lunedì 19 maggio 2014
Bobbio si misura con Marx
Essere marxista secondo Bobbio I testi inediti dello studioso radunati in un volumetto I curatori - Cesare Pianciola e Franco Sbarberi - hanno selezionato dall'archivio scritti tra il 1949 e il 1991 incentrati sul filosofo tedesco
l'Unità, 12 aprile 2014
Quattrocentotrenta faldoni e quattromila unità archivistiche. E i faldoni numerati hanno un nome ricavato dal posto in cui stavano in origine: «stanza corridoio, stanza laboratorio» etc. Scarne note da catasto, che ci parlano però di qualcosa di vitale. Sono i numeri e i luoghi dell'archivio di Norberto Bobbio, oggi al centro Gobetti, e proveniente da un primo archivio: casa Bobbio in Via Sacchi a Torino (perciò le stanze e i corridoi). Dal coacervo ben ordinato, Cesare Pianciola e Franco Sbarberi hanno tratto per Donzelli un volumetto. Di eminente valore filologico e non solo: Norberto Bobbio, scritti su Marx. Dialettica, stato e società civile (pp.128, Euro, 19,50). Val la pena di possederlo, nonché di leggerlo. Poiché si tratta di testi inediti del filosofo scomparso nel 2004. Conferenze, scalette, appunti per saggi e lezioni, lettere, in un arco di tempo dal 1949 al 1991. Una scelta che tralascia foglietti più minuti e corrispondenza varia. E si concentra su un certo asse strutturato del laboratorio inedito di Bobbio. L'asse si chiama Karl Marx, gioia e tormento del filosofo, che con Marx si misurò tutta la vita, e ancor di più allorché le sue dottrine si inabissarono (dopo il 1989). Proviamo a isolare qualche punto. Bobbio fu socialista liberale ed azionista. Il primo a tradurre in Italia Popper ma anche il primo fin dal 1949 a misurarsi con il giovane Marx e a curarlo per Einaudi. Siamo ben prima del pur grande Della Volpe, che agli «scritti giovanili» si dedicò con dottrina e genio. Quel Della Volpe marxista che con Togliatti fu avversario di Bobbio, sull'autonomia della cultura dalla politica. Tutto questo ritorna nella fucina del libro, e alla radice dei problemi. Marx, scriveva Bobbio, prima di uscire allo scoperto, è dapprima filosofo anti-filosofo dell'«autocoscienza». Che inclina verso il messianismo e il finalismo. E che però in seguito accede a un punto di vista sociologico e critico contro una ben precisa «alienazione»: non più solo hegeliana o speculativa. Alienazione capitalistica e incarnata dalle merci. Ecco il nesso già intravisto da Lukàcs tra umanesimo e critica del capitalismo. Senza finalismo e necessità intrinseca altresì. E senza voler essere scienza esatta o fatalistica, scrive Bobbio. Si gettano così le basi negli inediti di una feconda distinzione: il Marx profetico e il Marx critico. Il Marx quasi scienziato e quello biblico e totalizzante. Tutti temi che torneranno in fine anni 60 nel famoso Da Hobbes a Marx di Bobbio stesso, o nella celebre querelle di Colletti del 1974 sulla pseudo scienza in Marx, viziata appunto dalla «dialettica» (non scientifica, né logica per definizione). Bobbio però, al contrario di Colletti, fin dall'inizio tiene ferme alcune distinzioni. Primo: il finalismo non inficia la critica all'alienazione. Secondo: la dialettica è scienza dell'argomentare in virtù del «principio di non contraddizione». Che funziona bene in Marx nella denuncia dell'alienazione della coscienza, rivelando scarti, conflitti e ineguaglianze in cerca di riscatto. E non funziona però come rovesciamento totalizzante dei conflitti. Dunque, «Né con Marx né contro Marx», per citare il titolo di una raccolta bobbiana curata da Carlo Violi. A conferma di una vocazione critica che vide Bobbio accanto alla sinistra storica. E in perenne funzione di pungolo. Sulla democrazia, sulla libertà, sull'assenza di una teoria dello stato in Marx. Fomite di totalitarismo oltre le intenzioni marxiane. Un tema quest'ultimo, giocato contro Althusser, Guastini e Poulantzas e che divenne cavallo di battaglia della polemica tra comunisti e socialisti di fine anni '70 (Quale socialismo?). Bobbio «revisionista» quindi, ma mai post-azionista velleitario o decisionista. Anzi, difensore di partiti, parlamento e corpi intermedi. Dentro le regole della democrazia. Contro populismo e carismatismo. E con una certa idea di socialismo, vicina a Rosselli e non a La Malfa: il socialismo come «via» alla libertà della persona. Come mezzo e non «fine» chiuso. Insomma, socialismo non «liberal», né posticcio «liberismo sociale». E con chiara distinzione destra/sinistra. Idea ben compendiata dalla citazione di Jon Elster, apposta nel 1997 da Bobbio alla prefazione della raccolta di Violi: «Non è possibile essere marxisti nel senso tradizionale... io credo sia possibile essere marxisti in un senso differente del termine... la critica dell'alienazione e dello sfruttamento rimane centrale».
