sabato 23 gennaio 2016

Roma senza futuro



Christian Raimo
Solo la cultura può salvare Roma dalla tristezza
Internazionale, 16 gennaio 2016


... il presente non è nemmeno il tempo più avvilente per questa città. A Roma manca totalmente l’idea di un futuro, di una vocazione. E non solo perché da sempre vive in modo retroflesso, schiacciata dai miti (dell’impero, del papato, della repubblica…), ma perché continua a sperare in rinascite legate a grandi eventi: non bastano le costruzioni dei Mondiali di Italia ‘90 e le chiese del giubileo del 2000 che cadono a pezzi, lo stadio del nuoto mai completato, la nuvola di Fuksas che è ancora un cantiere. Oggi una città che non sa come regolarsi con la cacca degli uccelli si candida alle Olimpiadi del 2024, con l’ambizione meschina di svilupparsi ancora sull’unico prodotto su cui ha investito dal dopoguerra in poi: il cemento.
Nel 1962 fu approvato un piano regolatore per una città che si immaginava avrebbe raggiunto nel corso di un paio di decenni i cinque milioni di abitanti. Oggi non sono nemmeno tre milioni, eppure si continuano a costruire quartieri che mangiano l’agro romano, espandendo la periferia in uno sprawl indefinito, creando dal nulla comuni grandi come città – vedi Guidonia con i suoi quasi 100mila abitanti, di cui quasi un terzo ogni giorno fa il pendolare con Roma – e finanziando economie passive come quelle dei palazzinari e degli affittacamere.
E se forse i candidati sindaci – per adesso Matteo Renzi e Matteo Orfini hanno fatto il nome di Roberto Giachetti, e Stefano Fassina si è autocandidato per Sinistra italiana – concorderebbero su questa diagnosi desolante, è proprio sulla prognosi che sembrano già annaspare. Perché occorre interrogarsi sul destino di questa città, non solo a partire dai suoi evidenti problemi anche di spicciola amministrazione.
Cosa è e come immaginiamo che sarà Roma tra vent’anni? Una specie di fondale per un turismo anagraficamente vecchio? La succursale della burocrazia nazionale per campare ancora di questo terziario arretrato e del suo sempre più misero indotto? Un’infinita periferia di centri commerciali?

Un’idea per Roma
 
Chi governerà questa città dovrà non solo conoscere in modo profondo una città sfiancata dallo sfruttamento millenario della sua eredità genetica, della bellezza storica e naturale, ma avere una visione di lungo raggio.
Per far diventare Roma una vera metropoli europea, come è riuscito a Berlino o a Barcellona, darle un ruolo centrale nel Mediterraneo, farne una città della conoscenza – dell’università, della ricerca, delle arti (come è per esempio nella splendida prospettiva di Walter Tocci) – non è sicuramente sufficiente un commissario prefettizio ma nemmeno un bravo amministratore: serve rivendicare l’indipendenza dalla tutela del Vaticano e dalla famelicità dei costruttori, ed è necessaria ancora di più un’intelligenza di quelli che sono i grandi processi sociali e un progetto ispiratamente pedagogico.
Questo è forse avvenuto in due brevi fasi nel novecento: nel 1907 con Ernesto Nathan e tra la fine degli anni settanta e gli inizi degli ottanta con Carlo Giulio Argan, Luigi Petroselli, Ugo Vetere (e i loro collaboratori: Renato Nicolini, Antonio Cederna, Ludovico Gatto). Altrimenti l’ennesima occasione andrà dolorosamente sprecata.

giovedì 21 gennaio 2016

Le temps des cerises: la Comune

IL TEMPO DELLE CILIEGIE

Quando canteremo il tempo delle ciliegie
E l'allegro usignolo e il merlo scherzoso
Saranno tutti in festa
Le belle avranno la follia in testa
E gl'innamorati il sole nel cuore!
Quando canteremo il tempo delle ciliegie
Fischierà ancor meglio il merlo scherzoso!


https://www.youtube.com/watch?v=w7rynEhMf90

Marco Gervasoni
Il volto patriottico della Comune parigina
Corriere della Sera, 21 gennaio 2016

