martedì 15 febbraio 2022

Umberto Eco su Dio

 


 

Umberto Eco, Filosofi in libertà, Taylor, Torino 1959

SAN TOMMASO

Se saper vuoi per esempio
e sia detto contro l’empio
se il buon Dio ci sia, per caso,
l’ineffabil san Tommaso
ti dispon con mosse pie
nientemen che cinque vie.
Dice: se per ogni dove
Vo a scoprir che tutto muove,
pei motori risalendo
ecco il Primo vo scoprendo,
ed il Primo,com’è noto,
sarà lui il Motore Immoto.

IMMANUEL KANT

Di quelle cose che tocco e vedo,
or domandatevi se vi sia scienza
del Dio nel quale peraltro credo.
Scienza , o signori, vana e fasulla,
perché i principi del mondo fisico,
causa ed effetto non valgon nulla
nel mondo astratto del metafisico!

GLI ANALISTI DEL LINGUAGGIO

Se Heidegger Martin dichiara
con la sua teoria un po' amara"
"Questo nulla assai nulleggia",
l'analista lo dileggia
e gli dice: Scusi, caro,
lei mi sembra un bel somaro;
sarò sciocco, ne arrossisco,
ma il suo nulla non capisco,
e mi prenda un accidente
se gli trovo il referente!
La sua frase è in sé efficace,
se la leggo assai mi piace,
avrà pur bella presenza,
ma non ha una referenza
ed allora non la assumo.
Cose vaghe non presumo.
Se io dico: "Da' la mela,
questo sì che non mi cela
una ambigua prospettiva:
è una frase prescrittiva.
La filosofia fasulla
sempre pon tra i piedi il nulla.
Se non vuoi farti del fiele,
parla sol di pere e mele;
se analizzi le tue frasi
meglio assai ti andranno i casi.
L'asserzione nebulosa
non compete alla mia prosa
e la lascio in fede mia
alla libera poesia
che incantare sa i fresconi
con le pseudoaffermazioni!"

Ma analizza questo e quello,
gli analisti, ahimé, bel bello,
con la tema di asserire,
quel che non si può esperire,
sono giunti, su per giù,
che non parlan quasi più.




   

domenica 13 febbraio 2022

Cosa vuole Putin

 
 

 
 Anna Zafesova, Lo Zar stizzito in cerca di ragione, La Stampa, 13 febbraio 2022
 
Uno dei motivi per cui il negoziato è così difficile e finora infruttuoso è che Putin vuole avere ragione. Rispetto all'offerta di Biden di un negoziato strategico, Putin ritiene prioritario venire riconosciuto come vincitore in un duello verbale.
Da quando, nel 2001, George W. Bush disse di aver guardato negli occhi di Vladimir Putin e aver «visto la sua anima», la ricerca di un feeling speciale con il padrone del Cremlino è diventata una disciplina olimpica dell'alta diplomazia. Nonostante Bush in seguito si sia sentito deluso al punto da paragonare il suo collega russo a un «scolaretto che non ha imparato la lezione», a ogni nuova crisi, qualche leader internazionale prova a sedurre lo zar. Perfino Joe Biden ammette che «solo Putin sa cosa ha deciso» sull'invasione dell'Ucraina, e tutti cercano di «provare a vedere la situazione attraverso i suoi occhi», come ha sintetizzato Emmanuel Macron, l'ultimo politico occidentale ad aver tentato il viaggio della speranza a Mosca.
Il paradosso è che Putin è sempre straordinariamente meticoloso nel spiegare cosa vuole e pensa. Per essere quel maestro di alto spionaggio che molti media occidentali raccontano, è insolitamente sincero, e non risparmia tempo a esporre le sue "red lines" e le sue lamentele. Invece di un genio del male che minaccia la guerra in un poker strategico, Macron si è trovato davanti un uomo stizzito e polemico, che gli ha snocciolato le frustrazioni e accuse della propaganda russa, immutate da anni, davanti alle telecamere come nei colloqui a porte chiuse, come ebbe modo di scoprire Angela Merkel, inviata nel 2014 da Barack Obama a sondare cosa volesse "davvero" Putin.
Uno dei motivi per cui il negoziato è così difficile e finora infruttuoso è che Putin vuole avere ragione. «Vuole farsi sentire», dice alla tv Dozhd Nina Krusciova, la politologa figlia del leader sovietico della crisi di Cuba nel 1962. Rispetto all'offerta di Biden di un negoziato strategico su missili, basi e bombardieri, che potrebbe offrire reali garanzie di sicurezza alla Russia, oltre che all'Europa, Putin ritiene prioritario venire riconosciuto come vincitore in un duello verbale. In un mondo mediatico, vuole imporre la sua narrazione. Infatti non è un caso che la Casa Bianca lo incalzi con un'offensiva di informazione, ancora prima che militare: i ruoli si sono ribaltati, ormai è il Cremlino quello costretto a smentire, rassicurare, giustificarsi, invece di accusare.
La diplomazia consiste nel confrontare gli interessi in conflitto, proporre soluzioni, elaborare garanzie, far pesare il prezzo di un'escalation e offrire incentivi per un compromesso. Un processo razionale. Il problema, come ha sintetizzato qualche giorno fa sulle pagine del «Financial Times» Gideon Rachman, è che l'Occidente crede di dialogare con Putin il Razionale, ma potrebbe trovarsi davanti Vlad the Mad, Vlad il Pazzo. Un presidente obnubilato da 22 anni di potere assoluto, ulteriormente isolato dal mondo reale dal Covid, consigliato da cortigiani che alimentano le sue paranoie: «E se Vlad credesse alla propria propaganda?», è l'interrogativo terribile posto da Rachman.
Una risposta affermativa sarebbe la condanna della diplomazia. Insistere di avere ragione è l'opposto del compromesso. E se a non voler cedere è il leader incontrastato di una dittatura, scoprire cosa ha in mente diventa cruciale. Ma anche una dittatura ha una sua razionalità, e le pressioni occidentali potrebbero lasciare inscalfibile Putin, ma spaventare i suoi ministri e oligarchi, ai quali americani ed europei hanno spiegato chiaramente cosa possono perdere in caso di guerra. In un regime che sembra «un indovinello avvolto in un mistero all'interno di un enigma», come lo descriveva Churchill, potrebbero essere loro a trovare le argomentazioni che la diplomazia razionale dell'Occidente fatica a escogitare. 
 