Nadia Urbinati
Dall’antifascismo militante al movimento studentesco Negli inediti dello storico e filosofo italiano le fasi di un lungo studio Bobbio-Marx tre incontri cruciali
(Scritti su Marx, Norberto Bobbio, Donzelli, pagg. 132, euro 19,50)
la Repubblica, 18 maggio 2014
CHI «entra nel labirinto dell’opera di Bobbio si accorge presto che Marx non è indicato tra gli autori prediletti», eppure egli è sempre stato “affascinato” dal suo pensiero politico e filosofico. Così Cesare Pianciola e Franco Sbarberi introducono questa antologia di scritti inediti di Norberto Bobbio. I suoi “incontri” con Marx hanno coinciso con momenti cruciali della storia nazionale, a dimostrazione del fatto che le idee di Marx non hanno solo suggerito interpretazioni della società, ma ispirato l’azione politica stessa, di movimenti e partiti.
Tre sono stati i “momenti cruciali” dell’incontro: “l’antifascismo militante” (1941-42), i “problemi della ricostruzione” (1945-50) e il movimento di contestazione degli anni ’60 e ’70. Tre momenti e tre piani di discussione su Marx: la sua filosofia della storia e quindi la via al socialismo; la sua scienza della società e quindi la totalità della dialettica; la sua visione politica e quindi il ruolo dello stato. Questi testi inediti testimoniano le tappe di questa ricerca e ci consegnano un Bobbio che legge Marx in chiave liberalsocialista centrata sul primato del potere economico, la diagnosi critica della riduzione del lavoro a merce, e la ricerca di una società nella quale l’individuo dovrebbe godere della libertà che il liberalismo ha promesso senza riuscire a garantire.
Emerge anche come Bobbio abbia riconosciuto il valore originario del movimento studentesco. È noto come avesse a più riprese criticato la democrazia assemblearistica e leaderistica del movimento. Ora, i curatori ci consegnano un Bobbio per nulla professorone pieno di certezze su quel che era vivo e morto della sinistra, ma al contrario un contestatore al pari degli studenti che lo contestavano quando si trattava di chiedere (come si legge in una lettera inedita a Pietro Nenni del dicembre 1967) “una maggiore moralizzazione della vita universitaria” o di criticare i colleghi che avevano “rivendicato il diritto di essere contemporaneamente deputati e professori”.
Andare contro corrente è stato uno stile del pensare critico di Bobbio. Come Politica e cultura (1955) maturò nel corso del dialogo con il marxismo e i comunisti nell’età della guerra fredda, Il futuro della democrazia (1984) è stata l’esito delle riflessioni su marxismo e democrazia sollevate dal movimento di contestazione; di qui la sua diagnosi dei tre maggiori problemi della democrazia rappresentativa: la “partecipazione distorta”, il “controllo inefficace” e il “dissenso limitato”. Problemi che sono ancora qui, aggravati, e che il professore ci aiuta a riesaminare. I problemi sono seri e enormi, scriveva, e “ogni forma di semplificazione” o di “ricerca delle scorciatoie” è “perfettamente inutile e imprudente”.