Raramente un evento storico di cosi breve durata — pochi mesi — ha prodotto tanta memoria e tanta storia come la Comune di Parigi: da Marx a Lenin, che crearono il mito della «dittatura del proletariato», agli anarchici, fino ai gauchiste del Sessantotto parigino, che vi videro l’immaginazione al potere. La Comune fu invece un incubo per liberali e conservatori, sconvolti dai pericoli della sovranità popolare. Fu poi quello un episodio che spinse le classi dirigenti dell’epoca, soprattutto i cattolici non solo francesi, a venire incontro alla «questione sociale».
Oggi la Comune ci interpella ancora su temi attuali, come il rapporto tra democrazia rappresentativa e cosiddetta democrazia diretta, o la legittimità del potere politico. Non a caso negli ultimi anni molti storici inglesi e statunitensi sono tornati a studiarla in una chiave estranea al marxismo.
Così pare anche il volume di Innocenzo Cervelli Le origini della Comune di Parigi (Viella, pp. 504, e 49), un lavoro ponderoso come gli studi storici di una volta e molto originale per almeno tre ragioni.
In primis è uno dei pochi studi importanti condotti da uno storico italiano su un tema che pure da subito coinvolse in diverso modo il nostro Paese — Garibaldi fu eletto come deputato di Parigi nell’Assemblea nazionale del 1871.
In secondo luogo, Cervelli studia le origini della Comune, prima della guerra civile vera e propria e della repressione del governo Thiers, con ventimila morti. Ma il prologo fa capire che la Comune sorse non tanto per cause sociali, secondo la lettura marxista, ma per patriottismo, rigettando l’armistizio con i prussiani deciso dal governo, e in seguito a un doppio choc psicologico e materiale, la sconfitta del Paese e il duro blocco di Parigi da parte nemica.
La terza novità sta nell’indagine sul ruolo svolto dal cancelliere prussiano Bismarck nel contribuire a determinare gli eventi. Last but not least , Cervelli rende nel racconto il pulsare vivente non dei soli leader principali, ma soprattutto del popolo di Parigi, con i suoi entusiasmi e le sue paure.

mercoledì 20 gennaio 2016

Giuditta e Dalila

Horace Vernet, Giuditta (la modella era Olympe Pélissier)

Claudio Pozzoli
La Sirenetta? era Andersen
Corriere della Sera, 15 giugno 1992

intervista a Hans Mayer
"I diversi" (Garzanti, 1977): e' il libro che lo ha reso famoso in tutto il mondo. L'oggetto: tre aspetti della "diversita' esistenziale", la donna, l' ebreo, l' omosessuale.


... Perche' ci sono le donne nei suoi "diversi", signor Hans Mayer? Le donne non fanno parte delle minoranze... "Questa scelta ha a che fare anche con l' origine del libro. Inizialmente, doveva essere un' opera di storia della letteratura. Come professore che si e' sempre occupato, oltre che di letteratura tedesca, dello studio comparato della letteratura, e che ha una solida cultura umanistica, e cioe' conosce e ha letto nell' originale Sofocle, Omero, Aristofane, e anche Platone, cosi' come Cicerone, Tacito e Svetonio, volevo dimostrare come i personaggi della tradizione classica siano ancora vivi per noi: c' e' sempre un Anfitrione, un' Elettra, un Ulisse, un' Ifigenia...". . Figure che hanno poi trovato nuovi personaggi.compagni di strada... "Direi che il serbatoio venne rifornito solo una volta, nel Quindicesimo e nel Sedicesimo secolo, durante il Rinascimento, dai personaggi del Medioevo: l' Orlando furioso, Amleto, Don Chisciotte, l' ebreo Shylock, il Faust...". . L' intenzione era dunque di scrivere un' opera di storia letteraria. Ed e' diventato un libro di critica culturale, ma anche sociale e storica... "Volevo scrivere la storia di questi archetipi, volevo descrivere questi "diversi" della storia della letteratura. Poi, pero' , riflettendo, mi accorsi che non tutti i diversi sono uguali: scoprii che ci sono due tipi di diversi. Chiamai questi personaggi "i diversi intenzionali": Don Giovanni, Faust, Amleto . persone cioe' che si escludono volontariamente dal loro ambiente, dal loro mondo: chi con i suoi misfatti, come Don Giovanni, chi con un patto col diavolo, come Faust, o come Amleto (dicendo "c' e' qualcosa di marcio in Danimarca" si definisce un diverso volontario)". . Si tratta quindi di coloro che vollero essere diversi... "Ecco. Ma che ne e' dei tanti che ne soffrono, che non hanno nessuna intenzione di essere dei diversi, e invece la vita fa di loro dei diversi? Li chiamo "i diversi esistenziali"; le donne per il loro sesso, gli ebrei per la loro origine e per la diaspora, gli omosessuali per la loro deviazione sociale. "Diversi, tutti i tre gruppi, in questo senso. Spero che l' impostazione chiarisca le sue perplessita' per quanto riguarda le donne. Pensi un po' : quando venni a Roma per un dibattito sulla prima edizione italiana del libro, vi fu una giovane e graziosa giornalista che mi fece una domanda esattamente nella direzione opposta alla sua: trovava normalissimo che ci mettessi le donne tra i diversi, si meravigliava invece che ci avessi messo gli ebrei". . Devo precisare che la prima parte dedicata alle donne s' intitola "Giuditta e Dalila", due figure del Vecchio Testamento (e lei scrive: "Entrambe rappresentano la minoranza all' interno di una minoranza che non e' tale, ma e' stata ed e' trattata come tale"). E se anche vi e' un excursus dedicato all' antifemminista Otto Weininger (e al suo "Sesso e carattere"), si parla anche di Giovanna d' Arco... "Prendiamo l' esempio di Giuditta e Dalila. Io le chiamo "le donne con l' arma". Che puo' essere Giuditta con la testa di Oloferne, certo, ma puo' essere anche la donna troppo intelligente, troppo maschile, come direbbero i patriarchi, e anche la donna troppo bella, la seduttrice, nelle fantasie maschili: Giuditta e Dalila. Non ho voluto dire che le donne sono diverse, ma ho descritto come, all' interno del mondo femminile, una donna che e' diversa diventa una "vamp": e' troppo bella, e' Salome' , e' Carmen, e' la rovina degli uomini, e' la Lulu di Wedekind, l' Anastasia di Durrenmatt. Oppure la donna con l' arma: Giovanna d' Arco, Giuditta. E ho cercato di far vedere come di fatto ci sia una forte resistenza contro le donne che osano oltrepassare i limiti; dal punto di vista maschile e' troppo femminile, troppo maschile, troppo donna armata, troppo Giuditta, troppo Giovanna d' Arco, troppo "vamp". Questo dibattito in Germania si colloca al centro della lotta per l' emancipazione delle donne. Continuo a sentire l' espressione spregiativa "Emanzen", anche da giovani, quando ci si riferisce a donne che sono emancipate e vogliono difendere la propria identita' . Si tratta dell' espressione negativa e spregiativa di "Emanzipierte". Come vede, non credo che sbagliasse quella giovane giornalista italiana accettando le donne tra i diversi".
 

