mercoledì 21 gennaio 2026

La paura del nuovo Iran

Riccardo Redaelli
In Medio Oriente un Iran libero fa paura a molti

Avvenire, 20 gennaio 2026

La brutalità della repressione attuata dal sistema di potere iraniano contro le proteste popolari e il minacciato – e per ora non attuato – attacco militare punitivo statunitense hanno rilanciato in Occidente la riflessione sulla possibilità di un cambio di regime a Teheran, con la caduta dell’impopolare e indebolita Repubblica islamica. Come spesso accade, tuttavia, noi occidentali tendiamo a interpretare il mondo secondo i nostri criteri e le nostre percezioni, fatto che ci porta spesso a non comprendere le complessità locali. Si è detto, giustamente, che le monarchie arabe del Golfo – per non parlare della Turchia e di altri attori regionali – erano contrarie a un bombardamento statunitense, temendo tanto la rappresaglia missilistica iraniana sui loro Paesi, quanto le conseguenze imprevedibili di tale azione. Perché, a differenza di un Presidente Trump pericolosamente avviluppato nella sua spirale di egolatria e sempre più imprevedibile, le élite regionali hanno presente le molte sfaccettature della crisi del regime di Teheran. Lo stesso Israele – sempre pronto a usare la sua iper-forza militare – è sembrato più prudente di quanto le dichiarazioni del premier Netanyahu facessero immaginare: gli israeliani giustamente ritengono che un bombardamento non porterebbe alla caduta della Repubblica islamica e sanno bene i costi di una nuova ritorsione missilistica iraniana sullo Stato ebraico, tanto più che molte delle riserve dei costosi missili antimissili sono state utilizzate nella guerra del giugno scorso.
Ma sono le dinamiche e i timori lungo la sponda araba del Golfo che vanno meglio compresi. Innanzitutto, vi è una crescente divaricazione fra Emirati Arabi Uniti (EAU) e Arabia Saudita. Oltre alle rivalità storiche regionali, è chiaro che mentre gli EAU sono legatissimi alle loro alleanze con Israele e gli Stati Uniti, non avendo un’opinione pubblica a cui rendere conto, Riad deve fare i conti con l’irritazione della propria popolazione dinanzi ai massacri di civili palestinesi compiuti dal governo Netanyahu in questi ultimi due anni. L’irrazionale, erratica politica di Trump rende poi la casa reale saudita incerta sul reale sostegno Usa. Da qui la scelta di una politica di sicurezza più autonoma, evidenziata dall’accordo di difesa strategica del settembre scorso con il Pakistan (l’unico stato nucleare islamico), che potrebbe allargarsi ora alla Turchia. Sarebbe un salto di livello – non solo militare – per questo nuovo asse di sicurezza, che in qualche modo incapsulerebbe l’Iran e, allo stesso tempo, rende meno desiderabile un cambio di regime in quel Paese.
E questo non solo per i timori di instabilità, come si pensa in Occidente: le cose sono sempre più sfaccettate nei deserti del Medio Oriente. Se fa paura un Iran instabile e disgregato, neppure piace l’idea che in quel Paese possa nascere un sistema liberale che dia pari dignità a tutte le componenti politiche, etniche e religiose. Perché un Iran democratico che rispetta e offra autonomia ai curdi o agli arabi sunniti, metterebbe in difficoltà tanto Ankara, che non ha mai risolto veramente la questione curda, quanto Riad, che ha al suo interno una forte minoranza sciita, marginalizzata e discriminata. Infine, oltre poi a porre il problema della libertà politica in questi Paesi, un “nuovo Iran” sarebbe un enorme catalizzatore degli investimenti internazionali, a scapito della scommessa saudita di attrarre risorse per sostenere il costoso piano di modernizzazione “Vision 2030”. E i timori di un cambio di flussi finanziari si avvertono anche dentro gli EAU: se per Abu Dhabi – che è il centro politico – il tema non è particolarmente significativo, per Dubai lo è: questo emirato prospera anche grazie ai miliardi di dollari iraniani che lì sono stati spostati e operano spesso in modo opaco. La caduta del sistema di potere teocratico renderebbe inutili le triangolazioni sulla piazza di Dubai, con un danno finanziario notevole. Ecco quindi che una Repubblica islamica azzoppata, indebolita, incapace di minacciare i vicini come in passato e, allo stesso tempo, isolata a livello politico e finanziario, sembra preferibile sia a un nuovo buco nero geopolitico che produrrebbe caos e instabilità ma, ancor più, a un Iran fiorito quale sistema liberale, guidato da una società civile matura come quella iraniana, che attrarrebbe investimenti e sarebbe un esempio “pericoloso” per gli altri Paesi della regione, che con le libertà politiche e il rispetto delle minoranze hanno da sempre rapporti complicati.