domenica 18 maggio 2014
L'effetto Tsipras in Europa
L'«effet Tsipras» donne des ailes à la gauche de la gauche en Europe
Le Monde, 17 juillet 2014
sabato 17 maggio 2014
L'uccisione di Giovanni Gentile
Omicidio Gentile, cinque obiezioni
il manifesto Alias, 11 maggio 2014
E' singolare che di fronte a un omicidio politico apertamente e quasi orgogliosamente rivendicato dai comunisti siano sorti tanti dubbi e ipotesi stravaganti. Si parla dell’uccisione di Giovanni Gentile, eseguita da un comando dei GAP il 15 aprile 1944. Aveva cominciato nel 1985 Luciano Canfora (La sentenza, edizioni Sellerio), che però era partito da un problema reale: l’aggiunta finale di Girolamo Li Causi a un articolo di condanna di Gentile scritto da Concetto Marchesi e che poteva suonare appunto come una sentenza di morte. Poi si sono aggiunti nel tempo testi di vari autori che hanno finito per dar vita a un cospicuo filone di letteratura complottistica.
Il massiccio libro di Luciano Mecacci (La Ghirlanda fiorentina e la morte di Giovanni Gentile, Adelphi, pp. 520, euro 25,00), se da un lato suscita sincera ammirazione per lo sforzo fatto dall’autore di ricostruire tutte le possibili piste che si dipanano attorno all’evento, sia pure solo ipotetiche e debolmente indiziarie, dall’altro lascia nel lettore una sensazione inevitabile di inconcludenza. Alla fine non veniamo a sapere in realtà molto più di quanto non sapessimo sull’evento in sé, se non su dettagli secondari, anche se apprendiamo moltissimo su personaggi come Mario Manlio Rossi, forse in contatto con i servizi segreti inglesi, e sulla sua inimicizia con Eugenio Garin; e sullo scozzese John Purvis, anch’egli forse reclutato dai servizi, che nel 1938 venne a Firenze e prese appunti su molti intellettuali fiorentini, in un taccuino cui dette il nome di «Ghirlanda fiorentina» (di qui il titolo del libro).
La corposa indagine di Mecacci prende avvio da un cenno di Cesare Luporini a «cose che forse ancora non si possono dire» riguardo all’omicidio Gentile, pronunciato in una intervista radiofonica del 1989. Purtroppo non sapremo mai a cosa in particolare volesse riferirsi. Sappiamo che Luporini, legato da affetto e riconoscenza nei confronti di Gentile, si era recato a trovare il più anziano filosofo nella sua villa per tentare di dissuaderlo dall’esposizione vistosa in difesa di Mussolini e della RSI a cui si era prestato.
Gentile del resto era stato detentore di un immenso potere nella cultura italiana nel tempo del fascismo: sul piano politico, accademico, editoriale. Attraverso l’Enciclopedia italiana aveva intrattenuto rapporti con quasi tutta l’intellettualità italiana, anche non fascista, con attitudine certamente improntata a liberalità, ma che era stata in verità caratteristica della politica culturale fascista nei suoi aspetti più coinvolgenti: lo stesso atteggiamento era stato tenuto da Gioacchino Volpe nell’organizzazione degli studi storici e in maniera ancor più spregiudicata da Giuseppe Bottai, soprattutto negli anni di «Primato». Non meraviglia quindi che il meglio della nostra cultura avesse avuto, e in parte mantenesse ancora, rapporti di complessa vicinanza con Gentile. E quindi non stupisce che moltissimi intellettuali si trovino chiamati in causa in questo libro, anche se il nesso a volte sfugge: non solo Luporini e Garin, ma anche Antonio Banfi, Guido Calogero, Ranuccio Bianchi Bandinelli, e stranieri ai margini del quadro come Bernard Berenson e Igor Markevitch. E c’era anche l’immancabile Licio Gelli, che indubbiamente si trovava in Toscana e trafficava tra repubblichini e alleati.
