per sempre proibire a Paesi indipendenti di scegliere liberamente il proprio destino.

Quando Putin chiese: "Quando ci inviterete nella Nato?"

Meno ingenuo, Eltsin sperava di aggirare il problema facendo aderire anche la Russia all’Alleanza Atlantica, obiettivo condiviso inizialmente perfino dal suo successore. “Quando ci inviterete nella Nato?”, chiese Vladimir Putin nel 2000, da poco presidente, nel suo primo incontro con George Robertson, segretario generale dell’Alleanza Atlantica, come quest'ultimo ha rivelato di recente.. “Nella Nato non si viene invitati, ci si candida a entrare”, gli rispose Robertson. E Putin: “Ma noi non vogliamo metterci in coda con Paesi senza importanza”.

Intervistato dal grande giornalista inglese David Frost, nello stesso periodo, Putin affermò: “Non escludo di entrare nella Nato, se verremo considerati come un partner alla pari. La Russia fa parte della cultura europea e non posso immaginare il mio paese isolato dall’Europa e da quello che consideriamo il mondo civilizzato”.

Le cose sarebbero potute andare diversamente?

Da allora il quadro è profondamente cambiato, la democrazia russa è diventata un’autocrazia, Putin la guida da vent’anni e c’è il rischio di un’invasione dell’Ucraina che riecheggia quelle sovietiche in Ungheria e Cecoslovacchia. Le cose sarebbero potute andare diversamente?

In Occidente l’idea di un ingresso della Russia nella Nato veniva visto come una fantasia, che avrebbe portato a paralizzare l’Alleanza. Ma la Nato avrebbe potuto cercare di gestire l’espansione in modo da portare alla cooperazione non al confronto con Mosca, conclude il libro di Mary Elise Sarotte, al fine di consolidare la neonata democrazia russa e tenere a freno il nazionalismo.

D’altra parte, come notò Bush senior, “la guerra fredda l’abbiamo vinta noi”: si era aperta una finestra per l’Europa orientale e la priorità della Nato era approfittarne prima che potesse richiudersi, mettendo fine alla divisione del continente in sfere di influenza sancita a Jalta da Roosevelt, Churchill e Stalin nel 1945, alla fine della Seconda guerra mondiale.

 http://www.giornidistoria.net/la-nato-non-avanzera-verso-est-neppure-di-un-centimetro-documenti-sulle-promesse-delloccidente-alla-russia

 

martedì 1 marzo 2022

Come ragiona Putin


Stefano Montefiori, Hélène Carrère "Pensa come gli Zar. Ma sottovalutare l'Ucraina a Putin costerà caro", Corriere della Sera, 1 marzo 2021

«Sono stupefatta dalla scelta di Putin, totalmente controproducente. La Russia è una potenza euroasiatica, lui voleva rafforzare il lato europeo e invece viene respinto e non gli resterà che rivolgersi ancora di più a Est, verso l’Asia e la Cina, che approfitterà di una Russia indebolita. Putin è in piena regressione, e molti in Russia sono convinti che non riuscirà a stare al potere a lungo. Qualcosa si sta muovendo, anche se ci vorrà tempo. Putin si è silurato da solo».

Grande specialista dell’Unione Sovietica (ne predisse per prima il crollo nel celebre saggio Esplosione di un impero? La rivolta delle nazionalità in Urss, e/o) e della Russia, segretaria perpetua dell’Académie française ed ex deputata europea, la storica Hélène Carrère d’Encausse sottolinea la nuova ossessione di Putin per il passato.

La visione distorta della storia sta tradendo Putin?

«Sì, perché oltre a pensare e dire alcune asinerie storiche assolute, come il fatto che l’Ucraina non esisterebbe come nazione perché sarebbe Russia, è tornato all’epoca degli zar e a quel che allora si pensava dell’Ucraina».

E che cosa pensavano gli zar dell’Ucraina?

«Consideravano gli ucraini come dei contadinotti, dei russi meno evoluti».

C’è anche questo alla base dell’attacco di Putin?

