domenica 1 febbraio 2015

Walter Siti, Tante volte Fortini

Tante volte Fortini, sia saggista che poeta, è stato accusato di oscurità (lo prendevamo in giro, «si spezza ma non si spiega»); e invece qui, in questa senilità inerme e smarrita, la cosa più commovente è proprio la semplicità. Non c’è una parola difficile o astrusa, non c’è una citazione colta, non c’è un’inversione sintattica latineggiante o preziosa: il testo si presenta indifeso come le “genti” che non può andare a soccorrere. Mai Fortini ha raggiunto, parlando d’amore, l’intimità emotiva di questo testo di delusione e di rabbia. È una resa, ma una resa che sottintende una resistenza più profonda: gli altri poeti italiani della sua generazione, da Sereni a Caproni a Bertolucci, di fronte al crollo delle vecchie categorie si trincerano dietro un grande-stile lapidario e un po’ mortuario, pronunciano le verità ultime e sublimi, si astraggono dalla cronaca o la interpretano secondo sottili equivalenze metaforiche. Lui continua a guardare la cronaca in faccia, come di lì a poco guarderà la malattia; accetta la propria miseria e inefficacia ma non smette di testimoniare: questa volta si spiega, riducendo il proprio armamentario retorico ai minimi termini, ma non si piega all’idea di una lirica che appartenga solo a se stessa. Sul rapporto tra impegno e forma, tra Storia e assoluto, forse i suoi saggi orgogliosi e poco ruffiani, così appassionati nell’intervento e così poco giornalistici, potrebbero ancora servire: per “un buon uso delle rovine”, come suona il sottotitolo di uno dei suoi ultimi libri. (Walter Siti)


 FRANCO FORTINI

 
 Lontano lontano…
 
Lontano lontano si fanno la guerra.
Il sangue degli altri si sparge per terra.
Io questa mattina mi sono ferito
a un gambo di rosa, pungendomi un dito.
Succhiando quel dito, pensavo alla guerra.
Oh povera gente, che triste è la terra!
Non posso giovare, non posso parlare,
non posso partire per cielo o per mare.
E se anche potessi, o genti indifese,
ho l’arabo nullo! Ho scarso l’inglese!
Potrei sotto il capo dei corpi riversi
posare un mio fitto volume di versi ?
Non credo. Cessiamo la mesta ironia.
Mettiamo una maglia, che il sole va via.


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Nella seconda Canzonetta, il tempo brevissimo degli eventi militari è introdotto da un verso che ha il sapore di una favola, quasi a voler stilisticamente riprendere il gioco del ragnetto nel giardino: «Lontano lontano si fanno la guerra» (v. 1). Il “vecchietto” è distante dagli eventi, è «il sangue degli altri» (v. 2) che viene sparso. Il suo sanguinare è invece procurato da un altro elemento, ancora una volta idillico e campestre, cioè dalla puntura di una spina di rosa. La comparazione del proprio sangue col sangue altrui porta ad una ironica riflessione sul ruolo del poeta e dell’intellettuale, che chiuso nel suo giardino “occidentale” non può né portare aiuto alle vittime e né parlare, perché la sua parola resta inascoltata. E se anche potesse far sentire la sua voce, a cosa servirebbero i versi ? La riflessione ha una brusca torsione verso l’amarezza: si metta fine alla triste ironia, il sole comincia a scomparire, bisogna indossare una «maglia» (v. 14) per affrontare l’inverno del conflitto. (Roberto Talamo)

http://win.ospiteingrato.org/Fortiniana/Canzonette_del_Golfo.html