Ovviamente si abbonda nell’accusa agli intellettuali di aver voltato gabbana (cosa che in realtà può dirsi per la stragrande maggioranza della popolazione italiana) e si asserisce più volte, sulla scorta per la verità di altri autori, che il silenzio degli intellettuali è una conferma della loro implicazione, che è argomentazione dalla logica decisamente premoderna.
L’autore fa ricorso alla metafora dei cerchi nell’acqua, «per cui si parte da un cerchio interno… da cui si irradia il movimento dei cerchi più periferici, fino ad arrivare all’ultimo cerchio, quello dei gappisti, che infine provoca l’onda distruttiva». Quindi ci sono esecutori, mandanti, complici. Se la prima categoria risulta fin dall’inizio pacifica e rivendicata, le altre due, e soprattutto l’ultima, sono invece vaghissime. Nell’impossibilità di entrare nel dettaglio di un libro molto complesso, mi limiterei a qualche osservazione di carattere generale e dettata soprattutto dal buon senso.
1. Va sottolineata la straordinaria facilità dell’atto, che non richiedeva grande organizzazione. Qui non ci troviamo di fronte ad alcuna «geometrica potenza», come nel caso Moro, che viene evocato a sproposito. Un piccolo gruppo di gappisti in «divisa» da studenti e con i libri bene in vista blocca una macchina di fronte a un cancello e fa fuoco sul passeggero. Gentile era completamente indifeso, e pur essendo personalità di grande rilievo nella Repubblica sociale non aveva alcuna scorta. Se si pensa che una settimana prima il suo segretario era stato rastrellato e fucilato da tedeschi e fascisti, si comprenderà come prima che giungesse la rivendicazione dei Gap si fossero diffuse molte voci su un regolamento di conti all’interno del fascismo di Salò.
2. Sulla questione di un atto voluto dai servizi inglesi, per bloccare la «pacificazione nazionale» perseguita da Gentile e che avrebbe potuto portare a una pace separata, c’è da obiettare in primo luogo che non si capisce perché agli inglesi dovesse risultare sgradita questa ipotesi. Ma soprattutto bisogna ricordare in cosa consistesse la pacificazione propagandata con enfasi da Gentile. Nei suoi interventi pubblici degli ultimi mesi il filosofo aveva invocato la «concordia», dopo «l’ubriacatura dei quarantacinque giorni», la necessità di superare le lotte interne «tranne quella vitale contro i sobillatori, i traditori, venduti o in buona fede, ma sadisticamente ebbri di sterminio», cioè i partigiani. Ancora nel suo ultimo intervento di rilievo del 19 marzo, inaugurando l’Accademia d’Italia e commemorando Vico, aveva invitato alla pacificazione degli animi, ma sotto la guida di Mussolini «voce antica e sempre viva della Patria» e a fianco del «Condottiero della grande Germania». I suoi toni erano certo diversi rispetto a quelli del fascismo repubblichino più fanatico, ma la linea che proponeva non differiva sostanzialmente da quella di Mussolini. Certamente gli attacchi del colonnello Stevens da Radio Londra contribuirono a fare di Gentile un bersaglio evidente, ma non bastano a indicare gli inglesi come «mandanti» dell’esecuzione.
3. Altro tema ricorrente e fantasioso in questa letteratura è quello dell’omicidio ordinato da Togliatti per «impadronirsi» della mitica «egemonia culturale» sbarazzandosi dell’ostacolo più ingente che si frapponeva. C’è qui un duplice equivoco, il primo vistoso, il secondo più sottile. Pensare che Giovanni Gentile avrebbe potuto esercitare un ruolo di rilievo nella cultura italiana del dopoguerra è del tutto irrealistico. Un’avvisaglia esplicita di ciò che attendeva Gentile si era avuta nella risposta durissima e sferzante del ministro badogliano Leonardo Severi, resa pubblica nell’agosto 1943 in risposta a una profferta di «consigli» da parte di Gentile. Ed era stata già avviata la procedura di epurazione del filosofo dall’Università. Potremmo dire anzi che la fine tragica risparmiò a Gentile un futuro di umiliazioni avvilenti.
