domenica 15 giugno 2014
Nečaev, Il catechismo del rivoluzionario
David Bidussa
Bakunin
Il lato oscuro del rivoluzionario
Chi abbraccia la lotta armata non mostra mai la propria personalità: dalla sua figura devono guardarsi gli amici prima che gli avversari
Il Sole 24 ore, 15 giugno 2014
Nel 1972 Franco Venturi, ripubblicando venti anni dopo la prima edizione La storia del populismo russo – il testo sul movimento rivoluzionario russo più noto e documentato nella storiografia internazionale del secondo dopoguerra – inserisce una lunga premessa in cui torna sulla figura Sergej Nečaev («un revenant che non si riesce a esorcizzare» scrive l'autore). In particolare Venturi si sofferma su Il catechismo del rivoluzionario, un normario stringato (10 pagine in tutto) che ci consegna la fisionomia del terrorista, una figura per il quale gli altri individui, compresi i propri compagni, sono solo mezzi per conseguire il fine. Con quella precisazione Venturi rende omaggio a uno storico Michael Confino (1926-2010), che pochi anni prima ha pubblicato quel testo (ma già aveva dedicato pagine alle ricerche di Confino sulla trasformazione economica del mondo rurale russo). Nel 1973 Confino raccoglie in volume altri documenti insieme al Catechismo, facendoli precedere da un saggio critico di grande qualità. La prima edizione esce in Francia per Maspero, casa editrice di nuova sinistra, in una collana che si chiama «Bibliothèque socialiste» (diretta da un grande storico del socialismo europeo, Georges Haupt). E suscita una discussione accesa. In Italia esce per Adelphi nel 1976, passa sotto silenzio o comunque ne discutono solo gli specialisti. Peccato, perché negli anni in cui la lotta armata ha un peso nella definizione dello stato d'animo collettivo, non sarebbe stato fuori luogo prenderlo in mano e analizzarlo con attenzione. Non lo fanno né la sinistra né la destra. Forse sarà possibile oggi, con questa nuova ristampa che significativamente non aggiunge niente a quella edizione del lontano 1976 (il saggio di Confino ha la stessa freschezza di allora). Di che si tratta dunque? L'episodio copre un tempo di un anno scarso. Nel 1869 irrompe nella vita del glorioso, ma ormai anziano capo dell'anarchismo, Bakunin, un giovane di ventidue anni, Sergej Nečaev, che arriva dalla Russia accompagnato da voci disparate: secondo alcuni il più radicale e puro dei rivoluzionari, per altri un abietto mistificatore. Bakunin ne rimarrà affascinato, a differenza di Alexander Herzen* da subito diffidente, e solo dopo alcuni mesi uscirà da questa sua convinzione sanzionando la rottura con con una lettera drammatica, lunga, tormentata che spedisce a Necvaev il 2 giugno 1870 (pagg. 133-187). In quella lettera scrive Bakunin: «Vi siete messo a giocare al gesuitismo come un bambino gioca alle bambole». Non senza rimproverare se stesso: «credendo incondizionatamente in voi mi sono dimostrato uno stupido» (pagg. 174 e 180). In mezzo ci sono questioni di soldi, di fiducia malriposta, di violenza, di doppiezza, di uso della malafede. In breve tutta la gamma delle sensibilità su cui lavora il "terrorista", figura votata a non dare mai mostra integrale della propria personalità. A giocare con gli avversari, ma anche pronto a servirsi e a sfruttare le debolezze dei propri compagni. Una fisionomia che Dostoevskij riproduce ne I demoni non solo in rapporto al tema della violenza, ma soprattutto rispetto al tema della finzione. Un mondo, quello del terrorista, fondato sulla finzione, ritenuta vera attraverso l'ambiguità (per esempio Piotr Verchovenskij, uno che finge come molti altri). I rivoluzionari di Dostoevskij non sono superiori alla società che contestano, ma una copia conforme. Aspetto che Camus descrive con precisione ne L'uomo in rivolta: lì Nečaev è la figura che sancisce il divorzio tra rivoluzione e amicizia, un sentimento che, da Cromwell in poi, ha fondato l'etica dei rivoluzionari. Con Nečaev il vincolo di protezione reciproca che aveva salvato i rivoluzionari si dissolve: ciò che ora va protetto è la rivoluzione, anche a costo della vita dei propri compagni. Essa va salvaguardata non solo da loro, ma anche contro di loro. Essa diviene la cosa che vale di più e per la quale tutto è lecito. È la partita che si gioca nell'estate di 150 anni fa. Una storia appassionante e inquietante. Confino ha il merito di darci una radiografia, ma soprattutto di illustrarci il costrutto concettuale ed emozionale (sbaglieremmo a pensare che ci sia solo freddezza in Nečaev) di ciò che ora è il rivoluzionario in missione. Una figura da cui devono guardarsi gli amici, prima ancora che gli avversari.
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(*) Campione della giustizia e dell' uguaglianza, Herzen non avrebbe capito o accettato una contrapposizione di questi valori alla liberta' e alla personalità, poiché sapeva che ogni uguaglianza senza libertà personale è falsa e ingiusta, portando alla peggiore gerarchia tra "uguali" sottoposti e sovrastanti guardiani di questo stato, mentre solo la libertà può aprire la via verso un' uguaglianza non utopica, ma reale. E la libertà di Herzen fu tale che egli seppe non rinnegare, bensi' ripensare e rifiutare suoi vecchi convincimenti, sottoponendo a critica se stesso e i suoi compagni di un tempo. Il suo scritto culminante e illuminante, oggi piu' attuale che mai, è A un vecchio compagno (edito anni fa da Einaudi), in cui, polemizzando anche con l' amico Bakunin, rimette in questione la dialettica rivoluzionaria, vedendone orrore e terrore. Libro profetico, A un vecchio compagno, dove la veggenza è frutto delle due qualita' herzeniane, senso della realta' e senso della libertà, che lo resero unico tra i rivoluzionari. Vittorio Strada, Herzen, rivoluzione e libertà, CdS, 2 aprile 1994
Il libretto rosso di Mao
Guido Vitiello
Fulminati da Mao. L'elettrizzante storia del libretto rosso
Il Foglio quotidiano, 15 giugno 2014
Se per le vie di Roma vi capitasse di avvistare un tizio leggermente bruciacchiato che deambula con lo sguardo perso e i capelli da istrice, niente paura, quello sono io. Ma non state in pensiero per me, è solo che ho avuto l’imprudenza di infilare le dita in un libro ad alta tensione e sono state trecento pagine di scosse e cortocircuiti senza tregua. S’intitola Mao’s Little Red Book. A Global History, lo ha curato lo storico americano Alexander C. Cook e lo ha pubblicato da poco più di un mese la Cambridge University Press. È un primo tentativo di tracciare una storia planetaria del Libretto rosso di Mao a cinquant’anni dalla sua apparizione, e d’inseguirne gli usi e gli abusi in Cina, in Unione Sovietica, in India, in Tanzania, in Jugoslavia, in Francia, in Albania, nelle due Germanie, in Perù e ovviamente in Italia (è l’inserto comico del libro), tutti paesi in cui è stato trasformato di volta in volta in “retorica, arte, canzone, performance, accessorio, simbolo, talismano, distintivo e arma”. Richiuse le pagine, dopo un’ultima vampa, la mia testa friggeva come un fusibile bruciato, ma se pensiamo che il generale Lin Biao prestò al Libretto la più minacciosa metafora di “una bomba atomica spirituale di infinita potenza”, si può dire che mi è andata bene.
Il primo cortocircuito s’innesca già nel Libretto di Mao, tra due generi lontanissimi: uno moderno e d’importazione, il manuale d’indottrinamento ideologico marxista-leninista; l’altro antichissimo e autoctono, la raccolta di massime sapienziali o religiose. Fu lo stesso Mao, che amava vestire i paramenti del saggio venerando, a paragonare il Libretto rosso agli Analetti di Confucio e al Tao tê ching, e a suggerire che questo formato gnomico (il cosiddetto yulu) fosse da privilegiare perché, diceva, “gli scritti di Marx, Engels e Lenin sono troppo lunghi”. I successivi cortocircuiti derivano dalla fiammata di questo strano contatto originario, e si producono a catena quando il Libretto, varcati con qualche resistenza i confini cinesi (entro i quali in origine avrebbe dovuto restare, per servire all’istruzione dei militari, tanto che era vietato persino menzionarlo in presenza di stranieri), approda finalmente in Occidente. Qui si sprigiona un nuovo ronzio elettrico quando lo stile tradizionale della massima confuciana, adattata al credo marxista-leninista, incontra lo stile moderno dello slogan (sessantottino o pubblicitario), le citazioni di Mao si disseminano ovunque e non si capisce più, dice Cook, se la popolarità del Libretto sia il segno che la rivoluzione si sta appropriando della forma-merce o che la forma-merce si sta appropriando della rivoluzione. L’unica cosa certa è che la collisione tra i due mondi crea un ulteriore cortocircuito, quello tra le formule della liturgia rivoluzionaria e i tormentoni della musica pop. Nel capitolo più originale, “Quotation songs”, Andrew F. Jones parla delle canzoni che in Cina, dal 1966, mettevano in musica le citazioni di Mao per offrire un supporto mnemotecnico, e vi trova una inaspettata analogia con la ricerca del motivetto accattivante, ipnotico come un mantra, che animava il coevo rock occidentale.
Dal trattato ideologico alla massima sapienziale, dalla massima allo slogan, dallo slogan al mantra, ed è così che al termine di una sequela di cortocircuiti quel che resta nell’aria è come il ronzio di una sacra sillaba, e un bruciaticcio d’incenso cerimoniale. Ma questo in verità non l’ho imparato dal libro di Cook, come farebbe una persona seria, bensì dalla commedia italiana più negletta e infrequentabile, che aveva capito per tempo quanto vi fosse di bigotto e catechistico nel maoismo nostrano: l’ho imparato dal Ciccio Ingrassia dell’Esorciccio (1975), che liberava l’indemoniata non già con il Vangelo ma con il Libretto rosso (“In nome di Mao ti espello!”); e dal film più sfortunato di Monicelli, To’, è morta la nonna (1969), dove un nipote comunicava medianicamente con il cadavere della cara nonna tramite citazioni del Grande Timoniere. A proposito, la vecchia nel film moriva fulminata dalla corrente elettrica.
