lunedì 23 febbraio 2015

La raffigurazione di Maometto nell'Islam

The name Muhammad in traditional Thuluth calligraphy
by the hand of Hattat Aziz Efendi
Massimo Campanini
La blasfemia non esiste nel Corano
il manifesto 16 gennaio 2015

















Afferma il Corano che «Voi (si rife­ri­sce agli uomini tutti) avete nel Mes­sag­gero di Dio (cioè Muhammad/Maometto) un esem­pio buono per chiun­que speri in Dio e nell’ultimo giorno e molto men­zioni Iddio» (33,21).
Dun­que, Muham­mad costi­tui­sce il punto di rife­ri­mento per l’azione del cre­dente, a tal punto che la sua imi­ta­zione risulta indi­spen­sa­bile per con­se­guire la sal­vezza eterna.
Il grande teo­logo medie­vale al-Ghazali (m. 1111) diceva che l’imitazione del Pro­feta puri­fica l’esteriorità del cre­dente per ren­derlo ido­neo alla puri­fi­ca­zione inte­riore dell’anima. Così biso­gna fare come il Pro­feta anche nei gesti quo­ti­diani della vita, come lo scen­dere dal letto o il tagliarsi le unghie o il non man­giare cibi che lui non con­su­mava. E non biso­gna sor­ri­dere di ciò, ammo­niva al-Ghazali, per­ché nes­suno può pre­ten­dere di essere puro den­tro se non osserva un com­por­ta­mento este­riore ade­guato. E sic­come Muham­mad è stato l’uomo per­fetto, si capi­sce quanta impor­tanza abbia la sua sunna (ovvero il suo modo di essere e di pen­sare).
La vene­ra­zione per il Pro­feta ha rag­giunto nell’Islam punti estremi. Alcuni mistici lo hanno descritto come il com­passo che equi­li­bra l’ordinamento cosmico. Vi è una tra­di­zione mistico-teologica secondo la quale dalla pre-eternità esi­ste una sostanza muham­ma­dica che costi­tui­sce in certo senso il modello della pro­fe­zia, cui tutti gli altri pro­feti rico­no­sciuti dalla tra­di­zione isla­mica (come Adamo, Noè, Abramo, Mosè, Gesù…) si sono con­for­mati. È impor­tante ricor­dare che que­ste esa­ge­ra­zioni, che arri­vano quasi alla divi­niz­za­zione di Muham­mad, non sono cora­ni­che, ma sono state ela­bo­rate nei secoli dalla pietà musul­mana. Il Corano, da parte sua, dice più volte che Muham­mad è solo un uomo con capa­cità e abi­lità ordi­na­rie (per esem­pio 7, 188 e molti altri luo­ghi ancora), seb­bene abbia avuto il dono straor­di­na­rio di rice­vere in modo diretto la rivelazione.
I musul­mani, sulla base di un oscuro accenno cora­nico (capi­tolo 7, 157–158), cre­dono che Muham­mad fosse anal­fa­beta e ciò per dimo­strare la veri­di­cità della sua mis­sione pro­fe­tica: com’è pos­si­bile, infatti, che un uomo anal­fa­beta abbia potuto rice­vere e reci­tare un Libro così santo e per­fetto come il Corano se non per mira­colo di Dio? La stessa festa del com­pleanno del Pro­feta (maw­lid), oggi molto sen­tita dai musul­mani, fu isti­tuita tardi, su imi­ta­zione del natale cri­stiano, e non esi­steva nei primi tempi dell’Islam.
Quanto detto spiega come mai molti musul­mani si pos­sano sen­tire pro­fon­da­mente feriti e offesi da vignette sati­ri­che che dileg­giano il loro Pro­feta. Da una parte, tengo a pre­ci­sare che a mio avviso il dileg­gio dei per­so­naggi sacri delle altre reli­gioni non rap­pre­senta in alcun modo “libertà di pen­siero”. Dall’altra, un musul­mano non si per­met­te­rebbe mai di dileg­giare Gesù Cri­sto, pro­prio per­ché lo ritiene un gran­dis­simo pro­feta inse­rito nella sto­ria della rive­la­zione. La que­stione è ulte­rior­mente com­pli­cata dal divieto di raf­fi­gu­rare la per­sona di Muham­mad.