Quanto a Togliatti, invece, va ricordato che era appena tornato in Italia con una visione molto sommaria della cultura italiana, che immaginava completamente succube dell’egemonia crociana. Si lanciò in attacchi molto violenti nei confronti di Croce, al punto da provocare quasi una crisi nel governo Badoglio (Togliatti e Croce erano entrambi ministri), che si compose solo con le scuse del leader del Pci. Soltanto nell’aprile 1952 Togliatti modificò la sua interpretazione, riconoscendo che l’egemonia culturale durante il fascismo era stata soprattutto dell’«idealismo attuale», cioè gentiliana.
4. Si trascura o si ignora una caratteristica fondamentale del comunismo fiorentino, che era il suo carattere rigidamente «proletario», nel significato che il termine poteva assumere in una città senza grandi insediamenti industriali, ma che implicava in ogni caso una connotazione fortemente anti-intellettualistica. Anche di qui una forte diffidenza nei confronti degli azionisti fiorentini, considerati intellettuali borghesi, che sarebbe proseguita a lungo nel dopoguerra. Il solo Romano Bilenchi aveva rapporti col mondo dei gappisti, di cui avrebbe ricostruito la storia. Luporini non era iscritto al partito ma sarebbe stato ammesso molto più tardi, con qualche difficoltà e per intercessione di Bilenchi.
Anche Ranuccio Bianchi Bandinelli non era iscritto nell’aprile del 1944, se pure era stimato e ascoltato nella piccola cerchia comunista. In ogni caso è impensabile che decisioni della portata dell’uccisione di Gentile potessero venire assunte dietro impulso decisivo degli intellettuali più o meno vicini al partito. Più sensato è il rinvio a un influsso dell’ambiente milanese, dove si trovava il centro e il cuore dell’attività di propaganda e orientamento del Pci nell’Italia occupata (e dove anche l’ambiente azionista era molto distante da un rapporto di familiarità con Gentile, come dimostrò l’approvazione dell’attentato, in netto contrasto con l’atteggiamento dell’azionismo fiorentino).
5. Quanto alla «eccezionalità» incomprensibile dell’assassinio di un intellettuale, va ricordato che due mesi dopo Marc Bloch verrà torturato e fucilato dai nazisti, e che un anno dopo Huizinga morirà prigioniero dei tedeschi. Nella nuova generazione di intellettuali si ricorderà che Giaime Pintor era caduto in azione il 1° dicembre del 1943 (e Gentile ne era stato informato dall’amico Fortunato Pintor) e che Eugenio Curiel, citato qui per il duro articolo Senza necrologio scritto in morte di Gentile, sarebbe stato ucciso dai fascisti nel febbraio del 1945. Gentile, in ogni caso, non può essere considerato un «normale» intellettuale dedito esclusivamente ai suoi studi: era stato ideologo del regime e ministro, grande organizzatore della cultura fascista, e aveva accettato la carica di presidente dell’Accademia d’Italia restaurata dal regime di Salò.
Forse alla fine bisognerà rassegnarsi all’evidenza e a considerare l’uccisione di Gentile semplicemente come una delle tante esecuzioni di collaborazionisti avvenute nel corso della Resistenza europea.
venerdì 16 maggio 2014
L'incipit dell'Eneide
Arma virumque cano, Troiae qui primus ab oris
Italiam fato profugus Laviniaque venit
litora, multum ille et terris iactatus et alto
vi superum, saevae memorem Iunonis ob iram,
multa quoque et bello passus, dum conderet urbem
inferretque deos Latio; genus unde Latinum
Albanique patres atque altae moenia Romae.
Musa, mihi causas memora, quo numine laeso,
quidve dolens, regina deum tot volvere casus
insignem pietate virum, tot adire labores
impulerit. Tantaene animis caelestibus irae?
traduzione di Annibal Caro
L’armi canto e ’l valor del grand’eroe
Che pria da Troia, per destino, ai liti
D’Italia e di Lavinio errando venne;
E quanto errò, quanto sofferse, in quanti
E di terra e di mar perigli incorse,
Come il traea l’insuperabil forza
Del cielo, e di Giunon l’ira tenace;
E con che dura e sanguinosa guerra
Fondò la sua cittade, e gli suoi Dei
Ripose in Lazio: onde cotanto crebbe
Il nome de’ Latini, il regno d’Alba,
E le mura e l’imperio alto di Roma.