«Mi pare che Putin abbia sottovalutato gli ucraini come facevano gli zar, ha pensato di cavarsela in poche ore. Non si è accorto che l’Ucraina è moderna, attratta dall’Occidente, e pronta a resistere. Anche le forze militari impiegate finora tradiscono questo pensiero: non si può pensare di conquistare un Paese di 40 milioni di abitanti senza gettare nell’impresa tutto il peso di un’armata imponente. Ha creduto di poter giocare al risparmio ma si è sbagliato».

Lei segue Putin da decenni. Come spiega questi errori di valutazione?

«Da un lato era forse convinto di non trovare grossi ostacoli, come è sempre stato dal 2008 a oggi: Georgia, poi Donbass, Crimea... Ha pensato che gli andasse bene anche con l’Ucraina intera. Poi bisognerebbe esaminare i gesti, sarei curiosa di sapere che cosa ne pensano gli esperti, i medici. È sempre più solo, e ossessionato dal Covid. Il tavolo lunghissimo era un modo per mettere a disagio Macron, certo, ma la sua paura del virus è reale, paranoica. Sembra un altro uomo».

Che cosa vuole dire che sembra un altro uomo?

«Che si è formato nell’Urss, era un funzionario sovietico del Kgb in Germania orientale, ma poi dopo il 1991 si è aperto al mondo, ha avuto modo di crescere, di vedere altre realtà. Adesso torna indietro, alla chiusura di un tempo, per questo insisto sulla questione psicologica, sulla regressione».

Guardando le immagini dei giovani moscoviti in fila ai bancomat si ha l’impressione di vedere cittadini europei, gli stessi vestiti, gli stessi gesti, gli stessi smartphone. Che presa può avere su di loro la propaganda di Putin, i discorsi sul passato zarista e la devozione alla chiesa ortodossa?

«Anche questo è un segno della sua regressione. Putin può forse controllare le tv, ma non Internet. In fondo nella transizione dal comunismo all’economia di mercato Putin era stato capace di garantire un certo benessere almeno nelle metropoli, molti cittadini di Mosca glielo riconoscono. Ma adesso si è trasformato in un uomo del passato, non capisce le nuove tecnologie. Eppure nel passato russo c’erano modelli ai quali avrebbe potuto ispirarsi».

Quali?

«C’è stata una fase in cui Putin andava a trovare Solgenitsin, parlava con lui. E Solgenitsin gli diceva che il più grande sovrano russo dell’Ottocento è stato Alessandro III. L’unico che non ha voluto conquistare nuovi territori. La Russia è immensa, l’Oriente siberiano è un luogo sterminato dove già si vede la porosità con la Cina. Il peso della bilancia si sposterà sulla parte asiatica della Russia, proprio quello che Putin voleva evitare».

La Russia è una potenza euroasiatica Lui voleva rafforzare il lato europeo e invece viene respinto ancora più a Est, verso la Cina

Perché evoca la minaccia atomica?

«Perché guarda indietro e in questo caso torna all’epoca della guerra fredda».

 

lunedì 28 febbraio 2022

Luciano Canfora, epigramma

 


MATTEO MARCHESINI

 
FILOLOGI
 
Luciano Canfora
ritrovò un’anfora
di stile attico:
“Quello è Togliatti”
chiosò a lezione
via via le icone
“che spiega a Pericle
gli alti doveri
della doppiezza…
… e si noti qui la finezza:
sfondo nero, figure rosse.
Lì sotto, Vishinskij e Minosse
col motto ‘Idù hé Hròdos, idù’…
Ma già, voi non sapete più
il greco. Hélas, che diffalta!
Insomma: ‘Hic Rhodus, hic Yalta’ ”.

sabato 26 febbraio 2022

La Rus' di Kiev


 L'Ucraina creazione di Lenin

 “È importante risalire agli antefatti della questione per capire la criticità di oggi. L'Ucraina è stata creata dalla Russia. Fu Lenin a chiamarla in questo modo, è stato il suo creatore e il suo architetto. Lenin aveva un interesse particolare anche per il Donbass".  Vladimir Putin, Discorso del 21 febbraio 2022

