domenica 5 gennaio 2014

Rossanda, venti interviste

Tommaso di Francesco
Rossana Rossanda, una stagione grande e aperta
il manifesto, 4 dicembre 2013

La forma dell’intervista è una com­pli­cità «fra due che si par­lano»: così Ros­sana Ros­sanda intro­duce il suo libro «Quando si pen­sava in grande. Tracce di un secolo. Col­lo­qui con venti testi­moni del Nove­cento» (Einaudi, pp 243 euro 17,50). Venti inter­vi­stati, tutti uomini per­ché, sot­to­li­nea l’autrice, que­sta è la sto­ria della poli­tica che ha escluso le donne. Non un «come era­vamo» ma un monito: a pen­sare. E in grande, ripro­po­nendo i non con­clusi temi del «secolo breve» che, già nel primo decen­nio del nuovo secolo mostrano la loro cogente attua­lità e urgenza. Aggre­gato per temi piut­to­sto che cro­no­lo­gi­ca­mente — le inter­vi­ste, uscite su il mani­fe­sto quo­ti­diano comu­ni­sta tranne quella a Sar­tre pub­bli­cata nel set­tem­bre 1969 sul Mani­fe­sto rivi­sta, vanno dal 1965 al 1998.
Per Ros­sana Ros­sanda il nodo della crisi delle società del capi­ta­li­smo maturo è ancora all’ordine del giorno in epoca glo­bale, non biso­gna abban­do­nare il campo della rifles­sione sull’89 (sul tra­monto dei socia­li­smi rea­liz­zati nell’est euro­peo), ma anche sulla caduta dei com­pro­messi social­de­mo­cra­tici. In buona sostanza torna d’attualità la domanda sul comu­ni­smo. Con nuovi stru­menti cri­tici a sini­stra, sapendo che «con il vol­gere del secolo, di sini­stra, anche della più mode­rata, non rimane nulla», arresa com’è al libe­ri­smo. E man­te­nendo aperta la porta ai para­digmi cul­tu­rali affatto diversi dal movi­mento ope­raio tra­di­zio­nale: il fem­mi­ni­smo e le que­stioni di genere e le cor­renti eco­lo­gi­ste rel­ative ai limiti dello svi­luppo — qui l’intervista a Ignacy Sacs è illuminante.

Una fon­da­men­tale «ontologia»

Con György Lukacs — que­sta prima inter­vi­sta non è della «comu­ni­sta ere­tica e ses­san­tot­tina tar­diva» ma dall’ancora espo­nente del comi­tato cen­trale del Pci — si parla di let­te­ra­tura, ma è un espe­diente. In realtà al cen­tro ci sono l’ombra del XX Con­gresso, la tra­ge­dia unghe­rese del ’56, i limiti della pia­ni­fi­ca­zione deri­vata dall’Urss e la cri­tica alle cate­go­rie della psi­ca­na­lisi e dell’esistenzialismo intese come pos­si­bili «inte­gra­tori» del mar­xi­smo. Si può già indi­vi­duare un punto cen­trale da cui ripar­tire? Chiede Ros­sana Ros­sanda. «Marx ha comin­ciato dall’analisi della strut­tura e anche noi dob­biamo ripar­tire da qui — risponde Lukacs, rive­lando che in quel periodo sta scri­vendo la sua opera fon­da­men­tale Onto­lo­gia dell’essere sociale — occorre una teo­ria valida della ripro­du­zione in un sistema socialista…Le nostre pia­ni­fi­ca­zioni sono fal­lite per­ché nel periodo sta­li­niano è stata can­cel­lata dalla teo­ria la dia­let­tica tra valore di cam­bio e valore d’uso, annul­lando con ciò di fatto la pos­si­bi­lità stessa di una teo­ria della riproduzione…».
Il filo­sofo mar­xi­sta unghe­rese è per Ros­sanda «la mia gente»; non lo era pro­prio il mostro sacro del comu­ni­smo fran­cese e della poe­sia tran­sal­pina, Louis Aragon, pro­ta­go­ni­sta dell’incontro più sgra­de­vole del libro e insieme più iro­nico. Dove si pavo­neg­gia l’intellettuale nazio­nale, «uomo bel­lis­simo», vani­toso dei suoi versi, ricco per meriti di par­tito dal quale «prese tutto senza dare nulla», che vive nell’agio nel cuore della Parigi ricca. Espo­nente di quel Pcf diven­tato alla fine nemico giu­rato del nuovo e dei movi­menti emersi nel ’68 e che, nell’intervista, non perde occa­sione di sfer­zare il «fra­tello minore Pci». L’intervistatrice non ne può più e, men­tre Ara­gon si parla addosso, lei tenta di uscire dalla sala dell’incontro, ma quello la riac­ciuffa con la sua sicu­mera. Quando alla fine riu­scirà a gua­da­gnare la strada, Ros­sana sarò così fra­stor­nata da cadere per terra ai primi passi tra le foglie bagnate, sopraf­fatta dal tanto peso di sé di un essere umano. Chie­den­dosi: «Che comu­ni­smo era il suo?”