Musa, tu che di ciò sai le cagioni,
Tu le mi detta. Qual dolor, qual’onta
Fece la Dea ch’è pur donna e regina
Degli altri Dei, sì nequitosa ed empia
Contra un sì pio? Qual suo nume l’espose
Per tanti casi a tanti affanni? Ahi! tanto
Possono ancor là su l’ire e gli sdegni?
traduzione di Luca Canali
Canto le armi e l'uomo che per primo dalle terre di Troia
raggiunse esule l'Italia per volere del fato e le sponde
lavinie, molto per forza di dei travagliato in terra
e in mare, e per la memore ira della crudele Giunone,
e molto avendo sofferto in guerra, pur di fondare
la città, e introdurre nel Lazio i Penati, di dove la stirpe
latina, e i padri albani e le mura dell'alta Roma.
O Musa, dimmi le cause, per quali offese al suo nume,
di cosa dolendosi, la regina degli dei costrinse un uomo
insigne per pietà a trascorrere tante sventure, ad imbattersi
in tanti travagli? Tali nell'animo dei celesti le ire?
traduzione di Pier Paolo Pasolini
Canto
la lotta di un uomo che, profugo da Troia
la
storia spinse per primo alle sponde del Lazio:
la
violenza celeste, e il rancore di una dea nemica,
lo
trascinarono da un mare all’altro, da una terra
all’altra,
di guerra in guerra, prima di fondare la sua città
e
di portare nel Lazio la sua religione: origine
del
popolo latino, e albano, e della suprema Roma.
Tu,
spirito, esponi le intime cause: per quale offesa
o
per quale dolore, la regina degli dèi obligò quell’uomo
così
religioso, a dover affrontare tanti casi, tante
fatiche:
miseria di passioni nei cuori celesti!
Traduzione di Enzio Cetrangolo
L'uomo guerriero, il profugo io canto che primo
dalle spiagge di Troia giunse fatalmente in Italia
sui lidi di Lavinio; molto e per terre e per mari
quello fu sbalestrato da Numi celesti a causa dell'ira
lunga di Giunone; e molto in guerra anche sofferse
per fondare la nuova città e condurre i Penati
nel Lazio; da cui la stirpe latina e i padri
Albani provennero e dell'alta Roma le mura.
Musa, e tu dimmi di questo le cause: per quale
offesa o dolore colei ch'è regina dei Numi
costrinse quell'uomo di fede profonda a passare
per tanti pericoli, a subire tanti travagli.
Un'ira sì grave nei petti celesti permane?
martedì 13 maggio 2014
Gramsci lettore di Dante
dicesti "elli ebbe"? non viv’elli ancora?
non fiere li occhi suoi lo dolce lume?". 69
Quando s’accorse d’alcuna dimora
ch’io facëa dinanzi a la risposta,
supin ricadde e più non parve fora. 72
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... In questo frangente drammatico, Nino scrive un illuminante commento al X canto dell'Inferno, erroneamente considerato «il canto di Farinata»: egli fa infatti notare come sia quella di Cavalcante Cavalcanti la figura più significativa dell'episodio ambientato nel cerchio eretici, per la sua amorosa preoccupazione per il figlio Guido di cui ignora la sorte, e non Farinata, che resta una figura convenzionale di politico militante, irrigidita da un ideologismo esibito nel suo “comizio” recitato dalla tomba. Franco Lo Piparo, in un capitolo del suo appassionato saggio dedicato al Professor Gramsci e Wittgenstein (Donzelli), fa notare come Nino si sentisse anche lui un eretico relegato in un «cieco carcere».