Democrazia alla prova

Filippo Barbera
C'è poco da difendere, la democrazia va ricostruita

il manifesto, 21 gennaio 2026

Sentiamo ripetere da anni, con toni sempre più allarmati, che la democrazia è in crisi. I sintomi non mancano e, anzi, sono così numerosi che la crisi è ormai simile a una sindrome cronica. Astensionismo crescente, polarizzazione estrema, erosione dei diritti, normalizzazione di pratiche autoritarie, disuguaglianze enormi. Del resto, alle diagnosi basate sulla «crisi» seguono inevitabilmente ricette imperniate sul «ci vuole più democrazia», partecipazione e valori. Ma poi non accade nulla e, anzi, la sindrome si aggrava.

Gli assunti e l’impianto generale del convegno pubblico Democrazia alla prova che si terrà dal 23 al 25 gennaio a Palazzo ducale di Genova, promosso dal Forum Disuguaglianze e Diversità con Fondazione Palazzo Ducale e curato da Fabrizio Barca e Luca Borzani, seguono una strada diversa. Non si parlerà di crisi della democrazia, assumendo piuttosto che questa sia in perenne cambiamento e adattamento. Di conseguenza, non si invocherà un ritorno a qualcosa di perduto ma si cercherà di mettere a fuoco cosa non funziona nell’adattamento in corso.

Oltre ai contenuti e all’impostazione generale, l’appuntamento si riconosce per un cifra originale anche nel formato e negli interventi che, accanto a ospiti noti come Nadia Urbinati, Lucio Caracciolo, Evgeny Morozov e Vincent Bevins, ha previsto voci e testimonianze di giovani donne e giovani uomini coinvolti in esperimenti collettivi e in organizzazioni che attuano democrazia quotidiana e radicata nei luoghi di vita e di lavoro.

Così, le ipotesi di soluzioni che emergeranno avranno la possibilità di affrancarsi dal quadro, rassicurante ma asfittico, degli ideali astratti da difendere, dei «valori perduti da restaurare» e della partecipazione che non c’è più. Una mossa del cavallo decisiva e coraggiosa, dal momento che nulla ci suggerisce che quella democrazia sia ancora recuperabile solo attraverso con uno sforzo di volontà indirizzato a ottenere più democrazia.

La crisi sempre invocata non è solo un declino istituzionale, una perdita di fiducia tra cittadini e rappresentanti politici o un rapporto capitale-lavoro che si sviluppa nell’alveo di una crescita e di un conflitto non più regolati. La democrazia si è adattata a una trasformazione strutturale del capitalismo, in cui la politica, anziché correggere le asimmetrie del mercato e garantire l’eguaglianza, finisce per incorporarle e riprodurle con una curvatura autoritaria. Lo vediamo bene oggi, dagli Stati Uniti all’Italia, dalla Germania al Regno Unito. Ed è precisamente questo intreccio che rende anacronistici tanto gli appelli morali alla «partecipazione», quanto le nostalgie per il ritorno ai partiti di massa del Novecento o l’appello fideistico alla crescita economica che tutto risolve.

Il Novecento non tornerà più perché la modernizzazione capitalistica, la concentrazione del potere nelle mani di oligopoli tecno-finanziari e la trasformazione dei partiti in macchine elettorali senza radicamento sociale hanno eroso la fisiologia della democrazia liberale.

Continuare a invocare «più democrazia» senza ricostruire le condizioni materiali e gli equilibri di potere che la rendono possibile è come prescrivere ginnastica a chi ha perso l’uso delle gambe.

Cosa serva davvero per una nuova fisiologia della democrazia, in realtà, nessuno lo sa. E chi proclama di saperlo mente o s’inganna, scambiando l’eleganza o la purezza delle soluzioni con l’astrazione concreta necessaria per attuarle. Le soluzioni sulla carta non mancano, ma rimangono modelli che funzionano in fase pre-clinica e non applicata al problema da risolvere. E il «cosa» senza il «come» fa poca strada.

Possiamo lanciare un sasso nello stagno e sostenere che se si vuole ricostruire il Novecento e la politica di massa occorre passare attraverso un nuovo Ottocento, anche se in una condizione diversa (perché il ‘900 c’è già stato). Le grandi infrastrutture democratiche del Novecento non sono nate dal nulla, come Venere che emerge adulta e completamente formata dalle acque, ma da decenni pregressi di costruzione molecolare, conflitti, sperimentazioni, costruzioni istituzionali e lotte sociali.

Con una differenza cruciale: oggi non possiamo permetterci quella sequenza e quella pazienza. Agiamo certamente in una situazione diversa da quella ottocentesca e, nel contempo, non ci è concesso il lusso del tempo per attendere l’arrivo di un nuovo secolo breve.