https://www.avvenire.it/mondo/pagine/crisi-ucraina-cosa-c-e-da-sapere

 

venerdì 11 febbraio 2022

Draghi dopo Draghi: un'operazione politica


Stefano Folli, Porta a Draghi il disegno centrista, la Repubblica, 11 febbraio 2022

È sempre più evidente quale sia la partita politica che si sta giocando dietro le manovre per così dire neo-moderate, volte a creare spazi politici per un raggruppamento di centro, quello che gli avversari definiscono con sarcasmo un “centrino”. L’operazione in sé non avrebbe grande respiro se non fosse collegata a una precisa prospettiva: mantenere Mario Draghi alla presidenza del Consiglio anche dopo le elezioni del 2023. S’intende, non si tratta di coinvolgere il premier nella campagna elettorale, tanto meno chiedergli di guidare una lista con il suo nome: l’esperienza di Monti nel 2013 rappresenta un precedente negativo che nessuno pensa di ripetere.

La questione è un’altra e l’ha ben descritta il sindaco di Bergamo, Gori, nell’intervista a Repubblica raccolta da Giovanna Vitale.
La maggioranza di semi-unità nazionale non è destinata a durare molto a lungo. È vero, il nuovo mandato di Mattarella contribuisce a ingessare il quadro politico, ma la logica dell’emergenza non può essere eterna (benché ci sia chi lo spera). Il voto del prossimo anno cambierà lo scenario. Come e in quali termini, nessuno finora lo sa.
Ma c’è chi lavora, da un lato, per staccare il Pd dall’alleanza strategica con quel che resta dei “grillini”; e dall’altro per spingere a destra, fuori dall’area di governo, Fratelli d’Italia e la fazione della Lega che segue Salvini. Nello spazio così creato potrebbero convergere i reduci di Forza Italia e vari segmenti che si rappresentano come liberal-democratici, dai renziani fino a +Europa, magari anche il “partito dei governatori” d’impronta leghista: varie sfumature moderate e, chissà, in qualche caso persino riformiste.
Di sicuro non sono gruppi e personaggi abituati ad andare d’accordo tra loro, ma ecco la novità, se possiamo chiamarla così.
Questo raggruppamento assai eterogeneo, forse troppo, dovrebbe diventare il partner privilegiato di un Pd che non abbandona del tutto il M5S al suo destino, ma lo tratta da alleato minore, di fatto un vassallo.
E poiché l’equilibrio sarebbe instabile — figlio di un sistema di cui abbiamo appena sperimentato la precarietà nei giorni del Quirinale — , si chiederebbe a Draghi di continuare la sua opera a Palazzo Chigi alla testa non più di una maggioranza di “larghe intese”, ma di una coalizione politica. Certo, il premier non sarebbe coinvolto nei giochi elettorali dei partiti, ma diventerebbe il punto di riferimento dei gruppi “centristi” con il sostanziale consenso del Pd.
È, come si vede, un piano complicato e ancora confuso, senza dubbio con pochi precedenti.
Presuppone una legge elettorale proporzionale, senza la quale le ambizioni “centriste” rimarrebbero solo sogni. In secondo luogo, il Pd dovrebbe fare buon viso a cattivo gioco: da un lato puntare, come è ovvio, a essere il primo partito nel nuovo Parlamento; e al tempo stesso rinunciare a esprimere il presidente del Consiglio, perché solo con tale sacrificio la coalizione nascerebbe con un minimo di equilibrio e con un profilo adeguato ai momenti tempestosi che ci attendono.
C’è molta strada da fare prima di realizzare un simile progetto, che tuttavia non è privo di logica. Non avrebbe infatti molto senso trattenere Draghi a Palazzo Chigi, in luogo di eleggerlo al Quirinale, per congedarlo pochi mesi dopo. Viceversa, un disegno che gli permetta di restare più a lungo alla guida del paese può essere condiviso o no, ma almeno è un’operazione politica.
 
https://emea01.safelinks.protection.outlook.com/?url=https%3A%2F%2Fwww.linkiesta.it%2F2022%2F02%2Fdraghi-candida-2023%2F&data=04%7C01%7C%7C8d31b737cac146b8b99008d9edfc7d57%7C84df9e7fe9f640afb435aaaaaaaaaaaa%7C1%7C0%7C637802490962617938%7CUnknown%7CTWFpbGZsb3d8eyJWIjoiMC4wLjAwMDAiLCJQIjoiV2luMzIiLCJBTiI6Ik1haWwiLCJXVCI6Mn0%3D%7C3000&sdata=uOF0fMfmbdss7j7l5TOhtypg%2B4JxX5rCyLCqNAKz6G4%3D&reserved=0