Armando Massarenti
Da Gramsci a Wittgenstein (via Sraffa)
Il Sole 24 ore, 15 giugno 2014
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sabato 10 maggio 2014
Il disincanto democratico
Democrazia il paradosso dell'antipolitica
la Repubblica, 15 dicembre 2008
«La democrazia non è solamente il voto nell'urna. Nella complessità del mondo contemporaneo, la vita democratica si decentra, dando vita a una varietà di azioni e istituzioni al di là del solo suffragio universale». È questa la conclusione cui è giunto Pierre Rosanvallon, lo studioso francese che insegna al Collège de France ed oggi considerato uno dei più influenti intellettuali d' Oltralpe. Lo spiega in un volume appena pubblicato in Francia, La légimité démocratique (Seuil, pagg. 380, 21 euro), che fa seguito a un altro corposo saggio intitolato La politica nell' era della sfiducia, in procinto di essere pubblicato in Italia da Città Aperta, aggiungendosi così ai precedenti Il popolo introvabile (Il Mulino) e Il Politico, storia di un concetto (Rubettino).
«Il disincanto democratico è oggi un'evidenza. I cittadini votano meno che in passato e soprattutto in modo diverso», spiega Rosanvallon, che ha anche creato la République des idées, un importante spazio di riflessione, dotato di un sito web e di una collana di libri. «Oggi il voto non è più un momento d'identificazione con un gruppo sociale, un territorio o un partito politico. Il voto ha cambiato natura. In passato era la manifestazione di un'identità sociale, oggi esprime un'opinione individuale. Questa trasformazione è accompagnata da una crescente disaffezione nei confronti dei partiti politici e dalla crisi dello stato inteso come amministrazione dell' interesse comune».
Il disincanto democratico favorisce il disinteresse per la cosa pubblica?
«Non credo, dato che i cittadini manifestano la loro implicazione nella vita collettiva in altro modo. Tra un'elezione e l'altra, la vitalità democratica prende altre forme, che nel volume La politica nell' era della sfiducia ho designato con il termine "controdemocrazia", un termine forte e volutamente ambiguo».
Di che si tratta?
«La "controdemocrazia" è costituita dall'insieme delle attività che non mirano ad associare il cittadino all' esercizio del potere, ma a organizzare il suo controllo su chi governa. E' impossibile che tutti partecipino direttamente alle decisioni politiche, ma tutti possono esprimere opinioni critiche e partecipare alla vigilanza civica nei confronti del potere. Naturalmente queste attività possono essere molteplici, a cominciare da quelle di sorveglianza, notazione e convalida delle procedure democratiche. Si tratta di modalità più o meno formalmente costituite, i cui attori possono essere le associazioni, la stampa o anche i singoli cittadini su internet».
Lei parla anche di sovranità negativa...
«È quella che i cittadini manifestano rifiutando alcune scelte governative. I primi teorici della democrazia pensavano che la democrazia si fondasse essenzialmente sul consenso silenzioso dei cittadini, oggi invece ci rendiamo conto che nell' attività democratica, accanto al consenso, svolge un ruolo essenziale il dissenso. Già Montesquieu sottolineava la dissimmetria tra facoltà d' impedire e facoltà d'agire, in democrazia. E' infatti molto più facile misurare i risultati ottenuti sul versante del disaccordo che su quello della proposta costruttiva. Se si riesce a bloccare una decisione del potere, i risultati si vedono subito, mentre per promuovere una legge spesso occorrono anni prima di vedere i risultati».
Quali sono le altre forme della controdemocrazia?
«Un'altra componente importante è l'esercizio che mira a mettere sotto accusa il potere. Il modello del processo, fuoriuscendo dall'ambito giudiziario, si è diffuso in tutta la società. L'atteggiamento accusatorio una volta era al centro del ruolo dell' opposizione parlamentare, col tempo però si è disseminato in tutta società, diventando un patrimonio collettivo».
Opponendosi al palazzo, la società civile sceglie a volte forme che alimentano l'antipolitica. Non è un rischio?