martedì 19 gennaio 2016

Il mondo pullula di corna




Natalia Aspesi 
Nella vera storia del sesso non c’è la monogamia Nel saggio che è diventato un caso in America, Ryan e Jethá hanno ripercorso l’evoluzione della specie concludendo che l’essere umano è per natura infedele
la Repubblica, 19 gennaio 2016


Basta leggere le poste del cuore che invadono ogni tipo di informazione per non avere dubbi: il mondo pullula di corna, e non è una novità di questi tempi tempestosi, è sempre stato così, anzi in passato molto di più. Però, più silenziosamente, nella massima clandestinità, perché se no alle traditrici, alle donne ovvio, tagliavano la testa o le muravano vive, o in Italia sino al 1968 le signore potevano finire in prigione. Altrove le lapidano tuttora ma per ora non dalle nostre parti.
Milioni d’anni fa, poi, l’umanoide non ancora sceso dagli alberi e non ancora eretto, sia lui che lei, anzi più lei, non facevano altro: sesso in allegra promiscuità. Almeno così sostengono migliaia di studiosi, come se ci fossero stati anche loro nella foresta africana della preistoria. Dove, tra le scimmie, un tipo più sveglio stava diventando donna, (un’australopitheca afarensis, di 3 milioni di anni fa, ritrovata nel 1974 e battezzata Lucy, mentre nel 1998 si scoprì un maschio della stessa specie, ma più anziano, vissuto 3 milioni e seicentomila anni fa).
Oggi, qualche sfaccendato si chiede: se l’antropologia laica è certa di una primitiva natura umanoide, ominide e addirittura umana, giocherellona, perché ci obblighiamo – da quando esistono l’agricoltura, un’organizzazione sociale e religiosa e la Storia – a vivere nella monogamia, fortunatamente spesso seriale, restando almeno in apparenza fedeli al nostro partner, però cambiandolo anche più volte? Resta un mistero perché tanti studiosi si ostinino a occuparsi di come eravamo o come forse siamo stati o avremmo potuto o dovuto essere, ancor prima dei Flintstone. Anche perché questo interesse forsennato ci chiude nella categoria dei primati, il che vuol dire, almeno per una parte degli studiosi del ramo, che 5 milioni di anni fa abbiamo condiviso un progenitore con le altre scimmie più evolute: non gli oranghi e i gorilla, ma gli scimpanzé e i bonobo, tutti, soprattutto questi ultimi, ipersessuati e iperpromiscui: monogami solo i gibboni, categoria inferiore dei primati, a cui gli umani stessi, per loro ragioni di ordine e potere, hanno obbligato la loro specie a conformarsi, andando contro la nobile natura ipersessuata e promiscua e obbligandola a immalinconirsi in una fedeltà gibbonica, imposta e subita, che da sempre e spesso suscita nella coppia rancore e, quando possibile, disubbidienza.
Dopo aver consultato, e citato, più di quattrocento testi sulla natura sessuale della razza umana sin da quando era una famiglia di moscerini, una coppia non si sa se monogama o no, ma comunque dall’aria contenta, formata dallo scrittore Christopher Ryan, esperto di sciamanesimo e etnobotanica, e dalla sua bella moglie Cacilda Jethá, nata in Mozambico e ricercatrice sul comportamento sessuale nel suo paese per studiare come prevenire l’Aids, ha riversato tutto il suo allegro sapere nel saggio In principio era il sesso, pubblicato negli Stati Uniti, dove ha avuto sia fortuna che sberleffi, che adesso esce da noi da Odoya. Sono 383 pagine complete di ricca bibliografia e utile indice dei nomi (Honoré de Balzac: «La maggior parte dei mariti mi ricorda un orangutan che cerca di suonare un violino»). Il volume è abbastanza leggiadro