La democrazia non si difende invocandola. Si ricostruisce praticandola con urgenza in forme nuove, radicali e adatte al presente.

Il convegno di Palazzo ducale ha il merito di porre la domanda. Speriamo che serva anche a trasformarla in un nuovo cantiere politico.

Claudio Magris, una intervista



Paolo Di Paolo
Claudio Magris: "Europa, sei diventata una selva oscura"
la Repubblica, 21 gennaio 2026

Resiste ancora, all’ingresso di casa, una decorazione natalizia. Si accorge che la osservo, si illumina. Mi dice che il presepe si diverte ancora a farlo lui. Riesumando quello, un po’ malmesso, di quando era bambino. C’è l’impronta dello zio Nello, «il mago della mia infanzia». Lui ci mette del suo: «La statuina di un cane boxer, che non c’entra granché con Betlemme, per esempio. O i re Magi, che diventano sei o sette. Perché limitarsi a tre? La mia ansia di totalità...». La conversazione con Claudio Magris procede così, per lampi, illuminazioni improvvise. C’è sempre un fondo di leggera, temperata ironia. E di autoironia.

Sul tavolino basso del salotto, le copie fresche di stampa di una nuova traduzione spagnola, e quelle dell’ultimo volume, Dura un attimo il giorno (Garzanti): la raccolta – a cura di Maddalena Longo, che lavora con lui da una vita – degli articoli pubblicati negli ultimi anni. In quelle pagine, sotto il titolo rubato al suo antico maestro friulano Biagio Marin («dura un atimo el dì / ma xe eterno l’incanto») si mescolano passioni letterarie, racconti di memoria e di amicizia, intuizioni sul presente.

Resiste ancora, all’ingresso di casa, una decorazione natalizia. Si accorge che la osservo, si illumina. Mi dice che il presepe si diverte ancora a farlo lui. Riesumando quello, un po’ malmesso, di quando era bambino. C’è l’impronta dello zio Nello, «il mago della mia infanzia». Lui ci mette del suo: «La statuina di un cane boxer, che non c’entra granché con Betlemme, per esempio. O i re Magi, che diventano sei o sette. Perché limitarsi a tre? La mia ansia di totalità...». La conversazione con Claudio Magris procede così, per lampi, illuminazioni improvvise. C’è sempre un fondo di leggera, temperata ironia. E di autoironia.

Sul tavolino basso del salotto, le copie fresche di stampa di una nuova traduzione spagnola, e quelle dell’ultimo volume, Dura un attimo il giorno (Garzanti): la raccolta – a cura di Maddalena Longo, che lavora con lui da una vita – degli articoli pubblicati negli ultimi anni. In quelle pagine, sotto il titolo rubato al suo antico maestro friulano Biagio Marin («dura un atimo el dì / ma xe eterno l’incanto») si mescolano passioni letterarie, racconti di memoria e di amicizia, intuizioni sul presente.

Lei ha dedicato la vita alla letteratura, ma tende a non assolutizzarla, per ricordare che c’è qualcosa di più importante. Che cosa?

«I rapporti con gli altri, le relazioni. L’unico culto che ho è quello dell’amicizia. Molte pagine del libro sono dedicate a persone a cui ho voluto – anzi: voglio – bene, e che se ne sono andate. Ma tuttora almeno tre o quattro telefonate al giorno le faccio a gente che conosco da decenni. Gli amici di Trieste e di Torino, le mie due città».

A dire il vero, appena si nomina Magris, inevitabilmente viene fuori Trieste. “Lo scrittore triestino”. Le pesa?

«Non mi dispiace. Ciascuno si porta dietro qualche etichetta, può diventare un cliché, o perfino una caricatura, ma dobbiamo accettarlo. A ogni modo, chi mi ha definito un torinese di Trieste non sbagliava».

D’altra parte il suo folgorante esordio saggistico nel 1963, con “Il mito asburgico nella letteratura austriaca moderna”, lo deve all’Einaudi.

«Che in sostanza pubblicò la mia tesi di laurea, discussa appunto all’università di Torino. Una tesi obiettivamente eccentrica: tanto che nemmeno il relatore – un maestro per me fondamentale, Leonello Vincenti – aveva ben capito, finché non la lesse, che cosa avessi in mente di scrivere. Quando seppe che me la pubblicava Einaudi, fece un solo commento: “Ragazzo, spazzola!”. Come a dire: non montarti la testa».

La dedica di questo libro è “ai miei genitori”. Fatta a quasi ottantasette anni, nella sua semplicità, commuove.