giovedì 10 febbraio 2022

Il danno scolastico




Massimo Rostagno, Il danno scolastico. A proposito di un testo recente 

Un libro importante si aggira, come uno spettro, per le librerie italiane. Un libro provocatorio, ma non avventurista; abrasivo, ma costruttivo. Si tratta de Il danno scolastico, di Paola Mastrocola e Luca Ricolfi (Milano, La nave di Teseo, 2021) Gli autori riversano nel testo la loro pluridecennale esperienza all’interno delle istituzioni formative italiane: nell’Università, lui, nei licei e nelle scuole superiori, lei. E vanno a toccare uno dei punti nevralgici del sistema-Italia, talmente decisivo da poter determinare in misura considerevole il futuro stesso del nostro paese nei prossimi decenni, la nostra stessa collocazione nel novero delle nazioni più sviluppato. E proprio perché il tema affrontato è di questa rilevanza, il libro di Ricolfi e Mastrocola meriterebbe qualcosa di più di una semplice recensione, di un qualche distratto articolo dovuto per lo più alla notorietà degli autori. Dovrebbe generare un vero, ampio e articolato dibattito nazionale in cui far convergere non soltanto pareri più o meno qualificati e autorevoli, ma analisi approfondite, coinvolgimento di attori pubblici, impegno di vari livelli istituzionali.

La tesi centrale è aspra ma proprio per questo decisamente stimolante. Si configura come un atto di accusa, senza sconti, contro la visione “progressista” della scuola che si è affermata quanto meno dopo il 1968 e si può riassumere facilmente: la scuola non selettiva, facilitata, ispirata a principi di inclusione sociale per favorire il successo scolastico delle classi meno abbienti ha prodotto esattamente il suo contrario. Il buonismo progressista ha di fatto danneggiato proprio le classi sociali più basse che avrebbe voluto promuovere. Nel nome dell’inclusione ha escluso, nel nome della democrazia si è fatta più antidemocratica.

La provocatoria tesi non è soltanto l’ennesimo episodio di una resa dei conti che Luca Ricolfi porta avanti da anni con la sinistra e la sua cultura (a partire da “Perché siamo antipatici?”, ad esempio). E’ molto di più: è la denuncia del fallimento di una strategia formativa e culturale il cui risultato più visibile è stato l’abbassamento considerevole del livello qualitativo dell’insegnamento e dell’apprendimento. A furia di ridurre le esigenze, di abbassare l’asticella delle richieste, le competenze e le conoscenze degli studenti si sono impoverite fino al punto da produrre uno iato tra il titolo di studio formale ottenuto e la qualità sostanziale della preparazione. In altri termini, i titoli di studio conseguiti non corrispondono più alla effettiva preparazione raggiunta. Una sufficienza si dà ormai a tutti e la bocciatura è un fatto rarissimo ed estremo. Una sorta di “liberi tutti” che ha contrassegnato la scuola degli ultimi decenni.

A titolo esemplificativo si può portare la percentuale dei bocciati all’esame di Stato che conclude il ciclo degli studi superiori ( tuttora chiamato impropriamente esame di maturità): ai tempi della riforma Gentile del 1923 la percentuale di bocciati era intorno al 40%; verso la metà degli anni’60 si era ridotta al 30% e negli anni ’90 si è abbassata al 10%. Negli anni zero del 2000 scende al 3%, per ridursi più recentemente a meno dell’1%. Chi ha avuto – come chi scrive – esperienza diretta e viva degli esami di fine ciclo all’interno delle commissioni degli ultimi anni non può che confermare largamente questa realtà. Bocciare è diventato quasi un reato, che spesso va giustificato ( in caso di ricorsi) proprio davanti ad un tribunale ed a un giudice. L’evoluzione delle percentuali dell’esame di maturità non è che il riflesso di ciò che avviene negli anni scolastici precedenti all’ultimo. Nel nome dell’inclusione scolastica, qualunque studente semianalfabeta può avanzare negli studi superiori e conseguire senza eccessivi patemi l’agognato diploma.

Lo scadimento della qualità, il fatto che si pretende di meno dagli studenti e l’aumento della “comprensione” verso le innumerevoli forme di difficoltà sono un’esperienza ben nota a chiunque abbia operato nella scuola degli ultimi decenni. Talvolta, questa realtà quotidiana, raggiunge le pagine dei giornali attraverso la accorata denuncia dell’incapacità dei nostri studenti a scrivere in un corretto italiano ( ricordate la polemica anche delle settimane scorse su tema sì o tema no all’esame di Stato?) o a comprendere un testo scritto o a gestire mentalmente una semplice percentuale. Fa notizia per 24 ore, poi sprofonda nell’indifferenza generale.

La denuncia dello scadimento della scuola inclusiva o facilitata che consente l’avanzamento anche ai più somari non è dunque una novità. Ciò che invece contraddistingue il libro di Mastrocola e Ricolfi è una certa contestualizzazione culturale e politica. La scuola che promuove, che include e che dunque non seleziona e non discrimina a sufficienza tra chi è bravo e meritevole e chi non lo è ha una sua matrice culturale precisa: è figlia della concezione progressista, che da don Milani attraverso la contestazione sessantottesca fino al “diritto al successo formativo” del ministro Berlinguer, ha di fatto smantellato i meccanismi selettivi a favore di una democratica indulgenza plenaria che assolve e promuove tutti. Ma ciò che è peggio – ed è il nucleo della tesi degli autori – sono le conseguenze: a pagare il prezzo di questa indulgenza, sono proprio quei ceti in nome dei quali la cultura progressista l’ha praticata. In altri termini, la scuola progressista, facilitata danneggia i ceti medio bassi e avvantaggia quelli medio alti. Aumenta l’iniquità sociale invece di ridurla, inceppando quell’ascensore sociale per eccellenza che è proprio la scuola. Se la possibilità di migliorare la propria condizione sociale di partenza è affidata alla scuola, il suo mal funzionamento accentua le diseguaglianze di partenza, perché toglie ai figli dei ceti più svantaggiati l’unico strumento vero di emancipazione: una solida e valida preparazione scolastica.