per divertire senza doverlo considerare fondamentale e senza scandalizzarsi per la sua interpretazione, una delle tante, della «vera storia della sessualità umana, tanto sovversiva e minacciosa che per secoli è stata repressa dalle autorità religiose, patologizzata dai medici, ignorata dagli scienziati e nascosta dai terapeuti moralizzanti». Il che è tuttora vero se siamo ancora qui in Italia a discutere se concedere agli omosessuali la, per gli autori, funesta monogamia seriale del matrimonio, mentre il matrimonio monogamo etero vacilla e l’industria per salvarlo (terapeuti, fruste, sacerdoti, scambio di coppie, avvocati, maghe, siti di incontri, ecc.) è sempre più indaffarata, con la scappatoia del divorzio e anche, almeno annunciato, di un annullamento religioso lampo.
Certo, la storia della sessualità umana e l’affannosa umana ricerca per imbrigliarla, domarla e spegnerla o al contrario liberarla e restituirla alla sua natura bonoba, ha l’aria di non avere mai fine: e, per esempio, oggi in Italia fazioni opposte, per impedire alla coppia gay l’adozione di un eventuale figlio di uno dei due, sta discutendo una possibile scappatoia cui è dato il nome mercantile di “affidamento rinforzato”, come le suole delle scarpe o i reggiseni. Tra le tante storie sorprendenti che legano la sessualità ai suoi incalliti studiosi, a legislatori, teologi e a chiunque altro se ne occupi, Ryan&Jethá citano il presidente americano Calvin Coolidge che, visitando nel 1920 un allevamento di polli, sentì la sua signora informarsi di come riuscivano a produrre così tante uova. Allevatore: «I miei galli fanno il loro dovere». Signora Coolidge: «Lo dica a mio marito». Presidente: «Con la stessa gallina?». Allevatore: «No, passano da una gallina all’altra». Presidente: «Capisco». Resta un mistero perché sia prima, ma soprattutto dopo Darwin, anche quando si era ormai constatato che la femmina bonobo da cui è discesa la femmina umana, faceva rimbombare la foresta manifestando con potenti barriti i suoi multipli orgasmi, si continuò a predicare che le donne erano per natura angeliche e del tutto asessuate. Fu uno studioso veneziano di anatomia, Matteo Realdo Colombo, a scoprire tra le gambe delle donne una strana protuberanza sensibile al tatto. Era il 1558 quando rivelò questa assoluta novità e, come ricompensa, fu arrestato, accusato di eresia, stregoneria e satanismo. Per secoli le donne nascosero quel diabolico segreto per non aver fastidi, anche se sin da Ippocrate si sapeva di quella malattia tutta femminile, chiamata isteria, che mandava fuori di sé anche le signore più nobili. Solo nel 1952 l’isteria è stata cancellata dalla lista delle malattie e, del resto, l’omosessualità ben 21 anni dopo. Un delizioso film inglese, Hysteria diretto nel 2011 da Tanya Wexler, racconta come, in età vittoriana, quella malattia fosse affidata ai medici, che la curavano e si arricchivano masturbando la paziente personalmente o con complicati vibratori a vapore o diesel, che dal 1902 vennero venduti non solo ai medici, con la pubblicità sui giornali, “Tutti i piaceri della gioventù pulseranno dentro di voi”. Ryan e Jethá sostengono che il vibratore divenne negli Stati Uniti il più venduto apparecchio domestico dopo le macchine da cucire e il bollitore per il tè. L’importante era che, trattandosi di una malattia, i mariti non dovessero occuparsene. Poi, si sa, sono arrivati Kinsey e Masters & Johnson e un esercito di studiosi del ramo e gli uomini hanno dovuto svegliarsi e prodigarsi.

