domenica 13 novembre 2016

Io, Daniel Blake



Simone Lorenzati

Per una volta partiamo dalla fine. Ultima scena di “Io, Daniel Blake”. Un sabato sera di un cinema centrale di Torino, non esattamente vuoto. Partono i titoli di coda, si riaccendono le luci. Silenzio. Nessuno che commenti col proprio vicino, nessuno che parli, nessuno che prenda immediatamente il cellulare incredibilmente abbandonato per quasi due ore. Per diversi, lunghi, intensi secondi si rimane colpiti, toccati dalla profondità di questo film. E si riflette in silenzio, magari con gli occhi lucidi. E' esattamente questa la potenza dell'ultima fatica di Ken Loach. E' una storia di fantasia ma comune. Daniel Blake (interpretato da uno straordinario Dave Johns) è un cinquantanovenne di Newcastle. Vedovo, fa il falegname da sempre, come una miriade di altri lavori manuali. In seguito a problemi cardiaci, per qualche tempo non è più in grado di lavorare e, per la prima volta nella sua vita, ha bisogno dell'aiuto dello Stato (sussidi, disoccupazione, indennità). La sua è una vicenda drammaticamente paradossale, che si incrocia con quella di Katie (l'altrettanto ottima Hayley Squires) ragazza madre da poco trasferitasi in città da Londra insieme ai suoi due bimbi piccoli. Loach ci mostra, insieme, i limiti di una burocrazia che pare costruita appositamente per far desistere l'accesso a diritti dovuti, ed il lento precipitare dei protagonisti verso l'indigenza. Eppure l'opera mostra un tesoro inestimabile e di cui spesso ciascuno di noi dubita: la forza straordinaria delle relazioni umane, dell'empatia, della solidarietà. C'è innanzitutto il rapporto di profonda amicizia tra i due protagonisti della pellicola (prima lui aiuta lei e poi avverrà il contrario). C'è poi la complicità di Daniel con il giovane vicino di origine africana così come vi sono molti gesti di generosità inaspettati: il direttore del supermercato che grazia Katie costretta a rubare tra gli scaffali, le donne del banco alimentare che mostrano una profondissima umanità, l'ex collega che passa a Daniel un legno da lavorare, la funzionaria dell'ufficio disoccupazione che lo aiuta di nascosto. E ci sono anche gli applausi dei passanti quando Blake inscena la sua protesta davanti all'ufficio che gli nega l'assegno a cui ha diritto. C'è insomma, pur se in una vicenda drammatica (trattata con piglio diretto senza, tuttavia, rinunciare all'ironia), una speranza cui aggrapparsi. L'ultima barriera di civiltà e di futuro quando è già finito tutto il resto: il lavoro, il welfare, il partito, il sindacato, la sinistra, la lotta. Mentre si disgregano i tradizionali circuiti associativi solidaristici, ed emergono gli odiatori di ogni categoria diversa dalla propria, giovani contro vecchi, partite iva contro operai, indigeni contro immigrati, precari contro stabili, Loach lancia un messaggio di speranza. Insieme, insomma, un pugno ed una carezza.