Fulminati da Mao. L'elettrizzante storia del libretto rosso
Il Foglio quotidiano, 15 giugno 2014
Se per le vie di Roma vi capitasse di avvistare un tizio leggermente bruciacchiato che deambula con lo sguardo perso e i capelli da istrice, niente paura, quello sono io. Ma non state in pensiero per me, è solo che ho avuto l’imprudenza di infilare le dita in un libro ad alta tensione e sono state trecento pagine di scosse e cortocircuiti senza tregua. S’intitola Mao’s Little Red Book. A Global History, lo ha curato lo storico americano Alexander C. Cook e lo ha pubblicato da poco più di un mese la Cambridge University Press. È un primo tentativo di tracciare una storia planetaria del Libretto rosso di Mao a cinquant’anni dalla sua apparizione, e d’inseguirne gli usi e gli abusi in Cina, in Unione Sovietica, in India, in Tanzania, in Jugoslavia, in Francia, in Albania, nelle due Germanie, in Perù e ovviamente in Italia (è l’inserto comico del libro), tutti paesi in cui è stato trasformato di volta in volta in “retorica, arte, canzone, performance, accessorio, simbolo, talismano, distintivo e arma”. Richiuse le pagine, dopo un’ultima vampa, la mia testa friggeva come un fusibile bruciato, ma se pensiamo che il generale Lin Biao prestò al Libretto la più minacciosa metafora di “una bomba atomica spirituale di infinita potenza”, si può dire che mi è andata bene.
Il primo cortocircuito s’innesca già nel Libretto di Mao, tra due generi lontanissimi: uno moderno e d’importazione, il manuale d’indottrinamento ideologico marxista-leninista; l’altro antichissimo e autoctono, la raccolta di massime sapienziali o religiose. Fu lo stesso Mao, che amava vestire i paramenti del saggio venerando, a paragonare il Libretto rosso agli Analetti di Confucio e al Tao tê ching, e a suggerire che questo formato gnomico (il cosiddetto yulu) fosse da privilegiare perché, diceva, “gli scritti di Marx, Engels e Lenin sono troppo lunghi”. I successivi cortocircuiti derivano dalla fiammata di questo strano contatto originario, e si producono a catena quando il Libretto, varcati con qualche resistenza i confini cinesi (entro i quali in origine avrebbe dovuto restare, per servire all’istruzione dei militari, tanto che era vietato persino menzionarlo in presenza di stranieri), approda finalmente in Occidente. Qui si sprigiona un nuovo ronzio elettrico quando lo stile tradizionale della massima confuciana, adattata al credo marxista-leninista, incontra lo stile moderno dello slogan (sessantottino o pubblicitario), le citazioni di Mao si disseminano ovunque e non si capisce più, dice Cook, se la popolarità del Libretto sia il segno che la rivoluzione si sta appropriando della forma-merce o che la forma-merce si sta appropriando della rivoluzione. L’unica cosa certa è che la collisione tra i due mondi crea un ulteriore cortocircuito, quello tra le formule della liturgia rivoluzionaria e i tormentoni della musica pop. Nel capitolo più originale, “Quotation songs”, Andrew F. Jones parla delle canzoni che in Cina, dal 1966, mettevano in musica le citazioni di Mao per offrire un supporto mnemotecnico, e vi trova una inaspettata analogia con la ricerca del motivetto accattivante, ipnotico come un mantra, che animava il coevo rock occidentale.
Dal trattato ideologico alla massima sapienziale, dalla massima allo slogan, dallo slogan al mantra, ed è così che al termine di una sequela di cortocircuiti quel che resta nell’aria è come il ronzio di una sacra sillaba, e un bruciaticcio d’incenso cerimoniale. Ma questo in verità non l’ho imparato dal libro di Cook, come farebbe una persona seria, bensì dalla commedia italiana più negletta e infrequentabile, che aveva capito per tempo quanto vi fosse di bigotto e catechistico nel maoismo nostrano: l’ho imparato dal Ciccio Ingrassia dell’Esorciccio (1975), che liberava l’indemoniata non già con il Vangelo ma con il Libretto rosso (“In nome di Mao ti espello!”); e dal film più sfortunato di Monicelli, To’, è morta la nonna (1969), dove un nipote comunicava medianicamente con il cadavere della cara nonna tramite citazioni del Grande Timoniere. A proposito, la vecchia nel film moriva fulminata dalla corrente elettrica.
sabato 14 giugno 2014
Quello che Berlinguer aveva capito
Marcello Sorgi
Il partito diviso e l’eredità di Berlinguer
La Stampa, 14 giugno 2014
Matteo Renzi affronta oggi la direzione del Pd cercando di costruire un assetto unitario del partito che gli consentirebbe di affrontare meglio di quanto è accaduto nell’ultima settimana - tra franchi tiratori e dissidenti espulsi e auto sospesi al Senato - le scadenze che lo attendono. Finora lo scontro tra il premier e i suoi oppositori interni è stato rappresentato come una prosecuzione della lunga battaglia che lo ha portato alla segreteria al posto di Bersani e poi a Palazzo Chigi. In sintesi, il braccio di ferro finale tra il giovane leader cattolico e post-democristiano e quel che resta degli ultimi post-comunisti. Uno schema fin troppo chiaramente semplificatorio, dal momento che gran parte degli ex-Pci sono schierati con il segretario e Renzi stesso non può essere considerato erede diretto della tradizione Dc. A una rappresentazione del genere hanno contribuito anche alcune superficialità (poi corrette dal segretario) dei renziani sulle distinzioni tra vecchio e nuovo nel Pd. Renzi avrebbe invece una carta importante da giocare, proprio recuperando alcune delle più innovative - e inascoltate - proposte fatte dal Pci nella seconda fase della segreteria berlingueriana, dopo la fine del compromesso storico e prima del corpo a corpo, negli anni della presidenza socialista, tra Craxi e il leader comunista. Le ha ricordate Emanuele Macaluso, commemorando alla Camera il leader scomparso trent’anni fa. Ai post-comunisti della commissione lavoro di Montecitorio, schierati contro la riforma del lavoro del ministro Poletti, e pronti alla resistenza al «Jobs Act», Renzi potrebbe opporre il Berlinguer che proponeva «la riforma della struttura del salario, per stabilire un legame più diretto delle retribuzioni con la professionalità e la produttività». E ai senatori contrari alla riforma del Senato potrebbe rammentare il Berlinguer favorevole al «superamento del bicameralismo», al rafforzamento «dell’efficienza e dei poteri dell’esecutivo», e al cambiamento «dei criteri di nomina negli enti pubblici per por fine alla lottizzazione». Per concludere con il Berlinguer della «questione morale». Un allarme rivolto a tutti, Pci compreso: «La questione morale s’è aperta in Italia perché gli interessi di partito sono diventati così predominanti da correre contro l’interesse generale. Questo è lo stato delle cose da cambiare, per evitare una rivolta contro tutti i partiti». Queste cose diceva Berlinguer nell’83: dieci anni prima di Tangentopoli e trenta prima di Renzi, Grillo e del gorgo che, dopo la Prima, sta inghiottendo anche la Seconda Repubblica.
Il partito diviso e l’eredità di Berlinguer
La Stampa, 14 giugno 2014
Matteo Renzi affronta oggi la direzione del Pd cercando di costruire un assetto unitario del partito che gli consentirebbe di affrontare meglio di quanto è accaduto nell’ultima settimana - tra franchi tiratori e dissidenti espulsi e auto sospesi al Senato - le scadenze che lo attendono. Finora lo scontro tra il premier e i suoi oppositori interni è stato rappresentato come una prosecuzione della lunga battaglia che lo ha portato alla segreteria al posto di Bersani e poi a Palazzo Chigi. In sintesi, il braccio di ferro finale tra il giovane leader cattolico e post-democristiano e quel che resta degli ultimi post-comunisti. Uno schema fin troppo chiaramente semplificatorio, dal momento che gran parte degli ex-Pci sono schierati con il segretario e Renzi stesso non può essere considerato erede diretto della tradizione Dc. A una rappresentazione del genere hanno contribuito anche alcune superficialità (poi corrette dal segretario) dei renziani sulle distinzioni tra vecchio e nuovo nel Pd. Renzi avrebbe invece una carta importante da giocare, proprio recuperando alcune delle più innovative - e inascoltate - proposte fatte dal Pci nella seconda fase della segreteria berlingueriana, dopo la fine del compromesso storico e prima del corpo a corpo, negli anni della presidenza socialista, tra Craxi e il leader comunista. Le ha ricordate Emanuele Macaluso, commemorando alla Camera il leader scomparso trent’anni fa. Ai post-comunisti della commissione lavoro di Montecitorio, schierati contro la riforma del lavoro del ministro Poletti, e pronti alla resistenza al «Jobs Act», Renzi potrebbe opporre il Berlinguer che proponeva «la riforma della struttura del salario, per stabilire un legame più diretto delle retribuzioni con la professionalità e la produttività». E ai senatori contrari alla riforma del Senato potrebbe rammentare il Berlinguer favorevole al «superamento del bicameralismo», al rafforzamento «dell’efficienza e dei poteri dell’esecutivo», e al cambiamento «dei criteri di nomina negli enti pubblici per por fine alla lottizzazione». Per concludere con il Berlinguer della «questione morale». Un allarme rivolto a tutti, Pci compreso: «La questione morale s’è aperta in Italia perché gli interessi di partito sono diventati così predominanti da correre contro l’interesse generale. Questo è lo stato delle cose da cambiare, per evitare una rivolta contro tutti i partiti». Queste cose diceva Berlinguer nell’83: dieci anni prima di Tangentopoli e trenta prima di Renzi, Grillo e del gorgo che, dopo la Prima, sta inghiottendo anche la Seconda Repubblica.
venerdì 13 giugno 2014
La Cina venticinque anni dopo Tienanmen
Piero Fornara
Capire l'ascesa della Cina da Mao a oggi, 25 anni dopo piazza Tienanmen
Il Sole 24 ore, 4 giugno 2014
Il 4 giugno 1989 a Pechino, nelle prime ore del mattino, la speranza di una "primavera democratica" cinese si spegneva nel sangue, tra lo sdegno dell'opinione pubblica mondiale e la condanna (più formale che reale) dei governi occidentali. A distanza di venticinque anni non è possibile stabilire con precisione il numero dei caduti sotto i colpi dei soldati, che sparavano anche con le mitragliatrici, o travolti dai carri armati (le stime delle vittime vanno da alcune centinaia ad alcune migliaia).