La tesi centrale del testo appare - nella sua compattezza - assolutamente condivisibile. Il libro contiene un atto d’accusa forte, sostenuto da dati e riscontri oggettivi e numerici difficilmente contestabili che mostrano la correlazione tra scadimento della qualità scolastica e incremento dell’iniquità sociale. Se la tesi appare pienamente condivisibile (e meritevole di un dibattito ampio e approfondito) la parte che convince di meno è relativa alle responsabilità. Chi sono i colpevoli? Contro chi puntare l’indice accusatorio?

O meglio, chi sono gli esecutori materiali che hanno premuto il grilletto della pistola approntata dalla cultura permissivo-progressista? Su questo il libro prova ad essere altrettanto preciso: i risultati evidenziati sono l’esito di un lungo percorso che parte addirittura dalla scuola media unica del ’62 che elimina l’obbligatorietà del latino (su questo ci sarebbe molto da discutere), trova il suo trionfo nella demagogia egualitaria del ’68. In tempi più recenti, - diciamo negli ultimi trent’anni – gli autori individuano negli interventi del ministro Luigi Berlinguer lo smantellamento definitivo di ciò che restava della serietà precedente delle istituzioni scolastiche: dall’introduzione del POF (piano offerta formativa) che aumenta il peso delle esperienze extracurricolari a scapito di quelle curriculari fino alla proclamazione ufficiale del “diritto al successo formativo” per ogni studente. In sostanza la riforma Berlinguer del 2000 avrebbe sostituito la serietà della preparazione e della conoscenza con la fuffa delle competenze abbassando definitivamente un’asticella già piuttosto bassa. Poi il ministro Gelmini avrebbe completato l’opera producendo il disastro odierno. In definitiva, sullo sfondo dell’Europa e della dominante cultura mercatista, ad affossare definitivamente la scuola italiana sarebbero stati gli interventi politici e le modifiche legislative introdotte dai diversi governi.

Fin qui, per sommi capi, le tesi degli autori, che sono sostenute da argomentazioni molto convincenti, e per nulla azzardate. Magari problematiche, ma non infondate.

Qual è allora l’aspetto carente della ricostruzione di Ricolfi-Mastrocola? Perché la ricerca delle responsabilità dell’attuale situazione appare quanto meno parziale nel tentativo di ricondurla tutta alla politica e alle sue decisioni soggettive?

In altri termini, che cosa manca?

Manca il “paesaggio”. La degenerazione dei processi formativi è descritta con grande efficacia ma è come se intorno alla scuola ci fosse il nulla. Vengono in mente le icone medievali che raffigurano meravigliosamente la Vergine, ma la collocano su uno sfondo dorato senza nulla intorno. Senza paesaggio, appunto.

Fuor di metafora, negli ultimi trent’anni siamo stati attraversati da una fenomenale trasformazione trainata prevalentemente (ma non solo) dalla tecnologia. Si può immaginare che mutamenti di questa portata non abbiano attraversato i processi formativi? Che gli attori della scuola – in primis gli studenti, i docenti e persino le famiglie – non siano stati riplasmati da una rivoluzione tecnologica tanto capillare e concentrata in un tempo così breve? E che non ci sia stato un impatto sul rapporto con la conoscenza di milioni di adolescenti, sulla loro capacità di attenzione, sulla struttura stessa del sapere e della sua trasmissione? L’ecosistema in cui è stata immersa la scuola nell’ultimo trentennio è imparagonabile con quello della professoressa Peretti – la “Pera” del libro di Ricolfi e Mastrocola. Questo sfondo, così decisivo, manca nel libro e la scuola è analizzata efficacemente sì, ma come in un compartimento stagno, separata dal suo travolgente contesto economico e sociale.

Questa omissione toglie qualcosa al valore del libro e della sua tesi centrale? Assolutamente no. Semmai, proprio perché la tesi ed il tema sono così importanti sembrerebbe opportuno collocarli meglio all’interno del contesto della ipermodernità contemporanea. Non per svilirne il valore, ma per accrescerlo.


https://www.doppiozero.com/materiali/mastrocola-e-ricolfi-quale-e-il-vero-danno-scolastico

Memoria e antimemoria: le foibe






Tomaso Montanari, Rettore Università per Stranieri di Siena, Introduzione

Mauro Moretti, Università per Stranieri di Siena, a colloquio con Alberto Cavaglion, Università di Firenze, Decontaminare le memorie
Francesco Pallante, Università di Torino, La politica della memoria in una democrazia costituzionale antifascista
Marta Verginella, Università di Lubiana, Memorie di confine e uso politico della storia
Luca Casarotti, Università di Pavia – Anpi Pavia, Il legislatore storico contemporaneista: diritto, storiografia e opinione pubblica sul confine altoadriatico
Filippo Focardi, Università di Padova, Il Quirinale e il Giorno del ricordo: la strada impervia (ma necessaria) di una memoria europea riconciliata
Carlo Greppi, Curatore della serie ‘Fact Checking: la Storia alla prova dei fatti’ (Editori Laterza), Una battaglia (anche) editoriale. Potenzialità e insidie del debunking storico
Eric Gobetti, Membro del comitato scientifico dell’Istituto storico della Resistenza di Alessandria, Ripensare il Giorno del Ricordo: per una storia democratica del confine.


Aldo Grasso, La memoria e le provocazioni, Corriere della Sera, 10 febbraio 2021

Polemica alla vigilia del giorno che ricorda la tragedia delle foibe. In un convegno il professor Tomaso Montanari torna a criticare la ricorrenza. La memoria va a corrente alternata? Memoria significa anche ricordare l’accoglienza riservata da molti italiani ai profughi che arrivavano da quelle terre martoriate.

