mercoledì 31 luglio 2013

La fantascienza: Urania e oltre

Giuseppe Lippi
L'Indice, 22 luglio 2013

Tempo fuori luogo di Philip K. Dick, Cyberiade di Stanislaw Lem, Anni senza fine di Clifford Simak, Drive-in di Joe R. Lansdale: sono soltanto alcuni dei classici della fantascienza oggi ripubblicati, rispettivamente, da Sellerio, Marcos y Marcos, Nord ed Einaudi che hanno visto originariamente la luce su “Urania”. Quando una collana editoriale vanta milleseicento titoli in un catalogo che spazia per oltre mezzo secolo e altri cinquecento tra ristampe, volumi apparsi in collane satelliti e supplementi, smette di essere soltanto una serie periodica (per giunta umilmente venduta nelle edicole) e diventa patrimonio collettivo. È il caso di “Urania”, la più longeva collana italiana di fantascienza, fondata nel 1952 da Giorgio Monicelli, nipote acquisito di Arnoldo Mondadori, e dal secondo figlio dell’editore, Alberto. I due cugini diedero vita a un nuovo tipo di periodico italiano, sull’esempio delle riviste americane di science fiction, e inventarono la parola “fantascienza”, un conio che era stato anticipato soltanto dalla rivistina amatoriale “Fantascience Digest”, edita negli Stati Uniti tra il 1937 e il 1941. Di quel periodico ciclostilato e oggi rarissimo, nei giorni di Internet esiste una voce completa su Wikipedia, ma ci si chiede quanto possa essere stato familiare a Monicelli e Mondadori nel 1952. Influenzati o no dal neologismo americano (e però di gusto classico), l’editore e il primo curatore di “Urania” permisero al romanzo di fantascienza moderno di diffondersi sul nostro mercato. Da allora la loro collezione, diretta successivamente dalla coppia Fruttero & Lucentini, da Gianni Montanari e dal sottoscritto, ha continuato a stuzzicare l’immaginazione di migliaia di lettori, fino a toccare il traguardo dei sessantun anni di pubblicazioni ininterrotte.
È evidente come un arsenale del genere fosse destinato a diventare sinonimo di utopia, inventiva e futuribile: per questo, fin dai primi anni della sua vita editoriale, “Urania” non ha mai smesso di influenzare altre collezioni con spunti, idee e una quantità di titoli migranti. L’esodo di autori e romanzi tradotti originariamente sulle sue pagine e passati nei cataloghi di altri editori è tanto vario quanto vasto. La prima a riproporre i propri classici fu “Urania” stessa, che negli anni sessanta creò la vetrina dei “Capolavori”, cioè ristampe dei migliori titoli della fase pionieristica. Successivamente apparvero i “Classici Urania”, una collana durata dal 1977 agli anni Duemila, cui sarebbe seguita l’attuale “Urania collezione”.
Questo gusto di riscoprire il passato, di ritrovare il meglio di un genere alonato di leggenda nella memoria dei lettori, ha avuto conseguenze molto importanti tra la fine degli anni sessanta e l’inizio dei settanta. In quel periodo alcuni editori di battaglia diedero il via a collane rilegate o librarie volte a presentare la science fiction a un pubblico ormai maturo. Scoppiò la febbre delle traduzioni integrali, con il restauro dei vecchi caposaldi spesso maltrattati o sunteggiati nelle versioni da edicola. Prima l’esclusiva Libra di Bologna, poi la Nord di Milano e quindi, a Roma, la Fanucci attinsero a piene mani, quando poterono, ai testi della fantascienza eroica che la collana di Monicelli aveva divulgato quindici o vent’anni prima. Le traduzioni vennero rifatte o aggiornate, mentre in qualche caso si assisté al fenomeno delle versioni gonfiate, il contrario di quelle adattate degli anni cinquanta: libri dove non solo non si espungeva una virgola rispetto all’originale inglese, ma addirittura si aggiungeva del proprio, chiamando in causa (a proposito e a sproposito) non so quale lezione di Vittorini.
Fu una stagione folle e indimenticabile. Da ancella dei chioschi, per più di un decennio la science fiction diventò un settore che “tirava” in libreria. La sovrapproduzione divenne spaventosa, le collane specializzate si distinguevano per i marchi d’argento e d’oro, questi ultimi riservati alle ristampe tratte da “Urania” o da altri corni dell’abbondanza. Non che non ci fossero state, in passato, altre iniziative librarie, a partire dalle antologie einaudiane a cura di Sergio Solmi, Carlo Fruttero e Franco Lucentini (Le meraviglie del possibile, 1959; Il secondo libro della fantascienza, 1961), per continuare con le pregevoli collezioni dello Science Fiction Book Club di Piacenza, dirette da Roberta Rambelli: ma erano state mosche bianche. Negli anni settanta e ottanta, invece, editori diversi come Dall’Oglio e Sugar, Meb e Sonzogno, Nord e Fanucci (oltre, naturalmente, alla stessa Mondadori, che nel 1963 aveva lanciato una serie di antologie rilegate tratte dal catalogo di “Urania”, gli “Omnibus fantascienza” a cura di Fruttero & Lucentini) portarono i classici e le ultime novità del genere ovunque.