In vista dell'anniversario della strage di piazza Tienanmen, nelle ultime settimane sarebbero stati arrestati una ventina di accademici, avvocati e artisti vicini alla dissidenza. Anche numerosi siti internet di Google sono stati bloccati dalle autorità cinesi. Lo ha reso noto un gruppo di monitoraggio della censura, "GreatFire.org", secondo cui risultano bloccate le versioni oltreoceano di Google, accessibili in Cina dopo che il gigante di internet aveva abbandonato il continente nel 2010 proprio per la censura.
Nel 1989 la scintilla che avrebbe acceso la rivolta era scoppiata
nella seconda metà di aprile, durante il funerale del "riformista" Hu
Yaobang, una delle menti più aperte della leadership cinese dell'epoca,
epurato per le sue posizioni liberali. La notizia della sua morte per
infarto aveva creato grande emozione tra gli studenti e tra coloro che -
in un Paese che già da un decennio aveva iniziato a seguire
l'esortazione di Deng Xiaoping ("arricchitevi!") - oltre alla libertà
economica avevano a cuore anche quella politica. Hu, ex delfino di Mao
Zedong, esponente illuminato del Partito comunista, del quale era stato
segretario generale, incarnava l'ideale del leader moderno che avrebbe
potuto imprimere un passo nuovo all'impetuoso sviluppo della Cina.
Quanti volevano ricordarlo iniziarono a radunarsi in piazza Tienanmen a Pechino. Allora non esistevano i telefoni cellulari o i social media e non c'era Weibo, il mix cinese tra Facebook e Twitter, che oggi le autorità comuniste tentano di tenere sotto controllo: si faceva affidamento sul passaparola. I manifestanti chiedevano al Partito di assumere una posizione ufficiale nei confronti di Hu, che già tre anni prima, nel 1986, aveva sostenuto le proteste degli studenti, pagando il prezzo dell'emarginazione politica.
Come ricorda Linda Benson nel libro «La Cina dal 1949 a oggi», pubblicato di recente nelle edizioni del Mulino, «il Pcc doveva affrontare chiaramente una situazione difficile, che si complicò ulteriormente in vista dell'arrivo a Pechino di Michail Gorbaciov, l'architetto delle riforme sovietiche: a metà maggio infatti, per la prima volta dal 1959, un capo di Stato dell'Urss avrebbe visitato la Cina. (…) Alla fine la visita di Gorbaciov si svolse come da programma, ma i consueti cerimoniali di benvenuto in piazza Tienanmen dovettero essere sospesi, mentre le televisioni internazionali riprendevano gli studenti che esponevano cartelli inneggianti alla "perestrojka" e alla "glasnost", con grande imbarazzo da parte dei dirigenti del Partito».
Dopo che Deng Xiaoping (artefice delle riforme economiche e dell'apertura della Cina verso l'Occidente) aveva dichiarato che bisognava fermare la protesta degli studenti e degli intellettuali, il 20 maggio a Pechino veniva proclamata la legge marziale. «Nel comitato centrale del Partito – prosegue l'autrice del nostro libro - solo Zhao Ziyang, che sembrava essere il successore designato di Deng, votò contro, ma questo atto gli costò il posto: il 24 maggio fu destituito dalla carica di segretario generale e in seguito posto agli arresti domiciliari (dove rimarrà fino alla sua morte nel 2006)». Il 3 giugno le truppe giunte a Pechino dalle altre regioni della Cina cominciarono a convergere verso il centro della città. Nella notte aprirono il fuoco sui manifestanti.
Soltanto i negoziati dell'ultimo minuto fra le forze armate e gli ultimi dimostranti rimasti nel lato sud di piazza Tienanmen permisero a questi di ritirarsi. Il controllo del Paese resterà nelle mani degli uomini di Deng, Li Peng e Jiang Zemin, ma il sogno di una Cina democratica diventerà molto più lontano.
La traiettoria del libro di Linda Benson, che insegna Storia cinese presso la Oakland University negli Stati Uniti, prende le mosse dall'instaurarsi del regime comunista di Mao nel 1949 per concludersi con un'analisi delle grandi sfide che il paese si trova oggi ad affrontare, al proprio interno e nell'arena internazionale.
Lo spettacolare emergere della Cina come potenza economica mondiale è uno dei fenomeni più rilevanti dell'epoca attuale. Nella prima metà del Novecento milioni di cinesi vivevano ancora in povertà, nelle campagne come nelle città. Grazie alla crescita tecnologica e industriale la società cinese può godere di un benessere mai sinora sperimentato. Alla fine di aprile uno studio della Banca mondiale, elaborato nell'ambito dell'International Comparison Program, ha persino stimato che entro la fine di quest'anno il Pil cinese – valutato a parità di potere d'acquisto – potrebbe già superare quello americano.
Contestualmente sono però cresciuti anche i timori sul modello di "sviluppo pacifico" della Cina come prossima superpotenza. «L'Occidente – scrive la Benson nel capitolo conclusivo – continua a guardare con sospetto al ruolo del Pcc e al suo controllo sul governo cinese (…) inconciliabile con l'idea di buon governo e di rispetto dei diritti umani fondamentali». Nel suo ultimo numero, il settimanale «The Economist» scrive che la Cina, dai fatti di piazza Tienanmen a oggi, ha vissuto un periodo di prolungata stabilità e che la leadership dell'attuale presidente Xi Jinping può essere considerata altrettanto forte quanto quella di cui disponeva allora Deng Xiaoping.
Tuttavia non mancano le incognite. «Il divario fra la realtà urbana e quella rurale rimane uno dei problemi più gravi che il governo deve affrontare, perché la grande maggioranza della popolazione non ha ancora beneficiato delle nuove ricchezze». Vi sono poi all'interno dell'opinione pubblica tendenze di altra natura, «come la mancanza di trasparenza che ha permesso quelle forme di corruzione che hanno fatto accumulare fortune personali a chi era ben inserito nel sistema». Se nel prossimo futuro il governo di Pechino non riuscirà ad assicurare un tenore di vita accettabile per la maggior parte della popolazione e se le pratiche di corruzione dovessero continuare, «il Partito potrebbe avere difficoltà nel mantenersi al potere come legittima autorità».
Linda Benson
«La Cina dal 1949 a oggi»
Il Mulino, Bologna, pagg. 223, € 15,00
Capire l'ascesa della Cina da Mao a oggi, 25 anni dopo piazza Tienanmen
Il Sole 24 ore, 4 giugno 2014
Il 4 giugno 1989 a Pechino, nelle prime ore del mattino, la speranza di una "primavera democratica" cinese si spegneva nel sangue, tra lo sdegno dell'opinione pubblica mondiale e la condanna (più formale che reale) dei governi occidentali. A distanza di venticinque anni non è possibile stabilire con precisione il numero dei caduti sotto i colpi dei soldati, che sparavano anche con le mitragliatrici, o travolti dai carri armati (le stime delle vittime vanno da alcune centinaia ad alcune migliaia).
In vista dell'anniversario della strage di piazza Tienanmen, nelle ultime settimane sarebbero stati arrestati una ventina di accademici, avvocati e artisti vicini alla dissidenza. Anche numerosi siti internet di Google sono stati bloccati dalle autorità cinesi. Lo ha reso noto un gruppo di monitoraggio della censura, "GreatFire.org", secondo cui risultano bloccate le versioni oltreoceano di Google, accessibili in Cina dopo che il gigante di internet aveva abbandonato il continente nel 2010 proprio per la censura.
Quanti volevano ricordarlo iniziarono a radunarsi in piazza Tienanmen a Pechino. Allora non esistevano i telefoni cellulari o i social media e non c'era Weibo, il mix cinese tra Facebook e Twitter, che oggi le autorità comuniste tentano di tenere sotto controllo: si faceva affidamento sul passaparola. I manifestanti chiedevano al Partito di assumere una posizione ufficiale nei confronti di Hu, che già tre anni prima, nel 1986, aveva sostenuto le proteste degli studenti, pagando il prezzo dell'emarginazione politica.
Come ricorda Linda Benson nel libro «La Cina dal 1949 a oggi», pubblicato di recente nelle edizioni del Mulino, «il Pcc doveva affrontare chiaramente una situazione difficile, che si complicò ulteriormente in vista dell'arrivo a Pechino di Michail Gorbaciov, l'architetto delle riforme sovietiche: a metà maggio infatti, per la prima volta dal 1959, un capo di Stato dell'Urss avrebbe visitato la Cina. (…) Alla fine la visita di Gorbaciov si svolse come da programma, ma i consueti cerimoniali di benvenuto in piazza Tienanmen dovettero essere sospesi, mentre le televisioni internazionali riprendevano gli studenti che esponevano cartelli inneggianti alla "perestrojka" e alla "glasnost", con grande imbarazzo da parte dei dirigenti del Partito».