IL LIBRO In principio era il sesso di Christopher Ryan e Cacilda Jethá ( Odoya trad. di G. Morselli e M. Scarsella, euro 22)

lunedì 18 gennaio 2016

I colori di Klee a Nuoro

Paul Klee, Giardini meridionali, 1921

Paolo Russo
Nuoro
I colori di Klee l’eretico al servizio del mondo reale
la Repubblica, 17 gennaio 2016


Quarantamila abitanti e un taxi. Luminosi però i geni loci di Nuoro. Sebastiano
Satta, Grazia Deledda, Nobel 1926, lo scultore Francesco Ciusa, premiato
alla Biennale 1907. Fino ai più vicini: il grande Costantino Nivola, e
Maria Lai, massima artista d’una terra splendida e tragica. Nuoro offre
fino al 14 febbraio, una preziosa mostra sull’arte eternamente duplice,
figura trasfigurata, astratta ma riconoscibile, abissale e fin troppo
umana, solare però enigmatica di Paul Klee (1876-1940). Leonardesco
indagatore d’ogni forma e sapere, e perciò anche emozionato viaggiatore,
nutrì con le sue immersioni nel caos primigenio la propria creazione. I
cinquanta fra disegni, acquarelli e dipinti prestati da musei e privati
di spicco, abitano ora, col titolo “Mondi animati” e la cura di Pietro
Bellasi e Guido Magnaguagno, quel Man-Museo d’arte della Provincia di
Nuoro decollato, per coraggiosa scelta dell’ente, nel ’99 con Cristiana
Collu, dal 2012 affidato a Lorenzo Giusti. Il Man si offre quale tenace
modello di resistenza culturale low budget: meno di un milione il budget
annuo, nel 2015 ben 48mila visitatori.
Ad aprire la mostra è l’olio Giovane giardino (1920), che con le sue infantili,
gioiose campiture di tenui colori partite in sghembo labirinto con alberelli,
spaventò a tal punto il nazismo da farglielo includere, con altre sue
opere, nel catalogo d’arte degenerata del ’37 a Monaco. È presente lo
“spirito animato” col quale Klee seppe scavare dal reale il noto
nell’ignoto con la speciale, universale qualità affettuosa ben leggibile
in “Mondi animati” e rimasta inalterata tutta la vita nonostante
l’artista fosse assediato dalle perdite: la fama che tardava a venire, i
problemi economici, la disfatta dell’utopia Bauhaus, ove a lungo
insegnò, il mondo sventrato da guerre che gli uccidevano gli amici e da
dittature che gli vietavano di creare. Fino alla lunga rara malattia
finale – la sclerodermia che gli desertificherà la pelle uccidendolo,
terrifico contrappasso per tanta sensibilità.
Non è un caso che il mite, paziente, poderoso, eretico Klee, artefice, artigiano
e alchimista capace di oltre novemila opere, non ceda però al distacco dal
mondo tanto amato, fonte e garanzia della sua “magica cucina”,
utopicamente desiderosa d’esattezza nel disordine primigenio in cui
s’avventura. E che anzi, affretti il passo nell’imminenza di una morte
sempre da lui contemplata: nel ’39, ormai celebre, stimato e morente, la
sua prolificità, che catalogò con chirurgico metodo, vola a 1250
lavori, un nono dell’intero corpus.
Fra i dipinti, ecco ancora il Fico (1929), acquarello splendido che dalla natura
distilla liquide trasparenze e profondità, forma ed essenza incantatorie; Foglie figurate (1938), sintesi di un’origine simbiotica di piante e uomo, il cui feto è
accolto nelle foglie; l’antropomorfismo stravolto delle facce con
occhio di gatto di Espressioni di un volto (1939); Scena fiabesca alla
Hoffmann del ’21, rivelatrice dedica allo scrittore gotico tanto amato
risolta in calde geometrie color sabbia percorse, come pure gli
acquarelli Piccolo Mondo (1914) e Americano- Giapponese (1918), dal
consueto fluire di segni misteriosi però mai ostili. Assecondata
anch’essa da titoli rivelatori, la cospicua grafica di Klee esposta
(1910-1939), s’accende del suo gran talento satirico e immaginifico,
talvolta allegramente minaccioso, che fu dei suoi esordi di disegnatore e
caricaturista. Che insiste fino all’ultimo sulla favola, quasi sempre
inventata ma figlia della più alta tradizione morale, fra grottesco,
improvvise profezie materiche e una vertiginosa girandola da esploratore
e virtuoso di tutte le tecniche.