Più che una riflessione è un’ossessione, più che un’analisi è un’esibizione, più che storiografia è mitomania. Per Tomaso Montanari, rettore dell’Università per stranieri di Siena, le foibe rappresentano sempre una buona occasione per mettersi in mostra davanti a una sinistra «dura e pura». Di cui, evidentemente, si sente l’ultimo erede. Alla vigilia del Giorno del ricordo, «istituito — come recita la legge n. 92 del 30 marzo 2004 — al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra», Montanari ha pensato bene di organizzare a Siena un seminario dal titolo: «Uso politico della memoria e revanscismo fascista: la genesi del Giorno del ricordo». Nel presentare il convegno (in una sala semideserta), Montanari ha ribadito il carattere accademico dell’incontro («l’università non si schiera politicamente»), che in discussione non è la tragedia delle vicende ma il revanscismo fascista che ha portato all’istituzione della legge del 2004, e tuttavia (nonostante la qualità degli interventi) a nessuno sfugge il carattere di provocazione per ribadire, ancora una volta, come questa ricorrenza sia «una falsificazione storica» voluta dalle destre. Il Giorno del ricordo non è nato in evidente opposizione alla Giornata della memoria (della Shoah). Se alcuni faziosi lo fanno (e lo fanno), se ne assumano la responsabilità. Ma non esiste nessuna equiparazione fra i due eventi: la Shoah indica l’unicità di una tragedia senza paragoni. Le foibe sono un abisso, la voragine dell’inebetimento umano. Non paragonabili al calcolato progetto di genocidio dei nazisti ma pur sempre parte di quell’ideologia di purificazione etnica che imbianca tutti i sepolcri del mondo. La disinvoltura sul numero dei morti «costituisce — ha scritto Raoul Pupo — un ottimo trampolino di balzo per il negazionismo, che ha buon gioco nel denunciare esagerazioni e incongruenze e che nel facile risultato trova la spinta a mettere in discussione non solo la retorica rappresentazione, ma la sostanza dei fatti». La memoria va a corrente alternata? Memoria significa anche ricordare l’accoglienza riservata da molti italiani ai profughi. Come suggerisce Toni Concina, presidente dei Dalmati italiani nel mondo: «Vorremmo che la Nazione ricordasse con serietà e orgoglio i suoi 350.000 figli estirpati dalle loro terre e dimenticati per decenni.

E che si smetta di considerarla legata soltanto all’occupazione fascista! Basta leggere i censimenti austriaci dell’inizio ’900 e paragonarli con quelli croati di fine secolo per toccare con mano la sostituzione etnica effettuata sulla pelle di cittadini laboriosi e onesti, principali vittime delle conseguenze della sciagurata Seconda guerra mondiale».




lunedì 7 febbraio 2022

Steinbeck e la crisi: Furore



Alessandro Casiccia, Narrare le grandi crisi. Tempeste finanziarie, paura e rovine sociali nella letteratura e nel cinema, Mimesis, Sesto San Giovanni 2014

