giovedì 27 febbraio 2014

Ancora sulla Cina: Davide Lajolo (1967)

Venti quattro anni, Rizzoli, Milano 1981

26 luglio [1967]

In Cina siamo allo scontro finale tra Mao e Liu Sciao Ci.
Se ricordo il fascino che la figura di Mao emanava durante quel lungo colloquio, tuttora vivissimo a distanza di tanti anni, mi pare davvero impossibile che in un uomo che ha avuto tanta saggezza e guidato verso la libertà un miliardo di uomini, possa nascere un odio così accecante, una sete di distruzione di tutto quanto ha costruito assieme al suo popolo. Mao quando parlava di popolo pareva diverso dagli altri uomini. Dava la sensazione di essere popolo col popolo, come se fosse ancora con i contadini nelle caverne a sfamarsi col pane di soia e un pugno di riso e la sua esistenza valesse solo in quella consapevolezza. Ora le notizie dicono che tutto il caos in cui sta precipitando la Cina, le persecuzioni, le irrisioni contro i combattenti della Lunga Marcia con al collo cartelli infamanti, messi alla gogna dai codardi che diventano crudeli quando sono sicuri dell'incolumità, è voluto da Mao. Quello stesso popolo che si è liberato torna a scontrarsi nella guerra civile. Anche Mao agisce come Stalin. In Cina si uccide senza la finzione di processi e di sentenze infami.
Evidentemente Mao non ha sopportato di vedere eletto a presidente della Repubblica Liu Sciao Ci, anche se è stato sempre al suo fianco. Mao lotta contro il Comitato Centrale, contro il partito. Sui giornali murali si insulta anche Ciu En Lai, il collaboratore più fedele di Mao. La fraterna, incrollabile amicizia con l'URSS è crollata tra gli spari sul confine dell'Ussuri. Il socialismo non estirpa la guerra, l'odio fratricida. Allora di che socialismo si tratta? Perché tanti sacrifici nella certezza di mutare volto al mondo? Penso ai miei ragazzi partigiani che morivano inneggiando alla libertà e nel nome di Stalin, penso agli studenti che cadono oggi sotto il piombo della polizia gridando i nomi di Che Guevara e di Mao. Certe illusioni ti cadono sulla testa come mazzate. Come resistere? Come insistere nella lotta? Quali valori, quali esempi, quali certezze per un mondo migliore da insegnare ai giovani?

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 RIVOLUZIONE CULTURALE CINESE

(settembre 1965 - estate 1967). Tentativo di mobilitazione politica condotto da Mao Zedong negli anni sessanta con l'obiettivo di evitare alla rivoluzione cinese il processo di involuzione sociale che egli ravvisava nell'Unione sovietica. Secondo un'interpretazione, l'iniziativa fu probabilmente collegata allo scontro di vertice tra Mao, appoggiato dall'esercito popolare guidato da Lin Biao e da pochi ideologi rivoluzionari come Chen Boda, e l'apparato istituzionale del partito e dei sindacati diretto da Liu Shaoqii e da Deng Xiaoping. I diversi gruppi dirigenti strumentalizzarono ai loro fini le forze presenti nella società civile provocando a più riprese la rimozione e la persecuzione di interi settori di militanti di partito, la crisi di importanti strumenti culturali e amministrativi e un danno generale all'apparato produttivo del paese e soprattutto al processo di formazione delle nuove generazioni. Un'altra linea interpretativa accentua invece il carattere eversivo degli appelli di Mao ai giovani contro il consolidamento delle strutture burocratiche immobilistiche e parassitarie, dovuto all'intreccio tra la tradizione confuciana e l'adesione ai modelli staliniani. La sconfitta della Grande rivoluzione culturale proletaria si consumò nell'estate 1967, quando Mao dovette accettare la logica di un ritorno all'ordine, sostenuto tra l'altro dai quadri rurali di formazione militare a lui fedeli, dall'esercito e dall'amministrazione capeggiata da Zhou Enlai. Le successive vicende (dalla condanna dei gruppi giovanili, a quella degli ideologi e poi di Lin Biao fino all'arresto di Jiang Qing e della cosiddetta "banda dei quattro" dopo la morte di Mao) sarebbero state solo tappe della rimozione dell'esperienza.

Dizionario di storia moderna e contemporanea, Paravia Bruno Mondadori