«Ho dedicato a Marisa Madieri, mia moglie, e ai miei figli molti dei miei libri. Talvolta anche agli amici. In questo caso, mi pareva giusto saldare il mio debito con mio padre e con mia madre. Lei in particolare, che era una maestra, mi ha generosamente aiutato negli anni, battendo a macchina non so più quanti dei miei articoli».

Ancora oggi lei scrive a mano.

«Non mi vanto di non avere mai imparato a usare il computer. Una forma di disinteresse e di pigrizia, direi, che ha costretto e costringe chi lavora con me a decifrare una grafia oggettivamente non facile e a trascrivere tutto».

È arrivato relativamente tardi alla narrativa, al romanzo. Perché?

«Anche nei panni di studioso, non ho mai troppo amato la scrittura accademica. Qualche detrattore del mio primo libro diceva: si legge come un romanzo. Non voleva essere un complimento, ma a me non dispiaceva. Sicuramente ha pesato un certo imbarazzo, quasi un senso di vergogna nell’azzardare il gesto del narratore. Nel libro ricordo l’ironica diffidenza con cui Benedetto Croce, in una nota di diario, raccontava che gli aveva fatto visita lo “scrittore di romanzi” Alberto Moravia».

Di un libro fortunato come “Danubio”, che ora compie quarant’anni, è difficile indicare il genere.

«Parlerei di scrittura mista, impura. Giornalistica, saggistica, narrativa, lirica, a seconda delle esigenze della pagina. Il racconto di viaggio, più di altre forme, espone alle contraddizioni, ai colori diversi delle cose, della realtà. Mi manca l’intensità di quei vagabondaggi mitteleuropei, ma in generale l’avventura dell’ignoto. E sa cosa mi dispiace? Che comincio a dimenticare. Nomi, dettagli... Ma forse esiste anche un diritto all’oblio, alla dimenticanza».

La sua Mitteleuropa, oggi, come le appare?

«Giusto oggi pensavo con dispiacere che da troppo tempo manco da Vienna. Comunque, guardo a quel mondo da lontano, con una curiosità che inevitabilmente si è indebolita e che, glielo confesso, mi fa sfogliare con minor interesse l’ultimo romanzo di uno scrittore austriaco o tedesco di oggi. Con la riunificazione delle due Germanie quell’universo si è sfaldato: sembra un paradosso o forse no, ma sono emerse lacerazioni profonde, si sono rialzati e si rialzano muri, in barba a un’idea di humanitas sovranazionale. L’Unione europea è divisa, non è una vera unione. Se lo fosse, sarebbe la nostra salvezza».

Le turbolenze geopolitiche la rendono ancora più fragile?

«La rendono vulnerabile, una foresta selvaggia e un po’ ipocrita. Ma è un discorso che vale per l’intero Occidente, che si autocontagia di malattie mortali e si vergogna dei suoi valori più alti».

Nel suo romanzo “Non luogo a procedere” c’è un “Museo totale della guerra per l’avvento della pace e la disattivazione della Storia”. Armi e reperti bellici di ogni sorta, monito per “tutti i vivi che impediscono la pace perché per vivere hanno bisogno della guerra”. Un’utopia disperata?

«Vivo una tremenda delusione. La guerra è tornata centrale, i traumi del Ventesimo secolo sembrano rimossi. Aumentano i massacri su larga scala e non c’è alcuna sicurezza – oggi come ieri e come domani – che prevalga l’umanità».

Un’ultima cosa, più leggera. Lei lo sa che lei è l’unico italiano su cui i bookmaker scommettono per il Nobel di letteratura?

«In questi anni, la voce è circolata e naturalmente mi lusinga. È anche capitato che, in attesa dell’eventuale annuncio, i giornalisti venissero a fare la guardia qui sotto casa. Ma ai generosi scommettitori direi che farebbero bene, ormai, a puntare su altri cavalli».

La solitudine dei giovani

Nina Fresia
Vecchioni: "Il dolore per mio figlio non mi lascerà mai. I giovani di oggi i più soli di sempre"

La Stampa, 21 gennaio 2026

MILANO. «Si dice che il dolore passi con il tempo, ma è il contrario: è il tempo che va avanti, mentre il dolore resta sempre lì». Per Roberto Vecchioni niente riuscirà a rimuovere la sofferenza che prova per la perdita del figlio Arrigo, morto nel 2023 dopo aver lottato per diciassette anni contro una malattia mentale.

Per provare a trasformare quel dolore in aiuto per gli altri, con la moglie Daria Colombo il cantautore ed ex insegnante ha costituito, in ricordo del figlio, la Fondazione Vecchioni. L’obiettivo è quello di combattere lo stigma nei confronti della malattia mentale attraverso la cultura: «Se ci si ammala di diabete non si prova vergogna e così dovrebbe essere anche per le patologie psichiatriche. Purtroppo, credetemi, anche di vergogna si muore», ha affermato Colombo, presidente della Fondazione.