Di Steinbeck si ricorda in primo luogo Furore, sebbene l'intensificarsi delle lotte sindacali venisse narrato forse più direttamente in altre opere come La battaglia. L'ampio scenario di Furore era dato dall'estendersi della crisi nelle campagne, e dal suo aggravarsi per l'arrivo di una grande siccità [Lo spunto e i materiali per il romanzo Steinbeck li trasse da una serie di articoli pubblicati nell'ottobre 1936 nel "San Francisco News", per documentare le condizioni di vita di una popolazione che, attratta da offerte di lavoro, a centinaia di migliaia, aveva abbandonato il Midwest per raggiungere la California. Si trattava dei nuovi poveri, bianchi e protestanti, espropriati dalle banche delle loro fattorie, non più redditizie dopo che il cataclisma delle tempeste di polvere (Dust Bowl) aveva disperso l'humus coltivabile. Wikipedia] L'opera di Steinbeck descrive in modo incisivo - sullo sfondo di grandi scenari storici - lo sradicamento di intere famiglie dai terreni che avevano coltivato da sempre e che sentivano propri anche se la proprietà era di banche, le quali ora (anche "avvalendosi" della crisi) introducevano metodi diversi e nuovi strumenti meccanici in grado di sostituire l'intervento umano. La famiglia Joad, come molte migliaia di altre famiglie, intraprendeva un esodo forzato verso ovest e veniva spinta verso nuove esperienze di lavoro e di sfruttamento. E poi di forzato nomadismo, di delusione, di almeno iniziale disperazione.
L'atteggiamento degli imprenditori locali, di fronte a questa ondata di migranti, è ostile e miope. Quell'atteggiamento lo troviamo ad esempio in "un tizio di nome Hines, uno che ha trentamila acri a pesche e uva, e ha pure un conservificio e una cantina". E che parla sempre dei "maledetti rossi" che portano il paese alla rovina e vanno cacciati a pedate. A un ragazzo appena arrivato, che gli chiede chi siano questi rossi, ecco la risposta: "Un rosso è qualsiasi figlio di puttana che vuole trenta centesimi l'ora quando noi ne paghiamo venticinque!".
Il lavoro precario e mal pagato non dura a lungo e le condizioni meteorologiche aggravano la situazione. Nel penultimo capitolo, vediamo nuvole grigie che vengono dall'Oceano, scavalcano le montagne costiere e irrompono nelle valli. Vediamo i campi diventare "grandi laghi grigi" e le tende dei migranti cedere alla pioggia. E poi vediamo gruppi di uomini gracili per la fame, vestiti di stracci, che escono dagli attendamenti e si trascinano nel fango alla volta dei paesi o dei negozi di campagna, per mendicare cibo o ricevere qualche sussidio. O anche per cercare di rubare. E in quella estrema umiliazione comincia a fermentare la rabbia. Da un lato, la compassione degli abitanti comincia a tramutarsi in paura e rabbia contro gli affamati. E gli sceriffi reclutano e armano nuovi agenti. Dall'altro lato, la fame e la disperazione generano infine il vero furore: quello di chi non ha più nulla da perdere. E va a rubare anche rischiando le pallottole. "Le donne guardavano gli uomini, li guardavano per capire se stavolta sarebbero crollati. E quando gli uomini erano in gruppo, la paura spariva dai loro volti e la rabbia prendeva il suo posto. E le donne sospiravano di sollievo, perché capivano che andava tutto bene: il crollo non c'era stato; e non ci sarebbe stato nessun crollo finché la paura fosse riuscita a trasformarsi in furore". [John Steinbeck, Furore, 1939, orig. The Grapes of Wrath = i frutti dell'ira, alla lettera i grappoli, trad. S.C. Perroni, Bompiani, Milano 2013].
°°°
La nuova traduzione del libro, La Stampa, 12 novembre 2013
Si presenta come un evento editoriale la nuova traduzione italiana di “Furore” di John Steinbeck. Viene proposta dall’editore Bompiani nella collana Grandi Tascabili. Il capolavoro della narrativa è tradotto da Sergio Claudio Perroni e l’edizione si avvale di una introduzione di Luigi Sampietro. La ritraduzione del libro è un evento atteso da sempre, dato che la prima e unica traduzione di Carlo Coardi fu fortemente condizionata dal contesto storico (era il 1940). La nuova traduzione, fatta da Sergio Claudio Perroni (non solo scrittore ma traduttore di Houellebecq, Ellroy, Foster Wallace, etc) rilancia, come per la prima volta, un romanzo tutto da riscoprire. Pietra miliare della letteratura americana, “Furore” è un romanzo mitico, pubblicato negli Stati Uniti nel 1939 e coraggiosamente proposto in Italia da Valentino Bompiani l’anno seguente. Il libro fu perseguitato dalla censura fascista e solo ora, dopo più di 70 anni, vede la luce la prima edizione integrale, nella nuova traduzione di Sergio Claudio Perroni. Una versione basata sul testo inglese della Centennial Edition dell’opera di Steinbeck, che restituisce finalmente ai lettori la forza e la modernità della scrittura del Premio Nobel per la Letteratura 1962. Nell’odissea della famiglia Joad sfrattata dalla sua casa e dalla sua terra, in penosa marcia verso la California, lungo la Route 66 come migliaia e migliaia di americani, rivive la trasformazione di un’intera nazione. L’impatto amaro con la terra promessa dove la manodopera è sfruttata e mal pagata, dove ciascuno porta con sé la propria miseria “come un marchio d’infamia”. Al tempo stesso romanzo di viaggio e ritratto epico della lotta dell’uomo contro l’ingiustizia, Furore è forse il più americano dei classici americani, da leggere oggi per la prima volta in tutta la sua bellezza. Con Furore, nel 1940, Steinbeck vinse il Premio Pulitzer e il National Book Award. Dal romanzo, anche l’omonimo capolavoro di John Ford interpretato da Henry Fonda. John Steinbeck (1902-1968) è uno dei massimi esponenti della letteratura americana e mondiale. Nel 1962 venne insignito del Premio Nobel per la Letteratura con la seguente motivazione: «Per le sue scritture realistiche e immaginative, unendo l’umore sensibile e la percezione sociale acuta». Nel 1964 il Presidente Lyndon B. Johnson gli conferì inoltre la Medaglia presidenziale della libertà. Le nuove edizioni di tutte le opere di John Steinbeck sono in corso di pubblicazione presso Bompiani, a cura di Luigi Sampietro.

venerdì 4 febbraio 2022

Amore e morte nel camion

 

 


John Steinbeck, Furore [The Grapes of Wrath], traduzione di Sergio Claudio Perroni, Bompiani, Milano 2013  