domenica 17 gennaio 2016

La vita, la morte e l'alba




Louis-Jean-François Lagrenée, Tithonus e Aurora (1763)


 Alessandro Baricco legge e commenta La cognizione del dolore. Un romanzo che il suo autore, Carlo Emilio Gadda, ha lasciato incompiuto. 
 
Il posto prezioso che hanno i veri grandi scrittori nella nostra vita,la cosa per cui noi abbiamo una grande gratitudine nei loro confronti, è che loro sono capaci di dare nomi alla vita, alla nostra esistenza. Erano grandi perchè riuscivano a nominare le cose, alcune molto semplici ed altre molto molto più complicate.
Nominare è una cosa preziosa per tutti, dare i nomi alle cose; si danno i nomi alle cose per difendersi dalle cose.
Se non sapete nominarle, non sapete cosa sono e non sapete come difendervi da loro. Noi raccontiamo, loro – i grandi – nominano la vita. Uno è particolarmente caro perchè lavorava con la nostra lingua, Carlo Emilio Gadda. Egli sapeva nominare le cose più strane con esattezza e bellezza quasi irripetibili […] Vi leggerò gli ultimi due capoversi dal libro “ La cognizione del dolore”, un libro che non ha finito.
E’ parso di capire agli studiosi che queste sono effettivamente le ultime parole scritte dall’autore. La situazione, in due parole, è che una Signora è stata aggredita di notte e sta per morire; non si sa se morirà, non lo sapremo mai. Hanno passato la notte, quel che restava della notte, hanno cercato di curarla; adesso lei è stesa nel suo letto, quello che si poteva fare l’hanno fatto. E’ un’agonia silenziosa, in una stanza, questo è cio’ che accade nell’ultimo brandello di notte, ciò che accade dopo è l’alba. Quello che scrisse fu questo:

Lasciamola tranquilla disse il dottore, andate, uscite. Nella stanchezza senza soccorso in cui il povero volto si dovette raccogliere tumefatto, come in un estremo recupero della sua dignità, parve a tutti di leggere la parola terribile della morte e la sovrana coscienza dell’impossibilità di dire: -Io-. L’ausilio dell’arte medica, lenimento e pezzuole, dissimulò in parte l’orrore. Si udiva il residuo d’acqua ed alcool delle pezzuole strizzate, ricadere gocciolando in una bacinella ed alle stecche della persiana già l’alba. Il gallo improvvisamente la suscitò dai monti lontani perentorio ed ignaro come ogni volta. La invitava ad accedere e ad elencare i gelsi, nella solitudine della campagna apparita.
Alessandro Baricco (spiegazione): “…parve a tutti di leggere la parola terribile della morte e la sovrana coscienza dell’impossibilità di dire: -Io- “.
L’autore ha espresso una cosa che molti di noi conoscono.
Quando tu vedi un agonizzante,uno che sta per morire, come dice lui…, i malati hanno tutti i capelli sudati, il pigiama sempre storto e la dentiera in giro, fanno fatica a tenere insieme questo corpo che sta per morire e mentre tu lo guardi c’è una parte di te che lo pensa -se poi tutto finisce così, cosa si salva di tutto quello che ho fatto?- .
Questa cosa noi vagamente la pensiamo ed è espressa in quella riga – Sovrana coscienza della impossibilità di dire -Io- – .

“…si udiva il residuo d’acqua ed alcool delle pezzuole strizzate”. Questa è una inquadratura cinematografica molto stretta. Lui te la rende con un suono -si udiva…- ma in realtà ti fa -vedere- con un rumore,un’immagine.
“…e alle stecche delle persiane già l’alba”.
Lui non dice -c’è l’alba- oppure -ce sta l’alba- , è -alba-
Ma non c’è il verbo! non c’è bisogno del verbo. Quello che tu vedi è nelle stecche delle persiane, il rimbalzo della luce. Più sei esatto e più quel nome resisterà. Se tu sei vago, i tuoi nomi durano una sera ma il giorno dopo non sai cosa fartene.