Dopo che Deng Xiaoping (artefice delle riforme economiche e dell'apertura della Cina verso l'Occidente) aveva dichiarato che bisognava fermare la protesta degli studenti e degli intellettuali, il 20 maggio a Pechino veniva proclamata la legge marziale. «Nel comitato centrale del Partito – prosegue l'autrice del nostro libro - solo Zhao Ziyang, che sembrava essere il successore designato di Deng, votò contro, ma questo atto gli costò il posto: il 24 maggio fu destituito dalla carica di segretario generale e in seguito posto agli arresti domiciliari (dove rimarrà fino alla sua morte nel 2006)». Il 3 giugno le truppe giunte a Pechino dalle altre regioni della Cina cominciarono a convergere verso il centro della città. Nella notte aprirono il fuoco sui manifestanti.
Soltanto i negoziati dell'ultimo minuto fra le forze armate e gli ultimi dimostranti rimasti nel lato sud di piazza Tienanmen permisero a questi di ritirarsi. Il controllo del Paese resterà nelle mani degli uomini di Deng, Li Peng e Jiang Zemin, ma il sogno di una Cina democratica diventerà molto più lontano.
La traiettoria del libro di Linda Benson, che insegna Storia cinese presso la Oakland University negli Stati Uniti, prende le mosse dall'instaurarsi del regime comunista di Mao nel 1949 per concludersi con un'analisi delle grandi sfide che il paese si trova oggi ad affrontare, al proprio interno e nell'arena internazionale.
Lo spettacolare emergere della Cina come potenza economica mondiale è uno dei fenomeni più rilevanti dell'epoca attuale. Nella prima metà del Novecento milioni di cinesi vivevano ancora in povertà, nelle campagne come nelle città. Grazie alla crescita tecnologica e industriale la società cinese può godere di un benessere mai sinora sperimentato. Alla fine di aprile uno studio della Banca mondiale, elaborato nell'ambito dell'International Comparison Program, ha persino stimato che entro la fine di quest'anno il Pil cinese – valutato a parità di potere d'acquisto – potrebbe già superare quello americano.
Contestualmente sono però cresciuti anche i timori sul modello di "sviluppo pacifico" della Cina come prossima superpotenza. «L'Occidente – scrive la Benson nel capitolo conclusivo – continua a guardare con sospetto al ruolo del Pcc e al suo controllo sul governo cinese (…) inconciliabile con l'idea di buon governo e di rispetto dei diritti umani fondamentali». Nel suo ultimo numero, il settimanale «The Economist» scrive che la Cina, dai fatti di piazza Tienanmen a oggi, ha vissuto un periodo di prolungata stabilità e che la leadership dell'attuale presidente Xi Jinping può essere considerata altrettanto forte quanto quella di cui disponeva allora Deng Xiaoping.
Tuttavia non mancano le incognite. «Il divario fra la realtà urbana e quella rurale rimane uno dei problemi più gravi che il governo deve affrontare, perché la grande maggioranza della popolazione non ha ancora beneficiato delle nuove ricchezze». Vi sono poi all'interno dell'opinione pubblica tendenze di altra natura, «come la mancanza di trasparenza che ha permesso quelle forme di corruzione che hanno fatto accumulare fortune personali a chi era ben inserito nel sistema». Se nel prossimo futuro il governo di Pechino non riuscirà ad assicurare un tenore di vita accettabile per la maggior parte della popolazione e se le pratiche di corruzione dovessero continuare, «il Partito potrebbe avere difficoltà nel mantenersi al potere come legittima autorità».
Linda Benson
«La Cina dal 1949 a oggi»
Il Mulino, Bologna, pagg. 223, € 15,00
giovedì 12 giugno 2014
Non è sempre la stessa corruzione
Giovanni De Luna «Contro la corruzione dare nuova forza alla democrazia»
l'Unità, 12 giugno 2014
«Italia mia, benché ‘l parlar sia indarno…». Si potrebbe cominciare risalendo molto in là negli anni. La corruzione in Italia si presenta con una storia lunga che può arricchirsi ogni giorno di nuovi capitoli. La corruzione come un male“ nostrum”? Lo chiediamo a Giovanni De Luna, storico che insegna all’Università di Torino, di cui si possono leggere a proposito delle nostre vicende più vicine «Le ragioni di un decennio. 1969-1979. Militanza, violenza, sconfitta, memoria» e «La Repubblica del dolore. Le memorie di una Italia divisa» (entrambi pubblicati da Feltrinelli).
Insomma, professore,dobbiamo considerare la corruzione come qualcosa cui la nostra cultura, delle élite ma non solo ,è indissolubilmente legata? Insuperabile anche per un decisionista come Renzi? Dai petroli alla Lockheed, da tangentopoli al Mose…
«Credo ci sia una trappola da fuggire: immaginare la corruzione di questi giorni come prova dell’eterno ritorno di una corruzione endemica. È vero, ma è anche vero che non è sempre la stessa corruzione. La corruzione, nella discontinuità, cambia faccia e cambiando rivela anche le mutazioni del sistema politico e delle sue patologie. È il termometro di malattie diverse. Prima era la mancanza di alternative di governo, con la Dc fissa al potere, ad aprire il varco al malaffare, nell’opacità e nella immobilità che garantiscono connivenza e impunità. I casi degli anni ottanta segnalano l’emergere di una logica spartitoria che il sistema dei partiti condivide, quella logica che aveva denunciato Enrico Berlinguer. Dagli anni ottanta la novità consiste nella sovrapposizione di comportamenti privati e di comportamenti pubblici. Una cosa diventa l’altra. Arcore e Palazzo Grazioli vengono elevate a sedi istituzionali e il territorio pubblico viene utilizzato come il campo di soddisfazione di interessi privati…».
Siamo arrivati a Berlusconi e a certi suoi seguaci, tipo Scajola…
«Negli ultimi tempi però si sono visti passi avanti su questa strada. Ne sono esempi eclatanti i partiti che si dissolvono e si rappresentano come costellazioni di feudi tenuti assieme da una leadership, tanti feudi, comunali regionali nazionali, che sono riferimento e punto di raccolta di espressioni diverse: si sono superate le correnti, sono spuntati come funghi, per ragioni trasversali, apparati partitici frammentati, in ciascuno dei quali si insediano banchieri, finanzieri, commercianti, mediatori, profittatori di ogni genere».
Questo è il disegno. Il “che fare?” è la vera questione, di fronte alla ripetizione degli scandali, che chiama in causa la politica.
«Purché la politica si presenti con un progetto, purché la politica torni ad essere confronto di idee. Mi pare che abbia qualche merito Renzi, quando decide di smontare nel Pd quella rete di feudi, di rompere certi assetti, di superare la frammentazione. Però questo è un aspetto. L’altro sta nel ricostruire un rapporto non solo formale tra un vertice e la base, fare in modo che lo scambio e il controllo siano continui, dare nuova forza alle democrazia. È giusto esultare per il quaranta per cento alle Europee, ma Renzi dovrebbe porsi anche qualche interrogativo di fronte ai quaranta o ai cinquanta cittadini su cento che non sono andati a votare e che non andranno a votare neppure la prossima volta».
Forse è anche colpa loro, forse qualche colpa di tanto disastro è anche di chi rinuncia. Forse proprio la rinuncia di tanti conferma l’esistenza di un morbo così profondo da risultare qualcosa che appartiene alla natura di un paese e diventa inguaribile…
«Certo, ma è un pensiero che ti lascia nell’impotenza. La guerra appartiene all’animo dell’uomo, ma si può provare ad evitarla. La norma sul falso in bilancio non sta nel solco della corruzione endemica, appartiene ad un certo agire di governo votato all’interesse privato di alcuni».
Anche la nomina di Cantone a commissario anti corruzione appartiene ad un certo agire di governo?
«Come davanti alla catastrofi naturali la nomina di Bertolaso o contro la mafia la nomina del prefetto Mori. Però stiamo sempre dentro una logica emergenziale, che non può e non deve funzionare in eterno. A lungo dovrebbe funzionare un’articolazione della democrazia che riconnetta élite e popolo. E qui torniamo a Renzi: quella che mi sembra la sua battaglia contro quei feudi interni, se si ferma alla creazione di una leadership forte, rischia di restituirci la sostanza di un populismo ottocentesco. Il suo obiettivo dovrebbe essere quello di rendere più funzionale il rapporto tra il momento della decisione politica e quello della formulazione dal basso della domanda. Senza andare troppo oltre: ridare al paese il valore della partecipazione democratica».
C’è un movimento nel paese, Grillo e non solo Grillo, che ad ogni scandalo si gode una boccata d’ossigeno. Sarà determinante nella lotta alla corruzione?
«Grillo è il sintomo della malattia, più che la medicina. La sua democrazia in rete semplicemente mi spaventa, perché scioglie ogni individuo che fa clic sul computer da qualsiasi patto di cittadinanza, che consiste in una condivisione di diritti e di doveri, di culture, di storie, anche nella prossimità fisica. Che basti schiacciare un tasto ‘sì’ ‘no’, nella tua stanza, con la tua tastiera, per decidere mi sembra assurdo. Certo ti può far sentire un dio, ma dove stanno gli altri? È una democrazia ridotta nella forma di un consumismo occasionale e irresponsabile. Irresponsabile, appunto: si sono scritti nella rete e si sono letti insulti all’indirizzo di donne, parlamentari o giornaliste, che nessuno si sognerebbe di pronunciare in pubblico. Ma è questa una conquista, è questa democrazia?».
l'Unità, 12 giugno 2014
«Italia mia, benché ‘l parlar sia indarno…». Si potrebbe cominciare risalendo molto in là negli anni. La corruzione in Italia si presenta con una storia lunga che può arricchirsi ogni giorno di nuovi capitoli. La corruzione come un male“ nostrum”? Lo chiediamo a Giovanni De Luna, storico che insegna all’Università di Torino, di cui si possono leggere a proposito delle nostre vicende più vicine «Le ragioni di un decennio. 1969-1979. Militanza, violenza, sconfitta, memoria» e «La Repubblica del dolore. Le memorie di una Italia divisa» (entrambi pubblicati da Feltrinelli).
