venerdì 2 gennaio 2015

L'amore per la vita in Leopardi


Silvia, rimembri ancora
quel tempo della tua vita mortale,
quando beltà splendea
negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
e tu, lieta e pensosa, il limitare
di gioventù salivi?
Sonavan le quiete
stanze, e le vie d'intorno,
al tuo perpetuo canto,
allor che all'opre femminili intenta
sedevi, assai contenta
di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
così menare il giorno.
Io gli studi leggiadri
talor lasciando e le sudate carte,
ove il tempo mio primo
e di me si spendea la miglior parte,
d’in su i veroni del paterno ostello
porgea gli orecchi al suon della tua voce,
ed alla man veloce
che percorrea la faticosa tela.


Cesare Garboli 
Nessuno più di lui sentì la vita
C. Garboli G. Manganelli, Cento libri, Archinto 1989

Come non si può superare la velocità della luce, così non si può sentire la vita più di Leopardi. E d'altra parte la sua voce arriva sempre da un punto limite, dal punto in cui le emozioni, i palpiti, le scaturugini della vita fanno tutt'uno con le immobili scaturigini della morte. Il segreto della lirica leopardiana, quella pateticità terribile, concitata, quello spasimo atroce, quei conflitti, quegli urti, quel disperare e tornare a sperare, e la sua quiete immensa e serena, è tutto qui. Come se la materia di cui è fatto l'universo potesse interrogare se stessa, chiedere alla propria inerzia, al nulla, le ragioni della sua vita, e lo facesse con un filo di voce superba e insieme infinitamente discreta, umile e planetaria.