domenica 22 ottobre 2017

Il bar Pietro, una storia







Apro La Stampa, mi tuffo nella cronaca di Torino, sorpresa: c'è a pagina 50 un articolo sul bar Pietro, che si trova in via San Domenico 24bis. Prima non era lontano dal Tribunale, ora è vicino al Polo del Novecento. Pietro, l'antica anima del locale, parla piemontese e sembra aver insegnato il sardo alla moglie. Poi vengono la contaminazione veneziana, Giovanna, Filippo, lo spritz. Certo, è andata così. Quasi una storia banale alla fine. Infine arrivano gli aneddoti. Viene voglia di intonare quella vecchia canzone di Leo Ferré, quella che dice: 

Avec le temps, va, tout s'en va
On oublie le visage et l'on oublie la voix
Le coeur, quand ça bat plus,
C'est pas la pein' d'aller chercher plus loin
Faut laisser faire et c'est très bien
Avec le temps...
Avec le temps, va, tout s'en va




Col tempo, col tempo tutto se ne va
Ti dimentichi il viso ti dimentichi la voce e il cuore quando non batte più
Non vale la pena di andare a cercar lontano
Bisogna lasciar perdere e va bene così
Col tempo ...
Col tempo tutto se ne va

Già, col tempo. Fatto sta che, qui e adesso, il tempo non ha ancora compiuto la sua opera distruttrice e, tra i muri del bar, circola un'aria diversa. No, no, non quella della tabula rasa. Intanto qui una lavagna c'è e sopra c'è la storia minuta del bar, una storia che passa e va come i disegni di Filippo. 
Poi le parole non sono tutto, quattro parole in un articolo di giornale passano e vanno anche loro come tutto il resto. Gli aneddoti, le facce, le parole scambiate in questo o quel dialetto, o lingua. 
Oltre le parole c'è la storia incorporata dietro le maschere dei singoli protagonisti. Non sarà forse mai raccontata. Richiederebbe un libro con molti capitoli. Duecento pagine non basterebbero, ce ne vorrebbero altre cento e poi altre cento. Perché ci sono le persone, i cani, gli amici di Venezia e quelli di Torino, e i sardi che continuano a frequentare il locale. Allora forse si capirebbe il segreto del bar. Perché non è un posto tra gli altri. Perché lì la vita ha cercato di ritrovare se stessa in un mutato contesto, con Pietro, con Giovanna, con Filippo. Altro che Pre/tesTo. C'entra pure Pre/tesTo, ma bisogna andare oltre. Dentro la vita che tra i muri del bar riacquista senso, sera dopo sera. Un senso che sfugge al viaggiatore frettoloso. E che invece balugina tra i tavoli come se fosse un'intrusa. Una frase fatta diceva e dice: Cherchez la femme. Al bar Pietro quella frase cambia e diventa: Cherchez la vie, elle est là, sous vos yeux.
 



 

Avec le temps, va, tout s’en va
Col tempo, va via, tutto se ne va via
On oublie le visage et l’on oublie la voix
ci si dimentica dei volti e della voce
Le coeur, quand ça bat plus,
il cuore, quando non batte più,
C’est pas la pein’ d’aller chercher plus loin
non vale la pena di andare a cercare più in là
Faut laisser faire et c’est très bien
bisogna lasciar stare e va bene così
Avec le temps…
con il tempo...

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lunedì 9 ottobre 2017

Tutto deriva dall'ozio




Fëdor Dostoevskij, I demoni [1871]

[Stepàn Trofímovič Verchovenskij]
«E alla fine, tutto deriva dall’ozio. Da noi tutto deriva dall’ozio, il male e il bene. Tutto deriva dal nostro grazioso ozio dei signori, colto e capriccioso! Sono trentamila anni che lo ripeto. Noi non sappiamo vivere del nostro lavoro. E perché laggiù ora hanno fatto tanto chiasso per una certa opinione pubblica “nata” da noi, credono forse che sia piovuta dal cielo di punto in bianco? Come mai non capiscono che per avere una opinione occorre prima di tutto il lavoro, il lavoro personale, la propria iniziativa, la propria esperienza! Senza lavoro non si ottiene mai nulla. Se lavoreremo, avremo anche la nostra opinione. Ma siccome non lavoreremo mai, un’opinione ce l’avranno per noi quelli che finora hanno lavorato al nostro posto, cioè quella stessa Europa, quegli stessi tedeschi che sono nostri maestri da due secoli. Inoltre la Russia è un equivoco troppo grande per poterlo risolvere senza tedeschi e senza lavoro. Sono ormai vent’anni che suono l’allarme e invito al lavoro! Ho dato la mia vita a questo invito e, folle, ci ho creduto! Ormai non ci credo più, ma suono e suonerò la campana fino alla fine, fino alla tomba; continuerò a dare strappi di corda, finché non suonerà la campana per la mia messa funebre!»
Leone Ginzburg
Nei Demonî la poesia si innesta sul tronco originario del libello politico, che ne viene profondamente modificato, ma non certo trasformato per intero: a Dostojevskij premeva soprattutto di potersi sfogare contro gli inconcludenti liberali della sua generazione e contro i rivoluzionari senza scrupoli che, di venti o trent’anni piú giovani, intorno al 1870 stavano sostituendo i suoi coetanei sulla scena politica russa; e in quell’epoca gli sembrava di non trovare mai parole abbastanza forti per svalutare e rimpicciolire, con la foga di autodenigrazione propria di certi suoi personaggi, le opinioni che aveva professate un tempo e gli uomini che gliele avevano ispirate.

