martedì 28 gennaio 2014

Come si arrivò alla guerra nell'estate del 1914

Emilio Gentile
La Grande Guerra e i suoi artefici
Il Sole 24 ore, 22 dicembre 2013

Nella conclusione di un grosso libro, dove racconta come l'Europa giunse alla guerra nel 1914, lo storico inglese Christopher Clark scrive: «I protagonisti del 1914 erano dei sonnambuli, apparentemente vigili ma non in grado di vedere, tormentati dagli incubi ma ciechi di fronte alla realtà dell'orrore che stavano per portare nel mondo». Da questa affermazione, deriva il titolo del libro, I sonnambuli, senza apparentemente riferimento alla trilogia romanzesca I Sonnambuli dello scrittore austriaco Herman Broch, pubblicata fra il 1931 e il 1932. In tre romanzi, Broch evocava la tragedia della modernità, come fu vissuta in Germania fra il 1888 e il 1918, quando l'idealismo di un'epoca animata dalla romantica aspirazione alla totalità di un mondo ordinato da valori perenni, fu alla fine travolto dall'esplosione della Grande Guerra, che lasciò l'Europa nel caos di una realtà frantumata, in balia di un realismo cinico e brutale. I sonnambuli, per Broch, erano coloro che si illudevano di controllare una realtà che si stava disgregando, mentre camminavano verso l'«assurdità prepotente e inconcepibile» di una orrenda guerra. Anche senza un riferimento esplicito, sembrerebbe che una qualche influenza la trilogia di Broch potrebbe averla avuta sul modo in cui Clark ha cercato di comprendere l'«assurdità prepotente e inconcepibile» delle origini della Grande Guerra.
Egli infatti precisa che il suo libro, più «che del perché si preoccupa di capire come si arrivò alla guerra», studiando «da vicino le sequenze di interazioni che produssero certe conseguenze». Deriva da tale metodo, al quale Clark attribuisce «il merito di inserire nella vicenda un elemento di contingenza», la scelta di porre al centro del racconto gli uomini e le loro azioni, piuttosto che cercare le cause remote degli eventi in categorie astratte, come imperialismo, nazionalismo, alta finanza, dinamiche di mobilitazione, nei confronti delle quali «gli attori politici diventano semplici esecutori di forze da tempo presenti e al di fuori del loro controllo».
Avendo da tempo adottato, per una via del tutto indipendente, un analogo metodo di ricerca storica, chi scrive ne apprezza particolarmente l'efficacia per comprendere le vicende che nel 1914 portarono l'Europa alla guerra. La scelta di privilegiare il "come" sul "perché" costituisce forse la peculiarità dell'opera di Clark nell'ambito della storiografia sulle origini della Grande Guerra. Durante gli ultimi decenni, la storiografia ha accantonato la «questione della colpa», che fin dall'inizio del conflitto aveva assillato prima gli stessi protagonisti e successivamente, per oltre mezzo secolo, gli storici, condizionati dall'articolo 231 del Trattato di Versailles, che attribuiva alla Germania la responsabilità di aver provocato il primo conflitto mondiale.
Della questione della colpa non v'è traccia nel libro di Clark, anche se nella sua minuziosa ricostruzione del comportamento e delle decisioni dei protagonisti di ogni singolo Stato coinvolto nelle origini della Grande Guerra, egli non si astiene dall'individuare le responsabilità personali. Nello stesso tempo, tuttavia, cerca di rintracciare i motivi delle loro decisioni con senso propriamente storico, senza inflessioni moralistiche o giudiziarie, osservando l'agire di ogni protagonista nel contesto della storia del suo Paese, della sua esperienza politica e del modo in cui percepiva la realtà nella quale operava. Concentrando l'attenzione sui singoli protagonisti dell'evento, che egli stesso definisce «il più complesso della storia contemporanea, e forse di qualsiasi epoca», Clark fa venire in mente lo storico vagheggiato da Benedetto Croce, che non ricerca il moto e il dramma della storia «unicamente negli urti fragorosi e nei grossi fatti appariscenti», ma «anche davanti a spettacoli di guerre e rivoluzioni, cerca sempre il vero moto e il vero dramma negli intelletti e nei cuori».
Clark esprime con chiarezza la sua valutazione complessiva sul come l'Europa giunse alla guerra nel 1914: «Lo scoppio della guerra fu il momento culminante di concatenazioni di decisioni assunte da attori politici che perseguivano consapevolmente degli obiettivi ed erano capaci di riflettere su quanto stavano facendo, e che individuarono una serie di azioni formulando le valutazioni più adeguate in base alle migliori informazioni di cui disponevano. Il nazionalismo, gli armamenti, le alleanze e la finanza furono tutti elementi che entrarono a far parte della storia, ma acquistano valenza esplicativa solo quando si possa mostrare la loro effettiva influenza sulle decisioni che, congiuntamente, fecero scoppiare la guerra». Gli eventi causali che determinarono lo scoppio della guerra furono diversi, ma Clark ammonisce «a non giudicare scontato l'esito finale», tenendo presente «che le persone, gli eventi e le forze descritte in questo libro portavano dentro di sé i semi di altri, forse meno terribili, futuri». Nel complesso intreccio degli eventi che portarono alla Grande Guerra, i responsabili delle principali decisioni, secondo Clark, «camminarono verso il pericolo con passi guardinghi e calcolati». Ma se così fecero, allora perché mai definirli «sonnambuli»?