«Effettivamente è un rischio oggi assai diffuso. Le attività che chiamo controdemocratiche hanno sempre un carattere ambiguo. Se da un lato, infatti, queste possono essere utili a rafforzare la democrazia, stimolandola positivamente; dall' altro, possono anche indebolirla, alimentando l' antipolitica. La controdemocrazia positiva sottomette il potere a prove che lo costringano a realizzare meglio la sua missione al servizio della società. La vigilanza e la critica creano infatti vincoli virtuosi. La controdemocrazia negativa invece scava un solco sempre più profondo tra il potere e la società, allargando la distanza tra i cittadini e i politici. Il paradosso dell' antipolitica è che rende il potere sempre più distante e quindi intoccabile. La sua critica radicale non produce un'appropriazione sociale, ma una situazione in cui i cittadini sono sempre più espropriati dei procedimenti democratici. Nasce da qui quel populismo "dal basso", le cui forme sono diverse dal populismo tradizionale del XIX secolo».
Questa ambivalenza della controdemocrazia è una novità dei nostri giorni?
«No, la sua ambiguità era già evidente durante la rivoluzione francese. A quei tempi, il grande teorico della sorveglianza del potere è Condorcet, per il quale chi governa deve essere giudicato di continuo. Per lui, non esiste un potere buono in sé solo perché è stato eletto democraticamente. La democrazia esiste solo nell' interazione continua tra le istituzioni che governano e le procedure che ne regolano e ne controllano le attività. Accanto a Condorcet, però, agisce Marat, l' amico del popolo, il quale denigra di continuo la politica, trasformando coloro che governano in un' incarnazione del male da cui la società non potrà mai aspettarsi nulla di buono».
In Italia, il populismo tradizionale e quello nato dalla controdemocrazia sembrano oggi coesistere... «Quando queste due forme di populismo si sovrappongono, si rischia d' innescare un pericoloso meccanismo di disgregazione del tessuto democratico. La democrazia dovrebbe essere un movimento di appropriazione sociale delle decisioni collettive, il populismo però espropria sempre il popolo di tali decisioni. Spesso chi critica i partiti ritiene che la società civile possa essere autosufficiente, ma è un' illusione pensare che la democrazia possa ridursi alla sola società civile. La democrazia è sempre un faccia a faccia tra governo e società, tra decisioni e consenso».
Nel suo nuovo libro, La légitimité démocratique, lei sostiene che il suffragio universale non basta più a legittimare la democrazia. Quali sono le altre forme di legittimazione democratica?
«In passato - in un contesto sociale, economico e ideologico più stabile - era più facile immaginare la continuità tra il voto e le politiche che avrebbero fatto seguito. Oggi le elezioni sono diventate un semplice processo di nomina che anticipa sempre meno le scelte a venire. Una volta si votava per un progetto, oggi per un uomo. Di conseguenza, il suffragio universale procura una legittimità solo strumentale, che è certo molto importante - perché alla fine la verità aritmetica è quella che decide - ma non più autosufficiente. E' una legittimità che deve quindi continuamente essere messa alla prova e trovare l' appoggio di altre forme di legittimità».
In che modo?
«Un processo di legittimazione del potere è quello prodotto dall' imparzialità garantita dalle autorità indipendenti che vigilano per evitare che alcuni si approprino delle istituzioni in maniera partigiana. C' è poi la legittimazione derivata dalle corti costituzionali che garantiscono l' uguaglianza dei diritti e proteggono la democrazia dal capriccio dell' istante. Infine, c' è una forma di legittimazione che nasce dalla vicinanza di chi governa ai cittadini, i quali chiedono al governo di rispettare la società e di ascoltarne le sofferenze. Se in passato le democrazie hanno posto l' accento soprattutto sulle istituzioni, oggi si torna a valorizzare i comportamenti. Abbiamo bisogno di una democrazia dei comportamenti. E questo è un segno della trasformazione e dell' allargamento della concezione della democrazia».
Le diverse figure e istituzioni della realtà democratica sono date una volta per sempre? «No, la democrazia non è mai data una volta per sempre. Essa deve essere di continuo sottoposta a un processo di appropriazione, grazie alle attività della società civile, alle istituzioni e all' interazione permanente tra potere e società. Bisogna appropriarsi di continuo della democrazia. Tocqueville pensava che la democrazia semplificasse sempre di più la vita politica, in realtà avviene il contrario. Lo sviluppo della democrazia rende la vita politica sempre più complessa. Ma questa è la condizione per impedire che un qualche interesse particolare la confischi a suo vantaggio».
