sabato 3 gennaio 2015

Non c'è posto per la rendita nell'Italia di Ricolfi

Luca Ricolfi
Le due parti in commedia del governo Renzi e il partito che non c'è
Il Sole 24ore, 2 gennaio 2015

... La società italiana è sempre meno una società divisa in due, con una metà che guarda a sinistra e l’altra metà che guarda a destra. Questa semplificazione poteva reggere, forse, quindici o venti anni fa, nel cuore degli anni ’90 del secolo scorso. Allora a fronteggiarsi, anche politicamente, c’erano effettivamente due società. Da una parte la prima società, ovvero il mondo dei garantiti, fatto di dipendenti pubblici e occupati a tempo indeterminato delle imprese maggiori, protetti dall'articolo 18 ma anche dalle dimensioni aziendali (secondo il principio “too big to fail”). Dall’altra la seconda società, ovvero il mondo del rischio, fatto di piccole imprese, lavoratori autonomi, operai e impiegati, tutti esposti alle turbolenze del mercato e sostanzialmente privi di reti di protezione.
Gli uni, i garantiti, guardavano prevalentemente a sinistra, gli altri, gli esposti al rischio, guardavano prevalentemente a destra.
Oggi non è più così. Non perché non ci siano più una società delle garanzie e una società del rischio, ma perché oggi c’è anche una terza società. Una società che c’era già prima, ma che negli anni della crisi è cresciuta di dimensioni, fino a diventare di ampiezza comparabile alle altre due. Questa terza società è la società degli esclusi, o outsider, nel senso letterale di “coloro che stanno fuori”. Una sorta di Terzo Stato in versione moderna. Essa è formata innanzitutto di donne e di giovani, ma più in generale è costituita da quanti aspirano a un lavoro regolare (non importa se a tempo determinato o indeterminato), e invece si trovano in una di queste tre condizioni: occupato in nero, disoccupato, inattivo ma disponibile al lavoro. Si tratta di ben 10 milioni di persone, più o meno quanti sono i membri della società delle garanzie così come i membri della società del rischio.



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= lavoratori (garantiti)/imprenditori (esposti al rischio)/esclusi
e i redditieri? e i working poors: non gli occupati in nero, gli occupati a basso, bassissimo reddito? i lavoratori atipici, le partite iva schiacciate da una tassazione pesante?



Giulio Sapelli 
La crisi economica mondiale. Dieci considerazioni, Bollati Boringhieri, 2008. 

I paesi industrializzati europei hanno un misuratore infallibile della bassa crescita: il progressivo trasferimento di quote ingenti di capitali dal profitto alla rendita, a quella immobiliare e a quella improduttiva pubblica e privata. Quindi la persistenza di alte quote di risparmio è indice di bassa crescita … Ecco un altro dato fondamentale. Laddove si investe, non si investe più nei tradizionali confini. Si pensi alla Germania. Ebbene la Germania ha potentemente delocalizzato la sua industria e ha promosso investimenti in aree strategiche del nuovo mondo industrializzato … Solo il profitto capitalistico rivoluziona la società, costringe gli operatori all’innovazione e alla benefica e darwiniana lotta per l’esistenza, che rinvigorisce le menti con la progettazione strategica … La dialettica rendita-profitto deve tornare a essere un elemento di misurazione della salute dell’economia e della società. Se la rendita prevale sul profitto la società si ammala, le forze vive dello sviluppo declinano a vantaggio dell’interesse parassitario … I classici da rileggere per meditare come sia difficile vivere in un mondo senza industria manifatturiera, sono quelli che vedevano nell’industria, nel profitto e nelle nascite il sale della crescita e della civilizzazione.



Claudio Vercelli  
il cosiddetto terzo stato

Si tratta di un significativo segmento della nostra società, in forte crescita numerica. La sua debolezza intrinseca non gli è dettata solo dalla marginalità economica e sociale (una somma di poveri o di semi-poveri non fa una rivoluzione), che è semmai il prodotto delle trasformazioni che si stanno producendo in tutti i paesi a sviluppo avanzato, riconducibili, tra le altre cose, alla diffusione dei working poors, ma anche dal non avere dei baricentri comuni su cui iniziare ad avanzare istanze di rappresentanza. I "marginali" sono tali anche perché in perenne competizione tra di loro, impossibilitati a costituirsi come coalizione di interesse perché non hanno qualcosa di condiviso da difendere che non sia il senso di esclusione. Poiché, fino a che il disagio non si trasforma in domanda politica, trovando chi sia capace di rappresentarlo non solo nei semplici termini di una semplice manifestazione di risentimento (Lega e M5S) bensì in un fattore propulsivo del cambiamento dell'orizzonte delle priorità, il destino è comunque segnato. Ossia, ancorato al mantenimento dei vecchi, incartapecoriti equilibri, ancorché precari...