venerdì 20 giugno 2014

Vendola, l'esaurimento di un ruolo

Simone Lorenzati 
Giovanni Carpinelli 
La partita del futuro per Sel

Sembrerebbe l'ennesima riedizione di un copione già noto nella storia della sinistra italiana. Da Turati e Gramsci fino a Migliore e Fratoianni (eviteremmo imbarazzanti paragoni) c'è sempre stato chi voleva essere più a sinistra. Certo le situazioni non sono paragonabili ma il futuro di Sel pare fosse già scritto nel suo dna. Nata da una costola di destra di Rifondazione e da una di sinistra dei Ds (con un pezzo dei Verdi fedeli a Cento) Sel ha vissuto stretta tra l'altalenante amore per il proprio leader Vendola e un interesse marcato per il Pd. Quello che sembra esser semplice a livello di amministrazioni locali (ossia l'alleanza con il più grande partito di centrosinistra) diventa difficile a livello nazionale. A maggior ragione, poi, se il Pd e il governo vivono sulle spalle carismatiche e sfavillanti di Matteo Renzi. Vendola sembra aver puntato sul mantenimento di una collocazione incerta. E da ultimo ha perso. La sua stessa leaderhip ha subito con questo un colpo dal quale difficilmente si risolleverà. Già nelle recenti elezioni europee il dilemma si era ripresentato, con una parte dei vendoliani favorevole ad entrare nel Pse (e che aveva mal digerito il progetto Tsipras) ed un'altra schierata per l'ingresso nel Gue (e che mai avrebbe detto sì a Schultz). In mezzo, o in una posizione centrista, proprio il governatore pugliese impegnato nel tentativo di tenere unito un partito che, pur avendo con la lista Tsipras superato il quorum al 4%, oscillava assai (ed il caso Spinelli con Furfaro, esponente proprio di Sel, che doveva cederle il posto non ha certamente aiutato). L'impressione è che il decreto Irpef sui famosi 80 euro (per inciso una misura di redistribuzione, qualunque sia il giudizio che se ne voglia dare) sia stata solamente la scintilla che ha fatto scoppiare l'incendio. Il postino suona sempre due volte, si dice. Nella storia della sinistra italiana il messaggio dell'unità è stato spedito molte volte. Nel 1924, nel 1946, nel 1956 (Pralognan), nel 1968... Tanto per smentire la frase fatta, il postino ha parecchie volte bussato alla porta senza che nessuno rispondesse veramente all'appello. Per l'unità più vasta ci saranno forse altre occasioni, intanto c'è sempre qualcuno che pensa di preservare meglio il futuro nella distinzione e nella solitudine.

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LA FINE DI UN CICLO A SINISTRA 

Stefano Folli
Dal debole antagonismo di Vendola alla sinistra «renziana» di governo
La secessione di Migliore è l'effetto, non la causa della crisi. Il premier oggi come una calamita

Il Sole 24 ore, 20 giugno 2014

Va rispettato il «profondo dolore» di Nichi Vendola, ma la vera causa della sua amarezza non può essere l'addio di Gennaro Migliore e di altri tre che hanno abbandonato Sinistra&Libertà. Il dolore di Vendola va riferito alla chiusura di un ciclo. Perché di questo realmente si tratta. Il capogruppo Migliore che se ne va è l'effetto, non la causa della crisi. E se ci sono «errori politici», come pensa il leader storico della sinistra ex antagonista, è un po' ingeneroso attribuirli tutti agli scissionisti di oggi. Gli errori li hanno commessi in tanti negli ultimi anni, a cominciare da Vendola stesso.
In fondo l'ambizione iniziale era generosa, nutrita di utopia, ma aveva un senso: creare una sorta di movimento "arcobaleno" alla sinistra del Partito Democratico in cui far confluire diversi filoni, ciascuno con le proprie delusioni e frustrazioni. Ecologisti e verdi di varie sfumature, ex comunisti (ma non tutti), pacifisti, una parte dei seguaci di Fausto Bertinotti, l'uomo che per anni aveva dato spessore e una prospettiva a quell'area politica e il cui abbandono aveva provocato, esso sì, uno strappo doloroso.
Tutto doveva essere filtrato e rigenerato dal leader Vendola con le sue qualità di affabulatore, padrone di un linguaggio forbito e narcisista, certo un po' fumoso. Si avvertiva un'ambiguità di fondo che partiva dal modo di comunicare e arrivava in un attimo alla linea politica. Pochi possono dire di aver capito con precisione cosa volesse Sel. Negli enti locali il partito vendoliano è stato ed è un partner del Pd in innumerevoli giunte. Ma sul piano nazionale è rimasto a metà strada. Né realmente antagonista né davvero determinato a far valere le sue proposte al tavolo del governo.
L'Italia cambiava, ma il leader sembrava prigioniero dei suoi schemi astratti, senza riuscire a dar voce a una classica sinistra «di classe» e tanto meno a una sinistra riformista. E il fatto che il caso dell'Ilva di Taranto sia esploso proprio nella Puglia di Vendola vuol dire qualcosa, anche sul piano simbolico. Si è accreditato il capo di Sel di un rapporto sotterraneo con Renzi, e magari sarà vero, ma i risultati non devono essere granché soddisfacenti, se si è arrivati alla spaccatura di ieri.
Ora Migliore e il gruppetto che lo segue, forse destinato a ingrossarsi nel tempo, tenteranno di costituire la sinistra del «renzismo». Non è importante se entreranno o meno nel Pd (probabilmente non lo faranno adesso), è interessante capire se riusciranno a occupare uno spazio politico che in effetti esiste. Perché se Renzi vuole essere una specie di Tony Blair all'italiana e quindi tende a rappresentare i ceti moderati, nonostante la presenza del Ncd di Alfano nel governo, è evidente che ci sono margini per un'ala sinistra che serva anche a coprire il "renzismo" su quel versante.
L'operazione può riuscire o forse no, vedremo. Quel che è certo, qualcosa si è messo in moto nel campo della sinistra. Soprattutto quella che un tempo vedeva se stessa come antagonista e oggi si è accorta che, almeno in questa fase storica, lo spazio si è ristretto: a meno di non andare sul terreno dei populismi, il cui sbocco però è a destra, come si vede nel caso Grillo-Farage. Il fenomeno Renzi è un'enorme calamita che attira a sé vecchi e nuovi soggetti, scompaginando gli schieramenti precostituiti. Di questa ondata Vendola è la vittima più recente, ma forse non l'ultima.