Incon­ci­lia­bi­lità e punti ciechi

Punti focali del libro le inter­vi­ste a Jean-Paul Sar­tre e a Louis Althus­ser. La prima, Par­titi e movi­menti due realtà incon­ci­lia­bili, del set­tem­bre ’69, rea­liz­zata nell’imminente radia­zione del gruppo del Mani­fe­sto dal Pci, anti­cipa l’elaborazione che sul Mani­fe­sto rivi­sta la stessa Ros­sanda fece con il titolo Da Marx a Marx, sui limiti della forma par­tito e sulla neces­sità di un nuovo, cen­trale ruolo, e insieme qua­lità, dei movi­menti di massa. Con l’elaborazione di quella che si chiamò «stra­te­gia con­si­liare». A rileg­gerla tra­spare come una pro­fe­zia sull’universo informatico-telematico dei nostri giorni. Per­ché Sar­tre, nel ren­dere evi­dente l’elemento vin­cente del par­tito rispetto ai soli gruppi infor­mali, li chiama «in fusione», rico­no­scen­done però la loro imme­dia­tezza e rap­pre­sen­tanza diretta: come non pen­sare allo sta­tus delle nuove mobi­li­ta­zione poli­ti­che e gruppi nati e codi­fi­cati su web? Con la loro con­su­ma­bi­lità momen­ta­nea e cadu­cità tem­po­ra­nea, senza una memo­ria lunga che, pur non essendo neces­sa­ria­mente del «par­tito», non sia tut­ta­via solo seriale ma dura­tura e supe­riore alla rap­pre­sen­tanza poli­tica che non c’è più.
La seconda ad Althus­ser, Il punto di cieco di Marx, la que­stione dello Stato, è dell’aprile 1978 e prende spunto dalle sue affer­ma­zioni fatte al con­ve­gno del Mani­fe­sto di Vene­zia (novem­bre 1977) sull’inesistenza in Marx di una teo­ria dello Stato. Qui insi­ste sul comu­ni­smo «come ten­denza e realtà inter­sti­ziale» al capi­ta­li­smo in crisi, come sulla neces­sità di non ren­dere «vaga» la per­ce­zione di que­sta ten­denza, di dirlo insomma il comu­ni­smo nei suoi obiet­tivi pro­gram­ma­tici. Mate­ria­li­sti­ca­mente e non idea­li­sti­ca­mente come fosse una evo­ca­zione «feti­ci­sta». Ma l’equivoco più grande è lo Stato, al quale tutto, società poli­tica, par­tito e sin­da­cato — per­dendo così la loro natura di classe -, si riduce. E non ci sono dis­si­mu­la­zioni sulla pre­sunta novità dello «Stato allar­gato»: «Lo Stato è sem­pre stato allar­gato». Nell’introduzione l’autrice parla della sua impe­ri­tura ami­ci­zia con Althus­ser e con la moglie Hélène Ryt­man, fino alla prova estrema: «Le cir­co­stanze mi por­ta­rono a essere vicina a loro due nei giorni in cui egli la uccise; resto per­suasa che non volesse affatto la sua morte, ma non fosse in grado di ascol­tare quel che lei pen­sava di avere sco­perto pro­prio allora sull’origine della sua malat­tia e aveva impru­den­te­mente deciso di dirgli».
Ecco la luce affet­tiva della spe­ranza. Quella del mili­tante ses­san­tot­tino Etienne Grum­bach, cuore pul­sante delle agi­ta­zioni ope­raie alla Renault di Flins, che non dismette mai l’impegno del suo «pes­si­mi­smo attivo». Così come spe­ranza e pas­sione tra­spa­iono dagli incon­tri di due mas­simi ana­li­sti delle crisi inter­na­zio­nali, Maxime Rodin­son del Medio Oriente e Paul Sweezy degli Stati Uniti.