Insomma, professore,dobbiamo considerare la corruzione come qualcosa cui la nostra cultura, delle élite ma non solo ,è indissolubilmente legata? Insuperabile anche per un decisionista come Renzi? Dai petroli alla Lockheed, da tangentopoli al Mose…
«Credo ci sia una trappola da fuggire: immaginare la corruzione di questi giorni come prova dell’eterno ritorno di una corruzione endemica. È vero, ma è anche vero che non è sempre la stessa corruzione. La corruzione, nella discontinuità, cambia faccia e cambiando rivela anche le mutazioni del sistema politico e delle sue patologie. È il termometro di malattie diverse. Prima era la mancanza di alternative di governo, con la Dc fissa al potere, ad aprire il varco al malaffare, nell’opacità e nella immobilità che garantiscono connivenza e impunità. I casi degli anni ottanta segnalano l’emergere di una logica spartitoria che il sistema dei partiti condivide, quella logica che aveva denunciato Enrico Berlinguer. Dagli anni ottanta la novità consiste nella sovrapposizione di comportamenti privati e di comportamenti pubblici. Una cosa diventa l’altra. Arcore e Palazzo Grazioli vengono elevate a sedi istituzionali e il territorio pubblico viene utilizzato come il campo di soddisfazione di interessi privati…».
Siamo arrivati a Berlusconi e a certi suoi seguaci, tipo Scajola…
«Negli ultimi tempi però si sono visti passi avanti su questa strada. Ne sono esempi eclatanti i partiti che si dissolvono e si rappresentano come costellazioni di feudi tenuti assieme da una leadership, tanti feudi, comunali regionali nazionali, che sono riferimento e punto di raccolta di espressioni diverse: si sono superate le correnti, sono spuntati come funghi, per ragioni trasversali, apparati partitici frammentati, in ciascuno dei quali si insediano banchieri, finanzieri, commercianti, mediatori, profittatori di ogni genere».
Questo è il disegno. Il “che fare?” è la vera questione, di fronte alla ripetizione degli scandali, che chiama in causa la politica.
«Purché la politica si presenti con un progetto, purché la politica torni ad essere confronto di idee. Mi pare che abbia qualche merito Renzi, quando decide di smontare nel Pd quella rete di feudi, di rompere certi assetti, di superare la frammentazione. Però questo è un aspetto. L’altro sta nel ricostruire un rapporto non solo formale tra un vertice e la base, fare in modo che lo scambio e il controllo siano continui, dare nuova forza alle democrazia. È giusto esultare per il quaranta per cento alle Europee, ma Renzi dovrebbe porsi anche qualche interrogativo di fronte ai quaranta o ai cinquanta cittadini su cento che non sono andati a votare e che non andranno a votare neppure la prossima volta».
Forse è anche colpa loro, forse qualche colpa di tanto disastro è anche di chi rinuncia. Forse proprio la rinuncia di tanti conferma l’esistenza di un morbo così profondo da risultare qualcosa che appartiene alla natura di un paese e diventa inguaribile…
«Certo, ma è un pensiero che ti lascia nell’impotenza. La guerra appartiene all’animo dell’uomo, ma si può provare ad evitarla. La norma sul falso in bilancio non sta nel solco della corruzione endemica, appartiene ad un certo agire di governo votato all’interesse privato di alcuni».
Anche la nomina di Cantone a commissario anti corruzione appartiene ad un certo agire di governo?
«Come davanti alla catastrofi naturali la nomina di Bertolaso o contro la mafia la nomina del prefetto Mori. Però stiamo sempre dentro una logica emergenziale, che non può e non deve funzionare in eterno. A lungo dovrebbe funzionare un’articolazione della democrazia che riconnetta élite e popolo. E qui torniamo a Renzi: quella che mi sembra la sua battaglia contro quei feudi interni, se si ferma alla creazione di una leadership forte, rischia di restituirci la sostanza di un populismo ottocentesco. Il suo obiettivo dovrebbe essere quello di rendere più funzionale il rapporto tra il momento della decisione politica e quello della formulazione dal basso della domanda. Senza andare troppo oltre: ridare al paese il valore della partecipazione democratica».
C’è un movimento nel paese, Grillo e non solo Grillo, che ad ogni scandalo si gode una boccata d’ossigeno. Sarà determinante nella lotta alla corruzione?
«Grillo è il sintomo della malattia, più che la medicina. La sua democrazia in rete semplicemente mi spaventa, perché scioglie ogni individuo che fa clic sul computer da qualsiasi patto di cittadinanza, che consiste in una condivisione di diritti e di doveri, di culture, di storie, anche nella prossimità fisica. Che basti schiacciare un tasto ‘sì’ ‘no’, nella tua stanza, con la tua tastiera, per decidere mi sembra assurdo. Certo ti può far sentire un dio, ma dove stanno gli altri? È una democrazia ridotta nella forma di un consumismo occasionale e irresponsabile. Irresponsabile, appunto: si sono scritti nella rete e si sono letti insulti all’indirizzo di donne, parlamentari o giornaliste, che nessuno si sognerebbe di pronunciare in pubblico. Ma è questa una conquista, è questa democrazia?».
mercoledì 11 giugno 2014
Nuove frontiere per la sinistra: Bobbio e oltre
Mario Lavia
Rileggere Bobbio e cercare ancora
L'ultimo numero di Lettera Internazionale dedicato al "cantiere Europa"
Europa, 11 giugno 2014
... Qui si riprende una bellissima intervista che gli fece uno dei fondatori di Lettera Internazionale, un intellettuale socialista la cui memoria resta negli studiosi ma forse non nel grado che gli spetterebbe, Federico Coen, che pone al grande intellettuale torinese domande acute sulla fine del comunismo, la crisi dello stesso socialismo, e sulla necessità di disegnare «nuove frontiere» per la sinistra – e quali. Bobbio risponde con pacatezza, di solito con frasi brevi ma densissime di pensiero, lungo un filo di coerenza robusta di liberale e di socialista – liberale sui generis, socialista sui generis.
Siamo a una manciata di mesi dalla caduta del Muro, cioè del fallimento dell’esperienza storica chiamata comunismo, esperienza che il liberalsocialista Bobbio aveva combattuto per una vita anche attraverso memorabili battaglie delle idee (fondamentale quella con Togliatti sul rapporto tra politica e cultura nei primi anni Cinquanta): ed ecco che nel 1989 il crollo del comunismo rischia di trascinare con sé anche l’idea socialista e finanche qualsivoglia tensione progressiva figlia della Rivoluzione francese. Un colpo gigantesco all’idea di far scorrere il Progresso dentro i canali della Politica.
Ma nella grande crisi del progressismo Bobbio scorge invece i barlumi di un ulteriore riscatto: «Gran parte dei problemi a cui il comunismo pretendeva di dare soluzione una volta per tutte ce li troviamo davanti intatti. Dobbiamo cercare nuove risposte, altro che celebrare il trionfo del capitalismo!». Sta qui l’intima contraddizione fra tensione anticapitalistica e evoluzione della democrazia, come apparirà anche a molti intellettuali di sinistra qualche lustro più tardi.
Non solo. Il filosofo torinese si rende conto come la classe operaia, ormai «largamente minoritaria», non possa più ragionevolmente essere vista come il soggetto “liberante”, né che gli schemi politici della sinistra italiana riescano a reggere ancora: «La formula che più mi convince – dice Bobbio, abbastanza in sintonia con le prime analisi del nuovo Pds sorto dalle ceneri del Pci – è quella di una “sinistra dei diritti”».
Già, una nuova sinistra. «Resta il fatto che oggi richiamarsi alla sinistra ha una sua giustificazione – spiega il filosofo – in quanto la “sinistra” comprende i socialisti ma comprende anche tutti quei movimenti nuovi che sono sorti da situazioni di fatto che i partiti socialisti non avevano previsto. È vero che oggi la dicotomia sinistra/destra è molto contestata (su questo, Bobbio scriverà più tardi un libretto famosissimo, peraltro riedito in questi ultimi mesi-ndr), ma io ritengo che abbia ancora un valore distintivo profondo».
Nuova sinistra, nuovi diritti. Non più solo quelli “classici”, inerenti alle problematiche del lavoro o sociali ma pure quelle nuove, l’ambiente, i temi etici, la riservatezza. Più l’individuo che la classe. E qui si ritorna al più genuino filone liberale – quello che sa dialogare con la cultura “alta” del cattolicesimo – che in Norberto Bobbio ha uno dei suoi punti più alti, da rileggere sempre.
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Per il testo originale dell'articolo in questione si veda Norberto Bobbio, Le nuove frontiere della sinistra. Intervista di Federico Coen, Lettera Internazionale, n. 30, IV trimestre 1991.
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Su ciò che rimane irrisolto dopo la caduta del comunismo si è espresso anche François Furet ne Il passato di un'illusione. L'idea comunista nel XX secolo, Mondadori, Milano, 1995. Ecco cosa scriveva in proposito Jean Birnbaum (Le Monde, 20 août 2008):
Rileggere Bobbio e cercare ancora
L'ultimo numero di Lettera Internazionale dedicato al "cantiere Europa"
Europa, 11 giugno 2014
... Qui si riprende una bellissima intervista che gli fece uno dei fondatori di Lettera Internazionale, un intellettuale socialista la cui memoria resta negli studiosi ma forse non nel grado che gli spetterebbe, Federico Coen, che pone al grande intellettuale torinese domande acute sulla fine del comunismo, la crisi dello stesso socialismo, e sulla necessità di disegnare «nuove frontiere» per la sinistra – e quali. Bobbio risponde con pacatezza, di solito con frasi brevi ma densissime di pensiero, lungo un filo di coerenza robusta di liberale e di socialista – liberale sui generis, socialista sui generis.
Siamo a una manciata di mesi dalla caduta del Muro, cioè del fallimento dell’esperienza storica chiamata comunismo, esperienza che il liberalsocialista Bobbio aveva combattuto per una vita anche attraverso memorabili battaglie delle idee (fondamentale quella con Togliatti sul rapporto tra politica e cultura nei primi anni Cinquanta): ed ecco che nel 1989 il crollo del comunismo rischia di trascinare con sé anche l’idea socialista e finanche qualsivoglia tensione progressiva figlia della Rivoluzione francese. Un colpo gigantesco all’idea di far scorrere il Progresso dentro i canali della Politica.