Fabrizio Dragosei, Kiev, due nomi e tanti secoli più di Mosca, Corriere della Sera, 26 febbraio 2022

A Putin che nega il rango di Stato all’Ucraina, gli abitanti dell’ex Paese fratello hanno risposto con ironia in un primo momento, quando sembrava che quelle del signore del Cremlino fossero solo le uscite di un bullo non troppo pericoloso. «Quando a Kyiv iniziava la civiltà slava, al posto di Mosca c’erano solo foreste impenetrabili». E la San Pietroburgo che gli architetti italiani avrebbero realizzato per Pietro il Grande solo all’inizio del Settecento (novecento anni dopo la nascita di Kyiv) era semplicemente una vasta distesa di paludi e acquitrini.

La capitale ucraina sotto i bombardamenti è un’immagine che a Zelensky, ma non solo a lui, ha ricordato il settembre del 1941, quando i nazisti alle porte la sottoposero a un intensissimo fuoco di artiglieria. Per il coraggio dei combattenti che la difesero strenuamente, Kyiv fu denominata «città eroica» da Stalin e a Mosca, sotto le mura del Cremlino, un blocco di marmo con sopra una stella d’oro ne ricorda le gesta.

È da Kyiv che nasce lo Stato russo, quando un insediamento slavo sul fiume, risalente ai primi secoli dell’era cristiana, si trasformò in principato. Era la Rus’ di Kyiv che arrivò ad estendersi fino a una parte dell’attuale Russia. Dopo il frazionamento di quello Stato, nacque il principato di Mosca, ma solo a metà del 1100.

Finita sotto i lituani e poi i polacchi tra il 1362 e il 1654, la città venne acquistata dagli zar Romanov che allargarono il loro dominio a una parte dell’Ucraina di oggi. Durante la rivoluzione industriale del XIX secolo, Kyiv divenne un importante centro per il commercio e il trasporto di beni per l’impero russo, vista la sua posizione sul Dnepr.

La vita dell’intera Ucraina e della sua capitale fu estremamente difficile dopo la rivoluzione di ottobre. Già durante la guerra civile, Kyiv fu prima catturata dai bolscevichi per finire poi nelle mani dei bianchi e quindi dei tedeschi con i quali la Russia era ancora in guerra. Solo alla fine del 1919 l’Armata rossa la conquistò definitivamente.

Da sempre granaio dell’impero e poi dell’Urss, l’Ucraina dovette subire una delle più drammatiche carestie della storia dell’umanità. Una carestia in massima parte determinata dalla volontà di Stalin che intendeva sradicare dalla faccia della terra la classe dei contadini benestanti, i kulaki. I bolscevichi confiscarono i raccolti provocando tra il 1932 e il 1933 la morte di almeno tre milioni di uomini, donne e bambini.

 

 

mercoledì 23 febbraio 2022

Dove sono finiti i pacifisti

 


 

DONATELLA DELLA PORTA
I destini d'Europa e la pace dei vivi, La Stampa, 23 febbraio

