giovedì 5 giugno 2014

Aristofane contro Platone. Il destino del comunismo

Paolo Randazzo
Aristofane contro l'utopia platonica
Europa, 31 maggio 2014

Le parole talvolta nascondono trappole di senso e, a prenderle alla leggera, spesso si scivola nella banalità: ad esempio, si ha un bel dire che oggi per ricostruire il senso del nostro rapporto col mondo classico (un senso culturalmente fecondo) occorra ripartire da una corretta esplorazione di quanto in esso è totale “alterità” rispetto a ciò che siamo diventati.
Il rischio è che, mentre gli specialisti studiano ed esplorano, il resto della società scivoli in una delle due antitetiche semplificazioni: rifugiarsi nella percezione del mondo classico inteso come radice unica della nostra identità culturale (l’eterno neoclassicismo ideologico e rassicurante) o scivolare in un antropologismo d’accatto che finisce col nascondere la complessità degli effetti che da quella radice continuano a sgorgare.
Ovviamente i primi campi in cui questo rischio deve essere combattuto sono la scuola, l’università, le istituzioni politiche e culturali, ma anche la pubblicistica ha un ruolo centrale in questa battaglia in Italia sono rari gli autori in grado di elaborare una scrittura che sia scientificamente avvertita e al contempo godibile sul piano della lettura.

canforaPiccola premessa per dire che La crisi dell’Utopia, Aristofane contro Platone (Laterza), l’ultimo saggio di Luciano Canfora, non solo è un libro interessantissimo nel merito dell’argomento di cui tratta, ma è anche di godibilissima lettura da parte di un pubblico di non specialisti. Canfora ricostruisce con rigore e straordinaria dovizia di fonti, informazioni, particolari, la vicenda di una polemica (politica e culturale) scoppiata tra Platone e Aristofane nei primi anni del IV secolo a.C., subito dopo la traumatica condanna a morte di Socrate da parte del nuovo governo democratico di Atene.

Motivo della polemica è l’utopia comunistica che Platone andava delineando e che probabilmente aveva già fatto circolare (in forma scenica) prima del suo primo viaggio a Siracusa (388) e molto prima della sua definitiva pubblicazione nel V libro della Repubblica.
Canfora dimostra che la commedia Ecclesiazuse altro non è che un feroce attacco proprio a questa utopia platonica. Un attacco in cui Aristofane prende di mira non tanto gli aspetti più tradizionali di questa costruzione utopica e che risalivano alla tradizione culturalmente filospartana dell’aristocrazia ateniese, ma la scandalosa parificazione della condizione delle donne a quella degli uomini nella nuova Kallipolis guidata dai filosofi che, in una società maschio-centrica come quella di Atene e dell’intera Grecia classica, appariva appunto una pericolosissima utopia.
Un attacco feroce, cui Platone sembra rispondere già con la definitiva stesura della Repubblica e, ulteriormente, nel Simposio e nelle Leggi.
Ma la auto-difesa di Platone non sortirà gli stessi effetti dell’attacco del commediografo ispirato al senso comune: se l’utopia comunistica continuerà ad avanzare nel percorso della storia culturale europea, ripercorrendo quasi sempre le orme di Platone (dal mito di Atlantide alla rivolta antiromana di Blossio di Cuma, dal racconto del viaggio di Giambulo nelle “Isole del sole”, contenuto in Diodoro Siculo, alla durezza con cui Lattanzio e altri scrittori cristiani stroncano ogni tentativo di lettura comunistica del messaggio evangelico, dalla Città del sole di Campanella ai Viaggi di Gulliver di Swift, fino a giungere alle vicende del socialismo utopistico e della costruzione politico-filosofica “scientifica” di Marx ed Engels), allo stesso modo la stroncatura aristofanesca e poi aristotelica dell’utopia platonica si ripresenta nei secoli come il necessario lato scettico di quello sguardo luminoso ed ottimistico sulla realtà.
E resta aperta insomma la domanda da cui questo splendido saggio prende le mosse: «I fallimenti liquidano l’utopia, o l’utopia resta un bisogno morale al di là del naufragio? E la demonizzazione, fin troppo facile, dell’utopia non diviene un alibi per blindare in eterno la conservazione e l’ingiustizia?».