giovedì 5 ottobre 2017

Il mare, acqua e meditazione




Valentina Pigmei, La parola sospesa tra il dire e il mare, Minima & Moralia, 3 ottobre 2017. Questo pezzo è apparso su Pagina 99.

Quando lessi per la prima volta il celebre primo capitolo di “Moby Dick”, quello sulla potenza del mare e dell’acqua, pensai che fosse intrigante ma un po’ esagerato. Troppo americano. Troppo retorico. “Perché quasi ogni ragazzo sano e robusto, che abbia dentro in se uno spirito sano e robusto”, si chiedeva Melville, “prima o poi ammattisce dalla voglia di mettersi in mare? Perché al tempo del vostro primo viaggio come passeggero, avete sentito in voi un tal brivido mistico, non appena vi hanno detto che la nave e voi stesso eravate fuori vista da terra?”. Innegabile che Melville sia un grande scrittore, eppure la sua mistica del mare mi suonò pomposa. “Acqua e meditazione sono sposate per sempre”, declamava Melville sempre in quel celebre primo capitolo.
Anni dopo, durante una traversata oceanica – per la quale non avevo alcuna preparazione né psicologica né nautica né avevo mai praticato la meditazione – la faccenda mi fu chiara: era quell’assenza di tempo, o meglio quel tempo svuotato da pensieri ossessivi, quella incredibile, benefica, riposante pulizia mentale. Quello stato di benessere, a cui in fondo noi tutti aspiriamo quotidianamente, chi facendo yoga, chi lavando i piatti, chi leggendo self help. Non era poi così misticheggiante Melville; e in ogni caso molto meglio della lirica disperazione di John Masefield, il poeta inglese e ex capitano di Marina che scrisse “Sea fever”: “Devo tornare sul mare, alla vita / di zingaro vagabondo; alla via/ delle balene e degli uccelli marini,/ dove il vento è una lama tagliente”.
Di ritorno dalla mia traversata, per spiegare ai “normali terrestri” la qualità della concentrazione che si ha in mezzo al mare, dicevo che se avessi voluto in quei giorni avrei potuto imparare il giapponese. Non è facile da far comprendere a chi non ha vissuto il mare aperto, anche soltanto un “primo viaggio come passeggero“. Fiumi di inchiostro sono stati scritti nel frattempo sugli effetti benefici dal mare. Conferenze, studi universitari, ricerche scientifiche. Il mare fa bene. “Il mare può ripulire da ogni male”, diceva Ifigenia, riferendosi al fratello Oreste dopo dall’assassinio di sua madre, lei davvero un po’ iperbolica.
Ne “La traversata” (Bompiani) di Andrew Miller, una donna silenziosa e anaffettiva, dopo il peggiore dei lutti, si mette in mare, da sola e attraversa l’oceano Atlantico, in un “viaggio nella ferita” a dir poco estremo. Se la navigazione in solitario è “uno stato d’animo”, come scrive Miller, e di certo non è per tutti, lo stato mentale “blue mind” è raccontato da in egual misura surfisti, velisti, pescatori, nuotatori in mare aperto: il mare è una medicina potente, è pura adrenalina, una droga, perfino.
Lo sostengono medici, neuro-scienziati, biologi, psicologi, cartoni animati. Nel lungometraggio d’animazione “Oceania” il mare è un autentico personaggio, muto ma determinato. Un po’ come il tappeto volante di Aladdin è compagno fidato della protagonista, è trasparente e dispettoso o salvifico. I creatori del film (gli stessi de “La Sirenetta”, che tra l’altro nella versione di Andersen è una delle storie di mare più seminali e struggenti di sempre) sono andati nel Pacifico e hanno studiato costumi e leggende locali, forse semplificandole un po’, ma il risultato è eccellente. Nella versione originale il cartone s’intitola “Moana”, come il nome della protagonista (in quella italiana si chiama meno rischiosamente Vaiana), che significa “nel blu più profondo”: secondo la cosmologia polinesiana infatti “moana” è l’ottavo e ultimo strato dell’oceano. In buona sostanza, per costruire una storia moderna sul mito dell’Oceano, gli americani sono andati proprio alla ricerca di quelle culture antichissime – polinesiana e maori – dove il culto del mare è un fatto assodato. E dai quali, sembrano dirci, quelli della Disney un po’ disneyamente, dovremmo imparare anche noi occidentali.