Ci si chiede dove siano finiti i pacifisti, perché mai tacciano, quando ormai a decidere sembra siano già granate, bombe e proiettili. Forse però bisognerebbe chiedersi dove sarebbero quelli favorevoli alla guerra, che l'assecondano e la propiziano. Nei più grandi Paesi europei sarà forse una minoranza. Il punto è che l'opinione pubblica è letteralmente attonita, frastornata, ancora incapace di reagire. Stiamo risalendo la china della pandemia, che oltretutto non è ancora finita, e anziché poter guardare con qualche speranza al futuro ci risvegliamo dopo due anni di incubo con una guerra nel cuore dell'Europa. Per di più una guerra combattuta con le nuove armi dell'intelligence e dell'informazione, ma per il resto tradizionale, anzi tradizionalissima. Donne, anziani e bambini in fuga dalle loro case, carri armati che avanzano, riserve di sacche di sangue pronte all'uso, dato che le vittime vengono calcolate già in migliaia. Ci sentiamo proiettati nel passato più tetro, quello anzitutto della guerra dei Balcani. Come se non fossero bastati quei massacri, il genocidio di Srebrenica. E questo dovrebbe avvenire di nuovo in Europa? Già provata dalla pandemia?
In questi giorni abbiamo sentito quasi solo il parere degli "esperti", che ormai occupano lo spazio pubblico. E in questo caso sono in particolare gli strateghi di geopolitica che spiegano con dovizia di particolari quali sono le cause e le mosse, in un fronte e nell'altro. Ma ora più che mai abbiamo invece bisogno di politica e di una visione che sappia indicare una via d'uscita dal pantano bellico. Se siamo sbigottiti di fronte a una tale escalation, da non riuscire ancora a reagire, è perché in molti hanno confidato nelle capacità diplomatiche, soprattutto europee, di trovare un accordo. Non ci basta chi si limita a tuonare contro Putin - che certo è un autocrate - demonizzando la Russia. E per farlo più agevolmente tira in ballo vecchi scenari sovietici. Come se dall'altra parte non esistessero gravi responsabilità. Finora la voce politica che si è levata è quella di Romano Prodi. Il rischio in Italia, dove in genere si parla quasi solo dei fatti di casa, e poco dell'estero, è che la gente semplicemente non capisca. Chi spiegherà a quanti dovranno pagare il rincaro delle bollette, o magari subire conseguenze ancora più devastanti dalla crisi energetica, che l'Ucraina deve entrare a tutti i costi nella Nato? E le sanzioni alla Russia non si tradurranno in punizioni per noi?
Proprio all'inizio di questo nuovo secolo il filosofo Jürgen Habermas parlava di "Occidente diviso" attribuendo a questa espressione un valore positivo - e in nessun modo negativo, come si suole fare oggi. All'indomani della guerra in Iraq, di cui paghiamo ancora gli effetti, Habermas sottolineava la frattura tra una politica americana che seguiva i propri interessi per un verso violando la legalità internazionale, addirittura i principi giuridici fondamentali, per l'altro ignorando del tutto i tradizionali alleati europei. A proposito di quest'ultimo punto basti pensare all'ignominiosa fuga dall'Afghanistan, avvenuta come se la Nato non esistesse. A quell'unilateralismo americano Habermas contrapponeva il progetto cosmopolitico che, malgrado le guerre devastanti e, anzi, proprio sulla base delle esperienze belliche, ha sempre animato l'Europa. Noi proveniamo da qui, siamo eredi di Kant e del suo grande monito sulla pace perpetua. Perché se si lascia che la guerra anche solo si insinui tra i popoli europei, allora ci sarà la pace eterna dei cimiteri, non la pace dei vivi in grado di trovare un accordo. Ma siamo eredi anche di quel pensiero critico che ci ha insegnato che lo Stato nazionale con i suoi confini rigidi, che respinge e discrimina i migranti, è un grande problema per l'Europa. Lo vediamo oggi in Ucraina. Perché dove popoli e lingue si mescolano, la nazione diventa una forzatura e una fonte di conflitti. Ciò è emerso anche in altri scenari. Prima di parlare di "sovranità" e di "integrità territoriale", come si fa in queste ore, bisognerebbe parlare di popoli ed esseri umani. Per questo serve il federalismo. Per questo l'Unione europea avrebbe dovuto essere da tempo una forma politica sovranazionale in grado proprio perciò di prevenire situazioni di crisi come quella attuale. Chi oggi è pacifista è anche europeista e pensa che l'Europa, questo Occidente antico e altro, debba essere protagonista e intervenire immediatamente per evitare ancora eccidi. —
 
