domenica 1 febbraio 2015

Storia di Demis Roussos



Guido Festinese 
Demis Roussos, l'estensione naturale del pop
il manifesto, 31 gennaio 2015 

Quando Ulisse, l’eroe greco sim­bolo dell’astuzia che non voleva vivere come un bruto, ma seguire «vir­tute e cano­scenza» si fece legare all’albero della nave per non sen­tire il canto amma­liante e peri­co­loso delle sirene, sapeva quel faceva. Il canto di una sirena ti può por­tare via, negli abissi e nella per­dita della ragione. E non è detto che tutte le crea­ture di mare amma­lianti siano fem­mine. Ce ne sono state anche dell’altro sesso. Pen­sate a Tim e Jeff Buc­kley, padre e figlio omag­giati dal dono mor­tale di una voce non umana, e por­tati via troppo pre­sto entrambi dagli dei invi­diosi. Pen­sate a un altro greco pro­prio come Ulisse, che sta­volta ha deciso di por­tarsi via da solo, per un con­certo infi­nito: pen­sate a Demis Rous­sos. Scom­parso nella sua Atene dome­nica scorsa, il giorno che trion­fava Syriza, a un sof­fio dai settant’anni. Certo, la patina del facile enter­tain­ment, della pop music in salsa elle­nica oggi, nel 2015, molto può oscu­rare di una car­riera svol­tasi anche sotto tutt’altri segni. Ma andrebbe bene anche se Demis Rous­sos fosse ricor­dato anche solo come magni­fico pop sin­ger dalla stra­bi­liante esten­sione, dalla tes­si­tura piena e sapida, aduso a sca­lare vette assai ardite come un free clim­ber delle note tutto istinto ani­male. Uno sca­la­tore dolce e assai roman­tico che, a pro­prio nome, ha lasciato almeno una cin­quan­tina di dischi, fra «live», regi­stra­zioni in stu­dio, rac­colte che cer­ca­vano di con­den­sare una car­riera lunga e di gran pre­sti­gio, ammi­ni­strata peral­tro con sag­gia ocu­la­tezza. Però Demis Rous­sos non è stato solo que­sto, un pop sin­ger, ha avuto una sto­ria per­so­nale e pro­fes­sio­nale tanto bella e (quasi sem­pre) for­tu­nata quanto com­plessa, nel suo svi­luppo, che merita di essere ricor­data tappa per tappa.
Forse il para­gone più vicino si potrebbe far con certi per­so­naggi delle note leg­gere ita­liane, che affon­dano le pro­prie radici nel rock pro­gres­sivo che fu, e da lì sono par­titi poi per tutt’altre tan­genti: come Ron, come Michele Zar­rillo, come una valanga di jaz­zi­sti. Demis Rous­sos rimarrà nel cuore degli appas­sio­nati di prog rock per un disco capo­la­voro che è impos­si­bile non ram­men­tare, uno di quei capi­saldi del genere che sono invec­chiati benis­simo e resi­stono ad ogni assalto del tempo, come The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd. Il disco è 666, il gruppo in cui can­tava Demis Rous­sos erano i for­mi­da­bili Aphrodite’s Child, l’anno il 1971. Da dove arri­vava, il capo­la­voro di Demis con i suoi Aphrodite’s Child? Da una tem­pe­rie cul­tu­rale tutta, certo, da come spi­rava lo «zeit­geist», lo spi­rito del tempo, che era allora la sto­ria di una musica popu­lar che cer­cava nuovi spazi, nuove vie per eva­dere dalla gab­bia del sem­plice «back beat», ma è bene fare ancora un balzo indie­tro. Demis Rous­sos era nato ad Ales­san­dria d’Egitto il 15 giu­gno del ’46, da una fami­glia lì tra­sfe­ri­tasi. Se ne andranno tutti o quasi in fretta e furia nel ’56, i greci d’Egitto, quando c’è la crisi di Suez, e Nas­ser prende il potere. Ricorda qual­cosa? A chi si occupa di musi­che popu­lar e note beat,di ricerca una vicenda bio­gra­fica quasi gemella: ad Ales­san­dria d’Egitto era nato, 22 aprile del 1945, un anno prima, un altro «greco d’Egitto» che lavo­rerà nel rock e nelle musi­che spe­ri­men­tali, forte di un voce molto spe­ciale: Eustra­tios Deme­triou, cono­sciuto dal mondo come Deme­trio Stratos.