Il cantautore alla presentazione a Milano della fondazione dedicata al figlio 

I numeri raccontano di una reale emergenza: secondo l’Istituto superiore di sanità, la seconda causa di morte tra i 15 e i 29 anni è il suicidio. Dopo la pandemia, l’intento suicidario è aumentato del 147%. «Tendiamo a mettere le malattie mentali in un angolo e a non considerarle, invece sono frequentissime», ha sottolineato Vecchioni, «e la sofferenza si quadruplica se pensiamo a chi è vicino a chi vive questi disturbi, che sia un genitore o un fidanzato».

Professore, la Fondazione nasce anche per far sentire meno sole le famiglie di chi affronta un disagio mentale: com’è possibile accompagnarle?

«Non si possono dare delle risposte, ma fornire costruzioni di alternative. Anche se sono marginali e superficiali: il nucleo rimane sempre il dolore che si prova. Nei fatti lo possiamo coprire ogni tanto, ma non se ne andrà mai. A volte è eccessivo, ti perfora. Specie quando sei solo, magari la sera quando vuoi dormire. Ma in altri momenti una piccola possibilità di coprirlo c’è».

Lei in che modo lo fa?

«Ti occupi di altre cose, ami moltissimo, ami tutti quelli che hai intorno: i tuoi figli e i tuoi nipoti. E, perché no, ti lasci andare anche alla cultura, alla lettura, al cinema. Alle cose che, alla fine, fanno l’umanità. Questo ti dà sempre forza».

E a dare un aiuto, dall’esterno, non dovrebbero essere anche le istituzioni?

«Per farlo ci vorrebbero dei politici all’altezza. Tutto parte dalla politica, il resto si irradia. E la politica andrebbe spronata, in tutti i modi, con articoli, lettere personali, colloqui. Ho vissuto tragicamente l’esperienza di mio figlio, affidandomi sia al servizio pubblico che a quello privato. Nessuno dei due è stato all’altezza».

Molti ragazzi e ragazze si rivolgono all’intelligenza artificiale per sfogare i loro problemi, come mai secondo lei?

«È nel destino del tempo che si sia arrivati a questo. Ma non bisogna mai dimenticare che c’è una cultura dalla quale è arrivata anche questa tecnologia. Va usata tutta la cultura artificiale possibile e immaginabile, va benissimo. Ma siamo persone, quindi abbiamo anche sentimenti che la cultura artificiale non ci può restituire».

Si preferisce parlare con una macchina piuttosto che con una persona in carne e ossa anche perché si teme di essere stigmatizzati?

«Credo che si abbia un po’ paura e anche vergogna di sé stessi. Ad esempio, in moltissimi passano molto tempo giocando online: poker, bridge, scacchi o altro in versione digitale. Questo perché non hanno un vero avversario: è vergognoso perdere con un avversario, ma non con una macchina. Dovremmo invece recuperare la cultura della sconfitta. Non è una fine, ma è un confronto. Molti ragazzi sono fragili, fragilissimi, e appena hanno un momento di crisi si sentono persi. Invece le crisi avvengono a tutti, e noi adulti dobbiamo spiegare che c’è sempre una soluzione».

Quello delle malattie mentali è un tema molto sensibile per le generazioni più giovani: è un problema solo loro o semplicemente non ce ne siamo mai accorti prima?

«La situazione per i giovani oggi è molto più precaria di quella di altre generazioni. Per tante ragioni: prima di tutto, hanno vissuto il periodo del Covid. Poi si confrontano con una società esterna che è forse la peggiore da duemila anni a questa parte. Non hanno individuato in questo mondo qualcosa che potesse spingerli a entrarci. Hanno quindi inventato una loro equazione e lì si sono rifugiati. Ma non deve essere così, loro sono il futuro».

Come farli uscire dal loro guscio?

«Devono attingere dal buono che abbiamo avuto nel passato, che è stato tanto, almeno fino al Novecento, per continuare l’umanità. Guardare, per esempio, a quello che i greci ci hanno passato, i dubbi che ci hanno lasciato, dall’astronomia alla letteratura. Devono farsi delle domande: perché viviamo? Chi sono gli altri? È importante stare attenti ai particolari, uscire dal proprio ambito stretto: fermarsi davanti a un quadro e cercare di capire cosa trasmette, non voltarsi dall’altra parte dopo un minuto».

martedì 20 gennaio 2026

Octavio Paz

 