ROMANO PRODI
Il Foglio, 23 febbraio 2022
 
 “Il discorso fatto lunedì da Putin era un discorso arrogante, triste, pericoloso. È un discorso che ci fa rimpiangere la stagione della Guerra fredda, durante la quale l’angoscia della tragedia infinita non permetteva alle piccole e tangibili tragedie di manifestarsi con la forza d’urto che stiamo vedendo in queste ore. Putin ha ripescato il leninismo, la Grande Russia, e ha usato la retorica della nostalgia per spingere se stesso verso il limite più estremo a cui può arrivare senza dover sparare un solo colpo. Ha fatto un atto di guerra, ma non ha fatto ancora la guerra, e sta giocando una partita da pokerista: avanza dove non c’è resistenza e mette l’occidente, e l'Europa, di fronte alle sue contraddizioni”. Contraddizioni di che tipo? “La prima contraddizione è ovviamente economica. L'Europa fa bene, anzi benissimo, a studiare tutte le sanzioni possibili. E bene ha fatto ieri Scholz, il cancelliere tedesco, ad annunciare lo stop ai lavori di Nord Stream 2. Ma Putin sa perfettamente che l'Europa difficilmente utilizzerà sanzioni così dure in grado di uccidere l’economia europea. E Putin, purtroppo, sa bene che l'Europa si presenta di fronte a questo appuntamento formalmente unita, certo, ma con una oggettiva diversità di interessi. Testimoniata anche da due fattori evidenti. Mi dica lei: l'Europa ha una politica energetica comune? Purtroppo no. E poi: l'Europa ha una politica di difesa comune? Purtroppo no. Siamo divisi militarmente, siamo divisi politicamente, abbiamo di fronte a noi solo un’unità economica e di conseguenza quando succedono grandi incidenti non si riesce a fare molto. Il coltello dalla parte del manico oggi ce l’ha Putin. Le reazioni dell'Europa, non per cattiveria, non per mancanza di volontà, ma non potranno mai essere sufficienti, se parametrate a quello che sta facendo la Russia. E sfortunatamente, se di fronte ai grandi problemi del mondo non si è uniti, allineati cioè anche nella difesa degli interessi strategici, le democrazie liberali rischiano di fare un passo indietro e rischiano di osservare in modo passivo i passi in avanti delle democrazie illiberali”. Stanno vincendo i cattivi? “Io non so chi sta vincendo. So quello che sta succedendo”.

lunedì 21 febbraio 2022

Ennio



Film di Giuseppe Tornatore (Italia, Belgio, Cina, Giappone 2021)

SIMONE LORENZATI

Tante volte ho detto che avrei smesso di fare musica per il cinema. Nel 61, quando ho iniziato, dicevo nel 70. Nel 70 dicevo che avrei smesso nell'80, nell'80 che avrei smesso nel 90, nel 90 nel 2000. Adesso non dico più niente. (Ennio Morricone)

Una sorta di trait d'union percorre Ennio, il documentario di Giuseppe Tornatore sulla vita di Ennio Morricone, con cui il regista ha collaborato per quasi trent’anni, instaurando un rapporto amicale di fiducia reciproca.  E' esattamente qui che si fondono narrativa, ma anche storia, geografia – e ovviamente - musica, a guidare lo spettatore all’interno dell’enorme album dei ricordi messo insieme da Tornatore.

Seguendo un ordine narrativo che procede cronologicamente il regista crea una sorta di partitura musicale giocata sul contrappunto, proprio come amava fare Morricone.

C’è l’intervista-fiume che fa da traccia principale, a cui si intersecano le altre voci, che contribuiscono a costruire, rinsaldare, definire la personalità umana e professionale del compositore. Un insieme composito di interviste, di brani musicali, di ricordi privati e di immagini pubbliche, di film e di spartiti, di parole e di filmati. Un grande tributo di artisti, registi, sceneggiatori, musicisti, attori il cui percorso umano e professionale si è intrecciato, per un certo periodo, a quello del Maestro: Bernardo Bertolucci, Dario Argento, Hans Zimmer, Quentin Tarantino, Clint Eastwood, Oliver Stone, Nicola Piovani, Marco Bellocchio, Paolo e Vittorio Taviani, Roland Joffé, Bruce Springsteen, Joan Baez, Quincy Jones e Pat Metheny tra gli altri. Ed è così che emerge un Morricone che ha avuto la capacità di attraversare le epoche, i generi, le geografie e metterli in dialogo tra di loro, sempre mantenendo un legame con  presente contemporaneo e ad un tempo riuscendo ad essere fedele a se stesso.