Anche Deme­trio Stra­tos, indi­men­ti­ca­bile voce dei Ribelli e degli Area deve fare in fretta e furia i baga­gli. Con­di­vi­dono, per­fino, le prime espe­rienze musi­cali, negli anni della fan­ciul­lezza egi­ziana: il canto litur­gico bizan­tino, che su entrambi lascerà un’impronta di mor­bida sua­denza. Rous­sos pare addi­rit­tura che fosse inca­ri­cato delle parti soli­ste, per la par­ti­co­lare bel­lezza della voce. Stra­tos poi assai gio­vane verrà in Ita­lia, Demis Rous­sos resta in Gre­cia, e si mette a stu­diare musica seria­mente: una pra­tica stru­men­tale e d’armonia che gli tor­nerà molto comoda. In Europa in quel momento, lo scor­cio d’anni inca­strato tra la metà e la fine dei Ses­santa, i Bea­tles e i Rol­ling Sto­nes sono pane e com­pa­na­tico per i gio­vani con le orec­chie attente, ed ecco allora che, per con­ti­nuare con la vicenda bio­gra­fica che scorre in paral­lelo, Stra­tos milita in gruppi beat del giro mila­nese fino ad appro­dare nei Ribelli, Deme­trio Stra­tos prende a esi­birsi nei greci We FiveIdols. Il rock intanto, nella macina degli anni, s’è fatto più ricer­cato, i Bea­tles hanno inciso Sgt. Pep­per dischiu­dendo la porta su un oceano di pos­si­bi­lità, sono apparsi i clas­si­cheg­gianti Moody Blues e soprat­tutto i Pro­col Harum, il gruppo di Gary Broo­ker, che infilza le clas­si­fi­che del mondo del popu­lar inter­na­zio­nale con A Whi­ter Shade of Pale. Modello: l’Aria sulla quarta corda di Bach, gran suono di tastiere, una voce acuta e potente che surfa sul tutto. È il modello che cer­cava Demis Rous­sos, che taglia quasi di netto con le atmo­sfere beat, e mette su «il» gruppo rock greco per anto­no­ma­sia, gli Aphrodite’s Child. Dalla sua ha la voce sem­pre più bella e strut­tu­rata, e può por­tare in dote anche l’abilità acqui­sita su un altro stru­mento, il basso elet­trico. Il grande deu­te­ra­go­ni­sta negli Aphrodite’s Child sarà un tastie­ri­sta desti­nato anch’egli a grandi for­tune, Van­ge­lis Papa­tha­nas­siou, l’uomo che qual­che anno dopo costruirà la musica di Blade Run­ner e di Momenti di glo­ria, con il nome oppor­tu­na­mente accor­ciato in Vangelis.
Dure­ranno cin­que anni, gli Aphrodite’s Child, ma saranno anni cru­ciali. S’è detto del modello «clas­sico» dei Pro­col Harum. I «figli di Afro­dite» lo tro­vano invece nel Canone di Pachel­bel, uno dei più bei tor­men­toni delle note colte: è la base su cui appog­giano Rain and Tears, dove la voce di Rous­sos vola agile e impren­di­bile come un coli­brì. Suc­cesso euro­peo, gra­zie anche alla scelta ocu­lata di can­tare in inglese, per non rischiare l’effetto «etno», sdo­ga­na­mento imme­diato del rock che arriva dalla terra del Par­te­none. È il 1968. Altre hit cla­mo­rose arri­vano con It’s Five o’ Clock, un paio danni dopo, e con Spring, Sum­mer, Win­ter and Fall.
E poi è il momento del capo­la­voro, l’accennato 666. Dop­pio album, un taglio secco con la logica «pop». Il tri­plice «6» è natu­ral­mente il cosid­detto «numero della Bestia», Satana, secondo l’apocalisse di Gio­vanni, e in effetti lo scritto visio­na­rio dell’evangelista fa da spunto per tutti i testi. Li cura Costas Fer­ris, amico del gruppo, scrit­tore, attore, regi­sta: Orso d’Argento al Festi­val di Ber­lino dell’83 per il film Rem­be­tiko. Ven­ti­quat­tro brani che scon­vol­gono ogni logica, tra influenze zap­piane, ossia­ni­che isole per­cus­sive, cori, cam­pa­nelle cele­stiali, blues, accenni alla note tra­di­zio­nali gre­che, free jazz, hard rock, bal­late stra­lu­nate. Il cul­mine arriva in Infi­nity Sym­bol, in chiu­sura: Rous­sos e gli altri hanno con­vo­cato in stu­dio la grande Irene Papas, che monta un cli­max poten­tis­simo tra sono­rità orga­smi­che e dispe­rate. Un paio d’anni prima di quanto faranno i Pink Floyd in The Great Gig in the Sky, con la voce di Clare Torry.
Poi fini­sce anche l’avventura di Afro­dite, anche se Demis Rous­sos resterà sem­pre in buoni rap­porti con Van­ge­lis, tro­vando spesso occa­sioni per col­la­bo­rare in buoni dischi. Diventa un pop sin­ger apprez­zato ovun­que, spe­cial­mente in Ita­lia e in Spa­gna, piazza suc­cesso dopo suc­cesso, a par­tire da We Shall Dance, che vince il Festi­val­bar. A volte prende strade ina­spet­tate: svolte quasi «disco», come in Dance of Love, ritorni a stru­men­tari greci «etnici», elet­tro­nica, la voglia di can­tare in fran­cese, in spa­gnolo. Una gran botta è con Lost in Love, cover di un brano degli austra­liani Air Sup­ply Un momento ter­ri­bile è nel giu­gno dell’85, quando si ritrova tra i pas­seg­geri di un Boeing sulla tratta Atene-Roma dirot­tato da ter­ro­ri­sti legati a Hez­bol­lah. Supera tutto con la musica: chi ha, come lui aveva, il dono del canto, sa supe­rare la paura con l’armonia.