C’era da dire l’alba e lui dice questo:
“Il gallo improvvisamente la suscitò dai monti lontani perentorio ed ignaro come ogni volta”.
Il gallo è banale, ma che lui l’alba -la susciti- non è che la canta,che la chiama. C’è un verbo per quella cosa, nella nostra lingua c’è un verbo che dice -quella- cosa, ha il suono di quella cosa, è il nome di quella cosa.

Ultima frase. Come nei temi che si cercava di scrivere più bella non ho mai capito perchè, per lasciare una buona impressione e strappare il 6.
“La invitava ad accedere e ad elencare i gelsi”.
Lei, l’alba, non -ce sta- e nemmeno arriva o si avvicina, ma-accede-. Elenca i gelsi… Voi ve lo immaginate questo viale di gelsi? E l’alba che arriva ed è luce che arriva: il primo gelso, il secondo; il terzo gelso, trrrrr, e sale ed intanto -elenca-. La luce è quello che fa, eh, nella vita la luce -elenca-. Prima non capisci, dopo di che elenca.
Come l’elenco dei lavori fatti dal meccanico, faro, fanalino…Tu sai finalmente cos’ha fatto. Arriva la luce e tu -sai-. Quello che fa è elencare.
Guardate… in tre parole c’è un movimento e c’è il senso di un gesto, il senso della luce per sempre bloccato lì: elencare i gelsi.
“Nella solitudine della campagna apparita”.
Qui c’è una cosa di tempo molto bella. Lui inizia la frase che l’alba arriva -elenca i gelsi- e la finisce -nella solitudine della campagna apparita- fohp! E’ arrivata.
In una frase, l’inizio dell’alba e poi ti guardi intorno, è arrivata. Spazio, tempo tutto in una frase. Questa ultima frase è una melodia, un canto. Non si sente niente tipo -truffa, propano o propellente-  è la danza dell’alba.

Noi possiamo sentire anche il suono, nessuna traduzione al mondo potrà restituirlo.