È ben noto che l’Islam, come del resto l’Ebraismo, proi­bi­sce di farsi rap­pre­sen­ta­zioni di Dio: dise­gnare Dio come ha fatto Miche­lan­gelo nella Cap­pella Sistina è, per un ebreo o un musul­mano, un’empietà bla­sfema. Nell’Ebraismo si arriva al punto di vie­tare la pro­nun­cia del nome stesso di Dio (il tetra­gramma YHWH) sosti­tuen­dolo con altre espres­sioni lecite.
Per ana­lo­gia, la regola è che nep­pure Muham­mad possa essere raffigurato.

Nascita di Maometto

Que­sto non vuol dire che nell’Islam non ci sia stata una tra­di­zione ico­nica che ha voluto rap­pre­sen­tare il Pro­feta. Ma carat­te­ri­sti­ca­mente si tratta di una tra­di­zione tarda e non araba (ose­rei dire non semi­tica, tenendo conto che arabi ed ebrei sono entrambi semiti).
Sono stati, infatti, prima i per­siani e poi i tur­chi ad ammet­tere, soprat­tutto nelle loro minia­ture, la pos­si­bi­lità di raf­fi­gu­rare il corpo di Muham­mad. Solo il corpo, però, non la testa, il volto, che viene sosti­tuito da una fiamma. Oggidì, in alcuni paesi musul­mani come l’Iran, cir­co­lano «imma­gi­nette» che ripro­du­cono un pre­sunto, bel­lis­simo, volto di un Muham­mad gio­vane e sor­ri­dente. Natu­ral­mente, nes­suna raf­fi­gu­ra­zione del genere è ammessa in moschea, le cui pareti pos­sono ospi­tare solo i gra­femi arti­stici della cal­li­gra­fia araba, e que­sto, ovvia­mente, non solo per gli arabi, ma anche per i per­siani e i tur­chi.
Que­sta è anche la ragione per cui la cine­ma­to­gra­fia musul­mana, pur assai pro­li­fica, dall’Egitto all’Iran, non abbia mai girato un film sul Pro­feta, lad­dove mol­tis­sime pel­li­cole sono state girate in Occi­dente con Gesù, rego­lar­mente mostrato, come pro­ta­go­ni­sta. Un’unica volta un regi­sta siriano ha osato rac­con­tare al cinema la vita di Muham­mad (il film si inti­tola Il mes­sag­gio), ma, a parte il fatto che la pel­li­cola sostan­zial­mente non ha cir­co­lato nei paesi musul­mani ed è stata vista da pochis­sime per­sone per una sorta di natu­rale ritro­sia, il regi­sta ha dovuto esco­gi­tare truc­chi diversi per non mostrare in alcun modo la per­sona del Profeta.