Antonio Prete

Octavio Paz Meridiano
Doppiozero, 14 gennaio 2026

Un volume dei “Meridiani”, quasi sempre, è un’impresa corale. Come questo che è di recente uscito, dedicato al poeta e saggista messicano Octavio Paz, premio Nobel nel 1990 (Mondadori, 2025). Ma il coro di traduttori ed esegeti questa volta era guidato da un maestro che, prima che l’opera fosse portata editorialmente a termine e vedesse la luce, ha dovuto mettersi da parte, e tristemente abbandonare la scrittura e la vita. Ernesto Franco, narratore, poeta e per molti anni editor di Einaudi, non solo ha voluto e progettato questo “Meridiano” dedicato a Paz, ma soprattutto ha seguito per lunghi anni le stazioni diverse del cammino saggistico e poetico dello scrittore. E ha tradotto le diverse stazioni di una poesia assai feconda – per variabilità di forme e di modi – e di grande respiro, in un mondo letterario come quello ispano-americano, che a sua volta ha un’efflorescenza di esperienze formali e di poetiche spesso trascurata nella regione delle lettere italiane.

Del grandissimo rilievo e della poliedrica e sempre stimolante presenza che Octavio Paz aveva avuto nella cultura delle Americhe mi resi conto quando, vent’anni fa (il poeta era scomparso da pochi anni) fui invitato in Messico, insieme a una ventina di scrittori di diversi Paesi, alcuni dei quali latino-americani, per una settimana di pubbliche letture itineranti presso teatri e università (giornate di affabile vita in comune, con trasferimenti in aereo o in autobus). Mi accorsi presto che frequenti erano da parte degli scrittori latino-americani presenti nel gruppo – tra questi Alvaro Mutis, Ida Vitale, Elena Poniatowska – i riferimenti a Octavo Paz, all’amicizia con lui, alla partecipazione alle sue diverse riviste, all’attenzione e protezione ricevute da lui in anni di esilio e di difficoltà. Insomma, mi accorsi presto che il grande assente, e nume tutelare, dei nostri incontri era Octavio Paz.

Venendo a questo “Meridiano” a lui dedicato, la traduzione del  corpus poetico, molto esteso, è opera di Ernesto Franco, che già aveva pubblicato presso Garzanti nel 1992 la bellissima e già cospicua antologia dal titolo Il fuoco di ogni giorno. E aveva anche tradotto diversi scritti, compreso, nel 1991, per il Melangolo, il noto saggio L’Arco e la Lira (del 1956), uno scritto che si interroga con passione e intelligenza argomentativa sulla poesia, sulla sua essenza, sulle sue relazioni con il sapere e la prassi politica, in dialogo con il saggio precedente, Il labirinto della solitudine (del 1950).

La traduzione poetica di Ernesto Franco ha una misura di limpida corrispondenza, di tersa specularità nei confronti del testo in lingua spagnola: insieme è elegante e adeguata a ogni minimo sommovimento dell’originale, preservandone ritmi e modi.

Il saggio introduttivo e la cronologia che aprono il “Meridiano” sono di Massimo Rizzante, le traduzioni delle prose sono a cura di Ilide Carmignani, Glauco Felici, Fulvia Bardelli, Michela Finassi e dello stesso Ernesto Franco. Riferendo che i commenti e la bibliografia sono di Federica Rocco e Rocío Luque completiamo tutte le indicazioni editoriali.

Come dire in poche righe di un classico del Novecento e insieme di un’opera polifonica come un “Meridiano” che gli è dedicato?

La bella e animata introduzione di Massimo Rizzante disegna del poeta messicano un ritratto poetico-politico, unendo con finezza il dato biografico con le arcate forti che, mentre sostengono un pensiero, sono il respiro stesso della poesia. Una lettura, quella di Rizzante, condotta sull’onda delle interrogazioni che salgono, spesso amaramente, dalla nostra epoca.

Come un pensiero della poesia, dell’eros, della politica si fanno scrittura, invenzione formale, ritmo dell’immagine?  Leggendo le pagine introduttive di Rizzante possiamo trovare alcune risposte a questa domanda.