A La Paz in Bolivia si festeggia ogni anno il Día del Mar, il 23 marzo. Ma il mare non c’è. O meglio non c’è più, da quando nel 1979 durante la Guerra del Pacifico i boliviani persero la loro costa in guerra contro il Cile. La ferita nella Nazione è talmente grossa che di recente è stata fatto un appello alla Corte Costituzionale dell’Aia per riavere l’accesso al mare, che nondimeno portava enormi vantaggi economici. La Bolivia ha ancora una marina militare che si tira i pollici sul Lago Titicaca. Ogni anni “bambini e soldati vanno in parata per le strade della capitale, perché solo ciò che è perduto ci appartiene in eterno, e forse neanche quello”, scrive Morten A. Stroksnes ne “Il libro del mare” (Iperborea). “Il mare se la cava bene senza di noi, siamo noi che senza di lui non ce la caviamo”, continua.
Nel libro di Ströksnes, che tiene in sé il simbolismo tipico della letteratura di mare, non c’è la balena bianca o il pescespada di Hemingway, ma lo squalo della Groenlandia, un essere ancestrale, l’animale più longevo del pianeta. Storia vera: due amici – uno dei quali è l’autore stesso – che vanno a pescare il pesce impossibile, ma si capisce che sono tutte scuse per raccontare gli abissi ancora inesplorati dall’uomo, l’ossessione per la preda, l’ansia dei marinai di tornare in mare (“I marinai a terra fanno pensare a ospiti irrequieti”) e ancora una volta il desiderio lacerante di tornare in mare.
Ströksnes ci spiega il mare in modo moderno, sottolineando anche l’emergenza ambientale che lo circonda, ma “senza piagnucolare su quanto è cattivo l’essere umano”, come ha scritto Fredrik Sjöberg. Per lo scrittore norvegese rimane il fatto che il mare è sostanzialmente crudele e indifferente (quella “sua insondabile crudeltà”, per dirla con Conrad): “Il mare nero, profondo e salato ci rotola incontro, freddo e indifferente, privo di qualsiasi empatia. Non di proposito, è solo se stesso. È ciò che fa ogni giorno, anche senza di noi, non si preoccupa delle nostre speranze, né delle nostre paure – e non gli importa niente delle nostre descrizioni. L’oscura pesantezza dell’oceano è una forza superiore. Molti si sono ritrovati in questa situazione, da quando alcuni nostri temerari antenati misero in acqua un tronco scavato, partirono pagaiando sulle onde sonnecchianti e arrivarono lontano, troppo lontano, dove le correnti erano più forti delle braccia e della pagaia. O forse, come noi, furono sorpresi da una burrasca. Dovettero provare tutti la stessa sensazione, lo stesso brivido freddo, quando capirono che il mare non ha sentimenti né memoria”.
Anche per Andrew Miller il mare è solo “la curva del mondo”. O forse addirittura, azzarda lo scrittore britannico, il mare ci fa così bene, ci riposa la mente e cura il cuore, proprio per la sua mancanza di senso: “Quando chiude gli occhi vede solo il mare, il suo moto incessante, né duro né calmo, né contrario né propizio, una visione libera da qualsiasi cosa che somigli a un senso”.
C’è anche chi come David Foster Wallace ne ha terrore e lo considera “come un nada primordiale, senza fondo – abissi popolati da esseri con denti affilati che risalgono verso di te alla velocità di una piuma che cade”. Per Wallace l’oceano è “salato come l’inferno e non è altro che “una gigantesca macchina di decomposizione”. Allora forse stiamo bene al mare, lo cerchiamo, ne facciamo un luogo del desiderio, cerchiamo il suo abbraccio nuotandoci dentro, proprio perché lui non ci chiede nulla in cambio, come un amante senza richieste. “Chi o cosa l’ha mai abbracciata come fa il mare?”, scrive ancora Miller.
Nuotare nel mare, come fa la protagonista de “La traversata”, ti connette con la tua mortalità. “Ti ricorda che potresti morire”, come mi ha raccontato una volta Philip Hoare, il più grande cantore contemporaneo del mare, a proposito delle sue folli nuotate al buio. Del resto “il mare è l’origine”, come scrive oggi Ströksnes, senza suonare niente affatto pomposo.

https://palomarblog.wordpress.com/2016/03/03/umberto-saba-ulisse/