Ma nella grande crisi del progressismo Bobbio scorge invece i barlumi di un ulteriore riscatto: «Gran parte dei problemi a cui il comunismo pretendeva di dare soluzione una volta per tutte ce li troviamo davanti intatti. Dobbiamo cercare nuove risposte, altro che celebrare il trionfo del capitalismo!». Sta qui l’intima contraddizione fra tensione anticapitalistica e evoluzione della democrazia, come apparirà anche a molti intellettuali di sinistra qualche lustro più tardi.
Non solo. Il filosofo torinese si rende conto come la classe operaia, ormai «largamente minoritaria», non possa più ragionevolmente essere vista come il soggetto “liberante”, né che gli schemi politici della sinistra italiana riescano a reggere ancora: «La formula che più mi convince – dice Bobbio, abbastanza in sintonia con le prime analisi del nuovo Pds sorto dalle ceneri del Pci – è quella di una “sinistra dei diritti”».
Già, una nuova sinistra. «Resta il fatto che oggi richiamarsi alla sinistra ha una sua giustificazione – spiega il filosofo – in quanto la “sinistra” comprende i socialisti ma comprende anche tutti quei movimenti nuovi che sono sorti da situazioni di fatto che i partiti socialisti non avevano previsto. È vero che oggi la dicotomia sinistra/destra è molto contestata (su questo, Bobbio scriverà più tardi un libretto famosissimo, peraltro riedito in questi ultimi mesi-ndr), ma io ritengo che abbia ancora un valore distintivo profondo».
Nuova sinistra, nuovi diritti. Non più solo quelli “classici”, inerenti alle problematiche del lavoro o sociali ma pure quelle nuove, l’ambiente, i temi etici, la riservatezza. Più l’individuo che la classe. E qui si ritorna al più genuino filone liberale – quello che sa dialogare con la cultura “alta” del cattolicesimo – che in Norberto Bobbio ha uno dei suoi punti più alti, da rileggere sempre.
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Per il testo originale dell'articolo in questione si veda Norberto Bobbio, Le nuove frontiere della sinistra. Intervista di Federico Coen, Lettera Internazionale, n. 30, IV trimestre 1991.
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Su ciò che rimane irrisolto dopo la caduta del comunismo si è espresso anche François Furet ne Il passato di un'illusione. L'idea comunista nel XX secolo, Mondadori, Milano, 1995. Ecco cosa scriveva in proposito Jean Birnbaum (Le Monde, 20 août 2008):
... Le vrai enjeu était ailleurs, et nous voici revenus à la conclusion du livre. Une chose est de constater le désastre auquel a abouti la "mythologie" soviétique, en effet, autre chose est de décréter que l'idée même d'une autre société est désormais épuisée. Cette objection a été formulée par Claude Lefort dans La Complication (Fayard, 1999). Le philosophe y posait la question : peut-on vraiment faire du communisme une "illusion", une simple "divagation de l'esprit", sans prendre en compte le réel social et politique des luttes idéologiques ? "La première tâche est de revenir au concret", tranchait Claude Lefort, ajoutant qu'alors, si "le communisme appartient au passé, (...) en revanche la question du communisme reste au coeur de notre temps".
Sur ce point comme sur bien d'autres, pourtant, Le Passé d'une illusion apparaît moins arrogant que ne l'ont dit ses détracteurs, fustigeant la morgue d'un manifeste "néolibéral". Bien plus contradictoire, aussi, que ne l'ont prétendu ses admirateurs, célébrant "l'audace" d'un brûlot anticommuniste. Car, loin d'être satisfait, le libéralisme de l'historien apparaissait plutôt "mélancolique", selon une jolie formule de Pierre Hassner. Lui-même ancien militant stalinien (de 1945 à 1949), François Furet savait de quoi il parlait. Cette dimension autobiographique donne au livre une fragilité et un mystère qui restent entiers.
A la toute fin de son ouvrage, du reste, il admettait que la fin de l'URSS laissait intact "le besoin d'un monde postérieur à la bourgeoisie et au Capital, où pourrait s'épanouir une véritable communauté humaine". Là est la différence entre l'auteur du Passé d'une illusion et certains de ses héritiers autoproclamés. François Furet a retracé les tragédies de la passion révolutionnaire, il a écrit l'histoire de ses emballements et de ses crimes. Mais il ne haïssait pas l'espérance. Jusque dans l'effroi, il continuait d'en témoigner.
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martedì 10 giugno 2014
Mauro Calise: Renzi profeta disarmato
Lina Palmerini
Il politologo Mauro Calise
Media e magistratura: i «rischi» del premier senza più opposizioni
Il Sole 24 ore, 10 giugno 2014
Un premier senza più opposizioni o almeno con opposizioni assai deboli: debole è il suo stesso partito, deboli sono gli altri partiti, deboli le parti sociali, debole perfino quel partito dei sindaci che tanto ha pesato nella storia della sinistra. È una novità che Matteo Renzi ha anche reso più evidente con quella frase "Ci metto la faccia" che scalza il rapporto con i cosiddetti corpi intermedi per un corpo a corpo solo con l'elettorato. Di questo inedito momento politico parliamo con Mauro Calise professore di scienza della politica e autore di libri tra cui "Il partito personale".
«La sua domanda sull'assenza di opposizioni è legittima ma fa riferimento a una fase passata. Non siamo più in un sistema classico in cui ciascun partito si definiva nella relazione con l'altro. Con populismo e personalizzazione della politica si è superata la contrapposizione tra partiti fondata su fratture storiche: non c'è più, quindi, destra/sinistra perché il populismo tende alla trasversalità degli elettorati mentre il personalismo carica di aspettative e responsabilità solo il leader».
In sintesi: se Renzi è arrivato al 41% pescando tra i voti moderati di Scelta civica, ma anche tra i delusi berlusconiani e i grillini pentiti questo è dovuto a un populismo che diluisce i confini tra partiti e a una leadership forte che carica solo su di sè le attese dell'elettorato. Punti di forza che hanno però le loro trappole. E non solo quelle che si vedono a occhio nudo: cioè che l'assenza di alternative azzera gli alibi e identifica con chiarezza la responsabilità del leader. Non a caso Renzi nel suo "patto" con gli elettori mette sul tavolo la sua stessa poltrona e dice: «Posso andare a casa domani». Oltre a questo ci sono fattori di rischio che Calise chiama "fattori M".
«Il fattore media e il fattore magistratura. Le spiego. L'esposizione personale del leader crea molte attese alimentate dai media che, però, con la facilità con cui si innamorano riescono a disinnamorarsi. Si ricordi, poi, che Berlusconi aveva ed ha i suoi media di riferimento, Renzi no».
E l'altro?
«È il fattore magistratura. La personalizzazione della politica espone un leader all'azione investigativa molto più di prima anche perchè privo dello scudo-partito. Uno scudo che ha avuto sempre la sinistra ma che Renzi non ha più».
Insomma, spariscono gli alibi e compare l'insidia di diventare «preda» dei "fattori M". Con qualche contromisura che Renzi può – o forse deve assolutamente – prendere.
«Direi che i punti di fragilità sono due: da un lato quella carica di aspettative che deve indurre il premier alla formazione di una squadra solida che lavori sui tanti e complicati dossier. Il presidente americano si prende qualche mese per la definizione del team. Sull'altra fragilità, quella che lo rende preda della magistratura, serve una corazza istituzionale. Non è un caso che sistemi di personalizzazione della politica abbiano assetti costituzionali coerenti: parlo di presidenzialismo, semipresidenzialismo o premierato forte. Se Sarkozy fosse stato in Italia sarebbe finito in galera e se Hollande fosse stato italiano con il 16% delle ultime europee a quest'ora staremmo già discutendo di elezioni a ottobre».
Esempi chiarissimi, che hanno una logica, ma che è stata sempre stata rifiutata.
«Guardi quando sento parlare di deriva autoritaria mi viene da ridere. C'è invece una responsabilità chiara, imputabile e dunque serve autorità. Ma siamo ancora in un dibattito vetero-costituzionalista mentre già tutto è cambiato: i partiti si sono sgretolati, l'elettorato è diventato volatile e trasversale catturato da quello che chiamiamo populismo e leaderismo».
E del resto la prova del nove sta proprio in quel balzo del Pd fatto solo in un anno, dal 25% circa al 41% circa.
«Renzi ha fatto approdare la sinistra a una fase post-sistemica in cui il punto politico non è la contrapposizione – berlusconismo e anti-berlusconismo – ma la capacità operativa del leader».
E che dice a Susanna Camusso che chiede un partito unico della sinistra?
«Auguri».
°°°
Marco Damilano
Matteo Renzi il populismo di governo che predilige Checco Zalone alle élites di sinistra
l'Espresso, 11 gennaio 2016
Morto il re, viva il re. È morto il partito, torna il sovrano. Il leader è il nuovo re, potentissimo e vulnerabile, nudo. E l’Italia di Matteo Renzi è laboratorio privilegiato di questo processo, scrive Mauro Calise, politologo dell’università di Napoli Federico II, inventore negli anni Novanta del “partito personale”, in libreria con il saggio “La democrazia del leader” (Laterza), destinato a far discutere. La spiegazione di sé che il renzismo non ha mai trovato (e che non ha mai voluto). Ma anche la denuncia dei limiti della leadership personale, la sua debolezza: «I cittadini chiedono sempre al leader di turno molto di più di quanto potrà fare».
La fine dei partiti è un fenomeno italiano?
«No. In tutta Europa siamo di fronte al tramonto dell’ultimo grande corpo collettivo, il partito. Una costruzione millenaria: per spersonalizzare il potere del sovrano ci sono voluti secoli, ora siamo al processo inverso. I partiti non hanno più il monopolio della rappresentanza e non fanno più sistema. In Inghilterra, patria del bipolarismo, ci sono ormai almeno cinque partiti. In Francia siamo al tutti contro Marine Le Pen. In Spagna le nuove liste come Podemos sono cresciute in maniera impetuosa e imprevista. In Germania mi chiedo cosa resterà dopo Angela Merkel. Si è segretolato il sistema».