Ma sostiamo un momento sulla poesia, il cui itinerario sorprende per come allo stesso tempo esso moduli alcuni ricorrenti motivi e inventi, ogni volta, nuove forme, anche metriche, del dire poetico:   da Libertad bajo palabra, del 1949, a Piedra de sol, del 1957, da Salamandra, del 1962, a Blanco, del 1967, da Vuelta, del 1976 (titolo anche di una delle più rilevanti riviste fondate e dirette dal poeta), a Árbol adentro, del 1987, per giungere fino all’ultima stagione, quando si fanno frequenti le traduzioni, le imitazioni, ma anche i “ritorni” a città e figure della propria avventurosa vita. Si tratta di un cammino poetico che mi sembra abbia avuto una sola, grandissima, produttiva ossessione, una sola impresa inventiva: dire del corpo, dei corpi – corpi vegetali, animali, umani, celesti – cogliendo in essi il desiderio, o tensione vitale, che li costituisce, e allo stesso tempo vivere la lingua che li nomina e accoglie e interroga ed esplora come un corpo, essa stessa un corpo. Perché fisico è il visibile e fisico è il dicibile. Per questo nella poesia di Paz le sillabe hanno una loro vita, anche se separate dalla parola, e le piante sono eloquenti (la più bella poesia sull’agave – “verde lezione di geometria” – che io conosca appartiene a questo repertorio), le pietre raccontano (le pietre di culture precolombiane, tra le altre), i cieli narrano, ogni corpo scrive e pronuncia la sua storia, ha la sua lingua, è un paese e un labirinto. Per questo la convinzione che ha sempre guidato il ricercare di Paz è stata la necessità, declinata sin dai primi saggi, di tenere insieme solitudine e comunione (soledad y comunión), singolarità del corpo e alterità. È la posizione di Camus, il suo solitaire-solidaire, che ha attratto Paz, più che l’engagement di Sartre. Con l’aggiunta di una percezione, lungo gli anni sempre più nitida, che cioè siamo fatti anche degli altri corpi: “los otros todos que nosotros somos” (“gli altri tutti che noi siamo”), dice un suo verso  di Piedra de sol (il verso mi fa venire in mente una sorta di assioma poetico-politico che diceva un mio compianto amico poeta, Giancarlo Majorino, “siamo corpi di corpi”). E a sua volta, ogni singolo corpo è un universo: “Il corpo è infinito e melodia”, dice un verso di Paz che chiude la poesia Mezzogiorno.

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L’eros, di cui la scrittura poetica di Paz è come una pensosa, inventiva, costante fenomenologia, si inscrive in questa contiguità dei corpi con la natura, con tutti i suoi elementi. Un eros che, riferito al corpo femminile, è accompagnato da una certa baudelairiana “leggerezza” o “elevazione”, fondata sul riconoscimento forte della presenza dell’altra.

Muovendo, nelle prime stazioni poetiche, da Góngora e da Quevedo, Paz è consapevole che l’immaginazione deve avere nel pensiero la sua anima e il pensiero deve avere nell’invenzione la sua lingua. Per questo egli si accosta alle avanguardie – nel soggiorno parigino è amico di Breton – con forte curiosità, ma presto se ne allontana.

Il cuore della sua poetica mi sembra un uso particolare della analogia, ma si tratta di un’analogia che abolisce il come, e così anche la proporzione, sceglie cioè la comunione e la sovrapposizione tra due elementi, così che i corpi e tutte le forme della natura sono osservati come contigui e in profonda relazione tra di essi. E quel che accade nello spazio, dove il qui e l’altrove si toccano, accade anche sull’asse del tempo, dove l’altrove è presenza viva e pulsante. Ne deriva una sorta di fluttuazione che si congiunge con l’idea che il soggetto è abitato dagli altri, è costituito dalla presenza degli altri. Il che comporta una costante denuncia delle insidie dell’identità, identità di soggetto, di cultura, di patria (potrei rinviare, su questo, alle pagine dello “speciale” Un verso dedicate a una poesia di Paz: Doppiozero, 27 novembre 2025).

C’è poi – in costante dialogo con il poeta – il saggista, politico e diplomatico Paz, di cui in questo “Meridiano” la scelta delle prose dà un misurato ed efficace esempio.

Il cammino politico di Paz muove da un comunismo, con qualche giovanile indugio staliniano, presto superato (a differenza di quel che accadde a Neruda), verso un socialismo in cui democrazia e libertà possano essere coniugate. E questo, secondo una linea, opportunamente richiamata nell’introduzione a questo “Meridiano”, che passa da una triade: Montesquieu, Tocqueville, Marx. C’è, in questo cammino politico, la forte decisione di Paz, nel 1968, di dimettersi da ambasciatore, per protestare contro la violentissima e sanguinosa repressione del movimento degli studenti (il massacro di Tlatelolco, del 2 ottobre).

La vicenda politica, con i vari incarichi diplomatici avuti e i trasferimenti, non ha mai attenuato nello scrittore le attenzioni e le cure per i suoi classici, come Quevedo, Sor Juana Inés de la Cruz, il giapponese Bashō, Baudelaire, Ortega y Gasset, ma anche per i contemporanei come Lorca, Machado, Valéry. O Pessoa e Pasternak. Non è mai venuta meno la sua passione per lo studio delle culture precolombiane e per i soggiorni nelle grandi città del mondo, alla ricerca delle loro fantasmagorie e delle loro contraddizioni.

