sabato 20 luglio 2013

Gian Enrico Rusconi, L'esecutivo perde credibilità

La credibilità del governo non si misura soltanto con l'intenzione di mantenere gli impegni di crescita interna e di rispondere alle attese europee. La credibilità del governo dipende dalla sua dignità politica. Ai «compiti a casa» deve corrispondere trasparenza e coerenza su questioni che toccano i diritti fondamentali.
La responsabilità per la «storia inaudita» del caso Ablyazov (come l'ha definita il presidente Giorgio Napolitano) va chiarita e risolta in modo esemplare. Non sotto il ricatto della caduta del governo. Con quale faccia infatti Enrico Letta si presenterà agli incontri europei se «una reticente e distorta rappresentazione del caso e di pressioni e interferenze» (parole di Napolitano) ha coinvolto i vertici del ministero degli interni, ma viene banalizzata e manipolata? «Risolta all'italiana» - come già ridacchiano all'estero.
È inutile chiederci che cosa sarebbe successo in Germania se si fosse verificato qualcosa del genere. Il paradosso ora è che da noi si cerca di disinnescare malamente la gravità dell'episodio per non turbare i tedeschi. I mercati magari saranno contenti che il governo Letta sopravviva, ma il prestigio italiano e la sua credibilità scenderanno ancora più in basso. Non credo che la drammatica raccomandazione del Presidente della Repubblica a non mettere «a repentaglio la continuità di quest» governo», comprendesse questo prezzo. Ma evidentemente non la pensano così i senatori del Pd che oggi voteranno «no» alla sfiducia individuale ad Alfano. Le raccomandazioni del Presidente li sollevano dalla responsabilità politica di risparmiare un ministro inadeguato per salvare il governo. Non è un buon servizio all'Italia.
Ancora una volta Giorgio Napolitano ha svolto il suo ruolo autorevole - unica autorità di fatto in un sistema politico alla deriva. Ma, come mai prima d'ora, sta toccando il limite della sua capacità di persuasione. Non c'è dubbio che «oggi nella attenzione collettiva deve avere il primo posto la criticità delle condizioni economiche e sociali del paese» e quindi «il cronoprogramma di diciotto mesi per le riforme» (come precisa Napolitano). Ma non al prezzo di metter a repentaglio altri valori fondamentali.
Questo obiettivo minimale si sarebbe potuto ottenere con una semplice operazione: Angelino Alfano si ritira dalle sue cariche ministeriali e cede il posto ad un altro rappresentante del Pdl. Se una soluzione tanto ovvia non si verifica, vuoi dire che nella compagine delle «larghe intese» non funziona il requisito fondamentale per cui chi mostra incompetenza o inadeguatezza o dabbenaggine deve pagare. Perché ha (giustamente) pagato la ministra Josefa Idem per un errore meno grave, e non deve pagare Alfano per una inadeguatezza enormemente più seria.
So bene che le mie parole suonano ingenue ai sofisticati commentatori della cronaca politica. Il clima nel Pdl infatti è profondamente alterato per il profilarsi di un altro evento che potrebbe essere ben più drammatico dell'allontanamento di Alfano. È l'imminente sentenza giudiziaria finale per Berlusconi. L'ipotesi di una condanna definitiva sta facendo perdere la testa ai vertici del Pdl. Ma evidentemente anche ad una parte dell'alta nomenklatura del Pd.
In questo clima l'invito di Napolitano ad affidarsi con fiducia alla Cassazione suona illusorio. In realtà la sentenza potrebbe creare uno di quei momenti che (per usare ancora una volta le parole del Presidente della Repubblica, riferite al recente passato) potrebbero contenere «rischi di paralisi nella vita pubblica senza precedenti». Non voglio credere che quello che accadrà nelle prossime ore nel mondo politico possa essere l'anticipazione dello scenario, assai più traumatico, di fine mese. Per Napolitano sarà l'ultima sfida alla sua autorevolezza politica.

La Stampa, 19 luglio 2013, pp. 1 e 29.