Ancor di più, si com­prende per­ché la sen­si­bi­lità musul­mana riguardo alle vignette sati­ri­che sia stata pro­vo­cata. L’irrisione del Pro­feta è una bla­sfe­mia che offende san­gui­no­sa­mente la coscienza del cre­dente. Ciò, è ovvio, non giu­sti­fica né il ter­ro­ri­smo né l’omicidio, ma può costi­tuire un motivo di pro­fonda rab­bia per un estre­mi­sta, già con­vinto, a ragione o a torto, che l’Occidente lo colo­nizzi e lo sfrutti. Peral­tro, è dif­fi­cile tro­vare giu­sti­fi­ca­zione per la puni­zione della bla­sfe­mia nei testi sacri. Innan­zi­tutto, biso­gna ricor­dare che la bestem­mia è ine­si­stente nell’Islam; è un non-problema. Nes­suno, nem­meno un ateo con­vinto, si per­met­te­rebbe di bestem­miare il nome di Dio o di Muhammad.
La pro­nun­cia con­ti­nua, rit­mata, del nome di Dio (Allah) è, anzi, un mezzo assai pra­ti­cato per entrare in comu­ni­ca­zione spi­ri­tuale con Lui. Si spiega così per­ché il Corano (almeno per quanto io lo cono­sco – ma il Corano è un oceano senza limiti, come dice al-Ghazali) non si occupa nep­pure di denun­ciare e san­zio­nare la bla­sfe­mia. Piut­to­sto, il Corano si occupa più di una volta di denun­ciare l’apostasia, l’abbandono della reli­gione. Ma anche in que­sto caso, non pre­vede alcuna puni­zione «fisica».
Sarà Dio nell’aldilà, al momento del giu­di­zio, a san­zio­nare l’apostata con la puni­zione che vorrà. Alcuni dot­tori con­ser­va­tori, già nel Medioevo, hanno invece deciso che l’apostasia sia pas­si­bile di pena di morte: ma appunto, non vi è alcuna base cora­nica per giu­sti­fi­care una simile pre­scri­zione. E lo stesso vale per la blasfemia.
L’estremista che pre­ten­de­rebbe di punire con la morte l’autore bla­sfemo di una vignetta sati­rica non tro­ve­rebbe con­forto dot­tri­nale nel Corano.
Que­sta è anche la ragione per cui la cine­ma­to­gra­fia musul­mana, pur assai pro­li­fica, dall’Egitto all’Iran, non abbia mai girato un film sul Pro­feta, lad­dove mol­tis­sime pel­li­cole sono state girate in Occi­dente con Gesù, rego­lar­mente mostrato, come pro­ta­go­ni­sta. Un’unica volta un regi­sta siriano ha osato rac­con­tare al cinema la vita di Muham­mad (il film si inti­tola Il mes­sag­gio), ma, a parte il fatto che la pel­li­cola sostan­zial­mente non ha cir­co­lato nei paesi musul­mani ed è stata vista da pochis­sime per­sone per una sorta di natu­rale ritro­sia, il regi­sta ha dovuto esco­gi­tare truc­chi diversi per non mostrare in alcun modo la per­sona del Profeta.
Ancor di più, si com­prende per­ché la sen­si­bi­lità musul­mana riguardo alle vignette sati­ri­che sia stata pro­vo­cata. L’irrisione del Pro­feta è una bla­sfe­mia che offende san­gui­no­sa­mente la coscienza del cre­dente. Ciò, è ovvio, non giu­sti­fica né il ter­ro­ri­smo né l’omicidio, ma può costi­tuire un motivo di pro­fonda rab­bia per un estre­mi­sta, già con­vinto, a ragione o a torto, che l’Occidente lo colo­nizzi e lo sfrutti. Peral­tro, è dif­fi­cile tro­vare giu­sti­fi­ca­zione per la puni­zione della bla­sfe­mia nei testi sacri. Innan­zi­tutto, biso­gna ricor­dare che la bestem­mia è ine­si­stente nell’Islam; è un non-problema. Nes­suno, nem­meno un ateo con­vinto, si per­met­te­rebbe di bestem­miare il nome di Dio o di Muhammad.
La pro­nun­cia con­ti­nua, rit­mata, del nome di Dio (Allah) è, anzi, un mezzo assai pra­ti­cato per entrare in comu­ni­ca­zione spi­ri­tuale con Lui. Si spiega così per­ché il Corano (almeno per quanto io lo cono­sco – ma il Corano è un oceano senza limiti, come dice al-Ghazali) non si occupa nep­pure di denun­ciare e san­zio­nare la bla­sfe­mia. Piut­to­sto, il Corano si occupa più di una volta di denun­ciare l’apostasia, l’abbandono della reli­gione. Ma anche in que­sto caso, non pre­vede alcuna puni­zione «fisica».
Sarà Dio nell’aldilà, al momento del giu­di­zio, a san­zio­nare l’apostata con la puni­zione che vorrà. Alcuni dot­tori con­ser­va­tori, già nel Medioevo, hanno invece deciso che l’apostasia sia pas­si­bile di pena di morte: ma appunto, non vi è alcuna base cora­nica per giu­sti­fi­care una simile pre­scri­zione. E lo stesso vale per la blasfemia.
L’estremista che pre­ten­de­rebbe di punire con la morte l’autore bla­sfemo di una vignetta sati­rica non tro­ve­rebbe con­forto dot­tri­nale nel Corano.