I giornali ne parlavano volentieri, i dibattiti si accendevano su autori e tendenze, le riviste letterarie e politiche si disputavano gli approfondimenti su un genere che non solo commentava ma, in un certo senso, creava il futuro. Forse per l’ultima volta prima del boom informatico di metà anni ottanta, che avrebbe costretto a ripensare tutto, sembrò davvero che la science fiction fosse la chiave per entrare materialmente nel mondo nuovo, con la testa e non solo con i piedi. E già i film di Kubrick della trilogia avveniristica, Il dottor Stranamore, 2001 odissea nello spazio e Arancia meccanica, avevano dipinto un domani prossimo venturo che in qualche modo era ormai arrivato, o un avvenire grandioso nel cosmo che sembrava in linea con il pensiero immaginoso di Gerard O’Neill, l’autore di Colonie umane nello spazio, e di Stanislaw Lem, l’autore polacco di Solaris. Non dimentichiamo che proprio mentre in Italia usciva 2001, per il Natale 1968, tre uomini a bordo dell’Apollo 8 circumnavigavano per la prima volta la luna, e che il 21 luglio dell’anno successivo Neil Armstrong e Edwin Aldrin vi sarebbero scesi davvero.
In quel periodo d’entusiasmo, e negli anni che seguirono, le ristampe dal catalogo di “Urania” riproposero l’aspetto più spettacolare della fantascienza, quello che aveva fatto la fortuna del genere negli anni cinquanta, anche se non necessariamente il più aggiornato. La Libra ritradusse City di Simak, cioè Anni senza fine, un’elegia del lontano futuro che si risolve con la dispersione dell’umanità in una serie di mondi nascosti e privati; la Fanucci rifece Crociera nell’infinito di A. E. van Vogt, forse la più elettrizzante “space opera” degli anni quaranta, fonte di ispirazione per i futuri film di mostri nello spazio come Alien; la Nord ripropose Schiavi degli invisibili di Eric Frank Russell, un romanzo del 1939 che illustrava la teoria paranoide di Charles Fort secondo cui noi esseri umani saremmo il bestiame di più evoluti e invisibili horlà. Insomma, mentre nel campo della fantascienza nuova e aggiornata si cominciavano a riscoprire Philip K. Dick e Lem, Robert Silverberg e il Kurt Vonnegut delle Sirene di Titano, quando si trattava di conquistare le simpatie degli appassionati, lo zoccolo duro della fantascienza, non si poteva sbagliare. Un classico degli anni trenta-quaranta, importato da “Urania” nei cinquanta e ritradotto per la gioia dei lettori dei settanta.
Ma poi questa situazione finì, e del resto già gli “Omnibus” di Fruttero & Lucentini avevano privilegiato un altro genere di produzione, quella più moderna degli anni sessanta, saccheggiando il catalogo recente di “Urania”. A metà anni ottanta i due torinesi abbandonarono la direzione della loro collana e un’altra rivoluzione, quella del computer domestico, mutò ancora una volta la faccia del presente, quindi del futuro. Niente sarebbe stato più come prima: videoscrittura, televisione ventiquattr’ore su ventiquattro e negli anni novanta Internet, i telefoni cellulari. Un modo di vivere avveniristico e sempre più dispendioso, che tuttavia non aveva alle spalle la spinta ideale dei tre decenni precedenti, ma anzi una rigida programmazione neo-capitalista. Quando Sellerio, negli anni novanta, provò a tradurre alcuni titoli di fantascienza letteraria, alcuni li ripescò anche dal catalogo di “Urania” e non furono certo titoli trionfalistici: Orfani del cielo alias Universo di Robert A. Heinlein postulava il volo in un’astronave tanto grande da essere scambiata, dai suoi occupanti, per il mondo, anzi l’universo intero: si potrebbe chiamarlo il classico della science fiction claustrofobica. L’anno successivo (1996) lo stesso editore ripropose un gioiellino dei primi anni sessanta, Il viaggio di Joenes di Robert Sheckley, opportunamente ritradotto e manifestamente cinico: un “viaggio sentimentale nel lontano Ventesimo secolo”, una crociera per il mondo dorato del consumismo e delle promesse pubblicitarie. Terzo e importante recupero da “Urania” fu L’uomo dei giochi a premio di Philip K. Dick, dato in questa versione con il titolo Tempo fuori luogo (1959): un incubo che promette lo sfaldarsi del reale quotidiano a favore di “giochi” apocalittici manovrati dal futuro. L’errore di Sellerio, se vogliamo definirlo così, fu di inserire questi capolavori in una collana segregata, dedicata appunto alla fantascienza. Andarono male. Liberati dalla gabbia e immessi nella fortunata collezione della “Memoria”, alcuni di essi continuano a essere goduti dai lettori ancora oggi.
Negli anni Duemila, numerosi editori letterari hanno accolto la celestiale eredità di “Urania”, soffermandosi anche sulla produzione più recente: Marcos y Marcos ha riproposto la Cyberiade e altri titoli di Stanislaw Lem, Einaudi si è portato a casa il dittico del Drive-in di Joe R. Lansdale (un autore che noi avevamo importato in Italia nel 1993), Fazi ha volto le sue attenzioni a Ray Bradbury e Fanucci a Richard Matheson, tutti capisaldi della gloriosa collezione fantascientifica. E intanto almeno un autore italiano, apparso per la prima volta su “Urania” nel 1994, conquistava i vertici di una meritata popolarità nel campo dell’utopia fantastorica: Valerio Evangelisti. Ma quello è uno scrittore che Mondadori si tiene gelosamente in casa.