Al suo posto cosa c’è?
«C’è il ritorno del potere monocratico. Un processo che è nato prima nella società: l’individuo, l’io narcisista, l’io che si esprime nella Rete. In questo habitat individualistico hanno trovato posto le leadership personalizzate. L’Italia ha avuto una forte accelerazione con Silvio Berlusconi, una forma vitalistica, anti-istituzionale, iper-comunicativa: il peggiore dei modi. Alla Francia è andata molto meglio, con la Quinta Repubblica De Gaulle ha trasformato la spinta della leadership carismatica in istituzione. Da noi Berlusconi non ha mai neppure provato a farlo. Sul piano storico Berlusconi non ha fallito per il bunga bunga, ma per non aver mutato la sua leadership da personale a istituzionale».
Renzi è l’erede di Berlusconi nella personalizzazione della leadership?
«Tra i due ci sono differenze enormi. Berlusconi primo ministro non è mai esistito, non ha lasciato traccia, non è stato per nulla decisionista. Berlusconi, più che un premier, è rimasto un capopartito, con la tendenza a fare il capopopolo. Renzi invece fa solo il primo ministro, dalla mattina alla sera. Lei che fa il giornalista può scrivere che lo fa bene o male, io che sono uno studioso devo far notare che lo spostamento della leadership sulla guida del governo è un fenomeno inedito. In altri Paesi sarebbe una non-notizia, qui da noi non era mai successo».
Renzi fa il premier, certo, ma non è immune da quello che lei definisce il «demone populista». «Un vortice di promesse» per conquistare un elettorato mutevole.
«Ovunque il populismo è la forma che si manifesta con la crisi della democrazia. È la forma egemone della politica contemporanea. Il punto è: come riesci a governarlo? E come si comporta il populismo quando vince le elezioni e arriva alla prova del governo. Renzi è senza dubbio un leader che conosce la retorica del populismo. Se la deve vedere, d’altra parte, con Beppe Grillo e con Matteo Salvini, che quanto a populismo non sono secondi a nessuno. Chi lo critica per questo dovrebbe poi spiegare con chi intende sconfiggere avversari di quella statura. Con Mario Monti? Con Enrico Letta? Il populismo va cavalcato senza farsi divorare».
C’è stato un momento in cui Renzi si è perso in questo labirinto? In cui il gioco di guidare dall’alto la rivolta anti-establishment gli si è ritorto contro?
«Il punto critico è l’operazione sulle banche di queste settimane. Contro il governo c’è una reazione tipicamente populista, la difesa dei risparmiatori truffati. E su questo Renzi è in evidente difficoltà, fatica a smarcarsi».
Chi sono i nemici del premier?
«Nessuno. È un’altra differenza con Berlusconi. Il capo di Forza Italia spaccava il Paese, o con lui o contro di lui, o berlusconiani o anti-berlusconiani. Renzi insegue consensi trasversali, vorrebbe parlare a tutti. Non divide, si identifica con tutto il popolo, il suo bersaglio sono i gufi, quelli che non vogliono il bene del Paese: le élites, meglio se di sinistra. E rappresenta gli italiani che vogliono le riforme, moderatamente. Sa chi rappresenta meglio di tutti questo stato d’animo? Checco Zalone. Sono andato a vedere il suo film il primo giorno. Sono uno zaloniano convinto, da sempre. C’è l’impiegato travolto dal taglio delle province che tutti volevano purché non toccasse a loro. Dentro ci trovi una fotografia. La Prima Repubblica, come dice l’inno del film, non si scorda mai...»
Per il 2016, però, il premier vuole che il referendum sia sulla Costituzione, ma anche sul suo operato. Sì o no: sulla riforma del Senato e su Renzi. L’atto di nascita del renzismo (e dell’anti-renzismo).
«Io credo che sia soprattutto un modo per bypassare le elezioni amministrative, molto difficili per lui. E sta scegliendo come terreno di confronto un tema, la riforma del Senato, che forse in altri tempi avrebbe appassionato, ma che oggi riscalda poco. Farà una campagna elettorale con pochi slogan e poco divisivi. Il cambiamento contro chi vuole frenare. Certo, è una competizione che all’improvviso può complicarsi, se ad esempio le amministrative dovessero andare molto male...».
I pericoli per Renzi vanno cercati fuori dal Parlamento. Lei lo definisce fattore M: magistratura e media.
«Governo e Parlamento sono le componenti del sistema legittimate dal voto dei cittadini. Le caratteristiche della magistratura e dell’informazione sono l’autonomia e l’indipendenza dagli altri poteri. Ma in presenza della crisi democratica la magistratura e l’informazione hanno esteso il loro potere. Pensi soltanto alle sentenze della Corte costituzionale che hanno cancellato la legge elettorale Porcellum o riscritto la riforma delle pensioni. Per non parlare delle inchieste della magistratura ordinaria, da Tangentopoli in poi. Sia chiaro: non chiedo una subordinazione della magistratura al potere politico, segnalo che il fattore M è per ogni leader il rischio da cui deve sapersi difendere».
Cosa significa il fatto che Renzi affidi molto potere al magistrato più popolare d’Italia, Raffaele Cantone?
«Credo che Cantone rappresenti un compromesso tra Renzi e il fattore M. Anche in questo vedo un parallelismo. Di Pietro era un capopopolo, come Berlusconi, e come lui fondò un partito personale. Cantone è, come Renzi, un uomo che si gioca la sua partita nelle istituzioni. Personalizza l’organismo che presiede. Non è un’authority impersonale, è una persona credibile con un capitale inestimabile: la fiducia».
I media sono la benzina nel motore del leader, nel momento della scalata. Poi, a potere conquistato, cominciano le lamentazioni: i talk parlano male del Paese, i giornalisti non mi capiscono...
«È il ciclo del carisma, Renzi non ne è esente. Il linguaggio dei media è individualistico, creano il leader e poi lo distruggono. Media e magistratura sono portati a concentrarsi sul leader. E quando le cose vanno male, quando il leader va sotto assedio, viene salvato da una corazza istituzionale o dal suo partito. Che nel caso italiano mancano completamente. È questo il tallone di Renzi, la sua debolezza».
Il Pd, il partito di cui Renzi è segretario, rischia di perdere le amministrative a Roma e a Napoli, dove si ripresenta Antonio Bassolino di cui lei fu consigliere. È lì che nel 2016 si rivelerà fragile?
«Su Roma Renzi poteva lasciare che se ne occupassero i romani o metterci la faccia. Invece ha fatto fuori Ignazio Marino senza avere soluzioni di ricambio in mano, un’operazione improvvisata. Su Napoli le idee sono ancora più confuse. Non gli fa piacere la candidatura di Bassolino, ma neppure la prospettiva di confezionare un’alternativa contro De Magistris che magari si rivelerà perdente. In questo c’è la solitudine del leader. I partiti erano sistemi fiduciari. Ma ora chi gli racconta come vanno le cose fuori da Roma? Dov’è la sua intelligence? Il suo Ponte delle spie? Film per film, meglio Zalone».
http://machiave.blogspot.it/2014/06/mauro-calise-renzi-profeta-disarmato.html
Il politologo Mauro Calise
Media e magistratura: i «rischi» del premier senza più opposizioni
Il Sole 24 ore, 10 giugno 2014
Un premier senza più opposizioni o almeno con opposizioni assai deboli: debole è il suo stesso partito, deboli sono gli altri partiti, deboli le parti sociali, debole perfino quel partito dei sindaci che tanto ha pesato nella storia della sinistra. È una novità che Matteo Renzi ha anche reso più evidente con quella frase "Ci metto la faccia" che scalza il rapporto con i cosiddetti corpi intermedi per un corpo a corpo solo con l'elettorato. Di questo inedito momento politico parliamo con Mauro Calise professore di scienza della politica e autore di libri tra cui "Il partito personale".
«La sua domanda sull'assenza di opposizioni è legittima ma fa riferimento a una fase passata. Non siamo più in un sistema classico in cui ciascun partito si definiva nella relazione con l'altro. Con populismo e personalizzazione della politica si è superata la contrapposizione tra partiti fondata su fratture storiche: non c'è più, quindi, destra/sinistra perché il populismo tende alla trasversalità degli elettorati mentre il personalismo carica di aspettative e responsabilità solo il leader».
In sintesi: se Renzi è arrivato al 41% pescando tra i voti moderati di Scelta civica, ma anche tra i delusi berlusconiani e i grillini pentiti questo è dovuto a un populismo che diluisce i confini tra partiti e a una leadership forte che carica solo su di sè le attese dell'elettorato. Punti di forza che hanno però le loro trappole. E non solo quelle che si vedono a occhio nudo: cioè che l'assenza di alternative azzera gli alibi e identifica con chiarezza la responsabilità del leader. Non a caso Renzi nel suo "patto" con gli elettori mette sul tavolo la sua stessa poltrona e dice: «Posso andare a casa domani». Oltre a questo ci sono fattori di rischio che Calise chiama "fattori M".
«Il fattore media e il fattore magistratura. Le spiego. L'esposizione personale del leader crea molte attese alimentate dai media che, però, con la facilità con cui si innamorano riescono a disinnamorarsi. Si ricordi, poi, che Berlusconi aveva ed ha i suoi media di riferimento, Renzi no».
E l'altro?
«È il fattore magistratura. La personalizzazione della politica espone un leader all'azione investigativa molto più di prima anche perchè privo dello scudo-partito. Uno scudo che ha avuto sempre la sinistra ma che Renzi non ha più».
Insomma, spariscono gli alibi e compare l'insidia di diventare «preda» dei "fattori M". Con qualche contromisura che Renzi può – o forse deve assolutamente – prendere.