In questo contesto ha giocato un ruolo fondamentale la moglie Maria, che ha accolto e custodito con riservatezza le fragilità di un uomo e un musicista, permettendogli di esprimere il suo genio senza doversi caricare delle proprie incertezze. Una figura fondamentale eppure così dimessa, in ombra, metafora di un’intimità lasciata sullo sfondo, talmente privata da non potersi prestare nemmeno all’occhio più rispettoso. E la forza del documentario sta tutta nell’intimità del racconto in prima persona, nella commozione che fluisce dal ricordo, con una naturalezza sorprendente, nella memoria implacabile delle divagazioni musicali.

Per Morricone comporre musica voleva dire difendersi dalla solitudine, affidando agli strumenti le proprie passioni interiori. Ecco allora che si chiarificano le ombre, che emergono i non detti: la delusione per quegli Oscar non vinti, Oscar inteso non come una semplice statuetta, bensì come legittimazione all’esistenza di un uomo che ha consegnato se stesso ad ogni nota scritta. Per due ore e mezza i capolavori di Morricone risuonano senza tregua ed è chiaro il tentativo di costruire il documentario sul modello di un grande concerto polifonico, senza rinunciare alla chiarezza espressiva che la massiccia quantità di materiale – archivi e aneddoti, ma anche semplici curiosità - avrebbe potuto facilmente oscurare.

Tornatore racconta il Maestro a poco più di un anno dalla scomparsa di lui, senza tralasciare davvero nulla. Partendo dall’adolescenza, quando Ennio è costretto ad abbandonare il sogno di diventare medico per compiacere il padre trombettista (per la verità Morricone utilizza sempre la parola trombista), al quale sarebbe piaciuto che anche il figlio si guadagnasse da vivere suonando. Gli studi di tromba al Conservatorio la mattina e le serate nei locali, nel pieno della Seconda Guerra Mondiale. Poi dieci anni di “composizione”, sotto la guida del maestro Goffredo Petrassi. La carriera di arrangiatore per la RCA, negli anni ‘60, durante la quale scrive la musica di molte delle più note canzoni italiane del tempo (portate al successo da Gianni Morandi, Gino Paoli, Edoardo Vianello e Mina). L’esordio al cinema, con i primi western musicati sotto pseudonimo perché la cosa era mal vista da colleghi e insegnanti. L’incontro fondamentale con Sergio Leone. Infine, la straordinaria carriera nel cinema, l’Oscar mancato per Mission nel 1987, quello alla carriera del 2007 e quello vinto per The Hateful Eight nel 2016.

Giuseppe Tornatore, qui anche in veste di sceneggiatore, affronta, insomma, la sfida di riassumere in un film settant’anni di carriera e cinquecento colonne sonore di un grande compositore. Morricone parla di sé e del suo valore con profonda timidezza, con assoluta umiltà e facendo trasparire la sua enorme bontà d’animo. Seduto faccia a faccia con il compositore, a casa di quest’ultimo, il regista gli chiede di raccontare la sua vita.

Si susseguono via via con la tecnica già richiamata del contrappunto gli interventi di collaboratori, colleghi e ammiratori: le loro parole contribuiscono al ritratto di un artista poliedrico, di un compositore rivoluzionario dalla creatività instancabile. Le personalità più importanti del panorama cinematografico e musicale lo ricordano come la grande eccezione alle regole, l’unico in grado di cambiare il mondo della musica classica e popolare insieme, come era nel suo stile.

Tornatore non cede al protagonismo e mette Ennio al centro della scena rimanendo spettatore anche nel corso dell’intervista (per esempio non si sentono mai le sue domande). Il tono non è né enfatico né esasperato quanto, invece, calmo e concentrato sulla genuinità dell'interlocutore. Tornatore non cerca la commozione a tutti i costi - e per questo la ottiene - limitandosi a rendere omaggio all’artista e lasciando che sia lui a raccontarsi.

