venerdì 13 giugno 2014

La Cina venticinque anni dopo Tienanmen

Piero Fornara  
Capire l'ascesa della Cina da Mao a oggi, 25 anni dopo piazza Tienanmen
Il Sole 24 ore, 4 giugno 2014

Il 4 giugno 1989 a Pechino, nelle prime ore del mattino, la speranza di una "primavera democratica" cinese si spegneva nel sangue, tra lo sdegno dell'opinione pubblica mondiale e la condanna (più formale che reale) dei governi occidentali. A distanza di venticinque anni non è possibile stabilire con precisione il numero dei caduti sotto i colpi dei soldati, che sparavano anche con le mitragliatrici, o travolti dai carri armati (le stime delle vittime vanno da alcune centinaia ad alcune migliaia).
In vista dell'anniversario della strage di piazza Tienanmen, nelle ultime settimane sarebbero stati arrestati una ventina di accademici, avvocati e artisti vicini alla dissidenza. Anche numerosi siti internet di Google sono stati bloccati dalle autorità cinesi. Lo ha reso noto un gruppo di monitoraggio della censura, "GreatFire.org", secondo cui risultano bloccate le versioni oltreoceano di Google, accessibili in Cina dopo che il gigante di internet aveva abbandonato il continente nel 2010 proprio per la censura.
Nel 1989 la scintilla che avrebbe acceso la rivolta era scoppiata nella seconda metà di aprile, durante il funerale del "riformista" Hu Yaobang, una delle menti più aperte della leadership cinese dell'epoca, epurato per le sue posizioni liberali. La notizia della sua morte per infarto aveva creato grande emozione tra gli studenti e tra coloro che - in un Paese che già da un decennio aveva iniziato a seguire l'esortazione di Deng Xiaoping ("arricchitevi!") - oltre alla libertà economica avevano a cuore anche quella politica. Hu, ex delfino di Mao Zedong, esponente illuminato del Partito comunista, del quale era stato segretario generale, incarnava l'ideale del leader moderno che avrebbe potuto imprimere un passo nuovo all'impetuoso sviluppo della Cina.
Quanti volevano ricordarlo iniziarono a radunarsi in piazza Tienanmen a Pechino. Allora non esistevano i telefoni cellulari o i social media e non c'era Weibo, il mix cinese tra Facebook e Twitter, che oggi le autorità comuniste tentano di tenere sotto controllo: si faceva affidamento sul passaparola. I manifestanti chiedevano al Partito di assumere una posizione ufficiale nei confronti di Hu, che già tre anni prima, nel 1986, aveva sostenuto le proteste degli studenti, pagando il prezzo dell'emarginazione politica.
Come ricorda Linda Benson nel libro «La Cina dal 1949 a oggi», pubblicato di recente nelle edizioni del Mulino, «il Pcc doveva affrontare chiaramente una situazione difficile, che si complicò ulteriormente in vista dell'arrivo a Pechino di Michail Gorbaciov, l'architetto delle riforme sovietiche: a metà maggio infatti, per la prima volta dal 1959, un capo di Stato dell'Urss avrebbe visitato la Cina. (…) Alla fine la visita di Gorbaciov si svolse come da programma, ma i consueti cerimoniali di benvenuto in piazza Tienanmen dovettero essere sospesi, mentre le televisioni internazionali riprendevano gli studenti che esponevano cartelli inneggianti alla "perestrojka" e alla "glasnost", con grande imbarazzo da parte dei dirigenti del Partito».
Dopo che Deng Xiaoping (artefice delle riforme economiche e dell'apertura della Cina verso l'Occidente) aveva dichiarato che bisognava fermare la protesta degli studenti e degli intellettuali, il 20 maggio a Pechino veniva proclamata la legge marziale. «Nel comitato centrale del Partito – prosegue l'autrice del nostro libro - solo Zhao Ziyang, che sembrava essere il successore designato di Deng, votò contro, ma questo atto gli costò il posto: il 24 maggio fu destituito dalla carica di segretario generale e in seguito posto agli arresti domiciliari (dove rimarrà fino alla sua morte nel 2006)». Il 3 giugno le truppe giunte a Pechino dalle altre regioni della Cina cominciarono a convergere verso il centro della città. Nella notte aprirono il fuoco sui manifestanti.
Soltanto i negoziati dell'ultimo minuto fra le forze armate e gli ultimi dimostranti rimasti nel lato sud di piazza Tienanmen permisero a questi di ritirarsi. Il controllo del Paese resterà nelle mani degli uomini di Deng, Li Peng e Jiang Zemin, ma il sogno di una Cina democratica diventerà molto più lontano.
La traiettoria del libro di Linda Benson, che insegna Storia cinese presso la Oakland University negli Stati Uniti, prende le mosse dall'instaurarsi del regime comunista di Mao nel 1949 per concludersi con un'analisi delle grandi sfide che il paese si trova oggi ad affrontare, al proprio interno e nell'arena internazionale.
Lo spettacolare emergere della Cina come potenza economica mondiale è uno dei fenomeni più rilevanti dell'epoca attuale. Nella prima metà del Novecento milioni di cinesi vivevano ancora in povertà, nelle campagne come nelle città. Grazie alla crescita tecnologica e industriale la società cinese può godere di un benessere mai sinora sperimentato. Alla fine di aprile uno studio della Banca mondiale, elaborato nell'ambito dell'International Comparison Program, ha persino stimato che entro la fine di quest'anno il Pil cinese – valutato a parità di potere d'acquisto – potrebbe già superare quello americano.
Contestualmente sono però cresciuti anche i timori sul modello di "sviluppo pacifico" della Cina come prossima superpotenza. «L'Occidente – scrive la Benson nel capitolo conclusivo – continua a guardare con sospetto al ruolo del Pcc e al suo controllo sul governo cinese (…) inconciliabile con l'idea di buon governo e di rispetto dei diritti umani fondamentali». Nel suo ultimo numero, il settimanale «The Economist» scrive che la Cina, dai fatti di piazza Tienanmen a oggi, ha vissuto un periodo di prolungata stabilità e che la leadership dell'attuale presidente Xi Jinping può essere considerata altrettanto forte quanto quella di cui disponeva allora Deng Xiaoping.
Tuttavia non mancano le incognite. «Il divario fra la realtà urbana e quella rurale rimane uno dei problemi più gravi che il governo deve affrontare, perché la grande maggioranza della popolazione non ha ancora beneficiato delle nuove ricchezze». Vi sono poi all'interno dell'opinione pubblica tendenze di altra natura, «come la mancanza di trasparenza che ha permesso quelle forme di corruzione che hanno fatto accumulare fortune personali a chi era ben inserito nel sistema». Se nel prossimo futuro il governo di Pechino non riuscirà ad assicurare un tenore di vita accettabile per la maggior parte della popolazione e se le pratiche di corruzione dovessero continuare, «il Partito potrebbe avere difficoltà nel mantenersi al potere come legittima autorità».
 
Linda Benson
«La Cina dal 1949 a oggi»
Il Mulino, Bologna, pagg. 223, € 15,00