martedì 23 luglio 2013

Goldrake alla terza generazione

Massimo Soumaré
recensione per L'Indice

Il cartone animato nipponico UFO Robot Goldrake (in originale UFO Robo Gurendaizâ), creazione del fumettista Go Nagai, trasmesso dalla Rai per la prima volta nel 1978, ha rappresentato per tutta una generazione o forse, a ben riflettere, per almeno tre generazioni d’italiani una folgorante novità rispetto al passato. Un cambiamento radicale i cui effetti si sono incominciati ad analizzare solo di recente. Esistono, infatti, attualmente diversi saggi sull’argomento, ma merito di Davide Tarò è quello di aver trasposto per la prima volta questo tema in forma di romanzo.
[b][url=www.lindiceonline.com/index.php/option=com_content&view=category&layout=blog&id=19&Itemid=125]Stupori giapponesi[/url][/b]Stupori giapponesiEmina OrfaniRobot (pp. 256, €16, Torino 2012) edito dalla 001 Edizioni è l’opera prima nel campo della narrativa dell’autore, già noto per saggi sul cinema e sull’animazione giapponesi quali Oshii Mamoru, le affinità sotto il guscio, Morpheo Edizioni, 2006, e Satoshi Kon, il cinema attraverso lo specchio scritto con Enrico Azzano ed Andrea Fontana, Ass. Culturale Il Foglio, 2009.
Forte delle sue conoscenze nel settore, Tarò è riuscito a creare un romanzo dall’impianto narrativo di estremo interesse il quale non si limita a una mera forma d’imitazione di una storia fantascientifica rielaborata da qualche manga o anime, ma descrive le speranze e le delusioni di varie generazioni d’italiani che hanno visto man mano frantumarsi le speranze della propria fanciullezza. S’innesta inoltre abilmente sugli eventi politici e sociali che hanno turbato la nostra penisola a partire dagli anni sessanta fino ad oggi.
La fantascienza, per l’appunto, è un altro degli elementi chiave di quest’opera ambientata in una Torino attuale ma al contempo ucronica, in cui l’autore riesce anche ad analizzare le radici dei miti della genesi di quella che è definita la “generazione mille euro”.
Protagonista di Emina OrfaniRobot è il trentenne Nataniele Tandro, un alter-ego dello scrittore, il quale rappresenta al contempo il meglio e il peggio degli individui prodotti da una società che aveva promesso loro un futuro radioso e che invece ha finito per erigergli intorno un muro di disperazione. Sostanzialmente leale e sostenitore d’ideali positivi, Tandro è però privo di carattere e apatico, divenendo perciò vittima della società. Il suo riscatto sembra arrivare quando è assunto dalla Emina, una multinazionale che inevitabilmente richiama alla mente certe note grandi industrie, per pilotare una specie di robot gigante chiamato Simulacrum. Il sogno avuto da bambino guardando Goldrake e gli altri cartoni animati del Sol Levante sembra avverarsi, ma il protagonista scoprirà amaramente che c’è una grande differenza tra gli ideali immaginati nell’adolescenza e la cruda realtà del mondo dell’economia e della politica.
Si tratta di un romanzo inconsueto, con una storia affascinante dalle forti componenti sociali. Alcuni brani sono davvero ispirati e capaci di coinvolgere profondamente il lettore. Certo, come ci si può aspettare da un’opera prima, è innegabile che presenti dei difetti. Alcune parti risultano prolisse e finiscono per appesantire la scorrevolezza del testo senza, però, apportare elementi di rilievo alla storia. Sembra quasi si sia tentato, troppo forzatamente, di voler trasformare un buon romanzo di genere in uno di letteratura alta. Anche gli eccessivi riferimenti agli anime giapponesi possono confondere il lettore non esperto di questo genere. I brani tratti dalle sigle italiane di varie serie animate che fungono da incipit all'inizio di ogni capitolo non sono così necessari, giacché non hanno una vera attinenza con i contenuti stessi. In ultimo, tutta la parte cronologica in appendice avrebbe potuto tranquillamente essere eliminata. Probabilmente un altro tipo di editing da parte dell’editore avrebbe maggiormente giovato al volume.
Nonostante questi difetti, Emina OrfaniRobot resta comunque un libro che vale la pena leggere e la cui originalità non si può negare. Simbolo di una creatività sempre più presente al di fuori dei prodotti della grande editoria e che meriterebbe una maggiore considerazione anche da parte della critica letteraria.
Il volume è impreziosito da un’introduzione del saggista e sociologo Marco Pellitteri.