L’intervista e gli interventi seguono l’ordine cronologico degli eventi, mentre il pubblico è trasportato dalle canzoni e colonne sonore più famose, raccontate con dovizia di particolari dall’autore stesso. In più di un’occasione, Morricone si piega anche all'uso del linguaggio tecnico, ma il risultato non è pedante perché la complessità della musica è spiegata dai gesti e dalle imitazioni, gestuali e vocali, del Maestro. Colpisce, in particolare, quel suo metodo personale di pensare prima, e scrivere poi, le partiture, occupandosi ogni volta di tutti gli strumenti uno dopo l'altro. 

Tutto il vissuto e le esperienze si ripercuotono nella sua musica, dove coesistono registri apparentemente antitetici: dalla “musica alta” a quella popolare, dalla musica corale a quella “sperimentale”, e poi campane, barattoli, fischi, ululati, flauti di Pan e la sempre presente tromba: perché, come dice Morricone stesso, “io sono fatto di tutto quello che ho studiato”.

Ciò che più interessa è il punto di vista del protagonista, il conflitto che ha dovuto affrontare per definirsi, la scelta di non abbandonare mai il cinema, il rapporto con il maestro Petrassi, il sollievo ottenuto solo in tarda età, il grande amore che lo ha legato a sua moglie Maria, prima ascoltatrice e giudice del suo lavoro, e ovviamente l’amore, viscerale, genuino e profondissimo verso la musica.

Per il sottoscritto questo film è un’opera meravigliosa, che sprigiona positività e speranza. Che commuove, spesso senza nemmeno volerlo, e che dona leggerezza. Che parla del passato, del presente e del futuro. Ma che, in primis, rimarca l’eternità di un maestro geniale ed unico come Ennio Morricone.

mercoledì 16 febbraio 2022

Dolce e chiara è la notte


 


Giacomo Leopardi

Dolce e chiara è la notte e senza vento,
E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
Posa la luna, e di lontan rivela
Serena ogni montagna. O donna mia,
Già tace ogni sentiero, e pei balconi
Rara traluce la notturna lampa:
Tu dormi, che t’accolse agevol sonno
Nelle tue chete stanze; e non ti morde
Cura nessuna; e già non sai né pensi
Quanta piaga m’apristi in mezzo al petto.

La sera del dì di festa (1820)

recanati

Omero, Iliade, VII, 555-559, trad. Giacomo Leopardi

Sì come quando graziosi in cielo

Rifulgon gli astri intorno della luna,

E l’aere è senza vento, e si discopre

Ogni cime de’ monti ed ogni selva

Tutto quanto l’immenso etra si schiude

E vedesi ogni stella

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Eduard Magnus, Jenny Lind, 1862

Non si dovrebbe isolare l’inizio di una poesia dal resto, non si dovrebbe illustrare Leopardi ricorrendo a un paesaggio notturno e a una immagine femminile di molti anni successiva all’epoca in cui i versi furono scritti. E poi la donna non dorme nel quadro, come fa invece nelle parole del componimento. Bene. Questi abusi hanno una loro ragion d’essere. Leopardi sa restituire in poche pennellate la calma sovrana e imperturbabile del mondo. È ferito dalla visione della bellezza che, come sappiamo da Stendhal, è promessa di felicità. Si sente escluso, e ne soffre, ma non per questo reagisce negando alla scena lo splendore. Mentre soffre, continua ad avvertire il richiamo di quel mondo che osserva con sguardo penetrante e attonito. Questo è un momento della sua avventura spirituale. Si tratta di percepirlo in tutta la sua forza. Tutto il resto verrà dopo, certo. Intanto l’idillio appena rotto dal sentimento dell’ infelicità c’è stato. Ed è stato trasferito sulla pagina con immediatezza. Questo autorizza, volendo, la disinvoltura del taglio e delle illustrazioni.