capitolo XVIII

...  Casy disse con dolcezza: “Ce l’ho eccome. I peccati ce l’hanno tutti quanti. Il peccato è una cosa che non la sai mai fino in fondo. Quelli che sanno tutto e non hanno nessun peccato... be’, io se ero al posto di Dio quei figli di puttana li cacciavo dal Paradiso a calci in culo! Non me li volevo vedere tra i piedi!”.
Zio John disse: “Mi sa che porto sfortuna alla mia famiglia. Mi sa che faccio meglio se me ne vado e li lascio in pace. Ci sto male a sentirmi così”.
Casy ribatté prontamente: “Io so solo questo: un uomo deve fare quello che deve fare. Non te la so dare una risposta. Per me non c’entra fortuna o sfortuna. Io sono sicuro solo d’una cosa in questo mondo, ed è che nessuno ha il diritto di mettere il becco nella vita degli altri. Uno dev’essere libero di sbrogliarsela da solo. Magari lo puoi aiutare, ma non gli puoi dire quello che deve fare”.
Zio John disse, deluso: “Allora non lo sai?”.
“Non lo so.”
“Dici che ho peccato a lasciar morire in quel modo mia moglie?”
“Be’,” disse Casy, “se lo chiedi a me ti dico che hai sbagliato e basta, ma se per te hai
peccato... allora hai peccato. Uno i suoi peccati se li costruisce colle sue mani.”
“Ci devo pensare per bene,” disse Zio John, e si sdraiò sulla schiena e con
le ginocchia sollevate.
Il camion proseguì sull’asfalto rovente, e le ore passarono. Ruthie e Winfield si addormentarono. Connie sfilò dal carico una coperta e lui e Rose of Sharon ci s’infilarono sotto, e nel gran caldo della coperta si unirono, e trattenevano il respiro. E dopo un po’ Connie gettò via la coperta, e il vento caldo che spirava dalla galleria sembrò fresco sui loro corpi sudati. Sul retro del camion, Ma’ era sdraiata sul materasso accanto a Nonna; e con gli occhi non poteva vederla, eppure sentiva il tormento di quel corpo e il tormento di quel cuore; e aveva nelle orecchie i rantoli del suo respiro. E Ma’ ripeteva senza sosta: “Calmati. Andrà tutto bene”. Poi disse, in tono brusco:
“Lo sai che dobbiamo passare il deserto. Lo sai”.
Zio John gridò: “Ti senti bene?”.
Passò un istante prima che Ma’ rispondesse. “Sì, bene. Mi sa che m’ero addormentata.”
Le ore della notte scorrevano, e il buio avvolgeva il camion. Di tanto in tanto li superava qualche macchina, diretta a ovest e subito lontana; e di tanto intanto arrivava da ovest qualche grosso autocarro, e rombava verso est. E una lenta cascata di stelle scendeva sull’orizzonte davanti a loro. Era quasi mezzanotte quando arrivarono nei pressi di Daggett, dove c’è il posto di controllo. Lì la strada era illuminata dai riflettori, e su un cartello illuminato era scritto: RALLENTARE E FERMARSI SULLA DESTRA. Gli agenti stavano oziando nell’ufficio, ma quando Tom si fermò nello spiazzo uscirono e si schierarono sotto la lunga tettoia sporgente. Un agente annotò il numero di targa e aprì il cofano.
Tom domandò: “Che c’è?”.
“Ispezione agricola. Dobbiamo controllare il vostro carico. Avete piante o
semi?”
“No,” disse Tom.

“Dobbiamo verificare. Scaricate la roba.”
Allora Ma’ smontò faticosamente dal camion. Il suo viso era gonfio e i suoi occhi erano freddi. “Agente, lì sopra c’è una vecchia malata. La dobbiamo portare da un dottore. Non possiamo aspettare.” Sembrava sul punto di esplodere. “Non potete farci aspettare.
“Davvero? Be’, dobbiamo verificare lo stesso.”
“Giuro che non abbiamo niente!” urlò Ma’. “Lo giuro. E Nonna è molto malata.”“Manco lei pare tanto in salute,” disse l’agente.Ma’ si arrampicò sul retro del camion, si issò a fatica fin sopra il carico. “Ecco, vede?” disse. L’agente puntò la luce della torcia elettrica sulla vecchia faccia grinzosa.
"Perdio
, è vero,” disse.
“Me lo giura che non avete semi o frutta o ortaggi, niente mais, niente arance?"

“No, no. Giuro!”

“Allora andare pure. Potete trovare un medico a Barstow. Sono solo otto
miglia. Su, andate.”
Tom montò in cabina e il camion si avviò.

L’agente si voltò verso il collega. “Mica li potevo trattenere.”

“Magari baravano.”

“No, Cristo! Dovevi vedere la faccia della vecchia. Altro che barare.”
"Tom accelerò fino a Barstow, e all’ingresso della cittadina si fermò, smontò dal camion e
andò sul retro. Ma’ si sporse dall’alto. “Tutto bene,” disse. “Non m’andava che ci tenevano lì, poi magari non ci lasciavano passare il deserto.”
“Ah. Ma Nonna come sta?”
“Sta bene... bene. Tu continua a guidare. Dobbiamo passare il deserto.”
Tom scosse la testa e tornò verso la cabina.
“Al,” disse, “facciamo il pieno e poi guidi un po’ tu.” Si fermò in una stazione di servizio notturna, fece il pieno di benzina e rabboccò l’acqua e l’olio. Poi Al si mise al volante e Tom si sedette dall’altro lato, con Pa’ in mezzo. Si avviarono nel buio, e le colline di Barstow erano dietro di loro.
“Chissà che l’è preso a Ma’. È bizzosa come un cane colle pulci al culo.
Mica ci voleva tanto per controllare il carico. Prima dice che Nonna è malata,
ora dice che Nonna sta bene. Non riesco proprio a capire che ha. È tutta strana. Mi sa che il viaggio l’ha toccata al cervello.”
Pa’ disse: “Ma’ è di nuovo com’era da ragazza. A quei tempi era un vero demonio. Non si spaventava di niente. Io mi credevo che coi figli e col lavoro si dava una calmata, ma pare proprio di no. Cristo santo! L’altro giorno quando l’ho vista col cric in mano m’ha messo paura”.
“Chissà che l’è preso,” disse Tom. “Magari è stanca e basta.”
Al disse: “Non ne posso più di questo maledetto catorcio. Ma giuro che non mi lamento finché non arriviamo. L’ho scelto io e ce l’ho sulla coscienza”.
Tom disse: “Guarda che hai fatto bene quando l’hai scelto. Di rogne non ce n’ha date quasi per niente”.
Per tutta la notte avanzarono nel buio opprimente, e i conigli selvatici apparivano davanti ai fari e sfrecciavano via con lunghi balzi scattanti. E l’alba si levò dietro di loro quando le luci di Mojave erano in vista. E l’alba rivelò le alte montagne a ponente. A Mojave fecero il pieno d’acqua e olio e
iniziarono a salire sulle montagne, e l’alba era intorno a loro.
Tom disse: “Cristo, abbiamo passato il deserto! Pa’, Al... perdio! Abbiamo
passato il deserto!”.
“Non me ne frega niente, sono troppo stanco,” disse Al.
“Vuoi che guido io?”
“No, magari tra un po’.”
Attraversarono Tehachapi nel lucore dell’alba, e il sole sorse dietro di loro, e poi... di colpo videro la grande vallata sotto di loro. Al pestò sul freno e arrestò il camion in mezzo alla strada, e: “Cristo santo!”. disse. I vigneti, i frutteti, la grande vallata verde, morbida e rigogliosa, i filari d’alberi e le fattorie.
E Pa’ disse: “Dio onnipotente!”. Le città lontane, i villaggi tra i frutteti, e la luce del mattino che dorava la vallata. Una macchina strombazzò dietro di loro. Al accostò sul ciglio della strada e tirò il freno a mano.
“Voglio guardare per bene.” I campi di grano dorati nel mattino, e i filari di salici, gli eucalipti a schiere.
Pa’ sospirò: “Non mi credevo ch’esisteva un posto così bello”. Gli alberi di pesco e i boschetti di noce, e le macchie più scure degli aranceti. E i tetti rossi tra gli alberi, e i fienili... fienili ricolmi. Al smontò e si sgranchì le gambe.
Chiamò: “Ma’, vieni a vedere. Siamo arrivati!”
Ruthie e Winfield si scapicollarono giù dal camion, e si arrestarono di colpo, muti e sbigottiti, esterrefatti di fronte alla grande vallata. La distanza era velata da una leggera di bruma, e il dislivello sfumava con l’aumentare della distanza. Un mulino a vento scintillava nel sole, e le sue pale in movimento sembravano un piccolo eliografo lontano. Ruthie e Winfield
guardarono, e Ruthie sussurrò: “È la California”.
Winfield mosse in silenzio le labbra intorno alle sillabe. “C’è tanta frutta,”
disse a voce alta.
Casy e Zio John, Connie e Rose of Sharon scesero a terra. E lì rimasero, muti. Rose of Sharon aveva cominciato a ravviarsi i capelli quando vide la vallata, e la sua mano si arrestò e ricadde lungo il fianco.
Tom disse: “Dov’è Ma’? La deve vedere pure lei. Guarda, Ma’! Vieni qui, Ma’”.
Ma’ stava calandosi a fatica dal retro. Tom la guardò. “Buon Dio, Ma’,