Un cammino, quello di Paz, che ha saputo dare accoglienza a una pluralità di voci e di storie, conservando, mi sembra, una cura interiore, la cura e l’intimità, per dirla con Valéry, propria di un mistico senza Dio, di un “mystique sans Dieu”.

Leggi anche:
Antonio Prete, Octavio Paz: ascoltami come chi ascolta piovere
Gianni Montieri, Octavio Paz: biografia di un poeta

La sindrome di Caligola

Alan Friedman
Donald senza regole e la sindrome Caligola La Stampa, 20 Gennaio 2026

Ci sono momenti nella storia in cui il comportamento politico smette di seguire le regole della razionalità e della normale arte di governo e comincia a obbedire a una logica diversa, più inquietante. Una logica implausibile. Forse, addirittura, una non-logica. Con quale criterio razionale si può spiegare un presidente americano che disprezza lo Stato di diritto, insulta e minaccia sistematicamente i suoi alleati europei della Nato e tenta di ricattarli con dazi punitivi per costringerli a consegnargli un pezzo di territorio danese?
Con quale logica si può spiegare un presidente degli Stati Uniti che nomina il genero Jared Kushner e l’amico-socio Steve Witkoff in un improbabile “Board of Peace” su Gaza, mentre gli stessi protagonisti fanno affari in Medio Oriente? E con quale logica si può invitare Vladimir Putin, noto “campione di pace”, a partecipare a quello stesso organismo?
Questo non è semplicemente Donald Trump nella sua versione sopra le righe.. È difficile chiamarla in un altro modo: è pazzia. È come se il presidente degli Stati Uniti si fosse trasformato in un super-cattivo da fumetto, mosso da ego, denaro e vendetta. Il potere sovrano americano è diventato uno strumento personale: fare soldi, regolare conti e autocelebrarsi hanno sostituito qualsiasi strategia coerente. Il bisogno ossessivo di riconoscimento del leader schiaccia ogni vincolo istituzionale.
Viene inevitabilmente in mente la fase finale di Caligola, quando l’autorità smette di riconoscere limiti e il governo si dissolve in impulso e ossessione.
È in questo contesto che va letta la pretesa di Trump di ottenere il “controllo completo e totale” della Groenlandia: un territorio che non è americano, non vuole esserlo e appartiene al Regno di Danimarca, democrazia sovrana e membro fondatore della Nato. È una sfida diretta alle fondamenta politiche e giuridiche dell’alleanza transatlantica, condotta con modalità che ricordano un ricatto politico in stile mafioso.
Trump non ha mai fornito una ragione plausibile per “possedere” la Groenlandia, se non l’idea di realizzare la più grande acquisizione territoriale americana dal 1867. Tutto il resto — dal “Golden Dome” alle terre rare — è fumo. Copenaghen ha già chiarito che Washington può ottenere ciò che vuole senza annettere nulla. Eppure Trump insiste, con il linguaggio di un bullo di quinta elementare.
Domenica ha scritto al primo ministro norvegese spiegando che il suo interesse per la Groenlandia è legato anche al mancato Nobel per la Pace. In un messaggio poi diffuso tra i leader Nato, ha sostenuto che, non avendo ricevuto il premio, non si sente più obbligato a “pensare esclusivamente alla pace” e può perseguire ciò che ritiene “giusto e opportuno” per gli Stati Uniti: il controllo americano della Groenlandia.
Il messaggio è chiaro: Trump sembra disposto a sacrificare la Nato pur di inseguire questa ossessione.
Cosa dovrebbero fare i leader europei quando si troveranno faccia a faccia a Davos con un uomo spudorato e narcisista? Per l’Europa non è più teatro politico, ma una questione esistenziale. Continueranno a comportarsi da supplicanti o diranno finalmente a Trump che questa fantasia sulla Groenlandia deve finire?
Dopo le minacce di nuovi dazi e il messaggio surreale alla Norvegia, stiamo parlando di geopolitica o di psichiatria?
Una fonte molto ben informata a Washington mi ha detto: «Non esiste alcuna ragione razionale per attaccare la Nato e gli europei. Sta diventando difficile ignorare il fatto che il presidente non stia bene». Ha aggiunto che proprio l’ossessione per la Groenlandia ha spinto anche alcuni senatori repubblicani a interrogarsi sulla sua stabilità mentale.
Questi dubbi riecheggiano ormai in molte capitali occidentali. Non esiste una ragione razionale per indebolire la Nato, minacciare la Danimarca o colpire l’Unione Europea. Eppure lo schema è evidente. Se l’alleanza diventa ostaggio degli umori presidenziali e l’Articolo 5 perde credibilità, viene meno la sua stessa ragion d’essere. La sicurezza non dipende solo da armi e truppe, ma dalla fiducia. E Trump sta demolendo quella fiducia, rapidamente.