giovedì 20 dicembre 2012

Nino scopre la città operaia


 
Era stanco. Certo i traghetti e i treni non erano quelli di oggi e il viaggio dalla Sardegna a Torino era risultato molto più faticoso del previsto, anche per lui che non era più un bambino. Anzi "Nino", come veniva chiamato in famiglia, era nell’età della piena giovinezza. Nato nel 1891, ormai ventenne, aveva appena completato gli studi liceali. Ma era un giovane debole e la sua gracilità fisica, forse causata da una caduta subita da bambino, gli avrebbe creato problemi per tutta la vita.
Già alla partenza si era sentito in uno stato di “sonnambulismo”, spaesato e preoccupato per le proprie condizioni finanziarie: per questo aveva viaggiato in terza classe, spendendo comunque 45 delle 100 lire avute da casa al momento della partenza. Per la famiglia la cifra aveva significato un grosso sacrificio, date le gravi condizioni economiche. D’altronde, per questo aveva dovuto lasciare la Sardegna.
Procurarsi il finanziamento necessario per gli studi liceali era già stato un problema: era riuscito a svolgerli a Cagliari, ma in condizioni quasi disperate. Alla fine del liceo la questione si era ripresentata in termini più drammatici, dati i maggiori costi da sostenere per frequentare una facoltà universitaria. Aveva però saputo che il Regio Collegio Carlo Alberto di Torino offriva una borsa di studio ai migliori studenti poveri dell’ex Regno di Sardegna: superando un esame severo e impegnativo, che prevedeva prove scritte o orali su tutte le mate­rie dei tre anni del liceo, si otteneva la possibilità di iscriversi all’Università di Torino grazie a un contributo di 70 lire al mese per dieci mesi all'an­no, purché si frequentassero regolarmente le lezioni e si superassero gli esami con una buona media e nei tempi prescritti.
Agli inizi di settembre del 1911 aveva saputo di essere stato uno dei due ammessi della sede di Cagliari e che gli esami si sarebbero svolti tra il 18 e il 28 ottobre; per questo aveva affrontato il viaggio per andare “di là dalle grandi acque” e raggiungere Torino.
Il suo primo contatto con la città era stato però poco felice. Alla stazione era stato accolto da Francesco, un compaesano che aveva dovuto abbandonare la Sardegna per raggiungere la città industriale e lavorare alla Pirelli. Insieme si erano avviati verso la casa che Francesco gli aveva procurato come primo alloggio, ma la cifra richiesta per l’affitto era troppo alta. D’altronde, in occa­sio­ne dei festeggiamenti per il cinquante­nario dell’Uni­tà d’Ita­lia aperti con l’Esposi­zione Univer­sale al parco del Valentino, i prezzi erano decisamente aumentati. Un aiuto inaspettato era giunto dal segretario del Collegio Carlo Alberto, che era riuscito a rintracciare una stanzetta a metà prezzo, “dove mi fecero credito; io ero così avvilito che volevo farmi rimpatriare dalla questura […]. E passai l'inverno senza soprabito, con un abitino da mezza stagione buono per Cagliari. Verso il marzo 1912 ero ridotto tanto male che non parlai più per qualche mese: nel parlare sbagliavo le parole”, ricorderà anni dopo in una delle sue Lettere dal carcere.
Aveva comunque superato brillantemente la severa selezione del concorso: su 71 can­di­dati ammessi, soltanto 27 erano stati promossi e lui si era classificato al nono posto nella graduatoria generale. Viveva però ancora una sorta di stordimento fisico e psicologico, comune a ogni giovane studente catapultato in una grande città, a ogni “triplice o quadruplice provinciale, come certo era un giovane sardo” del principio del Novecento che per la prima volta affrontava la grande metropoli industriale. Aveva persino paura di girare da solo per le vie del centro: “Provo una specie di ribrezzo a fare delle cam­­­minate, dopo che ho corso il rischio di andare sotto a non so quante automo­bi­li e tram”, scriveva al padre. E soprattutto pativa il freddo e la fame: “Gravemente ammalato per il freddo e la denutrizione, fantasticavo di un im­menso ragno che la notte stesse in agguato e scendesse per succhiarmi il cervello mentre dormivo”. La casa dove viveva gli sembrava un “ghiacciaio”, passeggiava in camera per riscaldarsi i piedi, oppure stava tanto “imbacuccato” da non riuscire a tenere in mano la penna e a studiare per preparare gli esami universitari. Non superarli significava però non ottenere il sussidio.
Sempre più raramente si sentiva in grado di affrontare gli esami e gradualmente abbandonò gli studi universitari, mentre prendeva maggiore coscienza della realtà sociale di una metropoli industriale. Spesso lungo le vie che dal centro vanno verso il Po aveva visto gli operai manifestare contro le dure condizioni di lavoro e aveva cominciato ad appassionarsi “per la lotta, per la classe operaia”.
Viva e piena di iniziative, Torino non era però soltanto sede di attività industriali, era anche la città della moda, del cinema e di una vivace attività teatrale. Nino frequentava con assiduità i teatri cittadini e le prime proiezioni cinematografiche e recensiva gli spettacoli per i giornali socialisti. Si era infatti dedicato con passione crescente al giornalismo politico e all’attività di conferenziere nei circoli socialisti, persuaso della necessità di prepara­re la classe operaia, perché “ogni rivoluzione è stata prece­duta da un intenso lavorio di critica, di penetrazione culturale” e dunque “per i proletari è un dovere non essere ignoranti”, giacché “il problema di educa­zione dei proletari è problema di libertà”. A chi gli rimproverava il ricorso a un linguaggio troppo complesso nei suoi articoli o nelle conferenze dedicate ai giovani operai, rispondeva che nell’opera di divulgazione tra gli operai e tra i giovani bisognava fare ricorso a “immagini e linguaggio nuovi”, ma senza semplificazioni eccessive: “Un concetto che sia difficile di per sé non può essere reso facile nelle espressioni senza che si muti in una sguaiataggine”.
Per questo percorreva in lungo e in largo la città e aveva imparato a conoscerla e amarla. Nel corso dei difficili anni della I guerra mondiale, dell’occupazione delle fabbriche e dell’affermazione del regime fascista, era diventato sempre più un protagonista della vita politica e culturale torinese. Insieme a lui c’era anche Piero Gobetti, giovane liberale che Nino, socialista e poi comunista, aveva scelto come suo amico e collaboratore. Torino era sempre più la “sua” città, la “loro” città.
Per la storia, sarà sempre la “Torino di Gramsci e Gobetti”.

Francesco Scalambrino