venerdì 15 gennaio 2016

Robles, un libro sull'assenza

Wlodek Goldkorn
Desaparecidos
Noi vittime della storia siamo tutti una famiglia

la Repubblica, 9 gennaio 2016









Raquel Robles racconta in un romanzo la sua esperienza di figlia di desaparecidos argentini
Raquel Robles aveva poco più di quattro anni, quando, un giorno d’aprile, in casa si presentarono i militari. Gli uomini in armi portarono via il padre e la madre. Raquel non li rivide più. Oggi Robles, figlia di due desaparecidos argentini (due dei trentamila, giovani e meno, uccisi in segreto e senza che i loro corpi potessero avere una sepoltura degna degli umani) ha 45 anni, è scrittrice e donna impegnata in politica, ma anche insegnante, specializzata nel lavoro con adolescenti in gravi difficoltà. La sua vicenda l’ha voluta narrare in un romanzo: Piccoli combattenti, ora pubblicato da Guanda (traduzione di Iaia Caputo, pagg. 160, euro 15).
La prosa di Robles è asciutta e precisa. Le parole non sono mai troppe né usate per indurre il lettore a versare una gratuita lacrima. Piccoli combattenti è un romanzo che a buon diritto può entrare nel filone della grande letteratura, di quella narrativa che scarta il superfluo per parlare dell’essenziale: amore, paura, morte, identità, la labilità della memoria. E tra le pagine, oltre alla vicenda di una bambina che cresce in casa degli zii, con due nonne e un fratellino di 18 mesi più piccolo di lei, torna più volte il riferimento al ghetto di Varsavia, agli insorti del quartiere ebraico, a Irena Sendler, una donna che salvò 2.500 bambini ebrei e fu orrendamente torturata dai nazisti (le spezzarono le gambe e le mani): quasi a sottolineare quanto la vicenda dei desaparecidos assomigli (lo avevano già intuito scrittori come Nathan Englander e Elsa Osorio) al meccanismo che in Europa portò alla Shoah. L’abbiamo intervistata.
Quanta autobiografia c’è nel suo romanzo?
«Se per autobiografia intende l’adesione precisa ai fatti, rimarrà deluso. Ci sono molti ricordi, ma ho lasciato lavorare la mia immaginazione. Ho voluto raccontare i sentimenti, le emozioni; non essere fedele ai fatti».
Sta dicendo che la memoria è frutto della nostra immaginazione e che il passato come lo vediamo è in gran parte proiezione dei nostri desideri?
«Noi, e quando dico noi, intendo la gente che ha sofferto, siamo chiamati a ricordare. E quando usiamo la parola ricordare pensiamo istintivamente a una memoria solida che può essere ritrovata e riprodotta. Ma è un’idea sbagliata. La memoria è invece il ricordo degli stati d’animo».
Il suo è un libro sull’assenza. Assenza dei genitori, assenza degli affetti. Cosa è la memoria quando si ha a che fare con l’assenza?
«Quando vivi nell’assenza diventi ossessionato dalla ricerca della verità perché hai il costante sospetto che tutto quello che ricordi è inventato. Però, a pensarci bene anche chi ha avuto i genitori fino a un’età avanzata, non può ricordare tutto di loro. Io, mia madre e mio padre li ho persi prestissimo e in una maniera brutale. Ma a un certo punto ho capito che dovevo liberarmi da questa ossessione. E quando me ne sono affrancata, ho capito e sentito di poter scrivere questo libro. E a proposito: vorrei aggiungere una cosa su Primo Levi».
Vuol parlare del valore della testimonianza? Primo Levi era un testimone così credibile perché era prima di tutto un grande narratore.
«D’accordo. Però era ossessionato dalla memoria, perché temeva di non essere creduto. E invece la verità “oggettiva” è materia forense non di letteratura ».
Vuol dire che non le piace Primo Levi?
«Al contrario. Lo adoro. Se questo è un uomo lo rileggo almeno una volta l’anno. E ogni volta vorrei avere Levi davanti a me per potergli dire: “Tu sei un grandissimo scrittore. Ti leggo non per trovare la verità su Auschwitz, ma perché hai scritto libri bellissimi, perché sei un maestro nel narrare le emozioni. E non importa se i dettagli corrispondono a quello che gli avvocati e i giudici considerano la verità”».
Abbiamo parlato dell’assenza. Si possono amare genitori assenti, come lo erano i suoi?
«Sì. Intanto, non erano del tutto assenti, ho dei ricordi di loro. E so che mi hanno amata. Sa cosa è l ‘opposto dell’amore? ».
Lo dica lei.
«Non è indifferenza. L’opposto dell’amore è una sensazione che si prova quando si è sperimentato l’amore. Quando penso ai miei zii che mi hanno cresciuto, so che mi volevano bene. Ma non era l’amore materno. D’altronde io sapevo cosa fosse l’amore materno perché l’ho provato in precedenza».
Non è arrabbiata con i suoi genitori?
L’hanno abbandonata per una causa politica.
«Da bambina lo ero. Ma sapevo anche che il colpevole della loro morte e quindi del mio abbandono era il Nemico (così la scrittrice chiama i militari nel romanzo Piccoli combattenti, ndr). Sono sempre stata più matura della mia età anagrafica. Non ho avuto un’infanzia vera, sentivo il dovere di badare a mio fratello. Però sapevo che mio padre e mia madre non si sono suicidati. Mia madre era una poetessa, mio padre un agronomo, amavano la vita. È il Nemico che cercava la morte. Oggi, sono grata ai miei genitori, erano persone perbene. Nel mio libro la nonna dice: “La morte non è importante, importante è la dignità”».
Non le sembra invece che anche la morte eroica è assurda?
«Sono d’accordo nel rigettare l’idea romantica della morte. Avrei preferito che Che Guevara fosse vivo. Morendo non si guadagna niente, si diventa il nulla e le nostre parole servono solo a riempire il vuoto. Ma, ripeto, i miei genitori sono stati ammazzati, non hanno cercato la morte».
Lei si identifica con gli insorti del ghetto di Varsavia. Perché?
«Mia nonna materna era ebrea. Da bambina frequentavo un’associazione ebraica culturale di sinistra (Ikuf) e partecipavo ai campi estivi. Ogni anno celebravamo l’anniversario dell’insurrezione. I miei zii comunisti, poi, mi hanno insegnato che la storia non è solo la storia del tuo paese, ma di tutti coloro che hanno combattuto per la libertà ovunque, in qualsiasi posto. Gli insorti del ghetto sono parte della mia famiglia».
E oggi?
«Il Nemico è sempre presente. Uccide e occulta i corpi degli assassinati. Ovunque nel mondo. Guardi l’Europa. I profughi sono considerati non umani. E, finché il capitalismo governerà il mondo, non cesserà questo modo di pensare. La logica del capitalismo è egoismo, è ritenere che io sto bene perché sono migliore di coloro che stanno male e quindi posso essere indifferente. I peggiori non sono gli assassini, ma coloro che giustificano i crimini».