Le crisi attra­ver­sate e infinite

L’intervista a Rodin­son è del 5 ago­sto 1982, pochi giorni prima del mas­sa­cro a Bei­rut di Sabra e Cha­tila. Egli non avverte che la nega­zione di una solu­zione, anzi la can­cel­la­zione da parte dell’Occidente e di Israele della crisi di tutte le crisi, quella pale­sti­nese, e il suo abban­dono all’occupazione mili­tare israe­liana, alle colo­nie che si espan­dono e al Muro dell’apartheid, avrebbe com­por­tato — insieme ad una frat­tura anche vio­lenta del movi­mento pale­sti­nese stesso — una radi­ca­liz­za­zione ideo­lo­gica, nella fat­ti­spe­cie isla­mica, in tutti i Paesi arabi, con il ritorno della guerra impe­riale all’ordine del giorno. Così come Paul Sweezy non com­prende che gli Stati uniti, pur man­te­nendo «le spese mili­tari come ele­mento essen­ziale della sta­bi­lità ame­ri­cana» ave­vano deciso il ritiro dal Viet­nam — a que­sto pun­tava il viag­gio del ’71 di Nixon a Pechino — e che quella vit­to­riosa lotta di popolo matu­rava un ridi­se­gno del con­flitto glo­bale nella Guerra fredda: in Asia con la guerra civile in Cam­bo­gia e la svolta epo­cale cinese, in Africa con lotta al neo­co­lo­nia­li­smo, in Ame­rica Latina con i golpe.
Così, un bri­vido si prova alle parole del pre­si­dente cileno Sal­va­dor Allende che Ros­sana incon­tra nel ’71 nel palazzo della Moneda. Si avverte la sua soli­tu­dine, lo sforzo immane, l’equilibrio dif­fi­cile per soste­nere il «cam­bia­mento socia­li­sta». E la sua tra­gica e mal­ri­po­sta fidu­cia nella lealtà dei mili­tari. Men­tre se la prende con il nipote del Mir che, attac­cando l’esercito, «gioca col fuoco». Per­ché «…qui se l’esercito esce dalla lega­lità è la guerra civile. È l’Indonesia. Cre­dete che gli ope­rai si lasce­ranno togliere le indu­strie? E i con­ta­dini le terre? Ci saranno cen­to­mila morti, sarà un bagno di san­gue». Sap­piamo com’è andata.
Stessa emo­zione per l’incontro a Lisbona con il mag­giore Erne­sto de Melo Antu­nes, lea­der della rivo­lu­zione dei garo­fani, nel disa­dorno palazzo del par­la­mento di San Bento. «Quel che oggi pos­siamo fare è cam­biare il modo in cui finora si è pen­sato lo svi­luppo, e cioè sem­pre e solo in ter­mini di acce­le­ra­zione di pro­du­zione e inve­sti­menti. Noi pre­fe­riamo par­lare di una via socia­liz­zante…». Era il gen­naio del 1975. Noi, al seguito, assi­ste­vamo ai semi­nari di Ros­sana Ros­sanda al Cen­tro Gubel­kian, il dopo­la­voro dello stato mag­giore por­to­ghese, sui pro­cessi di tran­si­zione. A segnora — così la chia­ma­vano — par­lava appas­sio­nata e fuori mon­ta­vano la guar­dia gio­va­nis­simi che­gue­vara bar­buti, sol­dati in mime­tica e mitra­glia in spalla, appena rien­trati dall’Angola e dal Mozam­bico. Quanto poteva durare? E non durò. Non capimmo, anche per l’enfasi reto­rica dei tanti arri­vati da tutta Europa a «diri­gere» con pre­sun­tuose cer­tezze la rivo­lu­zione che, al con­tra­rio, chie­deva, come faceva Ros­sana, di inter­ro­garsi insieme a noi. Che le scon­fitte alla fine — e vale anche per noi, adesso — non siano il ter­reno più fer­tile da seminare?