stai male?” Aveva il viso irrigidito e terreo, e gli occhi parevano infossati nelle orbite, con gli orli arrossati dalla stanchezza. I suoi piedi toccarono terra, e Ma’ dovette aggrapparsi alla fiancata del camion.
La sua voce era un soffio roco. “Dici che l’abbiamo passato?”
Tom indicò la grande vallata. “Guarda!”
Ma’ voltò la testa, e la sua bocca si aprì leggermente. Le sue dita corsero alla gola, afferrarono un lembo di pelle e lo torsero piano. “Sia lodato Iddio!” disse. “La famiglia è arrivata.” Le sue ginocchia cedettero, e Ma’ dovette sedersi sul predellino.
“Stai male, Ma’?”
“No, solo un po’ stanca.”
“Non hai dormito?”
“No.”
“E Nonna?”
Ma’ si guardò le mani, intrecciate in grembo come due amanti sfiniti.
“Volevo aspettare a dirvelo. Volevo lasciare tutto così... bello.”
Pa’ disse: “Allora Nonna sta male”.
Ma’ alzò gli occhi e guardò la vallata. “Nonna è morta.”
La fissarono tutti, e Pa’ domandò: “Quando?”.
“Ieri sera, prima che ci fermavano.”
“Allora è per questo che non l’hai lasciati guardare.”
“Mi spaventavo che non ci lasciavano passare,” disse. “Ho detto a Nonna che non la potevamo aiutare. La famiglia doveva passare. Gliel’ho detto, gliel’ho detto mentre era lì che moriva. Non ci potevamo fermare nel deserto.
C’erano i bambini – e la creatura di Rosasharn. Gliel’ho detto.” Sollevò le mani e per un istante si coprì il viso. “La possiamo seppellire in un bel posto in mezzo al verde,” disse piano. “Un bel posto con tutti gli alberi intorno.
Così riposa in California.”
Negli sguardi della famiglia c’era sgomento di fronte alla forza di Ma’.
Tom disse: “Cristo santo! Sei rimasta sdraiata con lei tutta la notte!”.
“La famiglia doveva passare,” disse Ma’ in tono amaro.
Tom si avvicinò per metterle una mano sulla spalla.
“Non mi toccare,” disse lei. “Se non mi tocchi tengo duro. Sennò non reggo.”
Pa’ disse: “Ora tocca andare. Dobbiamo arrivare laggiù”.
Ma’ alzò gli occhi su di lui. “Mi posso mettere davanti? Non mi va di
tornare dietro... sono stanca. Sono troppo stanca.”
Risalirono sul camion, ed evitarono la rigida figura avvolta e chiusa in una
coperta; anche la testa era avvolta e chiusa. Presero posto e cercavano di tenere lo sguardo lontano – lontano dalla sporgenza della coperta che doveva essere il naso, dalla ripida china che doveva essere lo sbalzo del mento.
Cercavano di tenere lo sguardo altrove, ma non ci riuscivano. Ruthie e Winfield, rintanati in un angolo più lontano possibile dal corpo, fissavano la figura chiusa dentro la coperta.
E Ruthie sussurrò: “Quella è Nonna, e è morta”.
Winfield annuì solennemente. “Non respira più per niente. È proprio morta
tutta.”
E Rose of Sharon disse piano a Connie: “Dici che stava morendo mentre
noi due...”.
“Non lo possiamo sapere,” la rassicurò lui.