«Direi che i punti di fragilità sono due: da un lato quella carica di aspettative che deve indurre il premier alla formazione di una squadra solida che lavori sui tanti e complicati dossier. Il presidente americano si prende qualche mese per la definizione del team. Sull'altra fragilità, quella che lo rende preda della magistratura, serve una corazza istituzionale. Non è un caso che sistemi di personalizzazione della politica abbiano assetti costituzionali coerenti: parlo di presidenzialismo, semipresidenzialismo o premierato forte. Se Sarkozy fosse stato in Italia sarebbe finito in galera e se Hollande fosse stato italiano con il 16% delle ultime europee a quest'ora staremmo già discutendo di elezioni a ottobre».
Esempi chiarissimi, che hanno una logica, ma che è stata sempre stata rifiutata.
«Guardi quando sento parlare di deriva autoritaria mi viene da ridere. C'è invece una responsabilità chiara, imputabile e dunque serve autorità. Ma siamo ancora in un dibattito vetero-costituzionalista mentre già tutto è cambiato: i partiti si sono sgretolati, l'elettorato è diventato volatile e trasversale catturato da quello che chiamiamo populismo e leaderismo».
E del resto la prova del nove sta proprio in quel balzo del Pd fatto solo in un anno, dal 25% circa al 41% circa.
«Renzi ha fatto approdare la sinistra a una fase post-sistemica in cui il punto politico non è la contrapposizione – berlusconismo e anti-berlusconismo – ma la capacità operativa del leader».
E che dice a Susanna Camusso che chiede un partito unico della sinistra?
«Auguri».
°°°
Marco Damilano
Matteo Renzi il populismo di governo che predilige Checco Zalone alle élites di sinistra
l'Espresso, 11 gennaio 2016
Morto il re, viva il re. È morto il partito, torna il sovrano. Il leader è il nuovo re, potentissimo e vulnerabile, nudo. E l’Italia di Matteo Renzi è laboratorio privilegiato di questo processo, scrive Mauro Calise, politologo dell’università di Napoli Federico II, inventore negli anni Novanta del “partito personale”, in libreria con il saggio “La democrazia del leader” (Laterza), destinato a far discutere. La spiegazione di sé che il renzismo non ha mai trovato (e che non ha mai voluto). Ma anche la denuncia dei limiti della leadership personale, la sua debolezza: «I cittadini chiedono sempre al leader di turno molto di più di quanto potrà fare».
La fine dei partiti è un fenomeno italiano?
«No. In tutta Europa siamo di fronte al tramonto dell’ultimo grande corpo collettivo, il partito. Una costruzione millenaria: per spersonalizzare il potere del sovrano ci sono voluti secoli, ora siamo al processo inverso. I partiti non hanno più il monopolio della rappresentanza e non fanno più sistema. In Inghilterra, patria del bipolarismo, ci sono ormai almeno cinque partiti. In Francia siamo al tutti contro Marine Le Pen. In Spagna le nuove liste come Podemos sono cresciute in maniera impetuosa e imprevista. In Germania mi chiedo cosa resterà dopo Angela Merkel. Si è segretolato il sistema».
Al suo posto cosa c’è?
«C’è il ritorno del potere monocratico. Un processo che è nato prima nella società: l’individuo, l’io narcisista, l’io che si esprime nella Rete. In questo habitat individualistico hanno trovato posto le leadership personalizzate. L’Italia ha avuto una forte accelerazione con Silvio Berlusconi, una forma vitalistica, anti-istituzionale, iper-comunicativa: il peggiore dei modi. Alla Francia è andata molto meglio, con la Quinta Repubblica De Gaulle ha trasformato la spinta della leadership carismatica in istituzione. Da noi Berlusconi non ha mai neppure provato a farlo. Sul piano storico Berlusconi non ha fallito per il bunga bunga, ma per non aver mutato la sua leadership da personale a istituzionale».
Renzi è l’erede di Berlusconi nella personalizzazione della leadership?
«Tra i due ci sono differenze enormi. Berlusconi primo ministro non è mai esistito, non ha lasciato traccia, non è stato per nulla decisionista. Berlusconi, più che un premier, è rimasto un capopartito, con la tendenza a fare il capopopolo. Renzi invece fa solo il primo ministro, dalla mattina alla sera. Lei che fa il giornalista può scrivere che lo fa bene o male, io che sono uno studioso devo far notare che lo spostamento della leadership sulla guida del governo è un fenomeno inedito. In altri Paesi sarebbe una non-notizia, qui da noi non era mai successo».
Renzi fa il premier, certo, ma non è immune da quello che lei definisce il «demone populista». «Un vortice di promesse» per conquistare un elettorato mutevole.
«Ovunque il populismo è la forma che si manifesta con la crisi della democrazia. È la forma egemone della politica contemporanea. Il punto è: come riesci a governarlo? E come si comporta il populismo quando vince le elezioni e arriva alla prova del governo. Renzi è senza dubbio un leader che conosce la retorica del populismo. Se la deve vedere, d’altra parte, con Beppe Grillo e con Matteo Salvini, che quanto a populismo non sono secondi a nessuno. Chi lo critica per questo dovrebbe poi spiegare con chi intende sconfiggere avversari di quella statura. Con Mario Monti? Con Enrico Letta? Il populismo va cavalcato senza farsi divorare».
C’è stato un momento in cui Renzi si è perso in questo labirinto? In cui il gioco di guidare dall’alto la rivolta anti-establishment gli si è ritorto contro?
«Il punto critico è l’operazione sulle banche di queste settimane. Contro il governo c’è una reazione tipicamente populista, la difesa dei risparmiatori truffati. E su questo Renzi è in evidente difficoltà, fatica a smarcarsi».
Chi sono i nemici del premier?
«Nessuno. È un’altra differenza con Berlusconi. Il capo di Forza Italia spaccava il Paese, o con lui o contro di lui, o berlusconiani o anti-berlusconiani. Renzi insegue consensi trasversali, vorrebbe parlare a tutti. Non divide, si identifica con tutto il popolo, il suo bersaglio sono i gufi, quelli che non vogliono il bene del Paese: le élites, meglio se di sinistra. E rappresenta gli italiani che vogliono le riforme, moderatamente. Sa chi rappresenta meglio di tutti questo stato d’animo? Checco Zalone. Sono andato a vedere il suo film il primo giorno. Sono uno zaloniano convinto, da sempre. C’è l’impiegato travolto dal taglio delle province che tutti volevano purché non toccasse a loro. Dentro ci trovi una fotografia. La Prima Repubblica, come dice l’inno del film, non si scorda mai...»
Per il 2016, però, il premier vuole che il referendum sia sulla Costituzione, ma anche sul suo operato. Sì o no: sulla riforma del Senato e su Renzi. L’atto di nascita del renzismo (e dell’anti-renzismo).
«Io credo che sia soprattutto un modo per bypassare le elezioni amministrative, molto difficili per lui. E sta scegliendo come terreno di confronto un tema, la riforma del Senato, che forse in altri tempi avrebbe appassionato, ma che oggi riscalda poco. Farà una campagna elettorale con pochi slogan e poco divisivi. Il cambiamento contro chi vuole frenare. Certo, è una competizione che all’improvviso può complicarsi, se ad esempio le amministrative dovessero andare molto male...».
I pericoli per Renzi vanno cercati fuori dal Parlamento. Lei lo definisce fattore M: magistratura e media.
«Governo e Parlamento sono le componenti del sistema legittimate dal voto dei cittadini. Le caratteristiche della magistratura e dell’informazione sono l’autonomia e l’indipendenza dagli altri poteri. Ma in presenza della crisi democratica la magistratura e l’informazione hanno esteso il loro potere. Pensi soltanto alle sentenze della Corte costituzionale che hanno cancellato la legge elettorale Porcellum o riscritto la riforma delle pensioni. Per non parlare delle inchieste della magistratura ordinaria, da Tangentopoli in poi. Sia chiaro: non chiedo una subordinazione della magistratura al potere politico, segnalo che il fattore M è per ogni leader il rischio da cui deve sapersi difendere».
Cosa significa il fatto che Renzi affidi molto potere al magistrato più popolare d’Italia, Raffaele Cantone?
«Credo che Cantone rappresenti un compromesso tra Renzi e il fattore M. Anche in questo vedo un parallelismo. Di Pietro era un capopopolo, come Berlusconi, e come lui fondò un partito personale. Cantone è, come Renzi, un uomo che si gioca la sua partita nelle istituzioni. Personalizza l’organismo che presiede. Non è un’authority impersonale, è una persona credibile con un capitale inestimabile: la fiducia».
I media sono la benzina nel motore del leader, nel momento della scalata. Poi, a potere conquistato, cominciano le lamentazioni: i talk parlano male del Paese, i giornalisti non mi capiscono...
«È il ciclo del carisma, Renzi non ne è esente. Il linguaggio dei media è individualistico, creano il leader e poi lo distruggono. Media e magistratura sono portati a concentrarsi sul leader. E quando le cose vanno male, quando il leader va sotto assedio, viene salvato da una corazza istituzionale o dal suo partito. Che nel caso italiano mancano completamente. È questo il tallone di Renzi, la sua debolezza».
Il Pd, il partito di cui Renzi è segretario, rischia di perdere le amministrative a Roma e a Napoli, dove si ripresenta Antonio Bassolino di cui lei fu consigliere. È lì che nel 2016 si rivelerà fragile?
«Su Roma Renzi poteva lasciare che se ne occupassero i romani o metterci la faccia. Invece ha fatto fuori Ignazio Marino senza avere soluzioni di ricambio in mano, un’operazione improvvisata. Su Napoli le idee sono ancora più confuse. Non gli fa piacere la candidatura di Bassolino, ma neppure la prospettiva di confezionare un’alternativa contro De Magistris che magari si rivelerà perdente. In questo c’è la solitudine del leader. I partiti erano sistemi fiduciari. Ma ora chi gli racconta come vanno le cose fuori da Roma? Dov’è la sua intelligence? Il suo Ponte delle spie? Film per film, meglio Zalone».
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