Massimo Rostagno, Il danno scolastico. A proposito di un testo recente
Un
libro importante si aggira, come uno spettro, per le librerie italiane.
Un libro provocatorio, ma non avventurista; abrasivo, ma costruttivo. Si
tratta de Il danno scolastico, di Paola Mastrocola e Luca Ricolfi
(Milano, La nave di Teseo, 2021) Gli autori riversano
nel testo la loro pluridecennale esperienza all’interno delle
istituzioni formative italiane: nell’Università, lui, nei licei e nelle
scuole superiori, lei. E vanno a toccare uno dei punti nevralgici del
sistema-Italia, talmente decisivo da poter determinare in misura
considerevole il futuro stesso del nostro paese nei prossimi decenni, la
nostra stessa collocazione nel novero delle nazioni più sviluppato. E
proprio perché il tema affrontato è di questa rilevanza, il libro di
Ricolfi e Mastrocola meriterebbe qualcosa di più di una semplice
recensione, di un qualche distratto articolo dovuto per lo più alla
notorietà degli autori. Dovrebbe generare un vero, ampio e articolato
dibattito nazionale in cui far convergere non soltanto pareri più o meno
qualificati e autorevoli, ma analisi approfondite, coinvolgimento di
attori pubblici, impegno di vari livelli istituzionali.
La tesi
centrale è aspra ma proprio per questo decisamente stimolante. Si
configura come un atto di accusa, senza sconti, contro la
visione “progressista” della scuola che si è affermata quanto meno dopo
il 1968 e si può riassumere facilmente: la scuola non selettiva,
facilitata, ispirata a principi di inclusione sociale per favorire il
successo scolastico delle classi meno abbienti ha prodotto esattamente
il suo contrario. Il buonismo progressista ha di fatto danneggiato
proprio le classi sociali più basse che avrebbe voluto promuovere. Nel
nome dell’inclusione ha escluso, nel nome della democrazia si è fatta
più antidemocratica.
La provocatoria tesi non è soltanto
l’ennesimo episodio di una resa dei conti che Luca Ricolfi porta
avanti da anni con la sinistra e la sua cultura (a partire da “Perché
siamo antipatici?”, ad esempio). E’ molto di più: è la denuncia del
fallimento di una strategia formativa e culturale il cui risultato più
visibile è stato l’abbassamento considerevole del livello qualitativo
dell’insegnamento e dell’apprendimento. A furia di ridurre le esigenze,
di abbassare l’asticella delle richieste, le competenze e le conoscenze
degli studenti si sono impoverite fino al punto da produrre uno iato
tra il titolo di studio formale ottenuto e la qualità sostanziale
della preparazione. In altri termini, i titoli di studio conseguiti
non corrispondono più alla effettiva preparazione raggiunta. Una
sufficienza si dà ormai a tutti e la bocciatura è un fatto rarissimo ed
estremo. Una sorta di “liberi tutti” che ha contrassegnato la scuola
degli ultimi decenni.
A titolo esemplificativo si può portare la
percentuale dei bocciati all’esame di Stato che conclude il ciclo degli
studi superiori ( tuttora chiamato impropriamente esame di maturità): ai
tempi della riforma Gentile del 1923 la percentuale di bocciati era
intorno al 40%; verso la metà degli anni’60 si era ridotta al 30% e
negli anni ’90 si è abbassata al 10%. Negli anni zero del 2000 scende
al 3%, per ridursi più recentemente a meno dell’1%. Chi ha avuto – come
chi scrive – esperienza diretta e viva degli esami di fine ciclo
all’interno delle commissioni degli ultimi anni non può che confermare
largamente questa realtà. Bocciare è diventato quasi un reato, che
spesso va giustificato ( in caso di ricorsi) proprio davanti ad un
tribunale ed a un giudice. L’evoluzione delle percentuali dell’esame di
maturità non è che il riflesso di ciò che avviene negli anni scolastici
precedenti all’ultimo. Nel nome dell’inclusione scolastica, qualunque
studente semianalfabeta può avanzare negli studi superiori e conseguire
senza eccessivi patemi l’agognato diploma.
Lo scadimento della
qualità, il fatto che si pretende di meno dagli studenti e l’aumento
della “comprensione” verso le innumerevoli forme di difficoltà sono
un’esperienza ben nota a chiunque abbia operato nella scuola degli
ultimi decenni. Talvolta, questa realtà quotidiana, raggiunge le pagine
dei giornali attraverso la accorata denuncia dell’incapacità dei nostri
studenti a scrivere in un corretto italiano ( ricordate la polemica
anche delle settimane scorse su tema sì o tema no all’esame di Stato?) o
a comprendere un testo scritto o a gestire mentalmente una semplice
percentuale. Fa notizia per 24 ore, poi sprofonda nell’indifferenza generale.
