venerdì 27 febbraio 2015

La magia di Gauguin a Tahiti

Sebastiano Grasso
La magia di Gauguin a Tahiti, tra indigene e arte antica
a Basilea 50 dipinti e sculture da 13 Paesi

Corriere della Sera, 27 febbraio 2015


Dipingere a Tahiti, ma guardando alle civiltà europee, africane e asiatiche. Quando nel 1891 Paul Gauguin (1848-1903) raggiunge l’isola della Polinesia, si porta dietro una sorta di museo immaginario: riproduzioni di affreschi tebani, stampe giapponesi, dipinti francesi contemporanei e italiani del Rinascimento. Ma se la sua ispirazione è subito riconoscibile (armonia, proporzioni, ritmi, ieratismo), la composizione finale — talvolta complessa — è totalmente sua.

Il mercato, del 1892, ne è un esempio lampante. Gauguin attinge a un affresco egizio riprodotto su una tomba a Tebe, ma la postura delle cinque donne in primo piano, e delle figure che si muovono sullo sfondo, è quella del Paese dei faraoni. Lo stupore, invece, appartiene alla gente di Tahiti, al loro primitivismo. Viceversa, quando Gauguin torna a Parigi, le immagini di cui si serve in pittura sono tahitiane: vesti, atteggiamenti, vegetazione, arte popolare e modi di vita. Come nel dipinto Dolce fantasticare, del 1894.
Entrambe le opere fanno parte della mostra che la Fondazione Beyeler di Riehen (Basilea, sino al 28 giugno) dedica al maestro francese: 50 fra dipinti e sculture (1888-1903), provenienti da tredici Paesi. Tahiti, ma anche la Bretagna. In entrambi i luoghi, Gauguin ricerca una vita primitiva: «Mi sono fatto crescere i capelli e vado in giro come un selvaggio, senza far niente — scriverà, nel settembre del 1890, da Le Pouldu, all’amico e discepolo Émile Bernard. Ho fabbricato alcune frecce e mi esercito a scagliarle sulla sabbia».
Precedenti esperienze? Allievo-ufficiale in Marina, agente di Borsa, impiegato delle Ferrovie e persino agente segreto al servizio dell’ex ministro monarchico spagnolo Manuel Ruiz Zorrilla. Poi Gauguin decide di darsi alla tavolozza. Autodidatta. Della Bretagna ama arte e leggende popolari: le sculture lignee delle chiese (che gli ispirano Il Cristo giallo e Il Cristo verde, entrambi del 1889); i Calvari di pietra sparsi per i villaggi; gli enormi campi simili a scacchiere. Gli piace anche stuzzicare l’ingenuità degli abitanti: li terrorizza, coprendosi con un lenzuolo bianco e scorrazzando sulla riva, come un fantasma, fra le donne che vanno a lavare i panni.
Attorno all’artista si raccoglie un gruppo di giovani pittori, i quali, come lui, amano la vita semplice e guardano alla pittura rinascimentale. Addirittura, a Le Pouldu, Gauguin decora la sua stanza con la riproduzione dell’ Annunciata del Beato Angelico e della Nascita di Venere del Botticelli.
I soggetti di questo periodo? Paesaggi, mietitori, raccoglitori di alghe, lavandaie, nature morte, nudi. E tracciate a memoria, semplificate con pennellate piatte, colori dominanti. Una sorta di anticipazione della pittura di espressionisti tedeschi, cubisti, nabis e fauves.
Una volta deciso a trasferirsi a Tahiti, scrive ad Odilon Redon: «Spero di finire lì i miei giorni. Ritengo che la mia arte, che voi amate, non sia che un seme e spero laggiù di coltivarlo per me stesso alla stato primitivo selvaggio».
A Tahiti arriva nel giugno del 1891: «Mi sembra che il tumulto della vita europea non esista più e che sarà sempre così (…). Qui gli uomini hanno inventato una parola, “No atou”. Significa: “Me ne infischio”, frase che qui è di una perfetta naturalezza e

tranquillità. La uso parecchio». Gauguin ferma sulla tavolozza indigeni e animali (Gioco), tahitiane immobili su fondi sontuosi (Giochi deliziosi , 1894), l’Autoritratto con tavolozza.
Nel nuovo «paradiso», Gauguin subisce il fascino delle antiche divinità (Lo spirito dei morti vigila , 1892), e si adegua ai costumi locali. Sposa anche una ragazzina. Racconta in Noa Noa: «Mi aggiro sulla costa orientale poco frequentata dagli europei. A Faaone un indigeno mi interpella: “Ehi, uomo che fa uomini (sa che sono pittore), vieni a mangiare con noi”. Entro in una casa con uomini, donne e bambini, seduti per terra. “Dove vai?” mi chiede una bella maori sulla quarantina. “A Hitia”. “A fare che?”. Non so che cosa mi sia passato per la testa; le risposi: “A cercare una moglie. Hitia ne ha molte e belle”. “Ne vuoi una?”. “Sì”. “Se vuoi ti darò mia figlia”. “È giovane?”. “Sì”. “È bella?”. “Sì”. “È sana?”. “Sì”. “Vai a prenderla”. Ritornò accompagnata da una ragazza alta. Attraverso l’abito di mussolina rosa molto trasparente, spuntavano i capezzoli sodi. Aveva circa tredici anni, mi affascinava e mi spaventava. E quel contratto così rapidamente concepito e concluso, io, quasi un vecchio, esitavo per pudore a firmarlo».