La denuncia dello scadimento della
scuola inclusiva o facilitata che consente l’avanzamento anche ai più
somari non è dunque una novità. Ciò che invece contraddistingue il libro
di Mastrocola e Ricolfi è una certa contestualizzazione culturale e
politica. La scuola che promuove, che include e che dunque non seleziona
e non discrimina a sufficienza tra chi è bravo e meritevole e chi non
lo è ha una sua matrice culturale precisa: è figlia della concezione
progressista, che da don Milani attraverso la contestazione
sessantottesca fino al “diritto al successo formativo” del ministro
Berlinguer, ha di fatto smantellato i meccanismi selettivi a favore di
una democratica indulgenza plenaria che assolve e promuove tutti. Ma ciò
che è peggio – ed è il nucleo della tesi degli autori – sono le
conseguenze: a pagare il prezzo di questa indulgenza, sono proprio quei
ceti in nome dei quali la cultura progressista l’ha praticata. In altri
termini, la scuola progressista, facilitata danneggia i ceti medio bassi
e avvantaggia quelli medio alti. Aumenta l’iniquità sociale invece di
ridurla, inceppando quell’ascensore sociale per eccellenza che è proprio
la scuola. Se la possibilità di migliorare la propria condizione
sociale di partenza è affidata alla scuola, il suo mal funzionamento
accentua le diseguaglianze di partenza, perché toglie ai figli dei ceti
più svantaggiati l’unico strumento vero di emancipazione: una solida e
valida preparazione scolastica.
La tesi centrale del testo appare
- nella sua compattezza - assolutamente condivisibile. Il libro contiene un
atto d’accusa forte, sostenuto da dati e riscontri
oggettivi e numerici difficilmente contestabili che mostrano la
correlazione tra scadimento della qualità scolastica e incremento
dell’iniquità sociale. Se la tesi appare pienamente condivisibile
(e meritevole di un dibattito ampio e approfondito) la parte che
convince di meno è relativa alle responsabilità. Chi sono i colpevoli?
Contro chi puntare l’indice accusatorio?
O meglio, chi sono gli
esecutori materiali che hanno premuto il grilletto della pistola
approntata dalla cultura permissivo-progressista? Su questo il libro
prova ad essere altrettanto preciso: i risultati evidenziati sono
l’esito di un lungo percorso che parte addirittura dalla scuola media
unica del ’62 che elimina l’obbligatorietà del latino (su questo ci sarebbe molto da discutere), trova il suo trionfo nella demagogia
egualitaria del ’68. In tempi più recenti, - diciamo negli ultimi
trent’anni – gli autori individuano negli interventi del ministro Luigi
Berlinguer lo smantellamento definitivo di ciò che restava della
serietà precedente delle istituzioni scolastiche: dall’introduzione del
POF (piano offerta formativa) che aumenta il peso delle esperienze
extracurricolari a scapito di quelle curriculari fino alla proclamazione
ufficiale del “diritto al successo formativo” per ogni studente. In
sostanza la riforma Berlinguer del 2000 avrebbe sostituito la serietà
della preparazione e della conoscenza con la fuffa delle competenze
abbassando definitivamente un’asticella già piuttosto bassa. Poi il
ministro Gelmini avrebbe completato l’opera producendo il disastro
odierno. In definitiva, sullo sfondo dell’Europa e della
dominante cultura mercatista, ad affossare definitivamente la scuola
italiana sarebbero stati gli interventi politici e le modifiche
legislative introdotte dai diversi governi.
Fin qui, per sommi
capi, le tesi degli autori, che sono sostenute da argomentazioni molto
convincenti, e per nulla azzardate. Magari problematiche, ma non
infondate.
Qual è allora l’aspetto carente della ricostruzione
di Ricolfi-Mastrocola? Perché la ricerca delle responsabilità
dell’attuale situazione appare quanto meno parziale nel tentativo di
ricondurla tutta alla politica e alle sue decisioni soggettive?
In altri termini, che cosa manca?
Manca
il “paesaggio”. La degenerazione dei processi formativi è descritta con
grande efficacia ma è come se intorno alla scuola ci fosse il nulla. Vengono in mente le icone medievali che raffigurano meravigliosamente la Vergine,
ma la collocano su uno sfondo dorato senza nulla intorno. Senza
paesaggio, appunto.
Fuor di metafora, negli ultimi trent’anni
siamo stati attraversati da una fenomenale trasformazione trainata
prevalentemente (ma non solo) dalla tecnologia. Si può immaginare che mutamenti di questa portata non abbiano attraversato i processi formativi? Che
gli attori della scuola – in primis gli studenti, i docenti e persino le
famiglie – non siano stati riplasmati da una rivoluzione tecnologica tanto capillare e concentrata in un tempo così breve? E che non ci sia stato un impatto sul rapporto con la conoscenza di milioni di adolescenti,
sulla loro capacità di attenzione, sulla struttura stessa del sapere e
della sua trasmissione? L’ecosistema in cui è stata immersa la
scuola nell’ultimo trentennio è imparagonabile con quello della
professoressa Peretti – la “Pera” del libro di Ricolfi e Mastrocola. Questo
sfondo, così decisivo, manca nel libro e la scuola è analizzata
efficacemente sì, ma come in un compartimento stagno, separata dal suo travolgente contesto economico e sociale.
Questa omissione toglie qualcosa al
valore del libro e della sua tesi centrale? Assolutamente no. Semmai,
proprio perché la tesi ed il tema sono così importanti sembrerebbe
opportuno collocarli meglio all’interno del contesto della
ipermodernità contemporanea. Non per svilirne il valore, ma per
accrescerlo.
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